mercoledì 3 settembre 2008

Altre voci da Cuba

http://www.liberazione.it/a_giornale_index.php pag. 12
«Tutta la memoria de L'Avana in un vecchio jukebox americano»
Guido Caldiron
«Fin dagli anni Venti L'Avana era la città della musica, dei bagordi a qualunque ora, delle bevute a ogni angolo (...) Poi, gli anni Trenta e Quaranta sono stati i tempi delle sale da ballo, dei circoli sociali e dei primi cabaret importanti con il casinò (...) Ma negli anni Cinquanta c'è stato il boom, sono stati aperti nuovi alberghi, tutti con il cabaret, e hanno cominciato ad andare di moda i night club, ce n'erano non so quanti al Vedado, a Miramar, a Marianao (...) Era l'epoca della gente del feeling , e delle boleristas sentimentali, come le chiamavo. Erano donne speciali, cantavano per la voglia di cantare e sul palcoscenico si offrivano anima e corpo, vivevano i testi delle canzoni e trasmettevano pura emozione. Violeta del Rìo era una di loro...».
Sontuosa e decadente, L'Avana e la sua musica sono i veri protagonisti del suo ultimo romanzo, La nebbia del passato (Tropea, pp. 350, euro 16, 90), omaggio alla città che fu, alla vita dannata e splendente della Cuba degli anni Cinquanta. Il detective Mario Conde, protagonista di molte sue opere, torna in attività per indagare nella memoria dei cubani e sulla scomparsa di una celebre cantante di bolero. Sullo sfondo la "dolce vita" habanera dell'epoca tra grandi orchestre, casinò e corruzione.
Leonardo Padura Fuentes è uno dei maggiori scrittori cubani contemporanei, ha pubblicato oltre una decina di romanzi e è uno dei protagonisti del Festivaletteratura che si apre oggi a Mantova e che si concluderà domenica 7 settembre (l'incontro di Padura Fuentes con il pubblico del Festival, coordinato da Paolo Zaccagnini si svolgerà alle 15,30 nel Chiostro del Museo Diocesano).
Nato e cresciuto all'Avana, Padura Fuentes viene frequentemente presentato come un esponente della "novela negra", ma i codici del noir gli servono soprattutto per scandire il ritmo di una narrativa urbana che porta in sé la memoria dei luoghi e delle persone e che nei fatti rappresenta il volto più credibile della cultura cubana di oggi. Per questo nei suoi romanzi come nelle sue parole il disincanto per il clima politico dell'isola non ha mai i toni della retorica, quanto piuttosto quelli della ricerca di una possibilità di vita e di libertà che sfugga alle norme e ai divieti imposti. E' lo spirito sornione e ribelle de L'Avana che ha il sopravvento: violare le rogole, ma sorridendo.

Mario Conde viaggia nel tempo e ci riporta nell'Avana torbida e seducente degli anni Cinquanta, ma i cubani che memoria hanno di quel periodo, di quella stagione che sembra così lontana dalla realtà di oggi?
La generazione dei miei genitori che erano giovani negli anni Cinquanta ricorda quel periodo con nostalgia. Quanto alla mia generazione, che è nata in quegli anni ma è cresciuta con la rivoluzione, ha di quell'epoca una memoria un po' confusa: da un lato c'erano i ricordi familiari, dall'altro la propaganda che descrive quel periodo come il peggiore della storia dell'isola. La mia memoria è poi ancora più complicata. Nel senso che gli anni Cinquanta a casa mia sono durati molto più che un decennio. Anzi, direi che non sono mai finiti. I miei genitori si sono conosciuti in quel periodo, nel '55 sono nato io, hanno costruito allora la casa in cui viviamo ancora oggi tutti insieme: loro al piano terra, io di sopra. Mio padre nel '58 ha comprato una Plymouth di quelle con "le code" sui fari, con cui andavo regolarmente al mare da ragazzo. Poi c'è il jukebox! Un jukebox americano che i miei avevano comprato all'epoca e che per molto tempo è stato nel negozio di famiglia, prima che ce lo riportassimo a casa: lo avevamo adattato in modo da non doverci mettere le monete ogni volta, per sentire i dischi. Anche il televisore, un enorme Philco - una marca americana che non so se esiste ancora - era stato comprato pochi anni dopo insieme ai mobili. Insomma devo ammettere di avere avuto davvero per lungo tempo una relazione sentimentale speciale con gli anni Cinquanta.

Esiste perciò una memoria individuale che non è stata scalfita da quella ufficiale, di Stato? Eppure Cuba è cambiata enormemente da allora, no?
Certo, ed è cambiata in meglio. Ciò detto, io continuo a vivere nello stesso quartiere de L'Avana dove sono nati e cresciuti mio padre, mio nonno e il mio bisnonno. Tutta la mia famiglia ha sempre vissuto lì, poi alcuni hanno deciso di emigrare negli Stati Uniti. Questa partenza ha rappresentato una cesura vera nella nostra storia, non per motivi politici o altro ma perché tutte le nostre vicende si erano fino a quel momento svolte lì, in quella parte della città. Forse anche per questo io ho deciso di restare a vivere a Cuba: volevo conservare le cose con cui sono cresciuto, quel modo di guardare alla vita che ha sempre contraddistinto la nostra famiglia. Mio padre è un massone, ma nel senso che la massoneria ha a Cuba, vale a dire come elemento di fraternità e di condivisione di una cultura, niente a che fare con la vostra P2. Mia madre è cattolica, ma anche qui nel senso che questa parola ha da noi: lei può andare a messa come partecipare a una cerimonia della santeria, senza contraddizione alcuna. Tutto questo è entrato dentro di me e fa parte del mio modo di essere cubano... Ho risposto alla sua domanda?

Solo in parte. Non si capisce bene se l'isola è chiusa su stessa come spesso appare - anche in senso culturale - o se è invece un luogo in cui si percepiscono fermenti e segnali nuovi, o che vengono dalla storia locale di un tempo. Come stanno le cose?
Negli anni Sessanta Cuba era un paese isolato, con gli Usa si erano interrotte le relazioni diplomatiche e ogni tipo di contatto. Negli anni Settanta c'è stata la piena sovietizzazione e questo ci ha avvicinato ad un mondo, quello del blocco dell'Est che in realtà non aveva niente a che fare con noi dal punto di vista culturale o geografico. Infine, dagli anni Ottanta abbiamo ricominciato ad affacciarci al mondo, ma con dei vincoli piuttosto forti. Negli anni Novanta con la caduta dell'Urss e l'arrivo della crisi economica siamo stati abbligati ad aprirci al mondo e specie grazie al turismo i cubani hanno ricominciato a conoscere quanto accadeva altrove. Inoltre è ripreso il contatto tra la diaspora cubana, tra chi ha scelto l'emigrazione e l'esilio. e chi è rimasto a vivere sull'isola. Allo stesso modo c'è stata una sorta di liberalizzazione sul terreno culturale che ci ha permesso di valorizzare quanto si è prodotto nel frattempo a Cuba: è qui che nasce il fenomeno di Buena Vista Social Club che ha fatto conoscere L'Avana e la storia della sua musica in tutto il mondo.

Quindi scrivere libri non le ha consentito solo di viaggiare per il mondo e essere un po' più ricco dei suoi concittadini: è servito anche al resto dei cubani?
Credo che la letteratura, il cinema, la cultura in generale abbiano contribuito a creare a Cuba uno spazio di riflessione e di apertura, e questo malgrado il clima politico complessivo. Anche quando la società ha attraversato le sue fasi più difficili come negli anni Novanta, con una forte crisi economica e l'immobilismo più totale sul piano politico, la cultura ha offerto questa possibilità di confronto con l'esterno
e una chance di libertà per tutti. E poi non sono mica tanto ricco.


03/09/2008

Terremoto a Berlino

http://www.liberazione.it/a_giornale_index.php pag. 9
Tutti i sondaggi vedono avanti la sinistra radicale di Oskar Lafontaine
Terremoto politico a Berlino:
la Linke sorpassa la Spd
Terremoto nella sinistra a Berlino. La Linke, ovvero la sinistra radicale di Oskar Lafontaine, scavalca nella capitale il partito socialdemocratico. Il nuovo choc per i dirigenti della Spd arriva dal sondaggio dell'Istituto Forsa pubblicato ieri dal quotidiano Berliner Zeitung , dal quale emerge che se si votasse domenica per la Cancelleria la Linke otterrebbe nella capitale il 20 per cento, mentre il partito socialdemocratico crollerebbe dal 23 per cento di luglio all'attuale 19 per cento. Primo partito cittadino rimarrebbe la Cdu di Angela Merkel con il 27 per cento, mentre il partito socialdemocratico rischia di venire sorpassato anche dai Verdi, che nella capitale sono arrivati al 17 per cento, con i liberali all'11 per cento. È la prima volta che in Germania la Spd scende sotto la soglia psicologica (ma dannatamente concreta) del 20 per cento, su cui da settimane è inchiodata a livello nazionale. Nella parte orientale della città il partito di Lafontaine è addirittura al primo posto con il 35 per cento, seguito da quello socialdemocratico con il 25 per cento e dalla Cdu con il 13 per cento. All'est i Verdi sono al 10 per cento con i liberali all'8 per cento. La città-stato di Berlino è guidata da una giunta rosso-rossa formata da Spd e Linke e la stessa configurazione potrebbe ripetersi nell'Assia, dove Lafontaine ha già assicurato l'appoggio esterno del suo partito ad un governo rosso-verde guidato dalla socialdemocratica Andrea Ypsilanti. Una eventualità del genere è vista come il fumo negli occhi dalla direzione nazionale della Spd, poichè rischia di allontanare ancora di più nelle prossime elezioni per la Cancelleria del 27 settembre 2009 l'elettorato moderato, convinto che all'indomani del voto la Spd potrebbe allearsi con i Verdi e Lafontaine per governare il Paese e imprimergli una decisa sterzata a sinistra. Intanto nella giornata di ieri 60 personalità e intellettuali di primo piano e molti esponenti del mondo sindacale invitano con un appello la direzione della Spd a compiere una virata politica a sinistra e ad annullare la legge sul pensionamento a 67 anni. Era stato infatti l'ex vicecancelliere e ministro del Lavoro socialdemocratico Franz Muentefering ad elaborare ed a far varare il progetto di legge sull'allungamento dell'età pensionabile.


03/09/2008

martedì 2 settembre 2008

PANDORA TV

Pandora, contro le voci dei padroni - 31/07/08

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=7489

di Giulietto Chiesa - Megachip
Abbiamo cominciato a parlarne il 1 febbraio del 2008. Due mesi prima del disastro (annunciatissimo) del 14 aprile. Qualcuno disse: non potevate aspettare la fine delle elezioni?

Risposi che l'idea di lanciare un progetto di informazione indipendente non era in relazione diretta con le elezioni. Risposi quello che pensavo: che l'emergenza informativa era già in atto e che, comunque fossero andate le elezioni, con una vittoria prevedibile della destra e con un prevedibile piazzamento del Partito Democratico, noi tutti, noi cittadini, noi persone viventi, noi individui dotati di diritti, ci saremmo trovati muti, espulsi dal circuito comunicativo, cancellati dal sentire comune (dei vincitori) privati perfino del diritto di opporci, perché saremmo stati privi anche di una opposizione parlamentare.

Lasciamo stare il fatto che la previsione fu esatta. Resta l'altro fatto, molto più importante, che in quella assemblea del 1 febbraio, convocata nella sede romana di Megachip, si trovarono oltre cento persone, decine di giornalisti, intellettuali, scrittori, giovani, gente con le più diverse esperienze politiche, culturali. Tutti accomunati da quell'unico tema: emergenza informativa, emergenza democratica. Molti dei presenti furono poi tra i firmatari dell'appello per un canale televisivo e web indipendente.

Da allora la cerchia dei sostenitori dell'idea si è allargata e di molto. Altre decine di giornalisti e intellettuali si sono aggiunte ai primi firmatari. Oltre 3500 persone si sono pronunciate dichiarandosi disponibili a finanziare, di tasca loro, il progetto che è venuto precisandosi in questi mesi. Qualcuno dirà che 3500 persone sono poche. Io dico che quelli che sono disponibili a partecipare, anche finanziando, sono molti di più. Lo so perché l'ho verificato di persona. Non tutti hanno segnalato la loro volontà, per tante ragioni. C'è chi non crede che ce la faremo, chi non ha l'abitudine di partecipare, chi aspetta e vedremo, chi non ha pensato -
sbagliando - che ci avrebbe aiutato anche solo con una mail.

E poi ci sono i milioni (dico proprio i milioni) di persone democratiche e di sinistra che sono precipitati nella "voragine" dei senza rappresentanza, e che non sanno che la nostra iniziativa esiste e procede. Non lo sanno perché i nostri altoparlanti sono, per il momento, ancora pochi. Non lo sanno anche perché, per esempio, i partiti di sinistra, quelli che sono stati giustamente puniti dal voto, non avendo capito nulla del disastro in cui sono e in cui ci hanno fatto precipitare, non avendo capito nulla delle armi dell'avversario, cioè del sistema informativo-comunicativo, non solo non hanno fatto nulla per aiutare, ma quando possibile hanno boicottato l'iniziativa di Pandora con il loro silenzio.

Non lo sanno perchè nelle molte nicchie dei movimenti, tematici e non, ci sono ancora molti amici che pensano di poter fare da soli e di non doversi mischiare con nessuno.

Analogo discorso vale per i sindacati, i quali hanno capito ancor meno, se possibile, dei partiti, e quindi ignorano il problema della televisione, quella che ha cancellato il lavoro dai suoi programmi e che ha cancellato anche i sindacati. Che infatti, sul terreno informativo-comunicativo, non esistono. Ma pare che non se ne siano ancora accorti. Eppure avrebbero tanto denaro quanto basta per fare non uno ma dieci canali tv. Solo che li farebbero come quelli ufficiali, ingessati e bugiardi. Quindi, tutto compreso, è meglio che non s'impiccino. Faremo da soli, dunque. E poi, con il nostro Pandora, andremo anche da loro e anche a loro faremo la "seconda domanda". Questa: perché avete lasciato, anche voi, che Berlusconi prendesse nelle sue mani i cervelli degli italiani, anche dei lavoratori che voi avreste dovuto difendere, e che invece, almeno sotto questo profilo (e non è l'unico) non avete difeso?

Ciò detto abbiamo proceduto. E procederemo. I lavoratori italiani li raggiungeremo con le nostre forze, piccole o grandi che siano. Intanto si è costituita l'Associazione Canale Zero, quella che, con tutti i crismi, raccoglierà il denaro che servirà per produrre Pandora. Un format che andrà in onda, per ora una volta alla settimana, su una rete di televisioni regionali che stiamo intessendo a partire da quelli del network di Europa 7. E tutti i giorni sul web, in un sito a banda larga dedicato, che si chiamerà appunto
www.pandoratv.it , e su un canale satellitare anch'esso fornitoci da Europa 7. Aggiungeremo un network di radio amiche che ospiterà tutto ciò che vorrà da quello che sarà prodotto da Pandora.

Tutto, questo, con i denari che raccoglieremo (più denari più programmi), per la prossima stagione che va da ottobre a giugno. Poi si vedrà. Noi siamo convinti che sia possibile. Abbiamo prodotto un "promo" di una trentina di minuti, che serve a mostrare chi siamo (con i volti e le voci di molti tra coloro che realizzeranno il programma informativo).
Altri materiali pubblicitari, promo più brevi, spot televisivi, radiofonici, sono stati progettati e realizzati da diversi gruppi territoriali.

Una ventina di gruppi territoriali sono già costituiti, con i loro responsabili (i cui nomi, insieme a tutte le informazioni essenziali, potrete trovare su
www.megachip.info e, tra breve anche su www.pandoratv.it ). Stiamo procedendo a costituire, dovunque possibile, gruppi territoriali organizzati che saranno nello stesso tempo, i referenti organizzativi di Canale Zero, per la raccolta di denaro, e i referenti redazionali che sosterranno la produzione informativa di Pandora.

Si sta procedendo con qualche fatica perché, fino a questo momento, praticamente tutto il lavoro di organizzazione e progettazione è stato fatto su base quasi del tutto volontaria (le spese essenziali preliminari sono state sostenute dall'Associazione Megachip, ma in prosieguo sarà l'Associazione Canale Zero, con i soldi raccolti, a sostenere la spesa dello start-up).

Eppure, nonostante questi problemi, sopra elencati, siamo andati avanti. Pandora avrà un "cartellone" di nomi prestigiosi, tale da sfidare quello dei colossi Mediaset e Rai, che saranno il nostro bersaglio inevitabile.

Una delle funzioni principali del format sarà di mostrare come e dove hanno mentito e/o taciuto. Questo non significa che noi pensiamo di occuparci solo di loro. Dato che di informazione ne danno poca o niente, e quella poca è spesso inquinata, e dato che noi faremo informazione, vorrà dire che li incroceremo, per il resto, raramente.

Voglio ringraziare, per il lavoro fin qui svolto, Udo Gumpel, cui abbiamo affidato il compito di progettare il format. Anna Maria Bianchi, che ha impostato il lavoro di regia insieme a Manolo Luppichini. Francesco di Stefano, che ci ha messo a disposizione i mezzi di Europa 7. Antonio Conte, presidente di Megachip. Claudio Fracassi, che guiderà il lavoro di formazione dei giovani giornalisti. Paolo Ciofi, che ha dato un importante contributo alle relazioni esterne in questa fase di avvio. Lidia Ravera, vice-presidente di Canale Zero. Francesco De Carlo, segretario di Canale Zero, Luca Trovellesi, Felice Leone, Baroncini. E tutti quelli che, con la loro partecipazione al promo, hanno firmato la nostra apparizione: Vauro, Riondino, Tana De Zulueta, Marco Travaglio, Furio Colombo, Elio Veltri, insieme a tutti gli altri firmatari dell'Appello per una informazione indipendente.

E' insieme a loro e a migliaia di voi, che ci leggete, che faremo quello che da quindici anni avremmo dovuto fare: dare battaglia sul terreno cruciale dove si vincono tutte le altre battaglie: quello della televisione e dell'informazione-comunicazione.

Senza la potenza di fuoco mediatica coloro che vogliono imporre la legge della giungla non avrebbero potuto trascinarci in guerra e non avrebbero potuto realizzare la mutazione antropologica che è riuscita a far votare per Berlusconi e per la Lega milioni di italiani che non hanno in realtà nulla da spartire né con l'uno, né con l'altro. Se la verità è stata trasformata in menzogna, se la disonestà è stata legittimata, se la legge non è più uguale per tutti e la Costituzione è stata calpestata è perchè abbiamo lasciato a loro (e ai loro finti avversari, in realtà amici) il compito di narrare il mondo in cui viviamo, sostituendo alla nostra realtà il "loro" virtuale.

Così le nostre idee e i nostri valori sono stati cancellati insieme all'egemonia intellettuale e morale della sinistra e dell'Italia nata dalla Resistenza. Se vogliamo riconquistare gli uni e l'altra dobbiamo tornare ad essere capaci di raccontare il mondo così com'è, mostrando, quando sarà possibile, anche come potrebbe essere. Sia se vinciamo noi, sia se vincono loro.

Una missiva immaginaria di Michael Moore

http://www.liberazione.it/

Una missiva immaginaria di Michael Moore
Lettera aperta a Dio:
«Ti prego stavolta non castigarli»

Poche notti fa il reverendo James Dobson chiese a tutti i credenti di pregare perchè una tempesta si abbattesse giovedì notte su Denver in modo tale da costringere i democratici a cancellare il discorso di Barack Obama che si teneva in uno stadio all'aperto. Vedo che Tu hai risposto alle preghiere del reverendo Dobson solo che la tempesta che hai inviato sulla Terra non si è abbattuta su Denver, ma sulla via di New Orleans. Infatti hai fatto in modo che colpisse la Louisiana in coincidenza con il discorso che George W. Bush avrebbe dovuto pronunciare alla Convention Repubblicana.
Ora santo Padre tutti noi sappiamo che hai un gran senso dell'umorismo e un impeccabile senso del tempo. Iniviare un uragano nel terzo anniversario di Katrina e in coincidenza con l'apertura della Convention Repubblicana è stato di primo acchito un colpo di divina ironia. Non te ne faccio una colpa, lo so che sei molto arrabbiato con i repubblicani che hanno provato a dare a Te la colpa per Katrina definendolo un «Atto di Dio», mentre la verità è che l'urgano in se stesso provocò un numero limitato di vittime a New Orleans. Migliaia di persone morirono invece a causa della negligenza e degli errori provocati dagli umani, non da Te. Molti di noi hanno provato a dare una mano alle vittime di Katrina, mentre Bush mangiava la torta con McCain e si girava i pollici. Da parte mia chiusi il mio ufficio di New York e spedii tutto il mio personale a New Orleans per aiutare i superstiti. Ho chiesto alle persone che visitano il mio sito di mandare aiuti riusciendo ad far arrivare a New Orleans 2 milioni di dollari in donazioni, acqua e cibo e altri matriali, mentre i mezzi della Protezione civile (Fema) stavano ancora girando in tondo nel Maine. Ma da giovedì il quotidiano Washington Post ha cominciato a far circolare la notizia che i repubblicani stavano organizzandosi per rinviare la Convention. L'agenzia di stampa Associated Press ha rivelato che non sono stati previsti ricoveri a New Orleans per l'uragano, e che le dighe ricostruite non sono ancora adeguate. In poche parole, come direbbe il grande Ronald Reagan: «Ecco che ci risiamo!». Quindi l'ultima cosa di cui avevano bisogno John McCain e i repubblicani era una doppia esposizione televisiva: da una parte loro che festeggiano a St. Paul e dall'altro lato dello schermo una diretta televisiva del fallimento dell'amministrazione repubblicana mentre New Orleans affonda di nuovo. Ebene sì, sei riuscito a spaventali in modo deciso, mentre alcuni milioni di tuoi seguaci si tolgono il cappello davanti a Te. Ma ora appare chiaro che non hai solo voluto divertirti con Bush &Co. Appare chiaro che l'uragano Gustav sta veramente dirigendo su New Orleans e le coste del Golfo. Ti abbiamo sentito, Signore, forte e chiaro così come quando il reverendo Falwell disse che avevi permesso che accadesse l'11 settembre per colpa dei gay e degli aborti. Ti supplichiamo di non punirci ancora come ha detto Pat Robertson quando ha sostenuto che ci hai mandato Katrina perchè l'America era diventata «una enorme macchina che produceva bambini abortiti». Gli stessi sentimenti che sono stati espressi da molti repubblicani. Ti invio una mia preghiera: non fare di nuovo questo alla Louisiana. I Repubblicani hanno ricevuto il tuo messaggio. Stanno facendo il meglio che possono inviando aerei, treni e autobus a New Orleans per cercare di portare via tutti. Stavolta non hanno spedito tutta la National Guard della Louisiana in Iraq, anzi, stanno già pattugliando le strade delle città. E ti dico anche che Bush ha nominato un nuovo capo della Fema per meglio coordinare la risposta del governo. Il suo nome è W. Michael Moore. Non ti sto prendendo in giro, santo Padre. Hanno inviato un uomo che ha il mio nome e quello di Bush per aiutare a salvare la costa. Ti prego Dio, fa in modo che l'uragano si spenga mentre è ancora al largo, Ha già fatto abbastanza danni. Se mi concederai questo favore, ti prometto di non invocare più il Tuo nome. Lascerò che la facciano i seguaci del reverendo Dobson e a quelli che si riuniranno questa settimana a St. Paul.
Il tuo fedele servitore ed ex seminarista

domenica 31 agosto 2008

Le sorti magnifiche della cordata tricolore

http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/economia/alitalia-25/scalfari-cordata/scalfari-cordata.html
Le sorti magnifiche della cordata tricolore
di EUGENIO SCALFARI
Ha detto Giulio Tremonti: "Il governo Prodi ci ha lasciato due disastri: l'immondizia di Napoli e l'Alitalia, oltre ad una situazione economica e finanziaria spaventosa. Il presidente Berlusconi ha risolto in 58 giorni il problema dei rifiuti e in 120 giorni ha salvato l'Alitalia. Noi abbiamo rimesso i conti a posto con la Finanziaria di luglio".

Giovedì è stato il giorno del trionfo e le celebrazioni sono continuate nei giorni successivi insieme a una pioggia di nuovi annunci sul federalismo, sulla sicurezza, sulla sanità, sulla scuola.

Ha parlato Berlusconi in tivù. Ha parlato Cicchitto. Hanno parlato Bossi, Calderoli, Maroni. Ha parlato Gelmini. Ha parlato Bombassei della Confindustria, anche lui magnificando la politica del fare rispetto a quella del dire e bruciando il suo chicco di incenso al culto berlusconiano. Qualcuno non ha mancato di indicare alla gogna i giornali "radical-chic" che si ostinano a non unirsi al coro e che comunque "non contano niente di fronte ai trionfali sondaggi di questo scorcio agostano".

Infine ha parlato anche Roberto Colaninno, presidente "in pectore" della nuova Alitalia, con un'intervista rilasciata al nostro direttore Ezio Mauro e pubblicata venerdì scorso. Un'intervista di grande interesse perché Colaninno spiega la filosofia imprenditoriale che ha indotto lui e altri quindici imprenditori italiani a impegnare oltre un miliardo di euro per salvare dal fallimento la compagnia di bandiera indipendentemente dalle opinioni politiche di ciascuno di loro.

Colaninno si è sempre proclamato di sinistra ed ha ribadito in quell'intervista la sua collocazione ma le sue opinioni politiche - ha detto - non hanno niente a che vedere con la sua visione imprenditoriale. L'Alitalia era un'occasione per mettere quella vocazione alla prova rischiando anche un po' di soldi (nel suo caso 200 milioni che non è poca cosa).

Questo ha fatto insieme ad altri suoi compagni di cordata. Chiede di esser giudicato sui risultati.

Alle domande criticamente incalzanti di Ezio Mauro ha risposto che non stava a lui di distribuire torti e responsabilità sul disastro Alitalia e neppure sui provvedimenti che il governo avrebbe preso per render possibile la nuova avventura della compagnia di bandiera. "Una cosa è certa" ha detto "l'Alitalia è fallita. Per farla rinascere bisognava liberarla dai pesi del fallimento. Ora si riparte da qui".

"Incipit nova historia".

La filosofia imprenditoriale è sempre stata questa, non è una scoperta di Colaninno e non ci stupisce. Neppure stupisce che quella filosofia si sia richiamata nel tempo con eguale vigore al libero mercato, al protezionismo, perfino all'autarchia, operando per salvaguardare il profitto d'impresa nelle condizioni storicamente date.

Il profitto (l'ho scritto più volte) è la sola variabile indipendente che l'impresa prende in considerazione ed è la sua unica modalità. In un sistema capitalistico le cose stanno così. La democrazia, cioè la sovranità popolare, può correggere questa filosofia capitalistica introducendovi dosi più o meno forti di socialità, di pari opportunità, di visione generale del bene comune.

Non è accettabile invece che la legittima vocazione imprenditoriale al profitto sia fatta passare per dedizione alla salvezza del Paese e alle sue "magnifiche sorti e progressive". Colaninno nella suddetta intervista ha battuto ripetutamente su questo tasto senza forse rendersi conto che, se si rivendica anche un ruolo di salvatori della patria ci si espone inevitabilmente all'esame delle "condizioni date" entro le quali l'operazione specifica avviene, chi ci guadagnerà e chi ne pagherà il conto.

Se ci si veste da salvatori bisogna rispondere alle critiche e non liberarsene con la frase "che altro può fare un imprenditore?".

L'imprenditore può fare tante cose tra le quali anche astenersi dal partecipare ad operazioni che hanno un contenuto eminentemente politico assai più che di vantaggio economico per la collettività.

L'imprenditore non è necessariamente un maniaco del fare. Se vuole anche la patente di salvatore, allora si rassegni ad ascoltare qualche opinione difforme dalla sua.

* * *

Francesco Giavazzi ha scritto sul Corriere della Sera di mercoledì un articolo sull'Alitalia nello stesso giorno in cui anch'io mi cimentavo con quell'argomento. La coincidenza e l'ispirazione sostanzialmente comune mi ha fatto piacere se non altro perché sarebbe difficile accusare Giavazzi, come pure Deaglio e Boeri, di bolscevismo e di radicalismo scicchettone.

Su un punto tuttavia le mie opinioni non coincidono con quelle di Giavazzi. Egli teme che la cordata di Colaninno si sia imbarcata in un'iniziativa troppo rischiosa. Io penso invece, come Deaglio e Boeri, che quei sedici "capitani coraggiosi" abbiano giocato sul velluto avendo ricevuto la staffetta nelle migliori delle condizioni possibili da un governo che sarà comunque (e forse per alcuni di loro è già stato) concretamente riconoscente.

Basta scorrere il decreto legge uscito dal Consiglio dei ministri di giovedì: divisione della vecchia Alitalia in due società, una "cattiva" con tutte le passività in testa allo Stato, l'altra libera come un uccello in volo e affidata ai privati; sospesi i poteri dell'Antitrust per sei mesi al fine di render possibile la concentrazione Alitalia-AirOne e instaurare il monopolio della tratta Linate-Fiumicino; salvaguardare la nuova Alitalia da ogni rivalsa dei creditori e dei dipendenti; consentirle di acquistare da una società fallita tutta la polpa (aerei, slot, diritti di volo, personale dipendente necessario); aprire un negoziato con i sindacati per portarli, già domati, a stipulare contratti nuovi col nuovo vettore.

Un caso tipico di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti, che sarà probabilmente esteso anche ad Air France o a Lufthansa se entreranno per una quota nell'Alitalia nascente.

Chi voglia confrontare l'accordo offerto dai francesi nel marzo scorso vedrà che le differenze sono macroscopiche. Allora non si parlava né di fallimento né di legge Marzano né di divisione in due società, ma dell'acquisto di Alitalia in blocco con i suoi debiti, i suoi dipendenti, la sua flotta. I francesi avrebbero anche pagato allo Stato un prezzo per le azioni e lanciato un'Opa per gli azionisti di minoranza. Avrebbero stanziato 2,600 miliardi per il primo rilancio e incluso Alitalia nel "network" Air France-Klm.

Berlusconi (ma anche Colaninno) hanno definito quell'operazione una svendita. Ma l'operazione attuale come si può definire? Tutti gli oneri allo Stato, tutta la polpa ai privati, Air France compresa se entrerà come azionista. Io direi che un'operazione così si definisce politica di immagine e imbroglio economico.

Sergio Romano, sul Corriere della Sera di ieri ha scritto che l'opposizione dovrebbe collaborare. Non riesco a capire per molti ed egregi opinionisti il ruolo dell'opposizione. Deve collaborare sulla sicurezza, sul federalismo, sulla giustizia, sulla legge elettorale, sulle riforme costituzionali, sulla scuola, sulla sanità. Ed anche su questo pasticcio dell'Alitalia.

Quello che non capisco è dove si può fare opposizione. Sulle fontanelle di quartiere, sindaci di destra permettendolo? Sarebbe interessante saperlo. In realtà si vorrebbe un'opposizione al guinzaglio, un'opposizione addomesticata. Non mi pare sia questo il suo ruolo in una democrazia liberal-democratica. Gli Usa insegnano.

* * *

Forse la parola imbroglio può sembrare eccessiva. Vediamo dunque da vicino alcuni lineamenti dell'operazione.

1. Gli esuberi previsti vanno da un minimo di cinquemila ad un massimo di settemila. Il ministro del "welfare", Sacconi (e prima di lui Berlusconi e Tremonti) assicura che nessun dipendente sarà lasciato per strada. Esistono infatti da quarant'anni alcuni ammortizzatori sociali, la cassa integrazione a zero ore e la mobilità permanente, per un totale di sette anni. Sacconi non inventa nulla che già non vi sia. Ma la cassa integrazione ha un suo plafond e non può estendersi all'infinito. Se si va oltre il limite bisognerà rifinanziarla o inventare nuovi ammortizzatori e nuovi finanziamenti. La questione va considerata con attenzione in tempi di crescita zero del Pil e di incombente disoccupazione.

2. Il governo prevede incentivi e detassazioni per le imprese private che assumano i licenziandi Alitalia. È evidente (Fassino l'ha ricordato ieri) che non si può limitare un provvedimento così anomalo al solo caso dell'Alitalia. Non si possono fare leggi speciali che valgano per un solo soggetto e non per altri. Perciò, se un provvedimento del genere sarà preso, bisognerà estenderlo a tutti gli esuberi che si verificheranno in futuro. Quanto costa una copertura di queste dimensioni?

3. Il governo prevede anche che i piccoli azionisti Alitalia siano indennizzati. Come e in che misura? Attingendo al fondo di garanzia creato per indennizzare i risparmiatori truffati dall'emissione di "bond" fasulli, tipo Parmalat, Cirio, "bond" argentini. Credo che quel fondo sia insufficiente a indennizzare gli azionisti Alitalia. Comunque la fattispecie è completamente diversa. Ma anche qui: se si adotta una strategia di questo genere bisognerà poi estenderla a tutti i piccoli azionisti travolti da crisi societarie. Lo Stato è in grado di assumersi una responsabilità di queste dimensioni? Intervenendo in questo modo mai visto prima sulla Borsa italiana? A me sembra una favola. Anzi l'ennesimo imbroglio.

4. È stato stabilito che gli azionisti della cordata Colaninno non potranno vendere le loro azioni nei prossimi cinque anni, passati i quali saranno liberi di fare quello che più gli sembrerà opportuno. Vedi caso: la scadenza è nel 2013 e coincide con la fine della legislatura. È molto probabile che il grosso dei soci della cordata, che niente hanno a che vedere col trasporto aereo, escano dalla società. Tanto più che avranno come consocio un vettore aereo internazionale, Air France o Lufthansa che sia. In questa vicenda il socio internazionale è destinato ad avere la stessa posizione della spagnola Telefonica in Telecom. È il solo che ne capisce ed è il solo che alla lunga resterà al timone. Ho già scritto che tutta questa vicenda mi ricorda il gioco dell'oca, quando si torna indietro alla casella di partenza. Alla fine avremo una compagnia guidata da un vettore internazionale perché non c'è più spazio in Europa e nel mondo per vettori locali nel mercato globale. La sola differenza sarà che il vettore internazionale avrà speso molto meno di quanto sarebbe avvenuto cinque anni prima.

Questa sì, sarà una svendita preceduta da un imbroglio. Le perdite allo Stato (cioè a tutti noi) i profitti ai privati, nazionali e stranieri. Un imbroglio che camuffa una svendita. La Frankfurter Allgemeine ha scritto ieri: "Un'operazione insolente contro il mercato e contro l'Europa". Ambasciatore Romano, l'opposizione deve collaborare?
(31 agosto 2008)

venerdì 29 agosto 2008

Decrescita e Democrazia

http://www.decrescita.it/modules/article/view.article.php/c7/20

Autore:Vincent Cheynet
Fonte:http://www.znet.it
Sommario:Nel corso degli ultimi sei mesi, la rivista 'Alternatives économiques' ha consacrato due articoli alla decrescita. Preoccupandosi attentamente di evitare le questioni sollevate, gli autori descrivono la decrescita sostenibile come necessariamente antidemocratica. Eppure i difensori del concetto di decrescita hanno costruito la loro argomentazione proprio intorno alla priorità da accordare alla difesa della democrazia e dell'umanesimo.
Si tratta della stessa ragion d'essere di questa idea:
Se non rientriamo oggi per nostra scelta in una decrescita economica, la cui condizione è una crescita dei valori umani, corriamo tutti i rischi di vederci imposta una decrescita domani, accompagnata da un terribile regresso sociale, umano e delle nostre libertà.
Mittente: webmaster Data: 1/5/2007 16:20 Viste: 546
Tags: decrescita democrazia


Nel corso degli ultimi sei mesi, la rivista 'Alternatives économiques' ha consacrato due articoli alla decrescita 1. Preoccupandosi attentamente di evitare le questioni sollevate, gli autori descrivono la decrescita sostenibile come necessariamente antidemocratica. Eppure i difensori del concetto di decrescita hanno costruito la loro argomentazione proprio intorno alla priorità da accordare alla difesa della democrazia e dell'umanesimo.
Si tratta della stessa ragion d'essere di questa idea:
Se non rientriamo oggi per nostra scelta in una decrescita economica, la cui condizione è una crescita dei valori umani, corriamo tutti i rischi di vederci imposta una decrescita domani, accompagnata da un terribile regresso sociale, umano e delle nostre libertà.

Più aspetteremo ad impegnarci nella decrescita sostenibile, più duro sarà l'impatto contro la fine delle risorse, e più elevato sarà il rischio di ingenerare un regime eco-totalitario 2.

Eppure, in cosa la decrescita economica sarebbe necessariamente antidemocratica' I regimi totalitari non cercano mai di ridurre il loro strumento militar-industriale. Esattamente al contrario, la politica economica di tutti i regimi tirannici del XX secolo (stalinismo, fascismo, nazismo, ultranazionalismo giapponese, ecc.) ha sempre avuto come fondamento la ricerca di una crescita massima. Dittature e ricerca di potenza sono irrimediabilmente legati, indissociabili. Al contrario, la decrescita s'inscrive nella filosofia non-violenta, che è, quest'ultima, antiautoritaria per natura. Essa si situa chiaramente in una volontà di non-potenza, che non è l'impotenza. La personalità politica più vicina alle idee della decrescita (autosufficienza, semplicità volontaria) è senza dubbio Gandhi, democratico morto assassinato a forza di combattere sistemi oppressori. Il movimento filosofico che porta attualmente l'idea di decrescita economica in Francia (Silence, L'écologiste, Casseurs de pub, La ligne d'Horizon ') è, appunto, il più vicino alle idee gandhiane.

Inoltre, in un'organizzazione democratica, i propugnatori dell'abbondanza (crescita) dovrebbero dividere il loro tempo di parola con i difensori della sobrietà (decrescita). E' questa la condizione di un equilibrio reale. Ora, la teoria della crescita occupa la totalità del tempo. Appena i partigiani della decrescita mettono il naso, i cani da guardia abbaiano.
C'è da temere che questo tipo di rimproveri si sviluppi man mano che il concetto di decrescita si diffonderà nella società. Perché?

Un'idea che disturba

La scienza economica ha evacuato il parametro ecologico dal suo funzionamento. Così, essa funziona nel virtuale, sconnessa dalla realtà della biosfera. Reintegrare questo parametro fondamentale può sembrare spaventoso: esso impone di rimettere in questione 200 anni di scienze economiche, dal neoliberismo al neomarxismo. Tutta la comunità delle scienze economiche è dunque terrorizzata al solo evocare il nome di Nicholas Georgescu-R½gen, il padre della bioeconomia e teorico della decrescita, che si è appoggiato sulla scienza, lui, per fare rimettere i piedi per Terra all'economia. Galileo aveva affermato che la Terra era rotonda: è stato condannato a morte dalla Chiesa. Nicholas Georgescu-R½gen ha dimostrato che la Terra era finita, è stato condannato alla morte mediatica da tutti i paladini del dogma economico, qualunque sia la loro tendenza. La realtà paralizza questi economisti neoclassici che non riescono ad uscire dalla menzogna nella quale si sono rinchiusi da soli, e questo senza provocare drammi. Ma non è fuggendo dalla dura realtà che ci salveremo dai poteri tirannici. Esattamente al contrario, più aspetteremo ad affrontare la realtà, più i rischi di vederli arrivare saranno elevati.

Insultare piuttosto che riflettere

Quando un'idea ci disturba e ci obbliga a rimetterci in discussione, un riflesso umano primario suscitato dalla facilità e dall'orgoglio consiste nell'insultare il proprio contraddittore. Questo porta al 'Sei proprio un cretino!' detto nelle ore di ricreazione. E si traduce per esempio nella psicologizzazione dell'altro presso gli adulti occidentali formattati dal determinismo freudiano: 'Deve soffrire di un problema sessuale!'. La decrescita è un concetto che rompe una norma sociale integrata dall'estrema destra all'estrema sinistra. I suoi difensori saranno immancabilmente attaccati in questo registro. Che cosa c'è di più umano che insultare un interlocutore imbarazzante piuttosto che rimettersi in discussione. 'E' dichiarato pazzo colui il cui pensiero è minoritario.' I cari vecchi riflessi hanno la pelle dura e perdurano anche sotto altre forme in un altro contesto.

Un'aspirazione inconscia

Lo sviluppo durevole è inteso come un approccio innanzitutto tecnico dell'ecologia. In questo risponde perfettamente alla nostra attuale ideologia dominante, ideologia che ha sacralizzato la scienza. +Siccome l'uomo non può vivere senza il sacro, riporta il suo senso del sacro proprio su quello che ne ha distrutto tutto ciò che ne era oggetto: sulla Tecnica 3. Lo 'sviluppo durevole', l''ecologia industriale', la 'crescita verde', la 'produzione pulita' sono tutti termini contraddittori che rivelano l'atteggiamento dell'Occidente di fronte alla problematica ecologista. Credendo nell'onnipotenza delle tecniche, scientifiche o economiche, l'Uomo occidentale cerca come rimedio quello che fa la sua malattia. 'Solamente un massimo di tecnologia permette di ridurre l'inquinamento al massimo' era lo slogan di una pubblicità per l'autovettura Smart 4. Sulla scienza, fondata sul dubbio, si è innestata l'ideologia scientista, vero nuovo oscurantismo. Per un'opinione largamente condizionata, rimettere in discussione la capacità della Tecnica di risolvere i problemi ambientali e sociali è allora considerato inconsciamente come una vera bestemmia. Conviene quindi operare per la salvezza dell'eretico posseduto dal demonio.

Al contrario, la volontà esplicita del concetto di decrescita sostenibile è di affermare la necessità di una risposta che passi prima di tutto per il filosofico, il politico, la cultura, e di riconsiderare la scienza come un mezzo. In questo, essa contrasta totalmente con il nostro bagno ideologico. Il desiderio di discreditare in tutti i modi i difensori della decrescita sostenibile risponde anche ad una aspirazione che è inscritta molto profondamente, e il più delle volte inconsciamente, in seno all'individuo e alla nostra civiltà.

Gli economisti non sono più semi-dei

Il concetto di decrescita conduce inevitabilmente ad 'estrarsi dall'economismo'. Vale a dire a rimettere l'economia al suo giusto posto nella scala dei valori. Non tocca certo all'economia il compito di dettare la sua logica all'Uomo. Essa è un mezzo e non un fine. Il suo primato sulla nostra civiltà è assurdo. Siccome la nostra società ha deificato la scienza, la 'scienza economica' è diventata una religione, con il suo tempio: la borsa; e gli economisti hanno integrato il rango di gran sacerdoti. Se già per l'opinione sembra molto arduo togliersi da un terribile condizionamento, che dire di quelli per cui la decrescita significa decadere dal loro statuto di semi-dei viventi? Saranno certamente pronti a tutto per conservare i loro privilegi, e in primo luogo a trattare da fascisti quelli che chiederanno loro di restituire un potere usurpato alla democrazia. In effetti, l'economia non è altro che la contabilità trasportata nel campo politico. Non c'entra niente. Non è una scienza, come la biologia o la matematica. E se François Partant affermava: 'Oggi, un economista è un imbecille o un criminale', siamo obbligati a constatare che il più delle volte esso è un impostore.

Una soluzione tecnica ad un problema filosofico

Torniamo agli articoli di Alternatives économiques. In entrambi i casi, nonostante le inchieste di Silence abbiano evidenziato l'impossibilità di una 'crescita verde', il vicolo cieco della 'dematerializzazione dell'economia' e i limiti del riciclaggio, gli autori concludono che l'unica soluzione resta in questo tipo di concezione.

Eppure, nella pratica 5, la crescita (anche quella verde o pulita) porta inevitabilmente ad un aumento di prelievi sul capitale naturale. Un esempio semplice di questo fenomeno è stato dato dall'arrivo dell'informatica. Questa ha suscitato, presso gli economisti neo-classici, una grande speranza per la salvaguardia dell'ambiente. La trasmissione di informazioni per mezzo di impulsi informatici doveva portare una riduzione nel consumo di carta, e così dare sollievo alla risorsa (foreste) e alla natura intera (inquinamento di diversi tipi per la fabbricazione). Si è prodotto, invece, il contrario: il consumo di carta è decuplicato. Siccome la carta è abbondante, la gente esige ora un lavoro perfetto e stampa ancora fino ad avere completa soddisfazione. La facilità di demoltiplicazione dei documenti produce un'inflazione della loro riproduzione. Questo senza contare l'inquinamento caratteristico della fabbricazione, del funzionamento e della distruzione dell'informatica. E' l''effetto rimbalzo' 6. E' finito il tempo in cui si era consapevoli di quanto fosse prezioso il proprio foglio bianco, da preservare accuratamente cancellando e riutilizzandolo il più possibile prima di cestinarlo. Cosa è successo'

E' stata apportata una soluzione tecnica ad una problematica filosofica. Ogni volta che apportiamo una risposta inadatta ad un problema, lo amplifichiamo. I vasi rotti vengono pagati, prima o poi, ma lo saranno in ogni caso, ed in maniera tanto più grande e decuplicata, quanto più lo si sarà voluto occultare. E ancora, più forte sarà la crisi che ne deriverà, più presente sarà il rischio di veder arrivare dei poteri autoritari.

Il radicalismo non è estremismo

Un altro rimprovero ricorrente è quello di considerare qualsiasi idea radicale come immancabilmente estremista, quindi potenzialmente tirannica. Ma cos'è il radicalismo nel senso in cui ne parliamo' Si tratta di andare alla radice dei problemi, di rifiutare un approccio puramente superficiale. E' il senso semantico della parola 'radicale' (radice). Radicalismo non è inesorabilmente estremismo. Si tratta di ritornare all'umano, alla filosofia, al senso, a considerare l'uomo in tutte le sue dimensioni, riflessione senza la quale siamo condannati ad una visione riduttiva e regressiva dell'Uomo, a vederlo solo come un consumatore, un tubo digerente, un ingranaggio della macchina economica.

Nell'eccellente libro di Jean-Luc Porquet 'Jacques Ellul, l'uomo che aveva previsto quasi tutto' 3, Dominique Bourg, difensore dello Sviluppo durevole e dell'ecologia industriale, dichiara che 'il radicalismo è una forma di malattia del pensiero' e dice di 'ritenere che la sua azione non serva a fini puramente narcisistici'. Qualificando come malattia mentale un contraddittore del suo pensiero, Dominique Bourg svela una faccetta totalitaria del suo funzionamento psicologico. In effetti l'incapacità ad ammettere la contraddizione e il desiderio di psichiatrizzare il dissidente è rivelatore di un funzionamento totalitario, individuale o collettivo. L'avversario è per forza di cose 'estremista', quindi demente, e sarà immancabilmente fascista o traditore. Intellettuali come Alain Finkielkraut o Luc Ferry usano lo stesso procedimento. Ogni pensiero 'radicale' è qualificato come 'estremista', ogni proposito non superficiale, vitale, è subito tacciato di 'oltranzista', e colui che lo formula soffre necessariamente di una patologia. Così, Jacques Ellul parlava di 'uomo totalitario dalle convinzioni democratiche'. L'unico approccio accettato è quello superficiale. E' la condizione necessaria per 'tenere' il sistema ed evitare di rimettersi realmente in discussione, soprattutto per quanto riguarda il loro statuto di intellettuali mediatici. Non oso immaginare i qualificativi che Gesù o il Cirano di Bergerac di Rostand, se tornassero oggi, si beccherebbero, probabilmente: 'pericolosi estremisti terroristi'.

Una contestazione fittizia

Così, la contestazione ammessa diventa, in maniera più paradossale, inutile, rinforzando un sistema che fonda la nostra autodistruzione (il consumatore critico può essere un consumatore, ma non deve rivendicare il suo status di umano, il capitalismo deve diventare 'commercio equo' e la razzia delle risorse e la schiavitù economica sono promesse allo 'sviluppo durevole').

Il diktat del 'pensiero del mercato'

Sarebbe sbagliato pensare che il diktat possa venire solo dalla sfera politica. Il totalitarismo assume sempre nuove forme per asservirci meglio. Quello che ci minaccia oggi è stato descritto molto bene da Aldous Huxley: +Le vecchie forme pittoresche 'elezioni, Parlamenti, alte corti di giustizia- rimarranno, ma la sostanza nascosta sarà una nuova forma di totalitarismo non-violento 7. Il nuovo diktat è quello della finanza, pensiero molle che si esprime nel nome della libertà e nega all'Uomo la possibilità di andare alla sua essenza, alla sua coscienza, a ciò che fa di lui un umano. Con il pretesto di una falsa moderazione, la violenza di questa logica è estrema: solo l'abbrutimento nel consumo, nella televisione o nei neurolettici permettono di sopravvivere. La saggezza è confusa con la sottomissione, la ricerca di equilibri con il nichilismo. Degli pseudo-difensori della democrazia diventano, il più delle volte a loro insaputa, i più servili guardiani della tirannia 8.

La decrescita vuol dire obbligo a maggior democrazia

Nondimeno, il rischio di una decrescita imposta resta reale. Lester Brown, l'ex presidente del Worldwatch Institute, l'ha descritto come un'economia di guerra 9. Ma questo è specifico di questo concetto' E' proprio di tutte le idee che si irrigidiscono, senza più ammettere contraddizioni, il fatto di produrre delle ideologie che a loro volta genereranno dei sistemi autoritari. I deliri e le illusioni nell'onnipotenza della tecnoscienza ci conducono ancora più sicuramente al Migliore dei Mondi. Dominique Bourg accetta già l'idea di modificare il genoma umano per rendere l'Uomo resistente a un degrado importante dello strato di ozono 8. Diciamo che il concetto di decrescita sostenibile, fondata sulla semplicità volontaria e l'umiltà, in lui porta meno i geni della dittatura, che covano più volentieri nei sistemi ideologici fondati sulla ricerca di potenza. Inoltre, quest'idea impone di restituire la realtà del potere, rimanda gli individui alle loro responsabilità, aiuta a 'reintrodurre il sociale, il politico, nel rapporto di scambio economico, ritrovare l'obiettivo del bene comune e della buona vita nel commercio sociale' 10. La decrescita obbliga anche a distinguere la risposta istituzionale dalla risposta militante, ovvero di concepire che non possiamo avere una soluzione totale, essendo quindi, anche in questo, antitotalitaria.

I terreni essenziali sono i più scivolosi, perciò bisogna essere tanto più vigilanti quando ci confrontiamo con essi. Ma il pericolo più grande resta il rifiuto di abbordarli, spaventati di fronte a questi rischi. E non è vivendo nella menzogna che ci proteggeremo. Un approccio che si rinchiuda nella superficialità produrrà inesorabilmente il caos, che a sua volta sarà portatore del rischio totalitario.

Note:

1 Alternatives économiques: Le développement est-il soutenable', settembre 2002, Jacques Généreux.
2 La décroissance soutenable, Silence n. 280, Bruno Clémentin e Vincent Cheynet.
3 Jacques Ellul, l'homme qui avait presque tout prévu, Jean-Luc Porquet, Editions le cherche midi.
4 La pubblicità è il vettore dell'ideologia dominante. Quest'ultima riproduce, nel cuore stesso della società, la sua logica antidemocratica. La pubblicità 'psichiatrizza' i suoi dissidenti qualificandoli implicitamente il più delle volte di 'malati mentali'. Ma qualche volta lo fa esplicitamente, come un'associazione di agenzia di consigli in comunicazione che qualche anno fa descriveva, attraverso una campagna pubblicitaria, la pubblifobia come una 'malattia' (mentale). Il termine pubblifobia è stato creato dai pubblicitari: una fobia è una patologia.
5 Anche nella pura teoria, una crescita completamente dematerializzata si rivela del tutto impossibile. In effetti essa porta ad un'accelerazione infinita degli scambi finché l'umano si stacca. Un fenomeno che esiste già nelle nostre società, in cui l'accelerazione temporale prodotta dal sistema Tecnico scaraventa fuori i più deboli di noi, incapaci di seguire un ritmo sempre meno umano e naturale.
6 Point d'efficacitè sans sobriété, François Schneider, Silence n. 280.
7 Aldous Huxley, Retour au meilleur des mondes, Librairie Plon, 1959, p. 169.
8 Les scénarios de l'écologie, p. 72, Dominique Bourg, Editions Hachette, 1996. Questo libro è sintomatico di questo 'liberal-totalitarismo': con il pretesto di una denuncia delle derive potenziali, e reali, dell'ecologia, esso impone il diktat delle Tecnica difendendo per esempio gli O.G.M., p. 108.
9 La guerre entre l'homme et la Terre est d'ores et déjà engagée, Lester R. Brown, Le Monde, 27 febbraio 1996.
10 Serge Latouche, Pour en finir, une fois pour toute, avec le développement, Le Monde Diplomatique, maggio 2001.

(Traduzione di Angelo Vitello) – articolo tratto da Znet.it

mercoledì 27 agosto 2008

soggettività non assoggettate

http://www.liberazione.it/ pag. 10
27/08/2008
Anna Simone

Quando, a partire dagli anni Sessanta, si diffuse in tutta Europa e poi anche in Giappone come negli Stati Uniti il ciclone Michel Foucault, nessuno avrebbe potuto prevedere la lungimiranza delle sue analisi sul funzionamento del potere, sulla sessualità, sulla follia e sul sistema penale. Disdegnato dal Partito comunista francese e dal Partito socialista dell'epoca per aver detto più volte che il disegno del potere e la negazione delle libertà era pressocchè identico, sia all'interno delle società capitalistiche che all'interno delle società socialiste (all'epoca il suo unico riferimento era ovviamente l'Urss) - pur prestando sempre attenzione ai rapporti di produzione e alla loro innegabile funzione nella definizione del potere e nei processi di sfruttamento -, questa "strana" ed inquieta figura non cessa mai di essere attuale.
Come fare, infatti, per leggere i dispositivi di sicurezza del presente, la persecuzione degli omosessuali e delle lesbiche, l'infamia della sostituzione del lessico dei diritti con quello della pena e dei processi di criminalizzazione di tutte le figure sociali che dissentono dalla norma, il ritorno del sette in condotta, la crisi delle Università e dei saperi liberi senza i suoi testi più importanti (da La Storia della follia a Sorvegliare e Punire , da Le parole e le cose all' Archeologia del sapere sino alla Volontà di sapere etc.)? Foucault amava dire che il ruolo dell'intellettuale non è quello di dare indicazioni di voto, ma di svelare il funzionamento del potere, le forme di limitazione delle libertà individuali e collettive per apportare un suo contributo specifico alla politica, un contributo teorico-pratico. L'intellettuale, diceva Foucault, se davvero vuole porsi l'obiettivo di orientare alcune scelte politiche deve farlo sempre e solo a partire dalla volontà dei soggetti e non a partire dalle strategie messe in atto dai partiti per creare egemonia sui soggetti. Deve analizzare e pensare la società, deve porsi e porre delle domande, deve partire dai soggetti o dalle «soggettività non assoggettate» - come amava definirle lui -, deve indagare a partire dai margini e, contemporaneamente, a partire dalle istituzioni per svelarne le nefandezze. Inoltre questo lavoro avrebbe dovuto anche inventare delle pratiche quotidiane in grado di produrre movimenti, lotte, conflitti contro ogni forma di dominio.
E infatti Foucault non è stato affatto "solo" un grande accademico, anzi. Le sue ricerche storiche, genealogiche erano sempre intervallate da innumerevoli micro interventi sparsi su riviste e giornali (prevalentemente Le Nouvel Observateur e Il Corriere della sera ), da innumerevoli interviste, da due esperienze politiche militanti interessantissime, una più nota con il Gip (Gruppo di informazione sulle prigioni) e una meno nota con il Gis (Gruppo di informazione sulla sanità). Quest'ultimo gruppo nacque in Francia nel 1972 ad opera di alcuni medici impegnati nella lotta per la depenalizzazione dell'aborto accanto al Movimento di liberazione delle donne. L'11 ottobre dello stesso anno, infatti, Marie Claire, una ragazza di 17 anni compariva dinanzi al tribunale dei minori di Bobigny per aver abortito, un delitto allora punito dall'articolo 317 del Codice penale francese. Il processo, che si doveva svolgere a porte chiuse a causa della minore età dell'imputata divenne, invece, un momento pubblico accompagnato da un manifesto del Movimento delle donne attraverso cui in 400 dichiaravano di aver abortito e da un manuale pratico pubblicato dal Gis sulla demedicalizzazione dell'aborto e sulla necessità di diffondere il metodo dell'aspirazione (meglio noto come "metodo Karman"). Parallelamente, invece, Simone de Beauvoir e l'associazione Choisir redigevano un progetto di Legge che legalizzava l'aborto riconoscendo solo ed esclusivamente alla donna il diritto di scegliere. Foucault fu convocato dinanzi alla polizia giudiziaria e per denunciare l'evento scrisse un intervento ("Convocati alla polizia giudiziaria") assieme ad altri due membri del Gis su Le Nouvel Observateur . Questo testo, insieme a moltissimi altri interventi sulla sessualità, sui movimenti omosessuali, sulla follia, sul diritto penale, sul potere e il ruolo degli intellettuali, sull'Urss e sulle prigioni, costituiscono la micro rete di un lavoro "disperso e mutevole" che prende corpo nei famosi Dits et écrits pubblicati per intero in Francia e in modo frammentato in Italia, un po' da Feltrinelli negli Archivi Foucault e ora anche da Marietti in un bel volume curato da Mauro Bertani e Valeria Zini (Michel Foucault, Discipline, Poteri, Verità. Detti e scritti 1970-1984 , pp. 263, euro 25).
In quest'ultimo volume appena edito, infatti, che contiene anche il breve scritto "Convocati alla polizia giudiziaria" è possibile rintracciare almeno tre tra le molteplici linee tracciate da Foucault lungo l'arco di una vita appassionata ed intensa di cui vale la pena discutere sulle pagine di Liberazione : la sessualità, il diritto penale, il potere. Per quest'ultimo Foucault non ha mai inteso la classica teoria del potere che fa riferimento solo alla forma Stato bensì l'insieme delle relazioni che permettono agli uomini di governarsi all'interno della famiglia, della scuola etc. A suo modo per Foucault anche le relazioni d'amore sono delle relazioni di potere: «I genitori governano i figli, l'amata governa il suo amante, il professore governa gli alunni etc.». Tali micro società consentono al potere di attraversare qualsiasi relazione e qualsiasi individuo, il potere stesso è una relazione. La teoria classica del potere, invece, pensa di poter trasferire sulla famiglia, sulla sessualità, sulle condotte scolastiche etc. il proprio potere anche se la storia, dalla Grecia antica in poi, ci dice tutt'altro. Ci dice, infatti, che la nascita dello Stato ha utilizzato queste forme di potere già esistenti tra gli individui per poi istituzionalizzarle. Di conseguenza lo Stato non può che avere una matrice primigenia patriarcale, non può che stabilire ciò che è bene e ciò che è male, non può che intervenire sistematicamente, per il tramite delle sue istituzioni, sulle condotte degli individui. Accade nelle democrazie contemporanee così come è avvenuto durante il fascismo. Dice Foucault ne "L'intellettuale e i poteri" -intervista fattagli dalla Revue nouvelle nel 1984 - «I padri di famiglia tedeschi non erano fascisti nel 1930, ma, perché il fascismo potesse attecchire, bisognava anche prestare attenzione, tra molte altre condizioni -non dico che fossero le sole - alle relazioni tra gli individui, al modo in cui le famiglie erano costituite, alla forma in cui veniva impartito l'insegnamento, a un certo numero di presupposti di questo genere». Uno schema che potrebbe tranquillamente essere applicato oggi per riuscire a dirci, in tutta franchezza, che la forza di Berlusconi non consiste nella sua forma Stato ma nell'antropologia berlusconiana e cioè in un sistema di vacuo pensiero che attraverso le tv ha permeato la società mutandone desideri e bisogni nel profondo.
L'altro nodo centrale contenuto in questo volume appena edito da Marietti attraversa la critica del diritto penale e del sistema delle prigioni. Un sistema contenitivo che oggi più di ieri permea l'intera società a causa dei dispositivi di sicurezza e a causa di nuovi universi concentrazionari come i Cpt. La nascita dell'uso della pena, della prigione e di tutti gli universi concentrazionari lungi dall'essere la risposta più avanzata della razionalità politica costituiscono, per Foucault, l'evoluzione dell'idea di vendetta, una sorta di faida "buona", senza omicidio. Perché ciò che sottende tutte le geografie dei codici penali non è tanto il diritto quanto un'idea tattica e strategica di un uso funzionale della pena? Un uso in grado di riuscire a riprodurre un'idea di società che mette al bando ciò che essa stessa produce, come, per esempio, la propensione a delinquere? Il filosofo francese, infatti, a più riprese dichiara in molti scritti contenuti nel volume di avere cominciato a studiare il diritto penale, sia durante la sua esperienza nel Gip, sia durante la stesura di Sorvegliare e Punire , salvo essersi immediatamente accorto della necessità di interpretarlo solo ed esclusivamente come una tattica, come una strategia messa a punto per esercitare delle relazioni di potere per il tramite delle prigioni. E allora perché, si chiedeva, non riflettere su altre esperienze di erogazione delle pene, come, per esempio, il sistema delle ammende adottato in Svezia? Perché continuare a pensare la razionalità politica solo attraverso il tramite delle strutture disciplinari e contenitive? Oggi la disciplina ha lasciato ampio spazio ad un'ideologia del controllo più diffusa e capillare, alla sicurezza, come abbiamo più volte scritto anche su queste colonne che, però, si pone in linea di continuità con la nascita delle prigioni. Tanto è vero che l'esito più grossolano di queste politiche diviene visibile attraverso i dati raccapriccianti concernenti il sovraffollamento delle carceri.
E infine la sessualità, o meglio il rapporto che intercorre tra sesso, sessualità ed identità. In alcune interviste rilasciate ad alcune riviste gay Foucault sottolinea come il grande tema non sia quello del rivendicare un'identità omosessuale da opporre alle altre bensì l'indispensabilità di costruire, di creare, di inventare un «divenire gay» intendendo con ciò la realizzazione di una forma di vita e di un sistema di pensiero in grado di produrre e di salvaguardare un'idea di libertà all'interno della società. Una libertà non discriminata e perseguitata. In poche parole chiedeva ai movimenti degli omosessuali, delle lesbiche e anche delle donne di non fermarsi al dire "chi sono", ma di provare a cambiare la società con tutti i suoi apparati di norme istituzionalizzate e non, di farsi cultura non-identitaria. Una cultura scevra da qualsivoglia forma di cristallizzazione identitaria perché è il mondo stesso a mutare continuamente sotto i nostri occhi. E' ovvio allora che la grande eredità foucaultiana vada rintracciata soprattutto nell'aver spostato l'asse dell'analisi classica dei marxisti dal capitale al potere, così come è ovvio che la sua tensione principale sia stata quella di ricercare le vie della libertà. Una libertà intesa come ricerca continua del piacere, anche di fare politica, una libertà intesa come pratica di resistenza perché, come scriveva lui, «si è liberi almeno finché si ha la possibilità di trasformare le cose». E quindi se vogliamo far nostro il pensiero di Foucault non possiamo più vedere la società "solo" come un rapporto di produzione dettato dal capitale. Dobbiamo altresì essere in grado di vedere tutti i luoghi e le relazioni di potere, tra cui la famiglia, la sessualità, le condotte, gli ordini gerarchici e via discorrendo. In fondo è ciò che ci chiede il presente. Il presente e non il ‘900.