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Risolvere in modo semplice e facile l'odierna crisi economica, in America e nel Mondo
di Stephen Lendman - Global Research, tradotto da comedonchisciotte.org
Spesso le idee migliori sono le più semplici e se questo si applica alla crisi economica globale la soluzione è più semplice di quanto non si immagini. Il nodo Gordiano, in realtà, è avere la volontà politica di risolverla. Persino nodi cosi grandi possono essere sciolti con un colpo deciso.
Come nell’epica soluzione Alessandrina quando, con un colpo di spada, Alessandro Magno tagliò il nodo a metà. Applicare tale metafora alla crisi economica globale significa affrontarla con politiche efficaci e non con quelle che stanno distruggendo sia gli Stati Uniti che altri paesi del mondo.
L’economista Michael Hudson spiega che " è stata la leva del debito a causare l’attuale collasso globale" e continuare ad accatastare debito su debito ("Il Piano di Risanamento verso l’Inferno”, come lo chiama lui) non fa che peggiorare le cose, specialmente per il modo in cui ciò viene implementato:
-- negli Stati Uniti dal cartello di banche private che fanno capo alla Federal Reserve e che salva e arricchisce i propri membri, il maggiore dei quali si chiama Wall Street;
-- dal dipartimento dell’Economia che ha fatto esattamente la stessa cosa. Ha lasciato che il debito pubblico assumesse dimensioni stratosferiche confermando quanto affermato da Adam Smith in “The Wealth of Nations” [La Ricchezza delle Nazioni, n.d.t.] ovvero che nessun paese ha mai pagato i suoi debiti, e certamente non quelli di stati controllati da un cartello di banche private. Ed è proprio qui che risiede il problema altrimenti facilmente risolvibile con un colpo deciso, che non può avvenire se non sotto pesante pressione da parte dell’opinione pubblica.
Questa è la ragione per cui questo articolo è stato da me scritto e ispirato dal lavoro di altri. Mi riferisco all’economista Michael Hudson, a Michel Chossudovsky editore di Global Research, nonché alla famosa autrice e scrittrice Ellen Brown per il suo straordinario libro "Web of Debt" [La Ragnatela del Debito, n.d.t.] e per la sua trattazione in “Cash-Starved States Need to Play the Banking Game" [Gli Stati Affamati di Contante Devono Partecipare al Gioco Bancario, n.d.t.]. Ricordo infine lo stato del Nord Dakota.
Effettuata a livello statale o federale può non solo salvare l’economia dalle pratiche predatorie di Wall Street ma eliminare il 'debt overhang' [situazione nella quale il debito eccede la capacita di essere ripagato, n.d.t.], ridurre il debito, finanziare prosperità sostenibile e priva di processi inflattivi. Non è sogno, ma è realtà. E’ gia accaduto e può accadere ancora.
In breve, secondo Hudson: "essere asserviti al debito esclude la spesa per beni e servizi e impedisce il rilancio economico. La deflazione debitoria precipita l’economia e concentra ulteriormente la ricchezza nelle mani del 10% più ricco della popolazione (in particolare quell’1% più in alto) che opera nel settore finanziario".
Successivamente l’economia collassa e mentre Wall Street ne beneficia supportata da amministratori pubblici corrotti al servizio della parassitaria Federal Reserve, l’America si trasforma in ciò che Hudson definisce una "economia di zombie” e una repubblica delle banane.
Quello che Funziona in Nord Dakota, Può Funzionare in Altri Stati, in America, Dovunque
bailoutLo scorso 2 marzo, Brown ha illustrato il “gioco bancario” del Nord Dakota chiedendo, "Cosa ha lo Stato del Nord Dakota che gli altri stati non possiedono…la sua banca” ed è qui la sua unicità e la sua forza. In un momento in cui solo quattro dei 50 stati sono solventi, il Nord Dakota sta accantonando un surplus e secondo il Centro per le Politiche Monetarie, questa tendenza continuerà anche negli anni fiscali 2009 e 2010.
Nel gennaio 2009 durante lo State of the State address [discorso annuale del governatore a camere riunite e riassuntivo delle condizioni economiche dello stato, n.d.t.] il governatore John Hoeven ha spiegato, "Dal 2000, lo Stato del Nord Dakota ha aumentato i posti di lavoro e ora stiamo incrementando anche la popolazione. Il reddito individuale è cresciuto del 43%, quasi il 15% più velocemente della media nazionale. Il reddito pro-capite è di fatto salito di ben 12 posti, dal 38mo al 26mo tra tutti gli stati (tutto questo nonostante una popolazione di soli 641,481 abitanti, secondo i dati dello US Census Bureau 2008 [Istituto di Statistica Nazionale, n.d.t.]).
I salari sono cresciuti del 34%, comparato al solo 26% del resto del paese. Dal 2000 il prodotto statale lordo è aumentato di quasi $10mld., dai $17.7mld. a oltre $27mld. dello scorso anno, un aumento del 56%, e anche questo il più veloce a livello nazionale. Le nostre esportazioni verso l’estero sono cresciute del 225% dal 2000 superando per la prima volta nella storia del Nord Dakota il tetto dei $2mld.
A questo si aggiunge che crescita economica e diversificazione, unite alla buona gestione finanziaria, hanno consentito di creare un surplus e una robusta riserva finanziaria per il futuro....la situazione del nostro stato è solida (nel momento in cui) l’economia nazionale è afflitta da un ciclo negativo...."
Il 23 maggio, il Bismark Tribune e altri giornali locali riportarono la notizia che il tasso di disoccupazione in Nord Dakota era pari al 4%, il più basso a livello nazionale. E’ palese che il Nord Dakota è un passo avanti rispetto agli altri stati e tale fatto dovrebbe essere notato dagli altri governatori e dagli amministratori, sia a livello locale che a Washington. Quel che funziona in Nord Dakota può infatti funzionare dovunque.
La Banca del Nord Dakota è l’unica banca statale negli Stati Uniti. Secondo Brown che cita il consulente amministrativo Charles Fleetham in un articolo pubblicato nel suo stato, il Michigan, nel febbraio 2009, la banca fu fondata nel 1919 “per liberare gli agricoltori e le piccole imprese dal giogo del banchieri di altri stati e dalle imprese ferroviarie".
Brown continua, "Tre cariche elettive controllano e gestiscono la banca: il Governatore, il Procuratore Generale, e il Commissario all’Agricoltura. La missione della banca è fornire servizi finanziari per promuovere l’agricoltura, il commercio, e l’industria (e operare) come 'banca delle banche' collaborando con le banche private nel prestito di denaro agli agricoltori, alle imprese edilizie, alle scuole e alle piccole aziende". A questi si aggiungano studenti e privati cittadini dello stato, a tutti ad un tasso di interesse accessibile.
La chiave per comprendere come la Banca del Nord Dakota possa mantenersi solvente mentre cosi tante altre istituzioni nazionali sono sull’orlo della bancarotta finanziaria, viene così spiegata da Brown, "Alle banche certificate è permesso ciò che nessun altro può fare, ovvero creare ‘credito' tramite voci contabili nei propri registri". Attraverso la pratica del "fractional reserve banking" [riserva bancaria frazionaria, n.d.t.] il denaro si trasforma in credito e moltiplica magicamente ogni dollaro depositato per 10 in forma di prestiti o di fondi generati dal computer. E’ denaro letteralmente inventato affinché la banca possa ri-prestarlo numerose volte. E maggiore è il deposito, maggiore sarà l’ammontare del prestito.
Come ha scritto Brown il 29 dicembre nell’articolo, "Prestare da Peter per Pagare Paul: Lo schema Ponzi di Wall Street ovvero la Riserva Bancaria Frazionaria", la questione infatti è se il credito debba essere privato o pubblico. "Sin dall’epoca delle 13 colonie, il credito prontamente disponibile ha fatto degli Stati Uniti il paese delle opportunità". Brown continua, "Ciò che ha trasformato tale sistema di credito nello schema Ponzi, il quale necessita costantemente di iniezioni di denaro pubblico, è che il potere di credito è stato assegnato alle banche private. Tali banche necessitano di più denaro di quanto ne abbiano in realtà creato" in quanto impongono interessi elevati al fine di ottenere un profitto. Differentemente quando è il governo a prestare il denaro, il profitto non è un fattore cruciale e quindi il tasso di interesse può essere mantenuto basso e accessibile alle imprese, agli agricoltori, ai privati, o addirittura a tasso zero quando prestato per necessità proprie dell’amministrazione pubblica.
Brown e altri hanno spiegato che il “la riserva bancaria frazionaria” risale al 17mo secolo. All’epoca era prevalentemente in monete d’oro e d’argento, ma i primi banchieri compresero abbastanza velocemente che era più facile emettere una ricevuta di deposito (chiamata nota) come mezzo di pagamento. In seguito iniziarono a creare denaro tramite il prestito con promessa di pagamento. In questo modo si poteva prestare molto più denaro di quante in realtà fossero le monete in deposito. E questo è esattamente l’odierno concetto di riserva bancaria.
Ciò che iniziò a quel tempo come nota, oggi sono voci contabili atte a creare denaro dal nulla. Questo vale sia per i governi che per le banche private con la sola eccezione delle istituzioni pubbliche, le quali hanno uno statuto interamente differente. Esse infatti non hanno il dovere di fare profitti; non hanno obblighi nei confronti di Wall Street o degli azionisti; e infine l’unica cosa per loro importante è che il rischio sul debito dello stato si mantenga basso. Fino a oggi, in più di 230 anni, nessuno stato ha mai dichiarato fallimento e, anche quando malamente governato, ha mai omesso di pagare i propri debiti.
Tali istituzioni possono inoltre emettere prestiti a se stesse e ad altre municipalità a tasso d’interesse zero, mentre alle imprese, agli agricoltori, e ai privati possono offrire un tasso basso e accessibile che garantisca la crescita interna e una prosperità sostenibile.. In un tale sistema, più il prestito si rinnova, più denaro privo di debito si crea con il risultato di minimizzare il rischio di processi inflattivi.
Fintanto che il denaro produce beni e servizi l’inflazione è sotto controllo in quanto sono i disequilibri a causare i problemi "ogni qualvolta la domanda (denaro) eccede l'offerta (beni e servizi)." La stabilità del prezzo è assicurata quando sia la domanda che l’offerta crescono proporzionalmente come avveniva nelle 13 colonie e come illustrato da Brown in “Web of Debt” durante l’amministrazione Lincoln all’epoca della Guerra Civile.
Nel 1691 lo stato del Massachusetts fu "il primo governo locale a emettere denaro cartaceo...." chiamato 'scrip' [banconote emesse a titolo temporaneo o di emergenza, n.d.t.]. Le altre colonie si accodarono tra cui la Pennsylvania che emise nuovo denaro privo di inflazione o tassazione fiscale. Per i successivi 25 anni lo stato non riscosse tasse, con il risultato che la popolazione aumentò numericamente e il commercio prosperò. Il “segreto infatti era nel non emettere troppo (credito) e nel restituire il denaro al governo in forma di capitale e interesse su prestiti emessi dal governo stesso". In altre parole mantenendo un sistema proporzionalmente equilibrato al fine di non dover pagare interessi a finanziatori predatori privati ovvero quel sistema che oggi sta distruggendo gli Stati Uniti e altre economie controllate dalle banche centrali private.
Nonostante le minacce di morte prima della sua inaugurazione e a dispetto dell’accusa di “tradimento, insurrezione, bancarotta nazionale” durante il suo primo anno di presidenza, Lincoln applicò il medesimo criterio. E considerati i rischi da lui corsi quel che riuscì a realizzare è davvero ammirevole: la creazione del più grande esercito del mondo; la sconfitta del Sud; la trasformazione del paese nella “maggiore potenza industriale" del mondo; il decollo dell’industria dell’acciaio, la realizzazione del sistema ferroviario continentale, e una nuova era di macchine agricole e attrezzature economiche; l’istruzione superiore gratuita; attraverso l’Homestead Act lo sviluppo del territorio e la garanzia del diritto di proprietà ai coloni; il supporto governativo a tutte le branche della scienza; la standardizzazione dei metodi di produzione di massa; e l’aumento della produttività lavorativa del 50/75%. Tutto questo fu realizzato nonostante "un dipartimento dell’Economia al fallimento e un Congresso che non percepiva salario".
Lincoln realizzò tutto questo nazionalizzando il sistema bancario affinché fosse il governo a stampare, a interesse zero, il proprio denaro così da non dover ricorrere ai prestiti a tasso d’usura dal 24 - 36% applicati dai banchieri privati. "L’economia registrò immediatamente una crescita della spesa pubblica e del credito per la produzione pari al 600%” risultato questo reso possibile con denaro emesso dal governo centrale. Fu finanziata la guerra, pagate le truppe, e rilanciata la crescita nazionale una volta liberato il paese da quel sistema che oggi ne devasta l’economia garantendo prosperità ai parassiti delle banche private.
In "Web of Debt" Brown spiega che nei primi anni del ventesimo secolo anche l’Australia operava in un sistema bancario pubblico dove la Commonwealth Bank creava denaro, emetteva prestiti, e raccoglieva interessi ad una frazione del tasso applicato dalle banche private. Il sistema funzionava al punto di garantire al paese, a quell’epoca, uno dei migliori standard di vita nel mondo. Quando poi le banche private presero il sopravvento, l’Australia si indebitò pesantemente tanto che il suo standard di vita precipitò al a 23mo posto. Chiara dimostrazione del potere distruttivo del denaro creato dalle banche private a paragone dei grandi benefici prodotti dal denaro stampato dai governi.
Oggi gli Stati Uniti potrebbero godere dei medesimi vantaggi realizzati:
all’epoca delle 13 Colonie
nell’era della presidenza Lincoln
dell’Australia dei primi anni del ventesimo secolo
nel Medioevo falsamente dipinto come un’era di arretratezza salvata dal capitalismo industriale quando in realtà tale sistema, privo di banchieri, prosperò per centinaia di anni
della Cina di migliaia di anni prima dell’era delle banche private, e di quella attuale, in quanto Beijing attraverso la People's Bank of China (la propria semi-indipendente banca centrale) controlla la crescita dell’economia nazionale e la creazione di milioni di posti di lavoro per una popolazione in costante aumento
Soltanto attraverso uno sforzo finalizzato alla sostituzione di questo sistema corrotto con uno più onesto e funzionale, l’America e le altre economie mondiali possono prosperare in maniera analoga.
Un sistema bancario a controllo pubblico beneficia tutti tramite depositi finalizzati alla crescita interna sostenibile, attraverso la soddisfazione delle necessità a livello sia statale che locale, e infine tramite l’emissione di denaro a interesse zero.
Tanto chi scrive che Brown crediamo che il credito dovrebbe essere un servizio pubblico all’interno di un sistema bancario nazionalizzato. Tale sistema crea denaro proprio a livello federale e lo gestirebbe poi con depositi in banche statali che servano finalmente le necessità della gente e non l’avidità di banchieri predatori. Un sistema del genere sarebbe il più equo, il più sostenibile, il più efficiente e il più democratico dei sistemi, nonché il più libero da parassiti. Tale sistema funzionerebbe bene a livello federale, statale, e locale con filiali della banca centrale che finalmente servono le municipalità, le imprese, e i residenti ad un costo accessibile.
Grazie alla gestione privata della Federal Reserve e del gigantesco e parassitario sistema bancario, è oggi il monopolio delle multinazionali a governare l’America e ad utilizzare "le banche accolite per generare fondi illimitati, per comprare i competitori, i media, e il governo stesso, sopprimendo quelle che sono le vere imprese private indipendenti". Proprio quel sistema che gli economisti classici aborrivano.
Le banche private tengono in ostaggio nazioni intere facendo loro pagare interessi sul loro stesso denaro e "profondendo prestiti massicci ai cartelli affiliati nonché agli hedge funds [fondi speculativi n.d.r.] che usano il denaro per eliminare la competizione e manipolare i mercati".
E’ una forma estrema di Darwinismo con un governo federale, e 46 dei 50 stati, che sono insolventi e piccole imprese e gente comune a pagarne il prezzo. In tale contesto, un’altra via è necessaria affinché il paese, gli stati, le comunità locali, insomma la maggior parte delle persone non si trasformino in "zombie" e che l’America non diventi il Guatemala.
L’eventuale trasformazione delle banche federali, statali e locali in istituzioni di pubblica utilità all’interno di un sistema bancario nazionalizzato, produrrebbe i seguenti benefici:
-- l’eliminazione della tassazione personale e d’impresa
-- la creazione di una crescita economica stabile e sostenibile
-- la ricostruzione della base produttiva del paese
-- la realizzazione di vitali infrastrutture di dimensioni mai immaginate prima incluso il ripristino dell’ambiente e lo sviluppo di fonti energetiche alternative, sostenibili, pulite, sicure ed economiche
-- la creazione di molti milioni di nuovi e ben pagati posti di lavoro eliminando la disoccupazione per coloro che possono e vogliono lavorare e un sostegno per quelli impossibilitati in quanto disabili
-- la fine del pignoramento dell’abitazione e la realizzazione per tutti del sogno di diventare proprietari di casa grazie all’abbondante disponibilità di mutui a buon mercato senza rischi di fregature per i più sprovveduti
-- la scomparsa dell’inflazione
-- boom e contrazioni economiche diverrebbero ricordi del passato
-- la cessazione delle distruttive svalutazioni monetarie e delle guerre economiche per fini privati
-- la tutela di pensioni private, di risparmi e di investimenti
-- l’eliminazione del debito federale, statale, e locale.
Proviamo a immaginare quanto segue:
Alcune settimane fa Bloomberg e altre fonti hanno riportato che tra $12 e i 14 trilioni (migliaia di miliardi N.d.r.] del denaro destinato al salvataggio e stimolo sono stati stanziati o spesi per coprire il buco da $9 trilioni in transazioni di cui la Fed [Federal Reserve, Banca Centrale USA, n.d.t.] non ha alcuna registrazione. Questo perché a Washington amministratori pubblici in combutta con banchieri criminali chiudevano gli occhi di fronte a un truffa senza precedenti depredando il Tesoro e i citttadini.
Proviamo invece a immaginare se $1 trilione di quel bottino fosse andato a banche pubbliche per finalità produttive. La magia della "riserva frazionaria" avrebbe creato $10 trilioni, e se anche metà di quella somma fosse stata stanziata o spesa per coprire quel buco, i famosi $70 trilioni avrebbero potuto essere usati in maniera produttiva e non sprecati nell’acquisto di asset tossici a prezzo scontato per un maggiore consolidamento o per speculazione con il rischio di una futura drammatica inflazione.
Proviamo ora a immaginare un futuro nuovo dove:
il debito federale possa essere eliminato
la copertura per Social Security, Medicare, e Medicaid [programmi di previdenza e assistenza sociale, n.d.t.] sia garantita in eterno
l’intera nazione e tutti i 50 stati siano solventi e addirittura vadano verso un cospicuo surplus
un futuro sostenibile, prospero e libero dall’inflazione produce benefici sociali essenziali per ognuno tra i quali l’assistenza sanitaria accessibile o addirittura gratuita, l’istruzione, e la fine della povertà grazie a un reddito minimo garantito.
Tutto questo sarebbe niente meno che un’America rivoluzionaria e nuova, simile a quella retoricamente dipinta fino a oggi, ma con tutti vincitori e nessun perdente fatta eccezione per i predatori delle banche private e i loro partner corrotti del settore pubblico.
E ricordate, il denaro creato non genera inflazione fintanto che gli squilibri vengano evitati ed esso venga produttivamente utilizzato per nuovi beni e servizi.
Questa è l’America per cui vale la pena di continuare a lavorare senza tregua fino a che l’obiettivo non venga raggiunto. Se non ora quando? E se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non viene fatto al più presto, potrebbe essere troppo tardi e se questo non è un incentivo ad agire, quale altro può esserlo?
Stephen Lendman è Ricercatore Associato del Centre for Research on Globalization. Vive a Chicago e può essere raggiunto a lendmanstephen@sbcglobal.net.
Titolo originale: "Ending Today's Economic Crisis Simply and Easily, in America and Globally"
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI LOSI
martedì 9 giugno 2009
Viaggio dentro le FARC
http://altronline.it/node/282
Intere generazioni di colombiani hanno conosciuto solo la guerra, di cui è ancora più difficile ottenere un bilancio preciso; si parla di almeno 300.000 morti, ma sono numeri che cambiano ogni giorno
Libertà! giustizia sociale! nuovo potere! E' il grido che si leva dal piccolo villaggio di Marquetalia, sulle montagne del Tolima, il 27 maggio 1964, destinato a riecheggiare a lungo nel paese andino.Quel giorno, narra la leggenda eroica della guerriglia, 48 «campesinos» sono costretti a imbracciare le armi contro 16.000 soldati dispiegati nell’ambito del Plan Laso (Latin American Security Operation), strategia messa a punto dai vertici colombiani e dai consiglieri militari statunitensi nel quadro dei rigori della Dottrina della sicurezza nazionale per impedire che la rivoluzione cubana del 1959 si diffonda in altri Paesi latinoamericani.L’attacco fallisce per la resistenza di quel manipolo di contadini agguerriti guidati da Manuel Tirofijo (che non sbaglia un colpo) Marulanda Vélez che avrebbero dato vita alle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), poi Farc-Ep (Esercito del popolo), la formazione guerrigliera più longeva dell’America Latina.Oggi, 45 anni dopo, di Marquetalia non resta quasi nulla, solo qualche casupola abitata da altri campesinos che sopravvivono con pochi mezzi, raggiungibile dopo molte ore di marcia; qualche vecchio si ricorda di Tirofijo, classe 1932, morto un anno fa per infarto, «un uomo di poche parole, cattivo con i cattivi, giusto con i buoni».Eppure la guerra continua, nonostante il presidente Alvaro Uribe si rifiuti di definirla tale, centinaia di migliaia di civili – fra i 3 e i 4 milioni, sommando le stime dell’Onu e delle organizzazioni a difesa dei diritti umani colombiane, protagonisti dimenticati della più grave crisi umanitaria dell’Occidente – sono costretti a lasciare le loro case per la furia della violenza, confluendo nella massa dei desplazados (sfollati) che cresce ogni giorno e per cui il futuro si prospetta in una vita di stenti e abbandono nelle cinture periferiche dei grandi centri urbani.Intere generazioni di colombiani hanno conosciuto solo la guerra, di cui è ancora più difficile ottenere un bilancio preciso; si parla di almeno 300.000 morti, ma sono numeri che cambiano ogni giorno nell’unico paese ancora insanguinato da un conflitto interno in un'America Latina pacificata e sempre più orientata a sinistra.«La guerra nasce perché lo Stato non riesce ad ascoltare e a dare risposte al grido di aiuto che viene dalla gente: ecco perché è la gente che da sola cerca di trovare una soluzione ai suoi problemi, a quello della terra, dell’esclusione sociale, soprattutto per gli indigeni e gli afro-colombiani, dell’impossibilità di partecipare alla vita politica» ci dice un operatore umanitario colombiano, costretto a rimanere anonimo per ragioni di sicurezza; ha 45 anni e non sa cosa sia la pace, ma, aggiunge, «non c’è un solo colombiano che non l’abbia vissuta sulla propria pelle, che non abbia avuto un parente o un amico sequestrato, ucciso, ferito o desplazado».La guerra, dice ancora il nostro interlocutore, «non finirà in tempi brevi perché nasce e si alimenta su un’ingiustizia strutturale.
Se non si andranno realmente ad esaminare i problemi alle radici, provando solamente tra molte difficoltà di controllarne i frutti, non c’è speranza, siamo tutti perdenti».A 45 anni da Marquetalia, le Farc attraversano forse il momento più critico della loro storia: nonostante i proclami e le rivendicazioni - «Siamo la risposta armata degli sfruttati e dei giusti alla violenza dello Stato» scrivono nel comunicato diffuso in occasione dell’anniversario della loro formazione - col passare del tempo il loro manifesto politico sembra essere sopravvissuto solo sulla carta, tra diatribe interne, sequestri e narcotraffico. Nel 2008 hanno perso tre dei sette membri del Segretariato, il loro comando centrale, oltre a Marulanda anche Raúl Reyes, il numero 2 ucciso nel bombardamento del 1° marzo contro un accampamento della guerriglia in territorio ecuadoriano (che ha causato la rottura delle relazioni diplomatiche con Quito), e Ivan Ríos, assassinato dalla sua guardia del corpo. Tra catture e diserzioni, amplificate dalla stampa governativa, hanno subito l’umiliante sconfitta della cosiddetta Operazione Scacco, degna di un confuso film d’azione in cui non tutte le sequenze risultano limpide allo spettatore, con cui il governo ha liberato il loro ostaggio più famoso, l’ex-candidata alla presidenza franco-colombiana Ingrid Betancourt, ma decine restano ancora prigionieri. Sta di fatto che nessuna offensiva militare, dall’antica Centauro alle più recenti e sofisticate Plan Colombia o Plan Patriota nonostante i generosi contributi finanziari e militari della Casa Bianca al suo più stretto alleato latinoamericano è riuscita finora a decretarne la fine.Così come sono falliti tutti i tentativi di negoziare la pace, dalle trattative volute dal Belisario Betancourt alla metà degli anni ‘80 fino alle ultime del 2002 con Andres Pastrana. Intanto, imboscate e attentati dinamitardi non si fermano – con tre auto-bomba nei primi mesi dell’anno sono stati almeno 10 i morti e decine i feriti attribuiti alle Farc a Bogotá, Cali e Neiva, mentre a marzo l’attacco a un acquedotto a Villavicencio ha lasciato per una settimana senza acqua potabile 300.000 persone – e finanche il nuovo alto commissario per la pace del governo, Frank Pearl, nonostante la ‘vittoria’ sia stata ripetutamente annunciata, ha di recente ammesso che la fine della guerra non è certo vicina; “Occorreranno almeno 15 o 20 anni – ha detto a maggio - incluso un buon percorso di riconciliazione”. Ma oggi sono in molti a chiedersi: che prospettive possono esserci per la pace in un paese guidato da un presidente il cui padre fu ucciso dalle Farc e che fu accolto all’inaugurazione del suo mandato nel 2002 dal pubblico apprezzamento di Salvatore Mancuso, comandante dei feroci paramilitari delle Autodifese unite della Colombia (Auc)? Che, accusato in un rapporto declassificato della ‘Defense Intelligence Agency’ americana di strette relazioni con il defunto capo del cartello della droga di Medellín, Pablo Escobar, ha privilegiato finora l’opzione militare con la sua cosiddetta ‘politica di sicurezza democratica’, senza riuscire ad archiviare il conflitto? Travolto da una serie di scandali – dal clamoroso caso della ‘para-politica’ che sta portando alla luce del sole collusioni stranote tra decine di esponenti della maggioranza e gli squadroni della morte paramilitari di estrema destra, all’inchiesta sulle mazzette pagate ad alcuni ex-deputati nel 2004 per approvare la riforma costituzionale che gli consentì di ricandidarsi per un secondo mandato consecutivo nel 2006? E che ora punta anche al terzo attraverso un referendum popolare? Esecuzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture, detenzioni illegali, fosse comuni, bambini-soldato, spostamenti forzati di civili per violenza o interessi economici, omicidi di sindacalisti e difensori dei diritti umani sono all’ordine del giorno, hanno tuonato di fronte al Consiglio dei diritti umani dell’Onu decine di organizzazioni non governative (ong) e organismi internazionali, denunciando, dati alla mano, che «solo tra il 2002 e il 2007 – durante il governo Uribe - 13.634 persone sono morte per la violenza socio-politica (non si contano i morti in combattimento); il 75,4% (8049 casi) delle vittime è responsabilità dello stato, in modo diretto o indiretto, attraverso gruppi di paramilitari di estrema destra». La mano dura di Uribe finora non è servita, degenerando in altri scandali come quello dei "falsi positivi" , ma neanche la politica della guerriglia ha dato risultati.
Frida Boni - Bogotà
Intere generazioni di colombiani hanno conosciuto solo la guerra, di cui è ancora più difficile ottenere un bilancio preciso; si parla di almeno 300.000 morti, ma sono numeri che cambiano ogni giorno
Libertà! giustizia sociale! nuovo potere! E' il grido che si leva dal piccolo villaggio di Marquetalia, sulle montagne del Tolima, il 27 maggio 1964, destinato a riecheggiare a lungo nel paese andino.Quel giorno, narra la leggenda eroica della guerriglia, 48 «campesinos» sono costretti a imbracciare le armi contro 16.000 soldati dispiegati nell’ambito del Plan Laso (Latin American Security Operation), strategia messa a punto dai vertici colombiani e dai consiglieri militari statunitensi nel quadro dei rigori della Dottrina della sicurezza nazionale per impedire che la rivoluzione cubana del 1959 si diffonda in altri Paesi latinoamericani.L’attacco fallisce per la resistenza di quel manipolo di contadini agguerriti guidati da Manuel Tirofijo (che non sbaglia un colpo) Marulanda Vélez che avrebbero dato vita alle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), poi Farc-Ep (Esercito del popolo), la formazione guerrigliera più longeva dell’America Latina.Oggi, 45 anni dopo, di Marquetalia non resta quasi nulla, solo qualche casupola abitata da altri campesinos che sopravvivono con pochi mezzi, raggiungibile dopo molte ore di marcia; qualche vecchio si ricorda di Tirofijo, classe 1932, morto un anno fa per infarto, «un uomo di poche parole, cattivo con i cattivi, giusto con i buoni».Eppure la guerra continua, nonostante il presidente Alvaro Uribe si rifiuti di definirla tale, centinaia di migliaia di civili – fra i 3 e i 4 milioni, sommando le stime dell’Onu e delle organizzazioni a difesa dei diritti umani colombiane, protagonisti dimenticati della più grave crisi umanitaria dell’Occidente – sono costretti a lasciare le loro case per la furia della violenza, confluendo nella massa dei desplazados (sfollati) che cresce ogni giorno e per cui il futuro si prospetta in una vita di stenti e abbandono nelle cinture periferiche dei grandi centri urbani.Intere generazioni di colombiani hanno conosciuto solo la guerra, di cui è ancora più difficile ottenere un bilancio preciso; si parla di almeno 300.000 morti, ma sono numeri che cambiano ogni giorno nell’unico paese ancora insanguinato da un conflitto interno in un'America Latina pacificata e sempre più orientata a sinistra.«La guerra nasce perché lo Stato non riesce ad ascoltare e a dare risposte al grido di aiuto che viene dalla gente: ecco perché è la gente che da sola cerca di trovare una soluzione ai suoi problemi, a quello della terra, dell’esclusione sociale, soprattutto per gli indigeni e gli afro-colombiani, dell’impossibilità di partecipare alla vita politica» ci dice un operatore umanitario colombiano, costretto a rimanere anonimo per ragioni di sicurezza; ha 45 anni e non sa cosa sia la pace, ma, aggiunge, «non c’è un solo colombiano che non l’abbia vissuta sulla propria pelle, che non abbia avuto un parente o un amico sequestrato, ucciso, ferito o desplazado».La guerra, dice ancora il nostro interlocutore, «non finirà in tempi brevi perché nasce e si alimenta su un’ingiustizia strutturale.
Se non si andranno realmente ad esaminare i problemi alle radici, provando solamente tra molte difficoltà di controllarne i frutti, non c’è speranza, siamo tutti perdenti».A 45 anni da Marquetalia, le Farc attraversano forse il momento più critico della loro storia: nonostante i proclami e le rivendicazioni - «Siamo la risposta armata degli sfruttati e dei giusti alla violenza dello Stato» scrivono nel comunicato diffuso in occasione dell’anniversario della loro formazione - col passare del tempo il loro manifesto politico sembra essere sopravvissuto solo sulla carta, tra diatribe interne, sequestri e narcotraffico. Nel 2008 hanno perso tre dei sette membri del Segretariato, il loro comando centrale, oltre a Marulanda anche Raúl Reyes, il numero 2 ucciso nel bombardamento del 1° marzo contro un accampamento della guerriglia in territorio ecuadoriano (che ha causato la rottura delle relazioni diplomatiche con Quito), e Ivan Ríos, assassinato dalla sua guardia del corpo. Tra catture e diserzioni, amplificate dalla stampa governativa, hanno subito l’umiliante sconfitta della cosiddetta Operazione Scacco, degna di un confuso film d’azione in cui non tutte le sequenze risultano limpide allo spettatore, con cui il governo ha liberato il loro ostaggio più famoso, l’ex-candidata alla presidenza franco-colombiana Ingrid Betancourt, ma decine restano ancora prigionieri. Sta di fatto che nessuna offensiva militare, dall’antica Centauro alle più recenti e sofisticate Plan Colombia o Plan Patriota nonostante i generosi contributi finanziari e militari della Casa Bianca al suo più stretto alleato latinoamericano è riuscita finora a decretarne la fine.Così come sono falliti tutti i tentativi di negoziare la pace, dalle trattative volute dal Belisario Betancourt alla metà degli anni ‘80 fino alle ultime del 2002 con Andres Pastrana. Intanto, imboscate e attentati dinamitardi non si fermano – con tre auto-bomba nei primi mesi dell’anno sono stati almeno 10 i morti e decine i feriti attribuiti alle Farc a Bogotá, Cali e Neiva, mentre a marzo l’attacco a un acquedotto a Villavicencio ha lasciato per una settimana senza acqua potabile 300.000 persone – e finanche il nuovo alto commissario per la pace del governo, Frank Pearl, nonostante la ‘vittoria’ sia stata ripetutamente annunciata, ha di recente ammesso che la fine della guerra non è certo vicina; “Occorreranno almeno 15 o 20 anni – ha detto a maggio - incluso un buon percorso di riconciliazione”. Ma oggi sono in molti a chiedersi: che prospettive possono esserci per la pace in un paese guidato da un presidente il cui padre fu ucciso dalle Farc e che fu accolto all’inaugurazione del suo mandato nel 2002 dal pubblico apprezzamento di Salvatore Mancuso, comandante dei feroci paramilitari delle Autodifese unite della Colombia (Auc)? Che, accusato in un rapporto declassificato della ‘Defense Intelligence Agency’ americana di strette relazioni con il defunto capo del cartello della droga di Medellín, Pablo Escobar, ha privilegiato finora l’opzione militare con la sua cosiddetta ‘politica di sicurezza democratica’, senza riuscire ad archiviare il conflitto? Travolto da una serie di scandali – dal clamoroso caso della ‘para-politica’ che sta portando alla luce del sole collusioni stranote tra decine di esponenti della maggioranza e gli squadroni della morte paramilitari di estrema destra, all’inchiesta sulle mazzette pagate ad alcuni ex-deputati nel 2004 per approvare la riforma costituzionale che gli consentì di ricandidarsi per un secondo mandato consecutivo nel 2006? E che ora punta anche al terzo attraverso un referendum popolare? Esecuzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture, detenzioni illegali, fosse comuni, bambini-soldato, spostamenti forzati di civili per violenza o interessi economici, omicidi di sindacalisti e difensori dei diritti umani sono all’ordine del giorno, hanno tuonato di fronte al Consiglio dei diritti umani dell’Onu decine di organizzazioni non governative (ong) e organismi internazionali, denunciando, dati alla mano, che «solo tra il 2002 e il 2007 – durante il governo Uribe - 13.634 persone sono morte per la violenza socio-politica (non si contano i morti in combattimento); il 75,4% (8049 casi) delle vittime è responsabilità dello stato, in modo diretto o indiretto, attraverso gruppi di paramilitari di estrema destra». La mano dura di Uribe finora non è servita, degenerando in altri scandali come quello dei "falsi positivi" , ma neanche la politica della guerriglia ha dato risultati.
Frida Boni - Bogotà
Hamas applaude Obama
http://altronline.it/node/288
«America e Islam non devono essere in competizione. Ma si sovrappongono e condividono gli stessi principi di giustizia e progresso, di tolleranza e dignità di tutti gli esseri umani».
L'applauso della folta platea dell'università del Cairo interrompe per qualche istante l'atteso ed emotivamente coinvolgente discorso di Obama al mondo musulmano. Barack è il primo presidente nero della storia statunitense, ma vuole essere ricordato nel mondo arabo e in Medio oriente anche come il presidente della nuova era di riconciliazione e pace. «Sono venuto qui per cercare un nuovo inizio fra gli Stati Uniti e il mondo musulmano basato su mutuo interesse e mutuo rispetto», dice poco prima del saluto in arabo: "Salam alekum" e la platea è oramai tutta sua.
Solo in un altro momento la tensione, tra i consueti flash e applausi, sarà più forte: l'ovazione del pubblico è per la citazione del Corano «siate consapevoli di Dio e dite la verità». Primo richiamo al testo sacro dell'islam di altri due che scandiranno i 55 minuti di monologo. Una trovata che non costituisce sorpresa per chi conosce le straordinarie abilità oratorie evocative del presidente, ma sicuramente un regalo piacevole per i musulmani all'ascolto. E poi ancora applausi, molti, forti. Soprattutto quando il suo sorriso lascia il posto alla solennità dell'annuncio del ritiro statunitense dall'Iraq - che con inizio il prossimo mese, sarà completato entro la fine del 2011 - o quando scandisce la parola democrazia, parlando di governi trasparenti che lavorano per il popolo, e di diritti delle minoranze. E dalla platea arriva anche un «bravo».La democrazia di Obama però non è la scelta imposta da una nazione su un'altra, ma è il modo per migliorare la qualità della vita, di tutti. Nessun riferimento esplicito ai governi dei Paesi arabi, ma una chiara definizione: democrazia non significa solo elezioni. Abile ed elegante anche il passaggio sull'Iran e sul nucleare. Obama sa che nel mondo arabo i sostenitori della bomba atomica di Teheran ricordano che anche Israele ce l'ha e da sempre. Così senza alcun riferimento esplicito a Tel Aviv, ma tenendola bene in mente, Barack sgombra il campo da equivoci: «Noi vogliamo un mondo in pace, dove nessun Stato possegga la bomba nucleare».Ad Israele il messaggio invece arriva esplicito quanto si parla di pace con i palestinesi. Due gli obiettivi della nuova politica Usa in Medio oriente: diritto per palestinesi e israeliani a vedere realizzate le singole aspirazioni con la creazione di due Stati; congelamento degli insediamenti israeliani in terra palestinese.Riferimenti che non devono essere piaciuti troppo al governo di Netanyau e che hanno scatenato le ire dei coloni in Cisgiordania per cui '«Hussein Obama ha dato priorità alle bugie degli arabi" . Eppure il presidente non manca di riconoscere che il suo paese "ha un legame indissolubile con Israele». Ma ricorda anche che i palestinesi hanno vissuto 60 anni di «umiliazioni quotidiane» a causa dell'occupazione.Così, se l'Olocausto non va dimenticato - il capo della Casa Bianca oggi visiterà il campo di concentramento di Buchenwald in Germania - «non possiamo negare che il popolo palestinese ha sofferto per la ricerca di una patria». Parole che costringono Hamas, nonostante il chiaro richiamo di Obama contro l'uso della violenza da parte del gruppo islamista, a tendere la mano. E davanti alle telecamere di al Jazeera il ministro degli Esteri di Hamas poco dopo il discorso del presidente si trova ad apprezzarlo come «tappa important» nel processo di pace, con l'auspicio di «ogni forma di dialogo con l'amministrazione Usa, fondata sul rispetto delle scelte democratiche dei popoli». Ma la politica statunitense è anche altro. Nonostante il mondo debba essere grato all'islam per il suo contributo di secoli di conoscenza, esistono tra i musulmani gli estremismi. E' il turno di Afghanistan, Pakistan, Iraq. L'invasione Usa dell'Afghanistan è stata ben altra cosa rispetto a quella dell'Iraq. "Non è stata una scelta" , l'11 settembre 2001 gli estremisti avevano ucciso più di 3000 innocenti. Quegli estremismi vanno combattuti, per questo gli americani restano in Afghanistan. L'occupazione di Baghdad invece è stata una scelta. Che oggi avrà un'inversione di tendenza: «Voglio ridare l'Iraq agli iracheni», dice Obama. Nessuna esplicita scusa per la politica di Bush, ma le sue parole strappano un applauso lungo. Simile solo a quello che concluderà il discorso dedicato ai diritti universali: di religione prima, delle donne poi. E' chiaramente il padre di due bambine quello che negli ultimi dieci minuti davanti ai microfoni assicura al mondo musulmano di essere «contrario a chi in Occidente vuole vietare l'hijab», ma ribadisce a gran voce che «negare l'istruzione alle donne significa negare l'uguaglianza». E Washington si impegnerà nella cooperazione con le nazioni arabe per assicurare sviluppo, fatto di prosperità economica ma anche di opportunità, soprattutto per i giovani. Che devono oggi più che mai essere coscienti della loro capacità "di ridisegnare il futuro mondiale". Ma intanto ieri il presidente degli Stati Uniti quel futuro lo ha tracciato, almeno in Medioriente. «Inshallah, lo farà», sperano oggi gli arabi.
«America e Islam non devono essere in competizione. Ma si sovrappongono e condividono gli stessi principi di giustizia e progresso, di tolleranza e dignità di tutti gli esseri umani».
L'applauso della folta platea dell'università del Cairo interrompe per qualche istante l'atteso ed emotivamente coinvolgente discorso di Obama al mondo musulmano. Barack è il primo presidente nero della storia statunitense, ma vuole essere ricordato nel mondo arabo e in Medio oriente anche come il presidente della nuova era di riconciliazione e pace. «Sono venuto qui per cercare un nuovo inizio fra gli Stati Uniti e il mondo musulmano basato su mutuo interesse e mutuo rispetto», dice poco prima del saluto in arabo: "Salam alekum" e la platea è oramai tutta sua.
Solo in un altro momento la tensione, tra i consueti flash e applausi, sarà più forte: l'ovazione del pubblico è per la citazione del Corano «siate consapevoli di Dio e dite la verità». Primo richiamo al testo sacro dell'islam di altri due che scandiranno i 55 minuti di monologo. Una trovata che non costituisce sorpresa per chi conosce le straordinarie abilità oratorie evocative del presidente, ma sicuramente un regalo piacevole per i musulmani all'ascolto. E poi ancora applausi, molti, forti. Soprattutto quando il suo sorriso lascia il posto alla solennità dell'annuncio del ritiro statunitense dall'Iraq - che con inizio il prossimo mese, sarà completato entro la fine del 2011 - o quando scandisce la parola democrazia, parlando di governi trasparenti che lavorano per il popolo, e di diritti delle minoranze. E dalla platea arriva anche un «bravo».La democrazia di Obama però non è la scelta imposta da una nazione su un'altra, ma è il modo per migliorare la qualità della vita, di tutti. Nessun riferimento esplicito ai governi dei Paesi arabi, ma una chiara definizione: democrazia non significa solo elezioni. Abile ed elegante anche il passaggio sull'Iran e sul nucleare. Obama sa che nel mondo arabo i sostenitori della bomba atomica di Teheran ricordano che anche Israele ce l'ha e da sempre. Così senza alcun riferimento esplicito a Tel Aviv, ma tenendola bene in mente, Barack sgombra il campo da equivoci: «Noi vogliamo un mondo in pace, dove nessun Stato possegga la bomba nucleare».Ad Israele il messaggio invece arriva esplicito quanto si parla di pace con i palestinesi. Due gli obiettivi della nuova politica Usa in Medio oriente: diritto per palestinesi e israeliani a vedere realizzate le singole aspirazioni con la creazione di due Stati; congelamento degli insediamenti israeliani in terra palestinese.Riferimenti che non devono essere piaciuti troppo al governo di Netanyau e che hanno scatenato le ire dei coloni in Cisgiordania per cui '«Hussein Obama ha dato priorità alle bugie degli arabi" . Eppure il presidente non manca di riconoscere che il suo paese "ha un legame indissolubile con Israele». Ma ricorda anche che i palestinesi hanno vissuto 60 anni di «umiliazioni quotidiane» a causa dell'occupazione.Così, se l'Olocausto non va dimenticato - il capo della Casa Bianca oggi visiterà il campo di concentramento di Buchenwald in Germania - «non possiamo negare che il popolo palestinese ha sofferto per la ricerca di una patria». Parole che costringono Hamas, nonostante il chiaro richiamo di Obama contro l'uso della violenza da parte del gruppo islamista, a tendere la mano. E davanti alle telecamere di al Jazeera il ministro degli Esteri di Hamas poco dopo il discorso del presidente si trova ad apprezzarlo come «tappa important» nel processo di pace, con l'auspicio di «ogni forma di dialogo con l'amministrazione Usa, fondata sul rispetto delle scelte democratiche dei popoli». Ma la politica statunitense è anche altro. Nonostante il mondo debba essere grato all'islam per il suo contributo di secoli di conoscenza, esistono tra i musulmani gli estremismi. E' il turno di Afghanistan, Pakistan, Iraq. L'invasione Usa dell'Afghanistan è stata ben altra cosa rispetto a quella dell'Iraq. "Non è stata una scelta" , l'11 settembre 2001 gli estremisti avevano ucciso più di 3000 innocenti. Quegli estremismi vanno combattuti, per questo gli americani restano in Afghanistan. L'occupazione di Baghdad invece è stata una scelta. Che oggi avrà un'inversione di tendenza: «Voglio ridare l'Iraq agli iracheni», dice Obama. Nessuna esplicita scusa per la politica di Bush, ma le sue parole strappano un applauso lungo. Simile solo a quello che concluderà il discorso dedicato ai diritti universali: di religione prima, delle donne poi. E' chiaramente il padre di due bambine quello che negli ultimi dieci minuti davanti ai microfoni assicura al mondo musulmano di essere «contrario a chi in Occidente vuole vietare l'hijab», ma ribadisce a gran voce che «negare l'istruzione alle donne significa negare l'uguaglianza». E Washington si impegnerà nella cooperazione con le nazioni arabe per assicurare sviluppo, fatto di prosperità economica ma anche di opportunità, soprattutto per i giovani. Che devono oggi più che mai essere coscienti della loro capacità "di ridisegnare il futuro mondiale". Ma intanto ieri il presidente degli Stati Uniti quel futuro lo ha tracciato, almeno in Medioriente. «Inshallah, lo farà», sperano oggi gli arabi.
lunedì 25 maggio 2009
Il capitalismo assoluto e i suoi oppositori
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9174
Intervista di Alessandro Bedini a Marino Badiale e Massimo Bontempelli - da ecodibergamo.it
Nei vostri libri muovete diverse accuse ai partiti della cosiddetta sinistra affermando che questa ha di fatto accettato il modello del capitalismo assoluto abdicando così alla propria funzione storica. Potete spiegarvi meglio?“Capitalismo assoluto” è un’espressione che abbiamo introdotto per indicare la fase recente del capitalismo, nella quale il modello aziendalistico diviene l’unico modello accettabile di organizzazione della realtà sociale, ogni aspetto della vita sociale viene pensato in termini aziendali (investimenti, profitti), e il paese stesso non è più una nazione ma un’azienda, l’ “azienda-Italia”. Utilizzando i concetti della tradizione marxista, possiamo dire che in questa fase storica il “modo di produzione” capitalistico tende a coincidere con la “formazione sociale” (con la concreta società in cui viviamo), e il capitalismo diviene “assoluto” perché non si limita più a indirizzare la dinamica sociale ma permea ogni aspetto della realtà.Questi sviluppi, che caratterizzano gli ultimi 25-30 anni, hanno portato a un profondo regresso rispetto alle conquiste che i ceti subalterni avevano conquistato nei trent’anni del secondo dopoguerra, generando una radicale perdita di diritti e redditi. E’ facile constatare che, in tutto il mondo occidentale, la sinistra non ha fatto nulla per combattere questi fenomeni ma anzi li ha fiancheggiati e favoriti. Più che lanciare accuse, nei nostri libri tentiamo di capire i motivi di questa rinuncia della sinistra al ruolo da essa sostenuto in una lunga fase storica, ruolo che era appunto quello di lottare per la giustizia sociale e l’emancipazione delle classi subalterne. Ci sono diversi ordini di spiegazioni. Sul piano storico ha inciso ovviamente la sconfitta di tutti i tentativi novecenteschi di superamento del capitalismo. Sul piano teorico, il punto decisivo secondo noi sta in una ideologia del progresso che pone la storia come fonte ultima di legittimazione dell’azione politica. Ma il culto della storia come fonte di legittimazione equivale al culto della forza, perché nella storia vince chi è più forte. E se è vero che la base della visione del mondo della sinistra è stata, in ultima analisi, il culto della forza, è chiaro che di fronte alla forza del capitalismo la sinistra doveva finire per convertirsi ad esso.Altra tesi da voi sposata è che destra e sinistra sarebbero in sostanza la stessa cosa in quanto entrambe si rifanno al “totalitarismo neoliberista”. Precisiamo che con “totalitarismo neoliberista” intendiamo la stessa cosa di “capitalismo assoluto”. Quanto al contrasto fra destra e sinistra, non neghiamo che fra di esse ci siano delle differenze, ma affermiamo piuttosto che tali differenze non riguardano nulla di essenziale per quanto riguarda il governo della società e dell’economia.Sinistra e destra, come parti politiche che si alternano ai governi dei paesi occidentali, non hanno altro ruolo che quello di far accettare alla maggioranza della popolazione il regresso, la perdita continua di diritti, il peggioramento della vita che l’attuale organizzazione economica richiede.Dunque che cosa dovrebbe fare oggi un elettore che per molte ragioni si sente ancora di sinistra?Essere di sinistra ha significato essenzialmente due cose: lottare per la giustizia sociale e l’emancipazione delle classi subalterne, e lottare per il progresso e lo sviluppo economico. Per due secoli è stata possibile la sinistra perché le due cose (emancipazione e sviluppo) in sostanza correvano parallele. Oggi non è più così, oggi lo sviluppo capitalistico (l’unico sviluppo esistente) significa distruzione dell’ambiente, perdita di diritti, peggioramento della vita. Una persona che si senta ancora legata agli ideali di giustizia sociale ed emancipazione che furono della sinistra deve rompere con tutte le forze politiche di sinistra (ormai diventate attivi strumenti di de-emancipazione), e porsi nell’ottica della critica allo sviluppo, cioè di quella che oggi viene chiamata “decrescita”.Accettando la sfida da voi lanciata di riuscire a leggere il presente come storia in che modo interpretate la crisi che stiamo vivendo? Siamo forse al collasso del capitalismo assoluto?La crisi economica attuale è una crisi seria. Ci permettiamo di formulare una previsione: le voci ottimistiche che si sentono in questi giorni, sul fatto che il peggio è ormai passato, saranno secondo noi smentite entro l’anno. La crisi è seria perché discende dalle caratteristiche di fondo dell’attuale fase capitalistica: l’abbassamento del livello di vita delle classi subalterne ha creato in tutto il mondo occidentale un deficit di domanda solvibile, al quale si è tentato di rimediare con il credito facile, che a sua volta ha generato la bolla speculativa poi esplosa con le conseguenze note. Non siamo certo in grado di affermare che questa sia la fine del capitalismo, ma è molto probabile che la crisi segni l’inizio della fine per quella forma particolare di organizzazione che il capitalismo si è dato negli ultimi trent’anni (“globalizzazione”, “neoliberismo”). Cosa verrà dopo di questo non possiamo saperlo. Data la totale mancanza di forze politiche in grado di indirizzare la crisi verso forme di organizzazione sociale capaci di maggiore giustizia, è assai probabile che ciò che emergerà dalla crisi sarà un capitalismo più feroce e inumano di quello attuale, un capitalismo “alla cinese”, per intenderci. In ogni caso ci sembra che la crisi economica stia accentuando alcuni processi di crisi della civiltà occidentale che erano già in corso. Questa crisi di civiltà è il tema del libro al quale stiamo attualmente lavorando, libro che dovrebbe uscire nel prossimo autunno.
Intervista di Alessandro Bedini a Marino Badiale e Massimo Bontempelli - da ecodibergamo.it
Nei vostri libri muovete diverse accuse ai partiti della cosiddetta sinistra affermando che questa ha di fatto accettato il modello del capitalismo assoluto abdicando così alla propria funzione storica. Potete spiegarvi meglio?“Capitalismo assoluto” è un’espressione che abbiamo introdotto per indicare la fase recente del capitalismo, nella quale il modello aziendalistico diviene l’unico modello accettabile di organizzazione della realtà sociale, ogni aspetto della vita sociale viene pensato in termini aziendali (investimenti, profitti), e il paese stesso non è più una nazione ma un’azienda, l’ “azienda-Italia”. Utilizzando i concetti della tradizione marxista, possiamo dire che in questa fase storica il “modo di produzione” capitalistico tende a coincidere con la “formazione sociale” (con la concreta società in cui viviamo), e il capitalismo diviene “assoluto” perché non si limita più a indirizzare la dinamica sociale ma permea ogni aspetto della realtà.Questi sviluppi, che caratterizzano gli ultimi 25-30 anni, hanno portato a un profondo regresso rispetto alle conquiste che i ceti subalterni avevano conquistato nei trent’anni del secondo dopoguerra, generando una radicale perdita di diritti e redditi. E’ facile constatare che, in tutto il mondo occidentale, la sinistra non ha fatto nulla per combattere questi fenomeni ma anzi li ha fiancheggiati e favoriti. Più che lanciare accuse, nei nostri libri tentiamo di capire i motivi di questa rinuncia della sinistra al ruolo da essa sostenuto in una lunga fase storica, ruolo che era appunto quello di lottare per la giustizia sociale e l’emancipazione delle classi subalterne. Ci sono diversi ordini di spiegazioni. Sul piano storico ha inciso ovviamente la sconfitta di tutti i tentativi novecenteschi di superamento del capitalismo. Sul piano teorico, il punto decisivo secondo noi sta in una ideologia del progresso che pone la storia come fonte ultima di legittimazione dell’azione politica. Ma il culto della storia come fonte di legittimazione equivale al culto della forza, perché nella storia vince chi è più forte. E se è vero che la base della visione del mondo della sinistra è stata, in ultima analisi, il culto della forza, è chiaro che di fronte alla forza del capitalismo la sinistra doveva finire per convertirsi ad esso.Altra tesi da voi sposata è che destra e sinistra sarebbero in sostanza la stessa cosa in quanto entrambe si rifanno al “totalitarismo neoliberista”. Precisiamo che con “totalitarismo neoliberista” intendiamo la stessa cosa di “capitalismo assoluto”. Quanto al contrasto fra destra e sinistra, non neghiamo che fra di esse ci siano delle differenze, ma affermiamo piuttosto che tali differenze non riguardano nulla di essenziale per quanto riguarda il governo della società e dell’economia.Sinistra e destra, come parti politiche che si alternano ai governi dei paesi occidentali, non hanno altro ruolo che quello di far accettare alla maggioranza della popolazione il regresso, la perdita continua di diritti, il peggioramento della vita che l’attuale organizzazione economica richiede.Dunque che cosa dovrebbe fare oggi un elettore che per molte ragioni si sente ancora di sinistra?Essere di sinistra ha significato essenzialmente due cose: lottare per la giustizia sociale e l’emancipazione delle classi subalterne, e lottare per il progresso e lo sviluppo economico. Per due secoli è stata possibile la sinistra perché le due cose (emancipazione e sviluppo) in sostanza correvano parallele. Oggi non è più così, oggi lo sviluppo capitalistico (l’unico sviluppo esistente) significa distruzione dell’ambiente, perdita di diritti, peggioramento della vita. Una persona che si senta ancora legata agli ideali di giustizia sociale ed emancipazione che furono della sinistra deve rompere con tutte le forze politiche di sinistra (ormai diventate attivi strumenti di de-emancipazione), e porsi nell’ottica della critica allo sviluppo, cioè di quella che oggi viene chiamata “decrescita”.Accettando la sfida da voi lanciata di riuscire a leggere il presente come storia in che modo interpretate la crisi che stiamo vivendo? Siamo forse al collasso del capitalismo assoluto?La crisi economica attuale è una crisi seria. Ci permettiamo di formulare una previsione: le voci ottimistiche che si sentono in questi giorni, sul fatto che il peggio è ormai passato, saranno secondo noi smentite entro l’anno. La crisi è seria perché discende dalle caratteristiche di fondo dell’attuale fase capitalistica: l’abbassamento del livello di vita delle classi subalterne ha creato in tutto il mondo occidentale un deficit di domanda solvibile, al quale si è tentato di rimediare con il credito facile, che a sua volta ha generato la bolla speculativa poi esplosa con le conseguenze note. Non siamo certo in grado di affermare che questa sia la fine del capitalismo, ma è molto probabile che la crisi segni l’inizio della fine per quella forma particolare di organizzazione che il capitalismo si è dato negli ultimi trent’anni (“globalizzazione”, “neoliberismo”). Cosa verrà dopo di questo non possiamo saperlo. Data la totale mancanza di forze politiche in grado di indirizzare la crisi verso forme di organizzazione sociale capaci di maggiore giustizia, è assai probabile che ciò che emergerà dalla crisi sarà un capitalismo più feroce e inumano di quello attuale, un capitalismo “alla cinese”, per intenderci. In ogni caso ci sembra che la crisi economica stia accentuando alcuni processi di crisi della civiltà occidentale che erano già in corso. Questa crisi di civiltà è il tema del libro al quale stiamo attualmente lavorando, libro che dovrebbe uscire nel prossimo autunno.
Così è se vi pare
Si dice che un Paese che perde la memoria del suo passato sia condannato a ripetere i suoi errori. L'Italia non ha questo problema. Non ha nulla da ricordare.
qui trovate l'intero articolo:
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9173
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http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9173
venerdì 22 maggio 2009
C’è del bene comune in Danimarca
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9161
lo vedi? Il termine valori.. non deve fare poi tanta paura.
Ed è vero quindi che non ci sono più i valori... di una volta.
COPENAGHEN - La dimensione politica degli ultimi anni si è spesso servita di una pericolosa alchimia mediatica per impadronirsi dell’immaginario collettivo. Il dato più preoccupante è che essa ha dato vita a un mutamento non temporaneo ma, verosimilmente, di lungo periodo della dimensione culturale, per certi versi quasi antropologica, nel nostro Paese.
La necessità di un’inversione di tendenza mi è parsa particolarmente evidente alcuni giorni fa, mentre ero immerso in una lettura accademica all’Università di Copenhagen. Stavo leggendo un articolo sulla cultura come strumento di competitività nelle strategie danesi legate alla globalizzazione. In particolare mi ha colpito come, in quest’ottica, venga attribuita una grande importanza ai valori culturali e morali tipici di una popolazione, cultura naturalmente intesa in senso tradizionale, come insieme di ideali storicamente stratificati. I nuovi principi della dimensione sociale danese, secondo l’autore, sarebbero diventati anche la forza propulsiva dell’economia.
A questo scopo è stato persino adottato un metodo quantitativo di misurazione dei valori tipici di quella cultura. Il Consiglio Nazionale dell’Innovazione, infatti, da alcuni anni sta monitorando e identificando le “best practices”, sulla base delle virtù in cui la Danimarca eccelle rispetto ad altri Paesi (la cd. “World Class Danishness”). Secondo un rapporto di tale istituzione, del 2005, la world-class corrisponderebbe a una certa visione umanistica della cultura danese: «I Danesi non credono nei sistemi, ma credono nelle persone, nel fatto che il singolo individuo possa fare la differenza».
Una simile concezione positiva dell’essere umano, basata sul riconoscimento della fiducia reciproca e sul rispetto tra individui uguali fra loro, favorisce un meccanismo di cooperazione interpersonale e di gerarchie pressoché inesistenti, tanto che questo sistema, a quanto pare, si sta trasformando in un vero e proprio vantaggio competitivo anche a livello economico. Il concetto di “cohesive power” - la condivisione di valori comuni molto forti, da non confondersi con il termine “nazionalismo” - è diventato uno dei cavalli di battaglia del governo liberal-conservatore al potere a Copenhagen. Alcuni sondaggi internazionali degli ultimi anni, infatti, hanno riscontrato che i danesi sono tra le popolazioni al mondo con il maggior senso di fiducia reciproca. Questo sentimento comune facilita un clima di maggiore distensione, grazie al quale le persone si sentono tranquille, al sicuro e, di conseguenza, possono cooperare liberamente per il bene comune. Il senso di fiducia, dunque, contribuirebbe a un certo dinamismo della società, così come al benessere stesso dei cittadini. Il motivo di tanto senno sarebbe da ricercare in una sorta di “individualismo comunitario” tipico di quella società in quanto, se è vero che quella danese è una cultura individualista - ma non nel senso dell’individualismo “laissez-faire” - è altrettanto certo che essa si fonda anzitutto su valori di eguaglianza, responsabilità e rispetto.
copenhagenE quali sarebbero le strategie per una simile conversione? In primo luogo un approccio orientato all’“user-driven innovation” secondo cui la tecnologia non sarebbe il motore privilegiato per creare innovazione, bensì le reali esigenze dell’utente del bene o servizio, della persona che dovrà usufruirne e che diventa così parte attiva nel processo di sviluppo. Tale metodo si manifesterebbe anzitutto nelle relazioni di cooperazione tra le aziende e il consumatore finale, sfruttando una logica di networking. D’altra parte una tendenza particolarmente diffusa in molti Paesi del Nord Europa, in questi ultimi anni, è quella di servirsi di profonde analisi etnografiche in vari settori: dall’economia al business, dall’architettura al marketing, dalla politica al sociale.
L’altro asse strategico riguarda, invece, la particolare attenzione alla qualità della vita, ai cosiddetti settori “etici” e quindi cruciali per tutta la società danese, in quanto offrono un solido vantaggio competitivo nell’era della globalizzazione. Per queste ragioni i Paesi scandinavi – e la Danimarca in particolar modo in questo contesto – appaiono come una delle poche realtà al mondo in grado di generare un vero cambiamento dal basso, a partire dalle risorse intrinseche di quella cultura, che agiscono a livello individuale prima ancora che collettivo. Un bell’esempio di democrazia “reale” e condivisa.
Certo sarebbe ingenuo pensare che in Italia si possa improvvisamente instaurare lo stesso senso di fiducia e di cooperazione, soprattutto dopo gli ultimi anni di aspro confronto e conflitti di parte. D’altronde il continuo attaccamento al potere dimostrato da una classe politica, intenta ad auto-perpetuarsi in un costante sforzo di foga autoreferenziale, non rappresenta proprio la mancanza di una certa visione del bene comune, del cohesive power appunto?
La Danimarca è un Paese giovane, è un dato di fatto che si osserva ovunque, anche semplicemente passeggiando nelle strade. I giovani contribuiscono in maniera determinante all’evoluzione di tutta la società. Alcune settimane fa, sempre a Copenaghen, ho assistito alla premiazione di un concorso di architettura, a cui avevano partecipato varie aziende locali. Era impressionante constatare come la maggior parte di quelle aziende fosse costituito da giovani al di sotto dei trent’anni. È il tipo di cambiamento che servirebbe anche in Italia: creatività, entusiasmo, sensibilità nuove.Persone con caratteristiche simili se ne incontrano anche da noi, individui che con le loro idee innovative potrebbero fornire un contributo molto elevato. Tali risorse, tuttavia, rischiano di dissiparsi nella routine quotidiana e nel degrado di modelli economico-culturali di stampo qualunquista e individualista. Le nuove generazioni hanno avuto la fortuna di viaggiare, di conoscere altre culture e di confrontarsi con il mondo globalizzato in tutte le sue componenti. Gente in grado di assumersi delle responsabilità se solo, finalmente, ne avesse l’opportunità.
Anche nella nostra società dunque, nonostante la trasformazione della dimensione culturale degli ultimi anni, esistono potenzialità enormi. Non illudiamoci, però, che basti consentire l’accesso ai giovani nei vari settori della società e nella politica. Serve, al contempo, una profonda riflessione sui valori, che non sono proprietà esclusiva del campo religioso e nemmeno di quello politico-filosofico. È finito ormai il tempo delle ideologie e delle lotte di classe - il primato della politica - quel che serve è davvero un nuovo umanesimo che dia vigore ai valori comuni della nostra cultura, che sono normalmente incorporati nell’individuo prima ancora che nella collettività. Tali valori non sono solo cristiani, né laici, né borghesi o proletari, ecco perché è necessario tornare a ragionare in termini di solidarietà umana e sociale insieme, non dimenticando che ogni collettività è composta prima di tutto dai singoli individui. Quello che occorre è una fase di analisi e progettualità a livello antropologico, che si avvalga del contributo di varie sfere della società (educazione, media, università, spettacolo, religione ecc.), nuovi modelli culturali che partano dalla quotidianità dei bisogni piuttosto che dalle forme politiche che sinteticamente vogliono rappresentarli, che ne dovrebbero essere piuttosto una conseguenza.
Se ci si vuole porre come qualcosa di veramente alternativo all’esistente, d’altra parte, dovremmo assumerci la responsabilità di dare il buon esempio e di convincere le persone che il bene comune si persegue con nuovi valori, con un rinnovato modo di interagire nella società, con la filosofia della condivisione e del confronto, del rispetto reciproco come premessa indispensabile.
Il bene comune non può essere coltivato nello stesso terreno dei pregiudizi, dell’ignoranza, della presunzione e della paura. Le forze che si propongono come modello alternativo, al momento ancora minoritarie nel Paese, la smettano di mostrare come unico obiettivo quello di demolire l’attuale sistema. Prima ancora di organizzarsi e mobilitarsi a livello politico servono nuovi strumenti culturali, filosofici e velleità umanistiche per fronteggiare questo decadimento generale verso cui è scivolata la nostra cultura. È questa la vera rivoluzione. Un nuovo umanesimo, in cui prevalga la necessità di diffondere una coscienza e una dimensione personale sempre più intime, è dunque il presupposto essenziale per una rinnovata evoluzione sociale, nella consapevolezza che una comunità ha bisogno di individui “adulti”, in grado di pensare e di elaborare una loro visione del bene privato e collettivo, non di persone intente unicamente a perseguire le proprie vanità. La coscienza del nostro intimo deve diventare base d’analisi imprescindibile. Voltaire aveva ragione nel dire che “ciascuno dovrebbe imparare a coltivare il proprio orticello…”.
Dovremmo allora puntare alla profondità recuperando, ad esempio, il valore della poetica nella vita quotidiana. La poesia ha il vantaggio di parlare all’anima, alle emozioni, evitando tutta una serie di speculazioni legate all’intelletto e alla logica, dominanti nella nostra civiltà. Per fortuna c’è chi, come Benigni, ancora insiste nel sottolineare che siamo stati il Paese di Dante Alighieri e del Rinascimento. È alla bellezza che dovremmo consacrarci nuovamente, alla semplicità del quotidiano, all’essenziale, alla riscoperta genuina e consapevole del mondo naturale, della terra. Potrebbero essere questi i valori - proiettati al futuro, non solo al passato - la nuova direzione per il cambiamento, il vantaggio competitivo per ridare dignità a questa nostra cultura e a tutta la società italiana. I semi sono già presenti, basta non continuare a calpestarli.
Fonti: Søren Christensen (University of Copenhagen, Department of Ethnology): World Class Danishness. Culture as Competitiveness in Danish Globalization Strategies. Ethnologia Europaea vol. 38:2.
lo vedi? Il termine valori.. non deve fare poi tanta paura.
Ed è vero quindi che non ci sono più i valori... di una volta.
COPENAGHEN - La dimensione politica degli ultimi anni si è spesso servita di una pericolosa alchimia mediatica per impadronirsi dell’immaginario collettivo. Il dato più preoccupante è che essa ha dato vita a un mutamento non temporaneo ma, verosimilmente, di lungo periodo della dimensione culturale, per certi versi quasi antropologica, nel nostro Paese.
La necessità di un’inversione di tendenza mi è parsa particolarmente evidente alcuni giorni fa, mentre ero immerso in una lettura accademica all’Università di Copenhagen. Stavo leggendo un articolo sulla cultura come strumento di competitività nelle strategie danesi legate alla globalizzazione. In particolare mi ha colpito come, in quest’ottica, venga attribuita una grande importanza ai valori culturali e morali tipici di una popolazione, cultura naturalmente intesa in senso tradizionale, come insieme di ideali storicamente stratificati. I nuovi principi della dimensione sociale danese, secondo l’autore, sarebbero diventati anche la forza propulsiva dell’economia.
A questo scopo è stato persino adottato un metodo quantitativo di misurazione dei valori tipici di quella cultura. Il Consiglio Nazionale dell’Innovazione, infatti, da alcuni anni sta monitorando e identificando le “best practices”, sulla base delle virtù in cui la Danimarca eccelle rispetto ad altri Paesi (la cd. “World Class Danishness”). Secondo un rapporto di tale istituzione, del 2005, la world-class corrisponderebbe a una certa visione umanistica della cultura danese: «I Danesi non credono nei sistemi, ma credono nelle persone, nel fatto che il singolo individuo possa fare la differenza».
Una simile concezione positiva dell’essere umano, basata sul riconoscimento della fiducia reciproca e sul rispetto tra individui uguali fra loro, favorisce un meccanismo di cooperazione interpersonale e di gerarchie pressoché inesistenti, tanto che questo sistema, a quanto pare, si sta trasformando in un vero e proprio vantaggio competitivo anche a livello economico. Il concetto di “cohesive power” - la condivisione di valori comuni molto forti, da non confondersi con il termine “nazionalismo” - è diventato uno dei cavalli di battaglia del governo liberal-conservatore al potere a Copenhagen. Alcuni sondaggi internazionali degli ultimi anni, infatti, hanno riscontrato che i danesi sono tra le popolazioni al mondo con il maggior senso di fiducia reciproca. Questo sentimento comune facilita un clima di maggiore distensione, grazie al quale le persone si sentono tranquille, al sicuro e, di conseguenza, possono cooperare liberamente per il bene comune. Il senso di fiducia, dunque, contribuirebbe a un certo dinamismo della società, così come al benessere stesso dei cittadini. Il motivo di tanto senno sarebbe da ricercare in una sorta di “individualismo comunitario” tipico di quella società in quanto, se è vero che quella danese è una cultura individualista - ma non nel senso dell’individualismo “laissez-faire” - è altrettanto certo che essa si fonda anzitutto su valori di eguaglianza, responsabilità e rispetto.
copenhagenE quali sarebbero le strategie per una simile conversione? In primo luogo un approccio orientato all’“user-driven innovation” secondo cui la tecnologia non sarebbe il motore privilegiato per creare innovazione, bensì le reali esigenze dell’utente del bene o servizio, della persona che dovrà usufruirne e che diventa così parte attiva nel processo di sviluppo. Tale metodo si manifesterebbe anzitutto nelle relazioni di cooperazione tra le aziende e il consumatore finale, sfruttando una logica di networking. D’altra parte una tendenza particolarmente diffusa in molti Paesi del Nord Europa, in questi ultimi anni, è quella di servirsi di profonde analisi etnografiche in vari settori: dall’economia al business, dall’architettura al marketing, dalla politica al sociale.
L’altro asse strategico riguarda, invece, la particolare attenzione alla qualità della vita, ai cosiddetti settori “etici” e quindi cruciali per tutta la società danese, in quanto offrono un solido vantaggio competitivo nell’era della globalizzazione. Per queste ragioni i Paesi scandinavi – e la Danimarca in particolar modo in questo contesto – appaiono come una delle poche realtà al mondo in grado di generare un vero cambiamento dal basso, a partire dalle risorse intrinseche di quella cultura, che agiscono a livello individuale prima ancora che collettivo. Un bell’esempio di democrazia “reale” e condivisa.
Certo sarebbe ingenuo pensare che in Italia si possa improvvisamente instaurare lo stesso senso di fiducia e di cooperazione, soprattutto dopo gli ultimi anni di aspro confronto e conflitti di parte. D’altronde il continuo attaccamento al potere dimostrato da una classe politica, intenta ad auto-perpetuarsi in un costante sforzo di foga autoreferenziale, non rappresenta proprio la mancanza di una certa visione del bene comune, del cohesive power appunto?
La Danimarca è un Paese giovane, è un dato di fatto che si osserva ovunque, anche semplicemente passeggiando nelle strade. I giovani contribuiscono in maniera determinante all’evoluzione di tutta la società. Alcune settimane fa, sempre a Copenaghen, ho assistito alla premiazione di un concorso di architettura, a cui avevano partecipato varie aziende locali. Era impressionante constatare come la maggior parte di quelle aziende fosse costituito da giovani al di sotto dei trent’anni. È il tipo di cambiamento che servirebbe anche in Italia: creatività, entusiasmo, sensibilità nuove.Persone con caratteristiche simili se ne incontrano anche da noi, individui che con le loro idee innovative potrebbero fornire un contributo molto elevato. Tali risorse, tuttavia, rischiano di dissiparsi nella routine quotidiana e nel degrado di modelli economico-culturali di stampo qualunquista e individualista. Le nuove generazioni hanno avuto la fortuna di viaggiare, di conoscere altre culture e di confrontarsi con il mondo globalizzato in tutte le sue componenti. Gente in grado di assumersi delle responsabilità se solo, finalmente, ne avesse l’opportunità.
Anche nella nostra società dunque, nonostante la trasformazione della dimensione culturale degli ultimi anni, esistono potenzialità enormi. Non illudiamoci, però, che basti consentire l’accesso ai giovani nei vari settori della società e nella politica. Serve, al contempo, una profonda riflessione sui valori, che non sono proprietà esclusiva del campo religioso e nemmeno di quello politico-filosofico. È finito ormai il tempo delle ideologie e delle lotte di classe - il primato della politica - quel che serve è davvero un nuovo umanesimo che dia vigore ai valori comuni della nostra cultura, che sono normalmente incorporati nell’individuo prima ancora che nella collettività. Tali valori non sono solo cristiani, né laici, né borghesi o proletari, ecco perché è necessario tornare a ragionare in termini di solidarietà umana e sociale insieme, non dimenticando che ogni collettività è composta prima di tutto dai singoli individui. Quello che occorre è una fase di analisi e progettualità a livello antropologico, che si avvalga del contributo di varie sfere della società (educazione, media, università, spettacolo, religione ecc.), nuovi modelli culturali che partano dalla quotidianità dei bisogni piuttosto che dalle forme politiche che sinteticamente vogliono rappresentarli, che ne dovrebbero essere piuttosto una conseguenza.
Se ci si vuole porre come qualcosa di veramente alternativo all’esistente, d’altra parte, dovremmo assumerci la responsabilità di dare il buon esempio e di convincere le persone che il bene comune si persegue con nuovi valori, con un rinnovato modo di interagire nella società, con la filosofia della condivisione e del confronto, del rispetto reciproco come premessa indispensabile.
Il bene comune non può essere coltivato nello stesso terreno dei pregiudizi, dell’ignoranza, della presunzione e della paura. Le forze che si propongono come modello alternativo, al momento ancora minoritarie nel Paese, la smettano di mostrare come unico obiettivo quello di demolire l’attuale sistema. Prima ancora di organizzarsi e mobilitarsi a livello politico servono nuovi strumenti culturali, filosofici e velleità umanistiche per fronteggiare questo decadimento generale verso cui è scivolata la nostra cultura. È questa la vera rivoluzione. Un nuovo umanesimo, in cui prevalga la necessità di diffondere una coscienza e una dimensione personale sempre più intime, è dunque il presupposto essenziale per una rinnovata evoluzione sociale, nella consapevolezza che una comunità ha bisogno di individui “adulti”, in grado di pensare e di elaborare una loro visione del bene privato e collettivo, non di persone intente unicamente a perseguire le proprie vanità. La coscienza del nostro intimo deve diventare base d’analisi imprescindibile. Voltaire aveva ragione nel dire che “ciascuno dovrebbe imparare a coltivare il proprio orticello…”.
Dovremmo allora puntare alla profondità recuperando, ad esempio, il valore della poetica nella vita quotidiana. La poesia ha il vantaggio di parlare all’anima, alle emozioni, evitando tutta una serie di speculazioni legate all’intelletto e alla logica, dominanti nella nostra civiltà. Per fortuna c’è chi, come Benigni, ancora insiste nel sottolineare che siamo stati il Paese di Dante Alighieri e del Rinascimento. È alla bellezza che dovremmo consacrarci nuovamente, alla semplicità del quotidiano, all’essenziale, alla riscoperta genuina e consapevole del mondo naturale, della terra. Potrebbero essere questi i valori - proiettati al futuro, non solo al passato - la nuova direzione per il cambiamento, il vantaggio competitivo per ridare dignità a questa nostra cultura e a tutta la società italiana. I semi sono già presenti, basta non continuare a calpestarli.
Fonti: Søren Christensen (University of Copenhagen, Department of Ethnology): World Class Danishness. Culture as Competitiveness in Danish Globalization Strategies. Ethnologia Europaea vol. 38:2.
giovedì 21 maggio 2009
Irlanda: Rapporto shock su abusi fatti da religiosi cattolici
ci risiamo...
http://ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_963576715.html
LONDRA - "Centinaia" di preti e suore cattolici irlandesi sono stati coinvolti in abusi sessuali e fisici ai danni di minori in istituzioni pubbliche in Irlanda: lo afferma il rapporto della Child Abuse Commission, che ha condotto la più grande indagine di sempre sugli ordini religiosi irlandesi. Lo scrive la stampa britannica. Il rapporto (3.500 pagine) ha raccolto le testimonianze di circa 2.500 vittime di questi abusi tra gli anni '40 e '80; oltre 100 istituzioni gestite da ordini religiosi - riformatori, scuole "per ragazzi difficili" e case che ospitavano disabili - sono state indagate. Nel 2003, un rapporto ad interim pubblicò le testimonianze di 700 uomini e donne che raccontarono di essere stati picchiati in ogni parte del corpo con ogni tipo di oggetto. Altri raccontarono di essere stati violentati, alcuni da varie persone contemporaneamente. Alcuni degli abusi risalgono a 60 anni fa e molti dei presunti colpevoli sono morti, sottolinea il Daily Mail. La commissione fu creata nel 2000 dal premier Bertie Ahern dopo che un documentario tv fece emergere la lunga storia delle violenze ai danni di minori nelle istituzioni gestite da ordini religiosi.
http://ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_963576715.html
LONDRA - "Centinaia" di preti e suore cattolici irlandesi sono stati coinvolti in abusi sessuali e fisici ai danni di minori in istituzioni pubbliche in Irlanda: lo afferma il rapporto della Child Abuse Commission, che ha condotto la più grande indagine di sempre sugli ordini religiosi irlandesi. Lo scrive la stampa britannica. Il rapporto (3.500 pagine) ha raccolto le testimonianze di circa 2.500 vittime di questi abusi tra gli anni '40 e '80; oltre 100 istituzioni gestite da ordini religiosi - riformatori, scuole "per ragazzi difficili" e case che ospitavano disabili - sono state indagate. Nel 2003, un rapporto ad interim pubblicò le testimonianze di 700 uomini e donne che raccontarono di essere stati picchiati in ogni parte del corpo con ogni tipo di oggetto. Altri raccontarono di essere stati violentati, alcuni da varie persone contemporaneamente. Alcuni degli abusi risalgono a 60 anni fa e molti dei presunti colpevoli sono morti, sottolinea il Daily Mail. La commissione fu creata nel 2000 dal premier Bertie Ahern dopo che un documentario tv fece emergere la lunga storia delle violenze ai danni di minori nelle istituzioni gestite da ordini religiosi.
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