domenica 13 settembre 2009

La P2 ieri. La sua vittoria oggi

articolo datato ma ...

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Oggi Licio Gelli torna in tv a rivendicare il suo trionfo. Il suo Piano di rinascita nazionale è stato in gran parte realizzato dal più brillante dei suoi affiliati, oggi presidente del Consiglio. Ecco la storia della loggia segreta e le «pagine gialle» odierne della Propaganda 2

La notizia la dà il telegiornale della notte: la presidenza del Consiglio dei ministri ha deciso di rendere pubblici gli elenchi della loggia massonica P2, l’associazione segreta che il Maestro venerabile Licio Gelli chiama «l’Istituzione». È il 20 maggio 1981, vent’anni fa. L’Italia è scossa: di quella loggia misteriosa si parla ormai da molto tempo, ma ora i suoi componenti prendono un nome e un volto. E gli italiani scoprono che esiste un potere sotterraneo, un governo parallelo, uno Stato nello Stato. Negli elenchi della loggia sono iscritti i nomi di quattro ministri o ex ministri, 44 parlamentari, tutti i vertici dei servizi segreti, il comandante della Guardia di finanza, alti ufficiali dei Carabinieri, militari, prefetti, funzionari, magistrati, banchieri, imprenditori, direttori di giornali, giornalisti...

Una settimana dopo, il governo
presieduto da Arnaldo Forlani dà le dimissioni. Nasce il primo governo laico della storia d’Italia, guidato da Giovanni Spadolini. è varata una commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia di Gelli, sotto la presidenza di Tina Anselmi. è approvata una legge dello Stato che vieta le associazioni segrete e scioglie la P2. I capi dei servizi di sicurezza sono tutti licenziati. Qualche piduista ha la carriera bloccata, qualcuno subisce procedimenti disciplinari, una ventina di affiliati finisce sotto processo. I magistrati aprono indagini sulla loggia, con l’ipotesi che abbia realizzato una cospirazione politica contro le istituzioni della Repubblica.
Ma oggi, vent’anni dopo, che cosa è restato di quel terremoto? Dove sono, che cosa fanno i membri del club P2? Il più noto di essi, che vent’anni fa era soltanto un giovane, brillante palazzinaro, ora spera di diventare nientemeno che presidente del Consiglio. Ecco dunque la storia dimenticata dell’«Istituzione» che ha segnato alcuni decenni della storia italiana.

Da Sindona alla P2. Nella seconda metà degli anni Settanta qualche articolo di giornale aveva accennato all’esistenza di una loggia massonica potentissima e misteriosissima. Ombre, sospetti, dicerie? Nel 1980 il consigliere istruttore di Milano Antonio Amati deve aprire due inchieste giudiziarie: una sull’assassinio dell’avvocato milanese commissario liquidatore delle banche di Michele Sindona, Giorgio Ambrosoli, ucciso a Milano l’11 luglio 1979; l’altra sullo strano rapimento di Sindona, scomparso da New York il 2 agosto 1979 e poi ricomparso il 16 ottobre. Nessuno allora avrebbe pensato che quelle inchieste avrebbero portato alla P2.

Amati assegna i due fascicoli,
insieme, a due giovani magistrati. Il primo, più esperto, si chiama Giuliano Turone, baffi curati e dita sottili, irrequieto e rigorosissimo. Dopo il liceo Manzoni di Milano, dopo un anno negli Stati Uniti, dopo la laurea in legge, era stato tentato dalla carriera diplomatica. Ma aveva scelto la magistratura: perché il diplomatico deve limitarsi a eseguire la politica estera del suo governo, mentre il magistrato decide e giudica, con il solo aiuto della legge e della sua coscienza. Affascinato dalla geometria dell’indagine, aveva voluto diventare giudice istruttore, figura mista (oggi cancellata dal nuovo codice) di giudice e investigatore. Poco più che trentenne, era entrato di persona nel covo-prigione di uno dei primi sequestrati italiani, l’imprenditore Luigi Rossi di Montelera; e nel 1974 aveva fatto arrestare il responsabile, un ometto siciliano che abitava in via Ripamonti 84, a Milano, e che sulla carta d’identità aveva scritto Luciano Leggio, anche se era già noto come boss di Cosa nostra con il nome di Luciano Liggio.

Gherardo Colombo, il secondo
magistrato, era invece un giovanotto che arrivava a palazzo di giustizia con i jeans e la camicia senza cravatta, e sopra gli occhiali aveva una gran corona di capelli refrattari al pettine. Era cresciuto in una grande casa sui colli della Brianza, padre medico e un po’ poeta, nonno e bisnonno avvocati. Amava i giochi di logica e il bridge. Parlava con aria apparentemente svagata, accompagnando le parole con brevi gesti secchi della mano, che poi spesso lasciava così, sospesa a mezz’aria. Per nove mesi, Turone e Colombo lavorano sodo. Macinano insieme decine e decine di interrogatori, perquisizioni, indagini bancarie. Sono letteralmente risucchiati da un’inchiesta che è un giallo appassionante, pieno di misteri e di colpi di scena. «Era un tessuto dai cento fili intrecciati», secondo Turone, «così abbiamo cominciato col tirare i fili che sporgevano dalla trama».

Il sequestro di Sindona: strano
, con quella improbabile rivendicazione del «Gruppo proletario di eversione per una giustizia migliore». Strani anche gli affidavit (dichiarazioni giurate) che una decina di persone invia negli Stati Uniti, ai magistrati americani, per testimoniare che il povero Sindona, che ha fatto bancarotta e ha lasciato sul lastrico centinaia di clienti, è perseguitato dai magistrati italiani soltanto per la sua fede anticomunista. Uno degli affidavit è firmato da un certo Licio Gelli. Dice: «Nella mia qualità di uomo d’affari sono conosciuto come anticomunista e sono al corrente degli attacchi dei comunisti contro Michele Sindona. è un bersaglio per loro e viene costantemente attaccato dalla stampa comunista. L’odio dei comunisti per Michele Sindona trova la sua origine nel fatto che egli è anticomunista e perché ha sempre appoggiato la libera impresa in un’Italia democratica». La prosa non è un granché, ma l’ossessione anticomunista è ben presente (e allora, almeno, i comunisti c’erano davvero...).

Licio Gelli, fascista e massone. Chi è questo Gelli? - si chiedono Turone e Colombo. Quasi sconosciuto, allora, dal grande pubblico, era il Maestro Venerabile della loggia massonica Propaganda 2, che riuniva la crema del potere italiano. C’era la fila, per ottenere udienza da Gelli nella sua suite all’hotel Excelsior, in via Veneto, a Roma. La loggia era segreta, per non mettere in imbarazzo i suoi potenti iscritti, dispensati anche dalle ritualità massoniche. Bastava la sostanza.
Gelli era arrivato al vertice della P2 dopo una onorata carriera come fascista, simpatizzante della Repubblica di Salò, doppiogiochista con la Resistenza, collaboratore dei servizi segreti inglesi e americani, infine agente segreto della Repubblica italiana. Volonteroso funzionario del Doppio Stato: soldato, come tanti altri fascisti e nazisti, arruolato nell’esercito invisibile che gli Alleati avevano approntato, dopo la vittoria contro Hitler e Missolini, per combattere la «guerra non ortodossa» contro il comunismo. Entrato nella massoneria, aveva contribuito a selezionare, dentro l’esercito, gli ufficiali anticomunisti disposti ad avventure golpiste. Nel colpo di Stato (tentato) del 1970 aveva avuto un ruolo di tutto rispetto: suo era l’incarico di entrare al Quirinale e trarre in arresto il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, quello che mandava telegrammi a raffica che finivano sempre con un bel «viva la Resistenza, viva l’Italia». Poi il golpe non ci fu, sospeso forse dagli americani, ma la «guerra non ortodossa» continuò, con una serie di stragi che insanguinarono l’Italia. Fino al 1974, anno di svolta. Allora la strategia della guerra segreta contro il comunismo cambiò: basta con la contrapposizione diretta, con i progetti apertamente golpisti, sostituiti da una più flessibile occupazione, attraverso uomini fidati, di tutti gli ambiti della società, di tutti i centri di potere. La massoneria (o almeno una parte di essa) fornisce le strutture e le coperture necessarie a organizzare questo club del Doppio Stato, questo circolo dell’oltranzismo atlantico. Nasce la P2 di Licio Gelli. In cui poi, all’italiana, entrano anche (e per alcuni soprattutto) le protezioni, le carriere, gli affari e gli affarucci. Ma tutto ciò, tra il 1980 e il 1981, Turone e Colombo ancora non lo sapevano, non lo immaginavano neanche. I due andavano avanti per la loro strada, a districare i misteri del caso Sindona.

La perquisizione fatale. Scoprono che Sindona non è stato rapito, ma ha organizzato una messa in scena per sparire dagli Stati Uniti e arrivare in Italia, in Sicilia. Scoprono che è lui a trattare il salvataggio delle sue banche con Giulio Andreotti, a minacciare il presidente della Mediobanca Enrico Cuccia (che si oppone al piano di risanamento), è lui a far uccidere Giorgio Ambrosoli, nella notte dell’11 luglio 1979, con tre colpi di 357 magnum sparati al petto da un sicario che viene dagli Stati Uniti. A ospitare Sindona a Palermo, in quell’estate di scirocco e di sangue, è un medico italoamericano: Joseph Miceli Crimi, massone, esperto di riti esoterici e di chirurgie plastiche. è lui che spara alla gamba del banchiere, con sapienza clinica, per cercare di rendere credibile il rapimento. I due giudici istruttori gli sequestrano alcune carte e, tra queste, uno stupido biglietto ferroviario Palermo-Arezzo, usato da Miceli Crimi nell’estate del 1979. Domanda: perché un viaggio dalla Sicilia ad Arezzo? Risposta: «Per andare dal dentista presso cui ero in cura». Fantasiosa, ma i due milanesi non abboccano. Miceli Crimi, messo alle strette, ammette: ma sì, sono andato da un certo Licio Gelli, per discutere con lui la situazione di Sindona. Questo Gelli comincia proprio a incuriosire i due giudici istruttori. I personaggi che si muovono attorno a Sindona e si danno da fare per salvarlo, scoprono Turone e Colombo, finiscono tutti per arrivare a Gelli: Rodolfo Guzzi, l’avvocato del bancarottiere; Pier Sandro Magnoni, suo genero; Philip Guarino e Paul Rao, due massoni che incontrano il Venerabile poche ore dopo essere stati ricevuti da Giulio Andreotti. Ecco perché, nel marzo 1981, i giudici milanesi ordinano una perquisizione di tutti gli indirizzi del Venerabile. «Cautela assoluta», ricorda Colombo, «avevamo intuito che per ottenere risultati dovevamo procedere con la massima segretezza». La sera di lunedì 16 marzo 1981 una sessantina di agenti della Guardia di finanza si muove da Milano verso i quattro indirizzi di Gelli annotati su una agenda di Sindona sequestrata al banchiere dalla polizia di New York: villa Wanda di Arezzo, l’abitazione privata; la suite all’Excelsior dove riceveva autorità, politici, postulanti; un’azienda di Frosinone; e gli uffici di una fabbrica d’abbigliamento, la Giole di Castiglion Fibocchi.

L’incarico delle perquisizioni
è affidato a un uomo di cui Turone e Colombo conoscono la lealtà istituzionale, il colonnello della Guardia di finanza Vincenzo Bianchi. Ha l’ordine di agire senza informare nessuno e senza avere alcun contatto con le autorità locali, i carabinieri, la polizia, la magistratura del posto, neppure i comandi della Guardia di finanza. I suoi finanzieri, arrivati in Toscana, non passano la notte nella caserma di Arezzo, ma si disperdono in diverse località lì attorno. Per tutti, l’appuntamento è all’alba del 17 marzo.
Scatta la perquisizione. Nessun risultato a Roma. Niente a villa Wanda. L’azienda di Frosinone è un vecchio indirizzo. Alla Giole, invece, c’è una montagna di carte. Gelli non si trova, è a Montevideo. Ma la sua segretaria, Carla, protegge con vigore i documenti stipati nella scrivania, nei cassetti, nella cassaforte, in una valigia... Nella cassaforte ci sono gli elenchi della loggia segreta. «Sequestrate tutto», ordinano, per telefono, i giudici istruttori. La perquisizione è ancora in corso quando a Bianchi arriva via radio una chiamata del generale Orazio Giannini, comandante della Guardia di finanza: c’è anche il suo nome, in quegli elenchi, come quello del suo predecessore, il generale Raffaele Giudice, come quello del capo di stato maggiore della Finanza, il generale Donato Lo Prete. E il comandante delle Fiamme gialle di Arezzo, e una folla di generali, colonnelli, maggiori...

Verso il porto delle nebbie. Tutte le carte sono portate a Milano. Turone e Colombo le catalogano, personalmente, pagina per pagina. Ne fanno due copie. L’originale entra nel fascicolo dell’inchiesta; la prima copia è affidata ai finanzieri, con l’incarico di conservarla in un luogo sconosciuto agli stessi giudici; la seconda è nascosta, sotto una falsa intestazione («Formazioni comuniste combattenti») tra i fascicoli di un collega di cui i due si fidano, il giudice Pietro Forno. Non si sa mai.
Fuori dal palazzo di giustizia di Milano, intanto, nessuno sa delle carte sequestrate a Gelli. Eppure qualcuno sta lavorando febbrilmente per parare il colpo. La notizia comincia a trapelare. La dà, per primo, il telegiornale Rai la sera del 20 marzo. Ma non è chiaro quali documenti siano stati trovati dai giudici. Il giorno dopo, sabato 21 marzo, il Giornale (allora diretto da Indro Montanelli) scrive: «Nell’ambito delle indagini per l’affare Sindona, stasera si è appresa una doppia operazione compiuta dalla magistratura di Milano e da quella di Roma, nella villa aretina di Licio Gelli, Venerabile Maestro della loggia massonica P2. Per conto dei giudici milanesi l’intervento sarebbe stato operato dalla Guardia di finanza, mentre Roma avrebbe partecipato agli accertamenti attraverso il sostituto procuratore della Repubblica Sica». Strana notizia: il ritrovamento non è avvenuto a villa Wanda ma alla Giole di Castiglion Fibocchi; e soprattutto Domenico Sica, detto «Rubamazzo», per ora non c’entra nulla. Ma basteranno poche settimane e Roma arriverà ad avverare la profezia del Giornale e a strappare l’indagine ai magistrati milanesi.

Turone e Colombo, consci del peso
istituzionale della loro scoperta, decidono che è loro dovere informare il capo dello Stato: ma il presidente Sandro Pertini è all’estero, così ripiegano sul capo del governo, Arnaldo Forlani. Si recano a Roma il 25 marzo, l’appuntamento è fissato alle ore 16 a Palazzo Madama. Aspettano per due ore. Poi la segreteria di Forlani comunica che c’è stato un equivoco, che il presidente li aspetta a Palazzo Chigi. I due giudici si spostano lì. Ad accoglierli è il capo di gabinetto di Forlani. «Ci siamo guardati negli occhi in silenzio», ricorda Colombo, «il funzionario davanti a noi era il prefetto Mario Semprini, tessera P2 1637». Forlani è cortese, chiede se le carte trovate possono essere non autentiche. I due giudici gli mostrano una firma autografa del ministro della Giustizia Adolfo Sarti sulla domanda d’iscrizione alla loggia. Chiedono: «Signor presidente, avrà certamente un documento controfirmato dal suo ministro Guardasigilli...». Forlani ne prende uno, confronta i due fogli, si convince. «Datemi tempo di riflettere», conclude Forlani. «Di solito offro agli ospiti di riguardo un aereo dei servizi per tornare a casa. Mi pare che questa volta non sia il caso».
Forlani tira in lungo. Non vuole prendersi la responsabilità di rendere pubblici gli elenchi. Cerca di scaricarla sui giudici milanesi. Sui giornali del 20 maggio i titoli confermano quella sensazione: «Forlani: spetta ai giudici togliere il segreto sulla P2». Turone, Colombo e il capo dell’ufficio Amati inviano immediatamente una lettera al presidente del Consiglio, in cui sostengono che sono coperti dal segreto istruttorio i verbali delle deposizioni dei testimoni che stanno sfilando davanti a loro, ma non «il restante materiale trasmesso». Forlani capisce che non può più aspettare. Le liste di Gelli sono rese pubbliche.

Oltre agli elenchi degli affiliati
e alla documentazione sulla loggia, tra le carte sequestrate vi sono 33 buste sigillate con intestazioni diverse: «Accordo Eni-Petromin», «Calvi Roberto vertenza con Banca d’Italia», «Documentazione per la definizione del gruppo Rizzoli», «On. Claudio Martelli»...
C’erano già, in quelle carte, i segreti di Tangentopoli, del Conto Protezione e di tanto altro ancora. Ma i tempi non erano maturi. Da Roma si muovono il giudice istruttore Domenico Sica (detto «Rubamazzo») e il procuratore della Repubblica Achille Gallucci. Sollevano il conflitto di competenza e la Cassazione, il 2 settembre 1981, strappa l’inchiesta a Milano per affidarla a Roma. Non sviluppata, l’indagine si spegne. «Mi è arrivata sulla scrivania già morta», dice Elisabetta Cesqui, il pubblico ministero che eredita l’indagine. L’accusa di cospirazione politica contro le istituzioni della Repubblica mediante associazione cade: tutti i rinviati a giudizio (pochi: qualche capo dei 17 gruppi in cui la P2 era divisa, più Gelli e i responsabili dei servizi segreti) sono prosciolti, e comunque il processo arriva in Cassazione quando ormai è troppo tardi e per tutti scatta la prescrizione.

Più utile il lavoro della Commissione parlamentare
presieduta da Tina Anselmi, che dichiara le liste della P2, con 972 nomi, «autentiche» e «attendibili», ma incomplete. E con anni di lavoro produce un materiale immenso e prezioso, la documentazione di come funzionava una potentissima macchina di eversione e di potere. Ma nel 1981 le speranze - o le paure - erano altre: una parte del Paese sperava che lo scandalo P2 avviasse il rinnovamento della vita politica e istituzionale; un’altra temeva che il proprio potere si incrinasse per sempre. Sbagliavano gli uni e gli altri.

Tessera numero 1816. Oggi il più noto degli iscritti alla P2 è Silvio Berlusconi, tessera numero 1816. Per la P2 Berlusconi ha subito la sua prima condanna, ormai definitiva: per falsa testimonianza. Nel 1990, a Venezia, viene infatti giudicato colpevole di aver giurato il falso davanti ai giudici, a proposito della sua iscrizione alla loggia. L’anno prima, però, c’era stata una provvidenziale amnistia.
Quando parla della P2, Berlusconi se la cava, di solito, con qualche battuta. Eppure l’iscrizione alla loggia è stata determinante per i suoi primi affari immobiliari. Per esempio per ottenere credito dalla Banca nazionale del lavoro (controllata dalla P2, con ben otto alti dirigenti affiliati) e dal Monte dei Paschi di Siena (era piduista il direttore generale Giovanni Cresti). Conclude la Commissione Anselmi: gli imprenditori Silvio Berlusconi e Giovanni Fabbri (il re della carta) «trovarono appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio». Ma poi, fatte le case, bisogna venderle. E non fu facile, per Berlusconi. Lo soccorse, agli inizi della sua carriera di immobiliarista, un «fratello» della loggia segreta, il napoletano Ferruccio De Lorenzo, già sottosegretario liberale in un governo Andreotti e padre di Francesco, futuro ministro della Sanità e imputato di Mani pulite: Ferruccio De Lorenzo acquistò, come presidente dell’Enpam (l’Ente nazionale previdenza e assistenza dei medici italiani) prima due hotel a Segrate, poi decine di appartamenti di Milano 2. L’Enpam decise poi di affidare a Berlusconi anche la gestione del teatro Manzoni di Milano, controllato dall’ente.

Quando Gelli parla di Berlusconi
, è lapidario: «Ha preso il nostro Piano di rinascita e lo ha copiato quasi tutto», dichiara all’Indipendente nel febbraio 1996. Il Piano di rinascita democratica era il programma politico della P2. Fu sequestrato il 4 luglio 1981 all’aeroporto di Fiumicino, nel doppiofondo di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia del Venerabile. Riletto oggi, risulta profetico. Prevede, infatti, di «usare gli strumenti finanziari per l’immediata nascita di due movimenti l’uno sulla sinistra e l’altro sulla destra». Tali movimenti «dovrebbero essere fondati da altrettanti club promotori». Nell’attesa, il Piano suggerisce che con circa 10 miliardi è possibile «inserirsi nell’attuale sistema di tesseramento della Dc per acquistare il partito». Con «un costo aggiuntivo dai 5 ai 10 miliardi» si potrebbe poi «provocare la scissione e la nascita di una libera confederazione sindacale». Per quanto riguarda la stampa, «occorrerà redigere un elenco di almeno due o tre elementi per ciascun quotidiano e periodico in modo tale che nessuno sappia dell’altro»; «ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di simpatizzare per gli esponenti politici come sopra». Poi bisognerà: «acquisire alcuni settimanali di battaglia», «coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso un’agenzia centralizzata», «coordinare molte tv via cavo con l’agenzia per la stampa locale», «dissolvere la Rai in nome della libertà d’antenna»; «punto chiave è l’immediata costituzione della tv via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese». Tecnologia a parte: preveggente, no?

La giustizia va ricondotta
«alla sua tradizionale funzione di equilibrio della società e non già di eversione». Per questo, è necessaria la separazione delle carriere del pubblico ministero e dei giudici, «l’istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di fronte ai giudici giudicanti», la «riforma del Consiglio superiore della magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento». Molto è già stato realizzato. Per il resto si vedrà.
Che fine hanno fatto gli altri «fratelli» di loggia? Alcuni hanno fatto proprio una brutta fine. Sindona, dopo essere stato condannato per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, è morto in carcere, per una tazzina di caffè al veleno. Il suo successore nella finanza d’avventura, Roberto Calvi, tessera numero 1624, ha gettato la più grande banca italiana, il Banco Ambrosiano, nelle braccia della P2 che gli ha sottratto un fiume di miliardi e l’ha fatto finire in bancarotta; alla fine, il 18 giugno 1982, è stato trovato penzolante sutto il ponte dei Frati neri, a Londra. Mino Pecorelli, tessera 1750, giornalista in contatto con i servizi segreti, direttore di Op e piduista anomalo che voleva giocare in proprio, è stato crivellato di colpi nella sua automobile, il 20 marzo 1979.

La loggia multinazionale. Gelli è agli arresti domiciliari a villa Wanda, condannato per il crac del Banco Ambrosiano. Molti degli affiliati, il nocciolo duro del club dell’oltranzismo atlantico, sono stati coinvolti in vicende di eversione, stragi, tentati colpi di Stato, depistaggi. Così Vito Miceli, Gian Adelio Maletti, Antonio Labruna, Giuseppe Santovito, Giovanni Fanelli, Antonio Viezzer, Umberto Federico D’Amato, Giovanbattista Palumbo, Pietro Musumeci, Elio Cioppa, Manlio Del Gaudio, Giovanni Allavena, Giovanni Alliata di Montereale, Giulio Caradonna, Edgardo Sogno... Ci vorrebbe almeno un libro per ciascuno, per raccontare la multiforme attività di questi fedeli servitori del Doppio Stato.
Organizzazione multinazionale, la P2 aveva affiliati che operavano in Sudamerica: Uruguay, Brasile e soprattutto Argentina. In Argentina, dove Gelli aveva rapporti molto stretti con i servizi segreti, aveva arruolato nella loggia l’ammiraglio Emilio Massera, capo di Stato maggiore della Marina, Josè Lopez Rega, ministro del Benessere sociale di Juan Domingo Peron, Alberto Vignes, ministro degli Esteri, l’ammiraglio Carlos Alberto Corti e altri militari.

Pochi del club P2 sono stati messi
davvero fuori gioco dallo scandalo che seguì la pubblicazione degli elenchi. I magistrati (unica categoria che reagì con decisione) furono giudicati e sanzionati dal Consiglio superiore della magistratura. Ma ciò non toglie che uno dei magistrati iscritti alla P2, Giuseppe Renato Croce, tessera numero 2071, oggi giudice per le indagini preliminari a Roma, con arzigogoli procedurali stia dando ragione a Marcello Dell’Utri in una delle tante contese giudiziarie che il braccio destro di Berlusconi ha aperte.
Molti dei piduisti sono stati messi da parte dagli anni e dall’età. Ma chi resiste all’azione del ciclo biologico non se la cava poi tanto male. Tra i giornalisti (di allora), Gustavo Selva è parlamentare di An; Maurizio Costanzo è direttore di Canale 5 e uomo politicamente trasversale, anche se sempre dalla parte di Berlusconi nei momenti cruciali; Massimo Donelli è direttore della nuova tv del Sole 24 ore. Roberto Gervaso continua a scrivere un fiume di articoli e di libri e nessuno si ricorda più di una simpatica lettera che inviò, tanto tempo fa, a Gelli: «Caro Licio, ho chiesto a Di Bella (direttore del Corriere della sera quando era nelle mani della P2, ndr) di farmi collaborare. è bene che tutti capiscano che bisogna premiare gli amici. Oggi Di Bella parlerà della mia collaborazione con Tassan Din (direttore generale del Corriere, piduista come l’editore del Corriere, Angelo Rizzoli, ndr). Vedi di fare, se puoi, una telefonata a Tassan Din, affinchè non mi metta i bastoni tra le ruote». Più defilato Paolo Mosca, ex direttore della Domenica del Corriere. Gino Nebiolo, all’epoca direttore del Tg1, è stato mandato da Letizia Moratti a dirigere la sede Rai di Montevideo (una capitale della P2) e oggi scrive sul Foglio di Giuliano Ferrara. Franco Colombo, ex corrispondente della Rai a Parigi e aspirante piduista, oggi ha cambiato mestiere: è vicepresidente della società del Traforo del Monte Bianco e si sta dando molto da fare per gli appalti che devono riaprire il tunnel. Alberto Sensini (aspirante piduista, come Colombo) scrive di politica sui giornali.

Tra i politici,
Pietro Longo, segretario del Partito socialdemocratico, divenne il simbolo negativo del piduista con cappuccio. Ma a tanti altri è andata meglio. Publio Fiori (tessera 1878), ex deputato democristiano, è trasmigrato in An e nel 1994 è diventato ministro di Berlusconi. Una poltrona di ministro è già capitata, durante il governo Berlusconi, anche ad Antonio Martino (anch’egli a Gelli aveva solo presentato la domanda d’iscrizione). Invece Duilio Poggiolini (tessera 2247), ex ministro democristiano della Sanità, ha avuto la carriera stroncata non dalla P2, ma dai lingotti d’oro di Tangentopoli trovati nel pouf del salotto. Massimo De Carolis (tessera P2 1815, solo un numero in meno di quella di Berlusconi), negli anni Settanta era democristiano e leader della «Maggioranza silenziosa», oggi è tornato alla politica sotto le bandiere di Forza Italia e grazie al rapporto diretto con Berlusconi ha ottenuto la presidenza del Consiglio comunale di Milano e la promessa di una candidatura in Parlamento. Le ha dovuto abbandonare entrambe, dietro la ferma insistenza del sindaco Gabriele Albertini, dopo essere stato coinvolto in alcuni scandali. è accusato, tra l’altro, di aver chiesto 200 milioni per rivelare notizie riservate a una azienda partecipante a una gara per un appalto a Milano. Ma il fatto curioso è che, insieme a De Carolis, nel processo in corso a Milano sia coinvolta un’altra vecchia conoscenza della P2: Luigi Franconi (tessera P2 numero 1778). I rapporti solidi resistono nel tempo.

Politica & affari. Un banchiere iscritto alla P2, certo meno noto di Sindona e Calvi, era Antonio D’A, proprietario della Banca Sicula e datore di lavoro di boss di mafia come i Messina Denaro. Oggi ha passato la mano al figlio, Antonio D’Alì jr, eletto senatore a Trapani nelle liste di Forza Italia. Angelo Rizzoli, che si fece sfilare di mano il Corriere dalla compagnia della P2, oggi fa il produttore cinematografico. Roberto Memmo (tessera 1651), finanziere che tanto si diede da fare per salvare Sindona, oggi è buon amico di Marcello Dell’Utri, di Cesare Previti e del giudice Renato Squillante, che incontrava insieme, e dirige la Fondazione Memmo per l’arte e la cultura, con sede a Roma nel Palazzo Ruspoli.
Rolando Picchioni (tessera 2095), torinese, ex deputato dc, coinvolto (ma assolto) nello scandalo petroli, oggi è in area Udeur ed è segretario generale del Salone del libro di Torino. Giancarlo Elia Valori, unico caso di piduista espulso dalla loggia perché faceva troppa concorrenza al Venerabile Maestro, oggi è presidente dell’Associazione industriali di Roma, infaticabile scrittore di libri e instancabile tessitore di rapporti e di alleanze. Vittorio Emanuele di Savoia (tessera 1621) è un curioso caso di uomo off-shore: non può rientrare in Italia, ma in Italia fa business, seppure attraverso società estere. Ora vorrebbe poter rientrare definitivamente, anche se nei fatti non ne è mai stato fuori, a giudicare dai suoi affari e traffici (d’armi): nei decenni scorsi è stato, anche grazie alla sua integrazione nel club P2, mediatore d’affari all’estero per conto di aziende italiane (Agusta) e addirittura di Stato (Italimpianti, Condotte...), quello stesso Stato sul cui territorio non poteva mettere piede. Di Berlusconi ha detto (era il 1994): «è un buon manager, può rimettere ordine nell’economia italiana». Come? Per esempio «cancellando quel disastro» che è «lo Statuto dei lavoratori, con il divieto di licenziamento». Apprezzamenti naturali, tra compagni di loggia. Ma con un finale obbligato per il principe: «Io? Non faccio politica». Vittorio Emanuele non vota, ma c’è da scommetterci che tifa per Berlusconi, che potrà farlo finalmente rientrare in Italia, questa volta anche fisicamente.

Vent’anni dopo, in Italia è tempo
di revisioni. Anche sulla P2. è stato un legittimo club di amiconi, magari con qualcuno che ne approfittava un po’ per fare affari. Gelli? Un abile traffichino che millantava poteri che in realtà non aveva. Ma era proprio questo, la P2? Vista con distacco, appare invece il luogo più attivo per l’elaborazione di strategie di potere del grande partito atlantico in Italia, almeno tra il 1974 e il 1981. Centro d’incontro tra politica, affari, ambienti militari. Nella loggia segreta è confluito il partito del golpe, reduce della stagione delle stragi 1969-74, ma con una nuova strategia, più flessibile, più attenta alla politica. E ai soldi, che possono comprarla: come suggerisce, appunto, il Piano di rinascita.

E oggi? La fase, naturalmente,
è nuova. La società è cambiata. Anche gli uomini alla ribalta sono, in buona parte, diversi. Ma nella storia italiana non si butta via niente, c’è una continuità di fondo con il peggio delle nostre vicende, fatte di un anticomunismo eversivo, bancarotte e spoliazioni di denaro pubblico, politica corrotta, stragi, morti ammazzati, rapporti inconfessabili con le organizzazioni criminali. Il passato, il tremendo passato italiano, deve sempre restare non del tutto chiarito, perché i dossier, gli uomini, i segreti, i ricatti che da quel passato provengono possano essere riciclati nel futuro. Da questo punto di vista, la parabola di Silvio Berlusconi, uomo «nuovissimo» che viene dal passato vecchissimo di Gelli e affiliati, è la parabola dell’Italia.


di Gianni Barbacetto

da Diario, maggio 2001

Il Codice De Petro

Le società offshore, i conti segreti, gli uomini dei Memores Domini, il nucleo d'acciaio di Comunione e Liberazione. Protagonista Marco Giulio Mazarino De Petro, braccio destro di Roberto Formigoni

Sono il nucleo d'acciaio di Comunione e Liberazione: i Memores Domini «seguono una vocazione di dedizione totale a Dio vivendo nel mondo». S'impegnano alla « contemplazione , intesa come memoria tendenzialmen­te continua di Cristo», e alla « missione , cioè alla passione a portare l'annuncio cristiano nella vita di tutti gli uomini». Il fondatore di Cl, don Luigi Giussani, li ha voluti così, impegnati «a seguire una vita di perfezione cristiana» attraverso la pratica dei tre voti: «l' obbedienza , nel senso che lo sforzo spirituale e la vita ascetica sono facilitate e autenticate da una sequela; la povertà , come distacco da un possesso individuale del denaro e delle cose; la verginità , come rinuncia alla famiglia per una dedizione anche formalmente più totale a Cristo». Fanno vita in comune, condividendo appartamenti in cui vivono in gruppi da tre a dodici associati, e sono presenti in 32 paesi del mondo.

Il più noto dei Memores Domini vive in Italia e si chiama Roberto Formigoni: oggi presidente della Regione Lombardia e domani - a Dio piacendo - ministro della Repubblica e candidato alla successione di Silvio Berlusconi. Di Formigoni, Memores Domini e conti all'estero si parla in un processo che sta per arrivare a sentenza a Milano: quello su Oil for food , scandalo scoppiato nel 2004, quando sono emersi i fiumi carsici di tangenti che scorrevano all'ombra di quel programma delle Nazioni Unite nato per addolcire l'embargo all'Iraq di Saddam Hussein permettendo di scambiare oil , cioè petrolio, con cibo e medicine. Un'indagine americana ha certificato che, sotto Oil for food , Saddam assegnava contratti petroliferi a prezzi di favore in cambio di robuste mazzette impiegate per sostenere il regime. Poi, dopo l'invasione Usa, quei soldi sono finiti a finanziare la guerriglia e il terrorismo.

Coinvolti nel gioco, grandi compagnie e piccoli trader petroliferi, ma anche singole persone ed esponenti politici di una cinquantina di Paesi del mondo. Tra questi, Roberto Formigoni che, in nome della sua amicizia con il cristiano Tareq Aziz, braccio destro di Saddam, ha ricevuto contratti per 24,5 milioni di barili: la più massiccia tra le assegnazioni fatte a soggetti italiani. Poiché Formigoni non fa il petroliere, i contratti sono stati gestiti da aziende suggerite dal governatore: la Cogep della famiglia Catanese e la Nrg Oils di Alberto Olivi. Così una piccola impresa come la Cogep si è trovata di colpo a passare dalle autobotti alle petroliere. In cambio, secondo l'accusa, avrebbe pagato tangenti per 942 mila dollari in Iraq e 700 mila a mediatori italiani . La Nrg Oils avrebbe pagato invece almeno 262 mila dollari. Certo, la Cogep era già stata coinvolta nello scandalo dei petroli e i suoi titolari erano già stati condannati nel 1982 per contrabbando internazionale, ma i Catanese sono tra i fondatori della Compagnia delle Opere, l'associazione di imprese promossa da uomini di Cl, e questo è stato sufficiente per meritare la segnalazione di Formigoni a Saddam.

Sul capitolo italiano di Oil for food hanno indagato il sostituto procuratore di Milano Alfredo Robledo e una squadretta di investigatori della Guardia di finanza e dei Carabinieri (Virgilio Pomponi, Domenico Siravo, Antonio Amato, Giovanni Anchora, Giandiego Mercurio, Alfonso Mellone, Antonio Marotta) che hanno avuto elogi ed encomi internazionali per il contributo dato alle indagini su questo scandalo mondiale. Oggi sotto processo a Milano sono solo gli uomini della Cogep e l'intermediario tra Formigoni e gli iracheni, Marco Giulio Mazarino De Petro, mentre a Roma e a Genova saranno giudicati altri due tronconi dell'indagine. Ma questa vicenda, al di là degli aspetti giudiziari, ha sollevato il velo sulle attività finanziarie dei Memores Domini, che pure non sono oggetto di giudizio. Ha svelato il Codice De Petro, mostrando al mondo l'esistenza di società offshore, conti, transazioni, consulenti, mediatori, tutti riconducibili all'associazione dei Memores.

Il Codice De Petro ruota attorno a tre società estere chiamate Candonly e a una misteriosa fondazione di Vaduz di nome Memalfa. Protagonisti del Codice De Petro: Formigoni e i Memores del suo gru ppo, Alberto Perego, Fabrizio Rota, Alberto Villa, Mario Villa, Mario Saporiti. Rota è anche il capo della segreteria di Formigoni in Regione, oltre che ex amministratore della Socomir, una società partecipata dalla Cogep . Perego, commercialista, è stato l'organizzatore e il tesoriere della campagna elettorale di Formigoni. Loro negano tutto , sostengono di non avere nulla a che fare con società offshore e conti esteri. Le indagini di Robledo e della sua squadretta li smentiscono, ricostruendo la vera storia di Candonly e Memalfa.

Preghiere, petrolio ed elicotteri

La prima Candonly nasce nel 1991 a Dublino. «Mandante Sig. Alberto Perego», dice un memo riservato interno della Fidinam, notissima fiduciaria svizzera che lavora anche per Alberto Perego. Che cosa se ne fa Perego di una società irlandese? La usa come un comodo salvadanaio in cui far sparire all'estero i suoi soldini, assistito, appunto, dalla Fidinam. La prosa della Guardia di finanza è più spiccia: «Appare evidente che la Candonly Ltd fosse utilizzata dal Perego per trasferire al di là dei confini nazionali i proventi derivanti dai compensi percepiti per prestazioni professionali rese in Italia».

Nel 1995, una prima svolta: nell'anno in cui Roberto Formigoni viene eletto per la prima volta presidente della Regione Lombardia, a spartire con Perego il controllo di Candonly, 50 per cento a testa, arriva il segretario di Formigoni, Fabrizio Rota; e subito nei conti della società cominciano ad affluire i soldini di un'importante azienda italiana, la Alenia (gruppo Finmeccanica, sistemi radar e armamenti). Tra il 1995 e il 2001 Alenia versa a Candonly 829 mila dollari.

Perché Alenia paga Perego e Rota, cioè gli uomini di Formigoni? Non si sa. Una spiegazione cerca di darla il direttore dell'Alenia Giancarlo Elmi (sotto processo a Roma) che accenna a un "ringraziamento" per un appalto da 20 milioni di dollari nell'Iraq di Saddam Hussein, ottenuto da Alenia grazie a Formigoni. A un certo punto, racconta Elmi, si era messa di mezzo un'azienda francese e l'affare sembrava sfumare, ma «Formigoni intervenne a favore dell'Alenia con una lettera perentoria a Tareq Aziz». L'affare, però, è del 2000, mentre Alenia finanzia Candonly (cioè Formigoni, secondo quanto dice Elmi) fin dal 1995. Comunque l'affare alla fine non si realizza, perché gli americani bloccano tutto. Eppure i soldi restano nella cassaforte degli amici del governatore.

Nel 1997, nuova svolta: Candonly in quell'anno (pur con qualche sospetto di retrodatazione) passa nelle mani di Marco Giulio Mazarino De Petro, ex sindaco democristiano di Chiavari, ma soprattutto amico e consulente di Formigoni. Da quell'anno, parte il business petrolifero: Saddam e Aziz concedono succulenti contratti alla piccola Cogep, che subito "ringrazia" Formigoni versando sui conti della Candonly, dal 1998 al 2003, oltre 700 mila dollari . Come li giustifica De Petro? «Sono il compenso per la mia consulenza». Ma è difficile capire in che cosa sia consistita quella consulenza, visto che De Petro può esibire soltanto una relazione stilata nel 1996, tre paginette dalla sintassi difficile, in cui strologa di un «accordo petroil for food».

La racconta diversamente Fabrizio Loioli, trader internazionale: riferisce che i Catanese, a proposito del carico di petrolio della motonave Arion (2 milioni di barili), gli dissero che «per aver ottenuto questo quantitativo di petrolio, dovevano versare 100 mila dollari a Roberto Formigoni che lo aveva fatto loro ottenere». Somma da versare a «un suo referente». La Arion scarica il suo petrolio nel 2001. Nel 2002 effettivamente alla Candonly arrivano 100 mila dollari.

Intanto la Candonly cambia più volte faccia. Nel 1999, alla ricerca del miglior trattamento fiscale, il gruppo Memores sostituisce la Candonly di Dublino con una più conveniente Candonly basata a Londra. Cambia la scatola, ma non l'attività: continuano ad affluire (su conti Barclays Bank di Londra e Bsi di Zurigo) i soldini di Alenia e della Cogep.

Nel 2001, ecco spuntare la terza Candonly: forse ancora per ragioni fiscali, o per rendere più complicata la tracciabilità delle loro transazioni, i nostri eroi trasferiscono gli affari in Olanda, presso la Candonly Bv. E utilizzano una nuova società, la Karup Investments, basata in Delaware (Usa). La gestione fiduciaria delle società passa da Fidinam ad Arner, altra boutique finanziaria svizzera. E banca di riferimento diventa la Ing Bank di Amsterdam. Arrivano misteriosissimi soldi da Cuba e dall' Angola. E un nuovo business: targato Agusta. L'azienda aeronautica nel 2003 versa a Candonly Bv 50 mila euro. Perché? Ufficialmente sono il pagamento a De Petro per la sua attività di «promozione della Agusta nell'area caraibica». Non si sa che cosa De Petro abbia promosso, né risulta che abbia venduto elicotteri nei Caraibi, si sa però che ha comprato un elicottero Agusta A-109 E Power proprio nel 2003, quando era presidente della Avionord, la minicompagnia aerea della Regione Lombardia.

Che fine fanno i soldi che arrivano da Alenia, Cogep, Agusta, da Cuba e dall'Angola? Una parte va su un conto cifrato presso l'Ubs di Chiasso intestato a De Petro. Una parte arriva a un conto chiamato Paiolo presso la Bsi di Chiasso (lui nega, ma Paiolo, secondo gli investigatori, è di Alberto Perego). Infine, il restante affluisce su un paio di conti correnti della banca Falck & Cie di Lucerna e di Chiasso, intestati alla Fondazione Memalfa. E qui siamo al cuore del Codice De Petro, al sancta sanctorum dei Memores Domini.

Mistero Memalfa

La Fondazione Memalfa nasce nel 1992 a Vaduz, in Liechtenstein, il 15 gennaio, San Paolo Eremita. Scopo sociale: amministrazione di beni mobili e immobili, detenzione di partecipazioni e altri diritti, esecuzione delle transazioni connesse. Beneficiari economici: Alberto Perego e Fabrizio Rota. Fiduciario: Silvio Rossetti, funzionario della Prasidial di Vaduz (fino al 1995) e poi della Fidinam di Zurigo e gestore anche delle Candonly. Spiega Rossetti: «Hanno creato questa fondazione per costituire una riserva di fondi fuori dall'Italia. I soldi della fondazione sono stati investiti in Borsa».

Che si tratti di uno strumento finanziario dei Memores è dimostrato dallo statuto: prevede che alla morte di uno dei due beneficiari il patrimonio venga assegnato interamente all'altro e, alla morte di entrambi, alla Associazione Memores di Massagno. È la filiale svizzera dell'associazione, con sede a Massagno, sobborgo di Lugano, all'indirizzo dove è domiciliato anche il leader di Cl della Svizzera italiana, Claudio Mesoniat, direttore del quotidiano vescovile Il Giornale del Popolo .

Memalfa è il polmone finanziario dei Memores. Sui suoi conti di Lucerna e di Chiasso arrivano i soldi affluiti alla Candonly dai conti Lgt Bank di Vaduz e Beirut Ryad Bank di Londra. In uscita, Memalfa bonifica denaro al conto Paiolo di Chiasso e, dopo il 1997, a un altro conto acceso presso la Bsi di Zurigo. Il beneficiario è sempre lo stesso: Alberto Perego.

Più complicato è stabilire gli impieghi dei soldi che escono da Memalfa e da Paiolo. Nel luglio 1997, 80 milioni di lire passano da Paiolo al conto Dugan, presso la Bsi di Chiasso: è un conto di Marco Barbone, l'ex terrorista che ha ucciso il giornalista Walter Tobagi e che ora fa parte di Cl. Sconosciuti i motivi del finanziamento. Chissà invece se qualche soldino di Memalfa va a finanziare Obelix? Obelix è la barca di 15 metri e due motori da 400 cavalli , ormeggiata nel porto di Lavagna, su cui Formigoni, i suoi amici Memores e De Petro hanno fatto insieme giri e vacanze. Il suo proprietario, Adelio Garavaglia, la vende nel 2002 a un gruppo formato da Oriana Ruozi (la moglie di De Petro), Roberto Formigoni, Fabrizio Rota, Alberto Perego e Alfredo Perico, tutti Memores (tranne De Petro, che è infatti l'unico sposato). Garavaglia incassa 670 milioni di lire, 470 dichiarati e 200 in nero, e racconta che De Petro si era lamentato con lui: «Voleva dichiarare meno».

Obelix

Il pagamento di Obelix è un'avventura. Formigoni versa a Garavaglia 111 mila euro dai suoi conti: 10 mila nel gennaio 2002 con un assegno della Banca Popolare di Sondrio; 51 mila euro nel febbraio 2002 con un bonifico che parte dalla Banque Populaire d'Alsace; e 50 mila euro nel luglio 2002 con un altro assegno della Popolare di Sondrio. Il resto lo paga De Petro un po' alla volta, per lo più in contanti. Garavaglia racconta: ci incontravamo nei fine settimana a Lavagna, nei pressi della mia ex imbarcazione; io chiedevo a De Petro se avesse portato qualcosa per me, e lui tirava fuori dal suo borsello a tracolla mazzette di banconote tenute insieme da un elastico, sempre tra i 10 e i 15 mila euro per volta. In altre occasioni Garavaglia incassava assegni: a volte circolari, a volte intestati a nomi veri (Fabrizio Rota e Alberto Villa, un altro Memores), a volte intestati a nomi falsi (gli inesistenti Carlo Rossi e Giancarlo Rossi), ma con esecutori persone vere, Mario Saporiti e Mauro Villa, anch'essi Memores. Una barca davvero comunitaria, visto che i Memores si affollano a portar soldi per pagarla. Alberto Villa, per esempio, versa 10 mila euro: «Per la mia quota», spiega agli investigatori; ma poi apprende con stupore, durante l'interrogatorio, di essersi sbagliato, perché non risulta tra i proprietari della barca...

In questa storia c'è anche un giallo internazionale con una venatura spionistica: qualcuno, dall'estero, ha spifferato agli indagati i segreti dell'inchiesta. Lo scopre il pm Robledo quando fa perquisire l'ufficio svizzero di Rossetti, il funzionario che lavora per i Memores, e vi trova la copia della rogatoria internazionale che la procura aveva fatto in Liechtenstein. Era stata mandata via fax, nel 2005, allo studio legale milanese Sciumè Zaccheo & associati. L'avvocato Alberto Sciumè è amico, e anche socio, di uno degli indagati: Alberto Perego; e tra quelle carte, Robledo trova allegato anche un biglietto da visita: quello di Mario Brusa, avvocato di Formigoni.

Memalfa, la sofisticata cassa comune offshore dei Memores Domini, è stata chiusa nel 2001. I suoi fondi sono finiti sul conto Paiolo di Perego. Chissà se dopo Mem-alfa, in qualche paradiso fiscale, sono nate Mem-beta, Mem-gamma e così via. Il Codice De Petro resta in gran parte ancora misterioso.

(Micromega, gennaio 2009)

sabato 12 settembre 2009

Le regole per non scrivere in Banchese

http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/BANKITALIA-LE-REGOLE-PER-NON-SCRIVERE-IN-BANCHESE/news-dettaglio/3716277

Usare caratteri chiari, grassetto e corsivo per evidenziare parti di testo, scrivere in italiano corrente e non in 'banchese' stretto: la Banca d'Italia correda le norme sulla Correttezza con la clientela con un allegato che spiega come rivolgersi ai clienti di istituti di credito, mediatori finanziari e Poste. Nei contratti si dovranno evitare "soluzioni che compromettono la leggibilita' del documento", come l'uso di caratteri maiuscoli o sottolineati per piu' righe. No ai caratteri troppo piccoli. Si' a elenchi puntati e tabelle "che agevolano il confronto fra le informazioni". I documenti dovranno essere organizzati con titoli, indici, sintesi e sottotitoli ricorrendo anche all'"evidenziazione di parole e concetti chiave". La Banca d'Italia sottolinea che "semplicita' sintattica e chiarezza clessicale sono calibrate sul livello di alfabetizzazione finanziaria delle differenti afasce di clientela, anche in relazione al prodotto proposto". Quindi: pochi incisi e subiordinate, preferire la forma attiva a quella passiva, esprimere il soggetto, preferire l'indicativo rispetto al congiuntivo. I riferimwenti normativi dovranno essere riportati "alla fine della frase, fra parentesi". Sara' necessario, dove possibile "usare parole ed espressioni d'uso comune" come 'firmare' invece che 'sottoscrivere', 'portare con se'' invece che 'asportare', 'questo documento' al posto del 'presente documento' o 'potere' anziche 'avere la facolta' di' oppure 'in anticipo' al posto di 'in via anticipata'. Meglio preferire "preposizioni, congiunzioni espressioni brevi e semplici" e cosi' avremo finalmente un 'ma' o un 'per' al posto di 'finalizzato a; volto a; mirato a'. Preferire verbi semplici come ad esempio 'firmare' al posto di 'apporre la firma' oppure 'pagare' al posto di 'provvedere al pagamento'. Oltre al congiuntivo, palazzo Koch vorrebbe al bando, almeno nei contratti, anche il gerundio. E con queste forme verbali, si spera finiscano nella fossa anche " parole come 'detto, predetto, suddetto, tale, esso, quello' per riprendere o richiamare elementi precedenti. Spesso - sottolinea Bankitalia - e' preferibile ripetere la stessa parola".

IL problema energetico secondo il sole24ore

Il collasso energetico mondiale, momento in cui le risorse primarie disponibili, alla luce delle tecnologie attuali, non saranno più in grado di far fronte alla domanda, è previsto per il 2065.

Il modello elaborato dal Cnr e pubblicato nel volume «Energia e trasporti, stato attuale e prospettive future della ricerca scientifica» non lascia scampo. A meno che non si guardi oltre. E cioè al nucleare, alle fonti rinnovabili, a nuovi utilizzi dei combustibili fossili. Ma soprattutto - e subito - al risparmio energetico. «La ricerca deve saper fronteggiare due sfide combinate - spiega Claudio Bertoli, direttore del Dipartimento Energia e Trasporti del Cnr - e cioè assicurare energia sufficiente a basso costo e ridurre l'impatto negativo sull'ambiente nella produzione, il trasporto e la distribuzione di energia». Per rimandare quel punto critico che potrà essere evitato soltanto con una nuova sorgente di energia primaria.

Ovvero?
La fusione nucleare al momento è la promessa maggiore. Il progetto Iter, che prevede la realizzazione del primo reattore in Francia, nell'area di Caradache, è la più grande intesa scientifica internazionale attualmente in campo. Sono convinto che si arriverà ad una centrale operativa. Certo, si parla del 2020 o dopo. Tra l'altro, la parte di ricerca sui materiali è comune a un altro fronte importante, quello delle centrali di quarta generazione. Lì però, ci sarà da aspettare ancora di più.

Parliamo del presente. Cosa ne pensa del ritorno al nucleare dell'Italia?
E' molto importante. Ci farà tornare in uno strategico filone industiale e di ricerca. Ci renderà più autonomi dagli altri Paesi, ma non risolverà del tutto il problema. Continueremo a importare.

Quali fonti sostituiranno i combustibili fossili?
Innanzitutto va detto che i combustibili fossili rimarranno ancora con noi per molto tempo. In particolare il carbone, che anche nel 2100 - secondo i nostri modelli - darà un apporto significativo. Bisognerà proseguire nell'utilizzo e nella ricerca di tecnologie che lo rendano più pulito e per la cattura e il sequestro sotterraneo del carbonio legato alla sua combustione.

E' realistica la teoria del «peak oil», momento di picco del petrolio?
Tutti i modelli prevedono che il consumo di idrocarburi raggiungerà un massimo per poi decrescere. Si differenziano sulla definizione del momento in cui questo accadrà. Dipende molto dalla volontà politica e dagli interventi che verranno messi in campo. Se tutto continuasse come oggi, il peak oil potrebbe essere raggiunto nel 2030.

E poi? Al di là del nucleare, le energie rinnovabili che ruolo possono giocare?
Crediamo che nel 2050 possano rappresentare all'incirca il 15% della domanda di potenza complessiva. Il che corrisponde a un quarto della produzione energetica complessiva. Persistono però una serie di problemi, come la discontinuità dell'apporto energetico, i costi elevati e l'utilizzo del territorio. Fenomeno, quest'ultimo, particolarmente vero per le biomasse. Non devono sottrarre territorio alle coltivazioni agricole. L'utilizzo di biomasse di nuova generazione, come quelle algali, accresciute con la CO2 di scarto delle centrali, mi sembra una soluzione promettente.

Nel nostro Paese si registra una forte crescita di eolico e fotovoltaico. Può continuare?
Le caratteristiche del nostro territorio non permettono la realizzazione di grosse centrali. Credo sia meglio puntare sulla microgenerazione, ovvero l'applicazione del fotovoltaico sulle case e i capannoni industriali. Rimanendo su questa scala, è molto promettente anche il mini-eolico.
28 agosto 2009


«Il paradigma della crescita non supererà il picco del petrolio»
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/risparmio-energetico/frontiere/petrolio-picco-aspo.shtml?uuid=a0f65a4c-98a3-11de-872e-41be20626090

Il «peak oil», momento di massima produzione di petrolio oltre il quale inizia una inesorabile discesa, è un fantasma di cui si discetta da decenni. Già negli anni Cinquanta il geofisico americano Marion King Hubbert allarmò i petrolieri paventando il raggiungimento del picco, sul continente statunitense, negli anni Settanta. Hubbert indovinò e divenne un punto di riferimento. Vent'anni dopo le grandi crisi petrolifere, Colin Campbell riprese in mano i suoi studi diventando uno dei massimi esperti internazionali. Nel 2001, mettendo insieme diversi scienziati e contributi, fondò Aspo, acronimo di Association for the study of peak oil.

A oltre cinquant'anni dalle prime previsioni di Hubbert il mondo si interroga davvero su come andare oltre quel barile di oro nero che ne accompagna lo sviluppo da 150 anni. Luca Pardi, vicepresidente di Aspo Italia e primo ricercatore dell'Istituto per i processi chimico-fisici del Cnr, prende spunto dall'intervista rilasciata al Sole24ore.com da Claudio Bertoli, direttore del Dipartimento Energia e Trasporti del Cnr, in cui veniva previsto il collasso energetico per il 2065 e il picco del petrolio per il 2030. Pardi contesta sia le previsioni temporali che l'analisi delle soluzioni (il Cnr indicava nella fusione nucleare la maggiore promessa, ndr). «Il metabolismo socio-economico del pianeta dipende dal petrolio - spiega Pardi -. E' la fonte energetica più conveniente, non esiste nulla di paragonabile: è per questo che il momento di picco è un evento critico di dimensioni inaudite. Vediamo una certa semplificazione del problema che rischia di indurre un eccessivo ottimismo nel settore e nei cittadini».

Il Cnr prevede il peak oil per il 2030. Voi?
C'è molta confusione. Nel novembre scorso l'Agenzia internazionale per l'energia (Aie), agenzia intergovernativa dei paesi Ocse, ha presentato, nel suo World energy outlook 2008 (Weo2008) un quadro della situazione e le proiezioni fino al 2030. Ebbene, il picco del petrolio estratto dai giacimenti in attività è già stato raggiunto. Il picco globale potrebbe, secondo l'Aie, essere rimandato a dopo il 2030 solo se si comincerà a produrre petrolio da risorse il cui sviluppo richiederebbe ingenti investimenti: la stima è di ventiseimila miliardi di dollari. Investimenti che, al momento, appaiono fuori dalla portata di qualsiasi compagnia petrolifera pubblica o privata. La produzione globale oggi arriva a 83-85 milioni di barili al giorno. Il livello è lo stesso dal 2004. I modelli secondo noi più attendibili indicano un possibile momento di picco per il 2010.

Quindi l'anno prossimo. Eppure vengono scoperti nuovi giacimenti, come quello di Bp nel Golfo del Messico, definito dalla compagnia «gigantesco»...
Vero, ma il giacimento di Tiber, stando a quanto dice Bp, contiene 3 miliardi di barili che dopo le prime trivellazioni potrebbero arrivare a 6 miliardi. Non è poco, ma nel mondo ne vengono consumati 30 miliardi l'anno. Siamo a un decimo. I giacimenti scoperti negli anni Sessanta, come quello di Ghawar, contenevano 170 miliardi di barili. Dall'inizio degli anni Ottanta consumiamo più di quanto troviamo.

Le nuove tecnologie non possono allontanare la data in cui il petrolio inizierà a diminuire andando a scovarlo in posti un tempo impensabili?
Può incidere ma molto poco. Credo che la nostra previsione sul momento di picco abbia un margine di errore di cinque anni, non venti o trenta.

Passiamo al carbone. Diverse analisi concordano sul fatto che durerà di più.
Sì, ma meno di quanto si pensi: molte delle riserve disponibili non potranno essere sfruttate al 100%. Oltre un certo limite l'estrazione non è più conveniente. Uno studio del 2007 dell'Energy watch group prevede un picco globale del carbone entro la metà del secolo.

Cosa c'è oltre?
Crediamo molto nelle rinnovabili. La critica che viene mossa storicamente a questo tipo di energia è che il suo contributo rimane marginale nella torta complessiva e intermittente (il fotovoltaico non funziona di notte, l'eolico quando non c'è vento, ndr). La crescita degli ultimi anni è stata rilevante in assoluto, meno in relazione al fabbisogno energetico. Guardando avanti bisogna puntare sulle grandi centrali, non solo alla microgenerazione. Arrivare alla produzione di centinaia di Megawatt. Per uscire dalla nicchia. Io stesso sono tra i piccoli investitori del progetto Kitegen per l'eolico d'alta quota che può fornire notevole potenza e risolvere il problema dell'intermittenza, visto che in quota i venti sono più abbondanti.

E il nucleare?
Le tecnologie da fissione nucleare sono affidabili e mature. Il punto è che le circa 450 centrali attualmente in esercizio dipendono per circa il 40% dall'Uranio di riserve strategiche accumulate in passato e certamente finite. Anche qui ci sarà un picco, previsto per metà secolo.

In cinquant'anni potrebbero però vedere la luce le centrali di quarta generazione e quelle a fusione nucleare.
Ha detto bene, "potrebbero". Sono tecnologie estremamente complicate, diffido di appuntamenti così lontani nel tempo.

Però anche le vostre previsioni sul picco del carbone e dell'uranio arrivano a metà secolo...
Fare previsioni non è mai semplice. I modelli servono per ragionare con un set di variabili sulle direzioni future, non per indovinare l'anno preciso. Il problema è che le politiche vengono scelte su modelli mentali, mentre quelli di cui parlo sono fisico-matematici. Spesso si fanno paralleli con il passato, pensando che all'era del petrolio ne seguirà un'altra, fucina di ulteriore sviluppo.

Non è così?
Chi l'ha detto? Io credo che ci sarà un cambio di paradigma. La crescita economica continua ed infinita finirà. Non si tornerà alla stessa abbondanza. Gli ecosistemi terrestri non possono reggere questi ritmi, lo sviluppo ha dei limiti. Dovremo abituarci.



Le energie rinnovabili sono una «grande opportunità di ricerca e di business», ma i target che si sono posti l'Unione europea e l'amministrazione Obama sono irraggiungibili. «I tecnici più avveduti lo sanno. I politici tengono l'informazione nel cassetto. Tutti sanno che le rinnovabili, da sole, non possono fornire l'energia di domani», spiega Angelo Spena, direttore dei laboratori di fisica tecnica ambientale dell'Università Tor Vergata di Roma e coordinatore del dottorato in ingegneria delle fonti di energia. Il problema è che per fare un'analisi serena occorrono dati precisi: « Per non dissipare e disilludere il grande potenziale dato dall'entusiasmo dei più giovani occorre una riflessione attenta sul peso specifico che possono rappresentare oggi le fonti rinnovabili prima di fare partire una filiera industriale che si regge solo sugli incentivi».

Perchè, i dati che ci sono in circolazione non sono corretti?
I media comunicano continui aumenti delle potenze installate. Ma non c'è informazione sull'energia prodotta da quei kilowatt. Se l'impianto non lavora, i kilowattora sono zero. Abbiamo fatto uno studio sui dati del Gse del 2007-8, i soli che riportano i kilowattora prodotti all'anno dalle potenze incentivate in Italia.

Ebbene?
Abbiamo diviso kilowattora su kilowatt, ottenendo le ore di funzionamento. Tenga conto che in un anno ci sono 8.760 ore. Una centrale termoelettrica a carbone funziona 7.000 ore, quindi l'80% del tempo disponibile. Il solare termico resta sotto le mille ore. Lo stesso per il fotovoltaico. Eppure quando si fanno studi di fattibilità, in genere vengono assicurate da 1.100 a 1.400 ore di attività. Nella realtà, il ritorno dell'investimento è più lungo. E' come avere una bellissima Ferrari ma tenerla in box.



Fig. 1 – Italia. Ore di equivalente funzionamento a pieno carico di impianti solari fotovoltaici. Nuovo Conto Energia, anno 2008 (Fonte: GSE, 2009).


Vale anche per le altre fonti?
L'eolico va un pochino meglio, con 1.500-1.600 ore l'anno. La buona notizia arriva dalle biomasse, con 4.000-5.000 ore.



Fig. 2 – Italia, anno solare 2007. Ore di equivalente funzionamento a pieno carico degli impianti eolici. (Fonte: GSE, 2008).


Da dove nasce questo divario tra installato e produzioni effettive?
Ci sono tre ordini di problemi. Il primo è legato a malfunzionamenti e problemi di sistema, poi la geografia del Paese: in molte zone il vento è raro. Infine, si scontano gli errori nelle analisi preventive, troppo semplicistiche e ottimistiche. Si trascurano troppi aspetti prestazionali. Una fonte rinnovabile deve soddisfare insieme tutti i tre requisiti: costo, durata, efficienza. Se solo uno non c'è, salta tutto.




Fig. 3 – Producibilità teorica e misurata degli impianti eolici censiti dal GSE nel 2007, in funzione della velocità statistica media del vento.


Cosa si può fare?
C'è anzitutto necessità di efficienza energetica e di comportamenti virtuosi di tutti noi. Poi bisogna discernere il grano dal loglio. Io faccio una critica alla incentivazione indiscriminata, e una sollecitazione. Le tecnologie oggi commerciali danno quello che abbiamo visto. Siamo solo alle batterie, non alle finali. Se investiamo tutto in incentivi rischiamo di creare un mercato che non sta in piedi. Di tutto abbiamo bisogno meno che di occupazione effimera. Al momento l'urgenza non è promuovere una nuova massa critica industriale. Salverei solo la termotecnica per le biomasse e l'elettromeccanica per l'eolico, già ben radicate nel nostro tessuto industriale. Per il resto occorre monitorare bene l'esistente e dare più risorse alla ricerca. C'è ancora molto da fare.

Quali sono i filoni più promettenti?
Certamente l'integrazione dei captatori solari negli edifici. Non solo sui tetti, ma anche sulle facciate. E l'eolico off-shore, in mare, che può sfruttare venti maggiori. Infine, lo ripeto, bisogna mettere a punto dei nuovi studi di sistema per fare meglio le scelte e i progetti. E per attribuire bene ad ogni clima le più adatte tecnologie

Quando crede che il problema delle risorse energetiche si farà urgente?
Difficile fare previsioni, spesso si sono rivelate errate. I combustibili fossili hanno ancora almeno alcuni decenni di vita piena e soddisfacente. La tensione sui prezzi risponde più a logiche speculative che alla scarsezza delle risorse. Io mi preoccupo quando vedo che il prezzo del petrolio scende troppo. Abbiamo studiato l'andamento della quotazione del greggio e l'ammontare degli investimenti delle compagnie petrolifere in tecnologie per la ricerca e l'estrazione negli ultimi trent'anni. Scoprendo che c'è una correlazione fortissima.
10 settembre 2009

venerdì 11 settembre 2009

Un disastro ambientale in Basilicata

Luigi de Magistris: Un disastro ambientale in Basilicata

Inquinamento della falda acquifera di Tito, del torrente Tora e del fiume Basento. Nel marzo del 2001, a Tito (PZ), è stata sequestrata un´area di 27000 mq di proprietà del Consorzio Asi di Potenza. Il sequestro fu disposto dalla Procura della Repubblica di Potenza perché era stata rinvenuta una discarica abusiva di Fanghi industriali tossico nocivi, interrati in "trincee" all´interno di contenitori in HDPDE e ricoperti di fosfogessi.Il 18 settembre del 2001, con il D.M. 468, l´area industriale di Tito Scalo viene dichiarata "Sito di Bonifica di interesse nazionale". Con il D.M. dell´8 luglio del 2002 viene stabilito il perimetro del sito e parte la fase di caratterizzazione. A distanza di otto anni dal rinvenimento della discarica abusiva e dall´istituzione del "Sito di Bonifica di interesse nazionale", l´area in oggetto non è stata ancora bonificata, nonostante le preoccupanti notizie che emergono da una relazione firmata dai dottori Alessandro Iacucci e Mauro Sanna.Una recente video-inchiesta realizzata sul sito in oggetto il 16 luglio del 2009, documenta che il contenuto dei fanghi, a causa della rottura dei contenitori, sta già da tempo inquinando la sottostante falda e da lì, il torrente Tora e il fiume Basento. Nell´area sono stoccate oltre 250.000 tonnellate di fanghi industriali, contenenti veleni quali: Arsenico, Mercurio, Cadmio, Cromo, Piombo, Selenio, Rame, Nichel e Zinco. Ritenendo fondamentale la tutela dei fiumi, dei laghi e di ogni corso d'acqua, e la complessiva salvaguardia delle risorse ambientali e della salute pubblica, dico che di tale danno devono occuparsene, immediatamente, con urgenti verifiche tecniche: la Regione Basilicata, la Provincia di Potenza, il Consorzio Asi, l'Arpab, il Ministero dell'Ambiente e la Commissione Europea (quest'ultima verificando anche inadempienze italiane), ogni Istituzione nell'ambito delle sue competenze: e' in concreto pericolo il diritto alla salute tutelato dall´art. 35 Carta dei diritti fondamentali dell´UE.

giovedì 10 settembre 2009

(Roy) Democrazia imperiale

http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=3622

L’impero è in marcia. “Democrazia” è il suo nuovo, astuto grido di battaglia. La ricetta è semplice: far bollire, aggiungere petrolio, poi bombardare. L’appello di Arundhati Roy alla società civile americanaInternazionale 491, 5 giugno 2003Il 3 luglio 1988 l’incrociatore lanciamissili Vincennes, di stanza nel Golfo Persico, abbatté per errore un aereo di linea iraniano uccidendo 290 passeggeri civili. Quando gli chiesero di commentare l’incidente, George Bush primo, che all’epoca era impegnato nella campagna elettorale per la presidenza, dichiarò con sagacia: “Non chiederò scusa a nome degli Stati Uniti. Non mi importa come sono andati i fatti”. Non mi importa come sono andati i fatti. Una massima perfetta per il nuovo impero americano. Forse si può aggiungere una piccola variazione sul tema: i fatti possono andare come vogliamo noi.Negli Stati Uniti il sostegno dell’opinione pubblica alla guerra contro l’Iraq si è basato su un cumulo di bugie e sotterfugi, coordinati dal governo e fedelmente amplificate dai media delle multinazionali. Oltre ai legami inventati fra Iraq e al Qaeda, c’è stato l’allarme preconfezionato sulle armi di distruzione di massa irachene. George Bush il piccolo è arrivato al punto di dire che sarebbe stato “suicida” per gli Usa non attaccare l’Iraq. Era un allarme con uno scopo preciso. George W. Bush riproponeva una vecchia dottrina sotto una veste nuova: la dottrina del colpo preventivo, vale a dire gli Stati Uniti possono fare tutto quello che vogliono, e ormai questo è ufficiale.La guerra contro l’Iraq è stata combattuta e vinta e non sono state trovate armi di distruzione di massa. Neanche la più piccola. Forse ce le dovranno mettere per scoprirle. E anche in questo caso, i più critici di noi vorranno sapere perché Saddam Hussein non le ha usate quando il suo paese è stato invaso. C’è chi chiede: cosa cambia se l’Iraq non aveva armi chimiche e nucleari? Cosa cambia se non ci sono collegamenti con al Qaeda? Cosa cambia se Osama bin Laden odia sia Saddam Hussein sia gli Stati Uniti? Bush il piccolo ha detto che Saddam Hussein era un “dittatore omicida”. Perciò – questo è il ragionamento – l’Iraq aveva bisogno di un “cambiamento di regime”. Poco importa se quarant’anni fa la Cia, quando era presidente John F. Kennedy, contribuì a organizzare un cambiamento di regime a Baghdad. Nel 1963, con un colpo di stato, in Iraq arrivò al potere il partito Ba’ath. Usando elenchi forniti dalla Cia, il nuovo regime Ba’ath eliminò sistematicamente centinaia di medici, insegnanti, avvocati e personaggi politici noti per essere di sinistra. Nel 1979, dopo una lotta interna al partito, Saddam Hussein diventò presidente dell’Iraq. Nell’aprile del 1980, mentre Saddam stava massacrando gli sciiti, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski dichiarò: “Non c’è una sostanziale incompatibilità tra gli interessi degli Stati Uniti e dell’Iraq”. Washington e Londra appoggiarono Saddam Hussein sia apertamente sia in segreto. Lo finanziarono, lo equipaggiarono, lo armarono e gli fornirono materiali che potevano essere usati per scopi civili ma anche per produrre armi di distruzione di massa. Sostennero la guerra di otto anni contro l’Iran e il massacro del popolo curdo con il gas ad Halabja nel 1988. Crimini che quattordici anni dopo sono stati usati come ragioni per giustificare l’invasione dell’Iraq.Tecnica efficaceIl punto è: se Saddam Hussein era tanto malvagio da meritare il tentativo di assassinio più complicato e annunciato della storia, allora sicuramente chi lo ha sostenuto dovrebbe almeno essere processato per crimini di guerra. Perché nell’infame mazzo di carte degli uomini e delle donne ricercate non figurano le facce dei funzionari di governo statunitensi e britannici? Perché quando è in gioco l’impero, i fatti non contano. Sì, ma tutto questo fa parte del passato, ci dicono. Saddam Hussein è un mostro che deve essere fermato. E solo gli gli Stati Uniti possono fermarlo. È una tattica efficace: si usa l’urgenza morale del presente per oscurare i peccati diabolici del passato e i terribili piani per il futuro. Indonesia, Panama, Nicaragua, Iraq, Afghanistan – l’elenco si allunga sempre di più. Anche ora ci sono regimi brutali che sono finanziati – Egitto, Arabia Saudita, Pakistan, repubbliche dell’Asia centrale.L’impero è in marcia, e Democrazia è il suo nuovo, astuto grido di guerra. Democrazia, consegnata a domicilio dalle bombe a grappolo. La morte è un prezzo modesto da pagare per assaggiare questo nuovo prodotto: democrazia imperiale precotta (far bollire, aggiungere petrolio, poi bombardare).In questi ultimi mesi, mentre il mondo restava a guardare, l’invasione e l’occupazione americana dell’Iraq sono state trasmesse in diretta tv. Una civiltà di settemila anni è scivolata nell’anarchia. Prima che la guerra cominciasse, l’ufficio per la ricostruzione e l’assistenza umanitaria (Orha) ha inviato al Pentagono un elenco di sedici importantissimi siti da proteggere. Il museo nazionale era al secondo posto. Eppure il museo non è stato semplicemente saccheggiato, è stato profanato. Era il custode di un antico retaggio culturale. L’Iraq come lo conosciamo oggi faceva parte della Mesopotamia. La civiltà che fiorì sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate produsse la prima scrittura, il primo calendario, la prima biblioteca, la prima città del mondo e, proprio così, la prima democrazia. Il re di Babilonia, Hammurabi, fu il primo a codificare le leggi che regolavano la vita sociale dei cittadini. Era un codice in cui le donne abbandonate, le prostitute, gli schiavi e persino gli animali avevano dei diritti. Il codice di Hammurabi segna non solo la nascita della legalità, ma la prima intuizione del concetto di giustizia sociale. Il governo statunitense non avrebbe potuto scegliere una terra meno adatta per inscenare la sua guerra illegale ed esibire il suo grottesco disprezzo per la giustizia.L’ultimo edificio nell’elenco dell’Ohra dei sedici siti da proteggere era il ministero del petrolio. È stato l’unico che ha ricevuto protezione. Forse l’esercito occupante pensava che nei paesi musulmani gli elenchi si leggessero al contrario? La sicurezza del popolo iracheno non era affare loro. La sicurezza dell’eredità culturale irachena o di quel che restava della sua infrastruttura non era affare loro. Ma la sicurezza dei giacimenti petroliferi iracheni sì. Certo che lo era. I giacimenti di petrolio sono stati “messi al sicuro” quasi prima che cominciasse l’invasione.Tenuta fantasiosaIl 2 maggio Bush il Piccolo ha aperto la sua campagna elettorale per il 2004 sperando di essere finalmente eletto presidente degli Stati Uniti. Con quello che probabilmente è stato il volo più breve della storia, un jet militare è atterrato su una portaerei, la Abraham Lincoln, attraccata vicinissima alla costa. Tanto vicina che stando all’Associated Press i funzionari dell’amministrazione hanno ammesso di aver “posizionato questa nave enorme in modo da fornire la migliore angolazione televisiva al discorso del presidente Bush, con lo sfondo del mare invece della costa di San Diego”. Il presidente Bush, che non ha fatto il servizio militare, è emerso sul ponte con una tenuta fantasiosa – giubbotto militare, stivali da combattimento, occhialoni da pilota, casco. Salutando i soldati che lo acclamavano, ha ufficialmente proclamato la vittoria sull’Iraq. È stato attento a dire che si trattava “soltanto di una vittoria in una guerra al terrorismo… che continua ancora”.Era importante evitare un esplicito annuncio di vittoria, perché in base alla convenzione di Ginevra un esercito vittorioso deve rispettare gli obblighi giuridici di una forza occupante, una responsabilità di cui l’amministrazione Bush non vuole farsi carico. E poi, quando le elezioni del 2004 saranno più vicine, per convincere gli elettori esitanti potrebbe essere necessaria un’altra vittoria nella “guerra al terrorismo”. La Siria è stata messa all’ingrasso in attesa di essere uccisa. La distinzione fra campagna elettorale e guerra, fra democrazia e oligarchia sembra scomparire rapidamente.Un eufemismoSecondo un sondaggio dell’istituto internazionale di ricerche Gallup, il consenso a una guerra condotta “unilateralmente dagli Stati Uniti e dai suoi alleati” non ha superato l’11 per cento in nessun paese europeo. Ma i governi di Gran Bretagna, Italia, Spagna, Ungheria e di altri paesi dell’Europa orientale sono stati elogiati per aver ignorato l’opinione della maggioranza dei loro cittadini e per aver sostenuto l’invasione illegale. Come si chiama questo? Nuova democrazia? Come il nuovo Labour della Gran Bretagna?La democrazia, la vacca sacra del mondo moderno, è in crisi. Ed è una crisi profonda. In suo nome vengono commessi oltraggi di ogni genere. È diventata poco più di una parola senza valore, un guscio svuotato di contenuto e significato. Può essere tutto quello che volete. La democrazia è la puttana del mondo moderno, disposta a vestirsi, a spogliarsi, disposta a soddisfare tantissimi gusti, disponibile a farsi usare e abusare.Le democrazie moderne esistono da abbastanza tempo perché i capitalisti neoliberali abbiano imparato come rovesciarle. Hanno perfezionato la tecnica di infiltrarsi negli organi democratici– la magistratura “indipendente”, la stampa “libera”, il parlamento – e piegarli ai loro scopi. Il progetto di globalizzazione delle multinazionali ha infranto le regole del sistema. Libere elezioni, una stampa libera e una magistratura indipendente significano ben poco dopo che il libero mercato le ha ridotte a merci in vendita al miglior offerente.La democrazia è diventata l’eufemismo usato dall’impero per parlare del neocapitalismo liberale. La macchina della democrazia è stata efficacemente manomessa. Politici, baroni dei media, giudici, lobby aziendali e funzionari di governo si sovrappongono e si intrecciano in una complessa rete sotterranea che minaccia la struttura di controlli ed equilibri fra la costituzione, i tribunali, il parlamento, l’amministrazione e i mezzi di informazione indipendenti, che costituiscono la base di una democrazia parlamentare. In molti casi l’intreccio non né complesso né sottile.Il capo del governo italiano Silvio Berlusconi, per esempio, ha una quota di controllo in importanti quotidiani, riviste, canali televisivi e case editrici. Negli Stati Uniti, Clear Channel Worldwide Incorporated è il più grande proprietario di emittenti radio del paese e controlla più di 1.200 canali. Il suo direttore generale ha versato centinaia di migliaia di dollari per la campagna elettorale di Bush. Ha organizzato comizi patriottici in favore della guerra in tutto il paese e poi ha spedito i suoi inviati a seguirli come se fossero notizie da prima pagina. L’era della creazione del consenso ha lasciato il passo all’era della creazione delle notizie. Presto le redazioni rinunceranno alla finzione e cominceranno ad assumere direttori di teatro al posto dei giornalisti. Lo show business americano diventa sempre più violento e bellicoso e le guerre americane diventano sempre più simili allo show business, e sono già in corso alcuni incroci interessanti. Il progettista che ha costruito in Qatar il set da 250mila dollari usato dal generale Tommy Franks per allestire la sala stampa dell’operazione shock and awe ha costruito anche i set per la Disney, la Metro Goldwyn Meyer e lo show televisivo della Abc Good Morning America. È un’ironia crudele che gli Stati Uniti – il paese che vanta i difensori più appassionati della libertà di parola e (fino a qualche tempo fa) la legislazione più complessa per difenderla – abbiano ristretto così tanto lo spazio in cui tale libertà può esprimersi. In modo strano e complesso, le discussioni e il furore che accompagnano la difesa della libertà di parola in America mascherano la rapida scomparsa di questa libertà.L’impero dei media americano è controllato da una minuscola cricca di persone. Il presidente della commissione federale per le comunicazioni Michael Powell, figlio del segretario di stato Colin Powell, ha proposto un’ulteriore deregolamentazione del settore che porterà a una concentrazione ancora maggiore.E così eccola – la più grande democrazia del mondo, guidata da un uomo che non è stato eletto legittimamente. La corte suprema gli ha donato il suo incarico. Che prezzo ha pagato il popolo americano per questa presidenza illegittima? Nei tre anni di mandato di George Bush il piccolo l’economia americana ha perso più di due milioni di posti di lavoro. Spese militari stravaganti, la privatizzazione dei servizi sociali e le riduzioni fiscali per i più ricchi hanno provocato la crisi finanziaria del sistema educativo degli Stati Uniti. Secondo un’indagine del consiglio nazionale sulle legislature statali, gli stati americani nel 2002 hanno tagliato 49 miliardi di dollari nei servizi pubblici – sanità, assistenza sociale, sussidi e istruzione. E quest’anno prevedono di tagliare altri 25,7 miliardi di dollari. Il totale è di 75 miliardi di dollari. La prima richiesta di bilancio di Bush per finanziare la guerra in Iraq è stata di 80 miliardi di dollari.E allora chi paga per la guerra? I poveri dell’America. I suoi studenti, i suoi disoccupati, le sue ragazze madri, i pazienti dei suoi ospedali e della sua assistenza a domicilio, i suoi insegnanti e gli operatori sanitari. E chi sta veramente combattendo la guerra? Ancora una volta, i poveri dell’America. I soldati che si arroventano sotto il sole del deserto iracheno non sono i figli dei ricchi. Solo uno fra tutti i membri della camera dei rappresentanti e del senato ha un figlio che combatte in Iraq. L’esercito di “volontari” degli Stati Uniti in realtà dipende dall’arruolamento di bianchi poveri, neri, latinoamericani e asiatici che cercano un modo per guadagnarsi da vivere e farsi un’istruzione. Le statistiche federali rivelano che gli afroamericani sono il 21 per cento del totale delle forze armate e il 29 per cento dell’esercito americano. Rappresentano solo il 12 per cento della popolazione. È paradossale la percentuale sproporzionata di afroamericani nell’esercito e nelle prigioni. Forse dovremmo giudicarla in modo diverso e considerarla un esempio di integrazione particolarmente efficace.Quest’anno sarebbe stato il settantaquattresimo compleanno di Martin Luther King, e il presidente Bush ha denunciato il programma di affirmative action a favore dei neri e dei latinoamericani nell’università del Michigan. Lo ha accusato di essere un elemento di divisione e lo ha definito “ingiusto” e “incostituzionale”. Il tentativo riuscito di escludere i neri dalle liste di voto nello stato della Florida in modo che George W. Bush fosse eletto ovviamente non era né ingiusto né incostituzionale. Immagino che le leggi per l’integrazione a favore dei ragazzi bianchi di Yale siano sempre giuste e costituzionali.I vantaggi della guerraE così sappiamo chi paga per la guerra. Sappiamo chi la combatte. Ma chi ne beneficerà? Chi punta ai contratti per la ricostruzione, che secondo alcuni calcoli valgono fino a cento miliardi di dollari? Potrebbero essere i poveri, i disoccupati e i malati dell’America? Potrebbero essere le ragazze madri americane? Oppure le minoranze nere e latinoamericane? L’operazione Iraqi freedom, ci assicura George W. Bush, serve a restituire il petrolio dell’Iraq al popolo iracheno. Cioè a restituire il petrolio dell’Iraq al popolo iracheno attraverso le grandi multinazionali. Come Bechtel, Chevron, Halliburton.Ancora una volta, c’è un legame stretto fra le leadership delle aziende, dei militari e del governo. La promiscuità, l’impollinazione incrociata è scandalosa. Pensate: l’ufficio per la politica della difesa è un gruppo di nomina governativa che fornisce consulenze al Pentagono. Il Center for public integrity di Washington ha scoperto che nove dei 30 membri di questo ufficio sono legati a società che fra il 2001 e il 2002 si sono aggiudicate contratti per la difesa del valore di 76 miliardi di dollari. Uno di loro, Jack Sheehan, un generale dei marines in pensione, è vicepresidente della Bechtel, il gigante internazionale delle costruzioni. Riley Bechtel, presidente della società, è membro del consiglio per le esportazioni del presidente. L’ex segretario di stato George Shultz, anche lui membro del consiglio d’amministrazione del gruppo Bechtel, è presidente della commissione consultiva del comitato per la liberazione dell’Iraq. Quando il New York Times gli ha chiesto se era preoccupato per la possibilità di un conflitto di interessi, ha detto: “Non mi risulta che la Bechtel ne ricaverebbe vantaggi particolari. Ma se c’è del lavoro da fare, la Bechtel è il tipo di società che potrebbe farlo”. Secondo il Center for responsive policy, la Bechtel ha finanziato la campagna elettorale repubblicana con centinaia di migliaia di dollari.Sorveglianza automatizzataA corollario di questo sotterfugio c’è la legislazione antiterroristica americana. Il Patriot Act approvato nell’ottobre 2001 è diventato il modello per analoghe leggi antiterrorismo adottate in tutto il mondo. È stato approvato dalla camera con 337 voti contro 79. Il New York Times ha scritto che “molti deputati non hanno potuto discutere veramente e persino leggere il progetto di legge”.Il Patriot Act apre un’era di sorveglianza automatizzata e sistematica. Cancella le distinzioni fra discorsi e attività criminali consentendo di giudicare gli atti di disobbedienza civile come altrettante violazioni della legge. Centinaia di persone vengono trattenute per un periodo di tempo indefinito in quanto “combattenti illegali” (in India sono migliaia. In Israele attualmente sono detenuti cinquemila palestinesi). I non-cittadini, ovviamente, non hanno nessun diritto. Si possono semplicemente far “sparire”, come i cileni ai tempi di un vecchio alleato di Washington, il generale Pinochet. Più di mille persone, in molti casi musulmani o di origini mediorientali, sono state arrestate, alcune non hanno neppure avuto diritto a un avvocato. Oltre a pagare i reali costi economici della guerra, il popolo americano sta pagando per queste guerre di “liberazione” con le sue stesse libertà. Per gli americani comuni, il prezzo della “nuova democrazia” in altri paesi è la morte della vera democrazia in patria.Nel frattempo l’Iraq viene preparato alla “liberazione” (ma forse intendevano “liberalizzazione”?). Il Wall Street Journal ha scritto che “l’amministrazione Bush ha elaborato vasti progetti per ricostruire l’economia irachena sul modello degli Stati Uniti”. La costituzione dell’Iraq è in rifacimento. Le sue leggi commerciali, fiscali e le leggi sulla proprietà intellettuale vengono riscritte per trasformare il paese in un’economia capitalistica di stampo americano.Ora che gli atti di proprietà vengono formalizzati, l’Iraq è pronto per la nuova democrazia.Dunque, come si chiedeva Lenin: che fare? Potremmo anche accettare il fatto che non esistono forze militari convenzionali in grado di sfidare con successo la macchina da guerra americana. Gli attentati terroristici non fanno altro che offrire al governo statunitense l’opportunità che sta ansiosamente aspettando per stringere ulteriormente la sua morsa. A pochi giorni da un attacco potete scommettere che verrebbe approvato un secondo Patriot Act. Opporsi all’aggressione militare statunitense dicendo che farà aumentare le possibilità di attentati terroristici è del tutto inutile. Chi abbia letto i documenti sulla necessità di una guerra all’Iraq scritti nel 1998 dal gruppo ultraconservatore del Progetto per il nuovo secolo americano può confermarlo. Il fatto che Washington abbia messo a tacere il rapporto della commissione del congresso sull’11settembre, secondo cui erano state ignorate le segnalazioni dei servizi segreti su possibili attentati, conferma anche che, malgrado tutto, i terroristi e il regime di Bush potrebbero benissimo lavorare insieme. Entrambi ritengono che i popoli siano responsabili per le azioni dei loro governi. Entrambi credono nella dottrina della colpa collettiva e del castigo collettivo. Con le loro azioni si aiutano a vicenda.Il governo degli Stati Uniti ha già dimostrato in termini inequivocabili la portata e la misura della sua capacità di aggressione paranoica. Nella psicologia umana, l’aggressione paranoica di solito è un indice di insicurezza nervosa. Si potrebbe sostenere lo stesso anche per la psicologia delle nazioni. L’Impero è paranoico perché ha un ventre molle.Il suo territorio può essere difeso da pattuglie di frontiera e armi nucleari, ma la sua economia è ramificata in tutto il globo; e suoi avamposti economici sono esposti e vulnerabili.La nostra strategia deve essere quella di isolare le parti funzionanti dell’impero e disattivarle una a una. Un’altra sfida urgente è quella di denunciare i mezzi di informazione delle grandi multinazionali che sono realmente il bollettino padronale. Dobbiamo creare un universo di informazione alternativa.La battaglia per riprendersi la democrazia sarà difficile. Le nostre libertà non ci sono state concesse da nessun governo. Gliele abbiamo strappate noi. E quando ci rinunciamo, la battaglia per riconquistarle si chiama rivoluzione. È una battaglia che deve investire continenti e paesi. Non deve avere confini nazionali ma, se vuole avere successo, deve cominciare qui, in America. L’unica istituzione più potente del governo statunitense è la società civile americana. Se vi unirete alla battaglia, non a centinaia di migliaia ma a milioni, sarete accolti con gioia dal resto del mondo. E vedrete quanto è bello essere gentili invece che brutali, sicuri invece che spaventati. Trattati con amicizia invece che isolati. Amati invece che odiati.Detesto essere in disaccordo con il vostro presidente. Il vostro è sicuramente un grande paese. Ma voi potreste essere un grande popolo. La storia vi sta offrendo un’occasione. Coglietela. Traduzione di Gigi Cavallo