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sabato 19 settembre 2009

In Honduras il cambio di Obama stenta ad arrivare

http://temi.repubblica.it/limes/in-honduras-il-cambio-di-obama-stenta-ad-arrivare/6290?h=0

Dopo l’iniziale condanna, la posizione degli Usa sul golpe nel Paese centroamericano sembra essersi ammorbidita. Fra i Repubblicani cresce la mentalità da “guerra fredda regionale”. Le insidie per la Casa Bianca. Perché è stato deposto Zelaya.


Un golpe in America Latina non è certo una novità, anche se quella stagione si credeva chiusa; ciononostante il colpo di Stato honduregno è particolare per almeno due motivi: il ruolo dei militari, - i cui vertici sono stati addestrati alla tristemente famosa Scuola delle Americhe - che non hanno preso in mano il potere esecutivo, e il profilo politico del deposto presidente. Zelaya, figlio di un facoltoso agricoltore accusato dell'omicidio di militanti di sinistra, era stato eletto nel 2005 come candidato del Partito Liberale; dopo un anno al governo si era avvicinato a Chávez, accettandone il petrolio sovvenzionato ed entrando nell'Alba.

Populista e rivoluzionario a parole, nei fatti incapace di ridurre la violenza e la corruzione, il capo di Stato aveva promosso riforme minori ma gradite alle classi medio-basse, come l'aumento del salario minimo, in un Paese in cui più del 50% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Questi provvedimenti hanno spaventato l'oligarchia honduregna, che ha visto nella consultazione popolare l'inizio di un processo di cambio politico ed economico a lei sfavorevole.

Il governo del Paese è stato affidato al presidente della Camera Roberto Micheletti, trovatosi da subito isolato a livello internazionale: nessuno Stato ha riconosciuto la sua giunta, e il golpe è stato condannato, oltre che dagli Usa, da Onu, Oas (che ha sospeso la membership dell'Honduras) e Unione Europea, che insieme a Fmi, Banca Mondiale e banche regionali ha congelato prestiti e donazioni. Il presidente del Costa Rica Arías ha elaborato un piano di mediazione che garantirebbe il ritorno di Zelaya alla presidenza fino al termine del mandato in cambio dell'amnistia per i crimini politici commessi da giugno in poi, la formazione di un governo di unità nazionale e le elezioni anticipate. La Corte Suprema e Micheletti hanno però respinto il cosiddetto Accordo di San Josè.

Più di due mesi dopo, la situazione è in fase di stallo: il governo Micheletti è privo di riconoscimento internazionale ma ancora in piedi, mentre Zelaya è attualmente in esilio in Nicaragua e le violazioni dei diritti umani si moltiplicano.

Al termine di un incontro col presidente
deposto, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha annunciato il taglio di circa 30 milioni di fondi per l'Honduras (rimane in vigore solo l'assistenza umanitaria) e la revoca del visto per alcuni protagonisti del golpe. Foggy Bottom ha inoltre aggiunto che al momento non potrebbe riconoscere il risultato delle elezioni previste per novembre.

Il colpo di Stato non è però ancora ufficialmente considerato “militare” da Washington.

La questione non è puramente lessicale: il Foreign Assistance Act proibisce agli Stati Uniti di destinare aiuti “al governo di qualsiasi paese il cui capo di governo eletto sia stato rovesciato da un colpo di stato o da un decreto militare”. Nel caso di Tegucigalpa, sono in ballo fra l'altro 139 milioni di dollari della U.S. Millennium Change Corporation, che avendone già stanziati 76 ne ha bloccati 11 e ha annunciato che continuerà soltanto le attività previste da contratti già stipulati - il cui ammontare non è stato specificato.

In occasione dei golpe in
Mauritania e Madagascar Washington aveva interrotto rapidamente il flusso di aiuti; sospendere il commercio bilaterale strozzerebbe l'economia dell'Honduras, che destina agli Usa il 70% del suo export, mettendone in crisi la giunta illegittimamente al governo. Ma a più di due mesi dalla deposizione di Zelaya decisioni di questo tipo non sembrano prossime.

A ostacolarle ci sono interessi economici e politici: alcuni sono riconducibili a vecchie conoscenze repubblicane come Otto Reich, già al governo con Regan e i Bush, consulente di McCain per l'America Latina durante la campagna del 2008 e lobbista per il colosso delle telecomunicazioni AT&T – che certo non ama un oppositore delle privatizzazioni come Zelaya. Altri sono rappresentati da Lanny Davis, avvocato del presidente Clinton ai tempi dell'impeachment, che ora fa lobbying per il ramo honduregno Business Council of Latin America, l'equivalente della Camera di commercio.

Anche organi gestiti o finanziati dal governo o dal Congresso come Usaid (che ha congelato l'impiego di 2 milioni di dollari), l'International Republican Institute e il National Endowment for Democracy (Ned) – già protagonisti di interferenze negli affari interni di alcuni paesi latinoamericani - operano in Honduras. Una mozione di conservatori cubano-americani ha tentato senza successo di spostare 15 milioni di dollari dall'Organizzazione degli Stati americani (accusata di essere a disposizione di Chávez) al Ned. È spuntato fuori anche un reduce del tentato golpe venezuelano del 2002, Robert Carmona, oggi teoricamente dedito alla lotta alla corruzione tramite la fondazione Arcadia.

Oltre alle pressioni del mondo imprenditoriale, decisamente non a suo agio con Zelaya, i Repubblicani sono sensibili anche a considerazioni di politica interna ed internazionale: la notizia del taglio totale degli aiuti all'Honduras avrebbe una ricaduta positiva sull'immagine di Obama, proprio in un momento in cui, per via del difficile iter della riforma sanitaria, la sua popolarità è per la prima volta in calo. Naturale che il Gop non voglia fare al Presidente un tale regalo durante una battaglia così importante come quella per la sanità.

Nel partito di Lincoln pare inoltre rafforzarsi una mentalità da “guerra fredda regionale”: al tradizionale anti-castrismo dei rappresentanti degli Stati del sud si è affiancato negli ultimi anni l'anti-chavismo, alimentato dalla massiccia emigrazione di oppositori del presidente venezuelano, soprattutto in Florida. A giudicare dall'andamento della crisi honduregna, il leader bolivariano viene considerato molto seriamente, visto che molti Repubblicani preferiscono addirittura un governo frutto di un golpe ad un presidente democraticamente eletto ma alleato di Chávez. Nel ventennale della caduta del Muro di Berlino sembrano dunque tornati i tempi di Nixon o Reagan. A fare le veci dell'orso sovietico, un Paese dei Caraibi che dipende proprio dagli Usa per raffinare il petrolio, sua unica arma geopolitica.

L'impasse sulla crisi in Honduras ha per Obama due consequenze negative: innanzitutto sta bloccando al Congresso la nomina di Arturo Valenzuela a sottosegretario per gli affari emisferici e di Tom Shannon ad ambasciatore in Brasile. Inoltre sta dando adito alle critiche di chi accusa la Casa Bianca di disinteressarsi al rispetto della democrazia e dei diritti umani in America Latina; un bizzarro capovolgimento del destino, come ha notato anche il Presidente: “le stesse persone che si lamentavano delle interferenze Usa in America Latina oggi si lamentano perchè non interferiamo abbastanza”, ha dichiarato in agosto.

Per quanto potessero essere stretti i legami fra Tegucigalpa e Caracas, gli Stati Uniti non sono secondi a nessuno per influenza sull'Honduras, sia diretta (primo partner commerciale, presenza di una base militare con 600 soldati) sia indiretta (tramite Onu, Oas, e istituzioni di Bretton Woods). Il futuro della giunta Micheletti e del paese intero passa quindi per Washington. Il futuro politico di Obama non dipende certo dal paese centroamericano, ma una risposta ancora più netta al golpe di fine giugno dimostrerebbe all'America Latina e alla sinistra statunitense che alla Casa Bianca è davvero arrivato un change you can believe in.

giovedì 17 settembre 2009

Scudo, la svolta annunciata - Obama abbandona il progetto Bush

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/esteri/obama-presidenza-11/obama-scudo-spaziale/obama-scudo-spaziale.html

Il Wall Street Journal conferma: l'amministrazione Usa rinuncia
a costruire un sistema antimissile in Polonia e Repubblica Ceca

WASHINGTON - L'amministrazione di Barack Obama intende accantonare il progetto, messo a punto sotto la precedente Presidenza Usa di George W. Bush, per un ampliamento all'Europa dell'Est del sistema nazionale di difesa anti-missilistica, il cosiddetto 'scudo', attraverso l'installazione di batterie di intercettori in Polonia e di una stazione radar di primo avvistamento nella Repubblica Ceca. Lo scrive oggi il quotidiano finanziario 'The Wall Street Journal', che fa riferimento a proprie anonime fonti governative, sia in carica sia passate.

"Gli Stati Uniti - spiegano le fonti anonime sul giornale - fondano la loro decisione sulla valutazione secondo cui il programma dell'Iran per dotarsi di missili a lunga gittata non ha compiuto progressi tanto rapidi quanto era stato stimato anteriormente, riducendo così la portata della minaccia per il territorio continentale statunitense e per le principali capitali europee". Si tratta, è sottolineato nell'articolo, di una mossa prevedibilmente destinata a "placare la Russia", ma anche a "inasprire il dibattito sulla sicurezza in Europa".

Mosca è sempre stata una fiera oppositrice del piano di estensione dello 'scudo anti-missile' promosso da Bush, ritenuto un'iniziativa volta proprio contro il Cremlino. "Le conclusioni, che si prevede saranno completate per l'inizio della prossima settimana al termine di un periodo di analisi di sessanta giorni ordinato dal presidente Obama, costituiranno", prosegue il 'Wall Street Journal', "un'essenziale inversione di tendenza rispetto all'amministrazione di Bush che, prima di lasciare l'incarico lo scorso gennaio, premette aggressivamente per intraprendere la costruzione del segmento est-europeo del sistema".

Ufficialmente, l'ampliamento dello 'scudo' all'Europa orientale avrebbe dovuto avere una funzione protettiva, e dissuasiva, nei confronti di eventuali atti di aggressione da parte di 'Stati-canaglia' quali la Corea del Nord o, per l'appunto, lo stesso Iran.
(17 settembre 2009)

giovedì 10 settembre 2009

(Roy) Democrazia imperiale

http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=3622

L’impero è in marcia. “Democrazia” è il suo nuovo, astuto grido di battaglia. La ricetta è semplice: far bollire, aggiungere petrolio, poi bombardare. L’appello di Arundhati Roy alla società civile americanaInternazionale 491, 5 giugno 2003Il 3 luglio 1988 l’incrociatore lanciamissili Vincennes, di stanza nel Golfo Persico, abbatté per errore un aereo di linea iraniano uccidendo 290 passeggeri civili. Quando gli chiesero di commentare l’incidente, George Bush primo, che all’epoca era impegnato nella campagna elettorale per la presidenza, dichiarò con sagacia: “Non chiederò scusa a nome degli Stati Uniti. Non mi importa come sono andati i fatti”. Non mi importa come sono andati i fatti. Una massima perfetta per il nuovo impero americano. Forse si può aggiungere una piccola variazione sul tema: i fatti possono andare come vogliamo noi.Negli Stati Uniti il sostegno dell’opinione pubblica alla guerra contro l’Iraq si è basato su un cumulo di bugie e sotterfugi, coordinati dal governo e fedelmente amplificate dai media delle multinazionali. Oltre ai legami inventati fra Iraq e al Qaeda, c’è stato l’allarme preconfezionato sulle armi di distruzione di massa irachene. George Bush il piccolo è arrivato al punto di dire che sarebbe stato “suicida” per gli Usa non attaccare l’Iraq. Era un allarme con uno scopo preciso. George W. Bush riproponeva una vecchia dottrina sotto una veste nuova: la dottrina del colpo preventivo, vale a dire gli Stati Uniti possono fare tutto quello che vogliono, e ormai questo è ufficiale.La guerra contro l’Iraq è stata combattuta e vinta e non sono state trovate armi di distruzione di massa. Neanche la più piccola. Forse ce le dovranno mettere per scoprirle. E anche in questo caso, i più critici di noi vorranno sapere perché Saddam Hussein non le ha usate quando il suo paese è stato invaso. C’è chi chiede: cosa cambia se l’Iraq non aveva armi chimiche e nucleari? Cosa cambia se non ci sono collegamenti con al Qaeda? Cosa cambia se Osama bin Laden odia sia Saddam Hussein sia gli Stati Uniti? Bush il piccolo ha detto che Saddam Hussein era un “dittatore omicida”. Perciò – questo è il ragionamento – l’Iraq aveva bisogno di un “cambiamento di regime”. Poco importa se quarant’anni fa la Cia, quando era presidente John F. Kennedy, contribuì a organizzare un cambiamento di regime a Baghdad. Nel 1963, con un colpo di stato, in Iraq arrivò al potere il partito Ba’ath. Usando elenchi forniti dalla Cia, il nuovo regime Ba’ath eliminò sistematicamente centinaia di medici, insegnanti, avvocati e personaggi politici noti per essere di sinistra. Nel 1979, dopo una lotta interna al partito, Saddam Hussein diventò presidente dell’Iraq. Nell’aprile del 1980, mentre Saddam stava massacrando gli sciiti, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski dichiarò: “Non c’è una sostanziale incompatibilità tra gli interessi degli Stati Uniti e dell’Iraq”. Washington e Londra appoggiarono Saddam Hussein sia apertamente sia in segreto. Lo finanziarono, lo equipaggiarono, lo armarono e gli fornirono materiali che potevano essere usati per scopi civili ma anche per produrre armi di distruzione di massa. Sostennero la guerra di otto anni contro l’Iran e il massacro del popolo curdo con il gas ad Halabja nel 1988. Crimini che quattordici anni dopo sono stati usati come ragioni per giustificare l’invasione dell’Iraq.Tecnica efficaceIl punto è: se Saddam Hussein era tanto malvagio da meritare il tentativo di assassinio più complicato e annunciato della storia, allora sicuramente chi lo ha sostenuto dovrebbe almeno essere processato per crimini di guerra. Perché nell’infame mazzo di carte degli uomini e delle donne ricercate non figurano le facce dei funzionari di governo statunitensi e britannici? Perché quando è in gioco l’impero, i fatti non contano. Sì, ma tutto questo fa parte del passato, ci dicono. Saddam Hussein è un mostro che deve essere fermato. E solo gli gli Stati Uniti possono fermarlo. È una tattica efficace: si usa l’urgenza morale del presente per oscurare i peccati diabolici del passato e i terribili piani per il futuro. Indonesia, Panama, Nicaragua, Iraq, Afghanistan – l’elenco si allunga sempre di più. Anche ora ci sono regimi brutali che sono finanziati – Egitto, Arabia Saudita, Pakistan, repubbliche dell’Asia centrale.L’impero è in marcia, e Democrazia è il suo nuovo, astuto grido di guerra. Democrazia, consegnata a domicilio dalle bombe a grappolo. La morte è un prezzo modesto da pagare per assaggiare questo nuovo prodotto: democrazia imperiale precotta (far bollire, aggiungere petrolio, poi bombardare).In questi ultimi mesi, mentre il mondo restava a guardare, l’invasione e l’occupazione americana dell’Iraq sono state trasmesse in diretta tv. Una civiltà di settemila anni è scivolata nell’anarchia. Prima che la guerra cominciasse, l’ufficio per la ricostruzione e l’assistenza umanitaria (Orha) ha inviato al Pentagono un elenco di sedici importantissimi siti da proteggere. Il museo nazionale era al secondo posto. Eppure il museo non è stato semplicemente saccheggiato, è stato profanato. Era il custode di un antico retaggio culturale. L’Iraq come lo conosciamo oggi faceva parte della Mesopotamia. La civiltà che fiorì sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate produsse la prima scrittura, il primo calendario, la prima biblioteca, la prima città del mondo e, proprio così, la prima democrazia. Il re di Babilonia, Hammurabi, fu il primo a codificare le leggi che regolavano la vita sociale dei cittadini. Era un codice in cui le donne abbandonate, le prostitute, gli schiavi e persino gli animali avevano dei diritti. Il codice di Hammurabi segna non solo la nascita della legalità, ma la prima intuizione del concetto di giustizia sociale. Il governo statunitense non avrebbe potuto scegliere una terra meno adatta per inscenare la sua guerra illegale ed esibire il suo grottesco disprezzo per la giustizia.L’ultimo edificio nell’elenco dell’Ohra dei sedici siti da proteggere era il ministero del petrolio. È stato l’unico che ha ricevuto protezione. Forse l’esercito occupante pensava che nei paesi musulmani gli elenchi si leggessero al contrario? La sicurezza del popolo iracheno non era affare loro. La sicurezza dell’eredità culturale irachena o di quel che restava della sua infrastruttura non era affare loro. Ma la sicurezza dei giacimenti petroliferi iracheni sì. Certo che lo era. I giacimenti di petrolio sono stati “messi al sicuro” quasi prima che cominciasse l’invasione.Tenuta fantasiosaIl 2 maggio Bush il Piccolo ha aperto la sua campagna elettorale per il 2004 sperando di essere finalmente eletto presidente degli Stati Uniti. Con quello che probabilmente è stato il volo più breve della storia, un jet militare è atterrato su una portaerei, la Abraham Lincoln, attraccata vicinissima alla costa. Tanto vicina che stando all’Associated Press i funzionari dell’amministrazione hanno ammesso di aver “posizionato questa nave enorme in modo da fornire la migliore angolazione televisiva al discorso del presidente Bush, con lo sfondo del mare invece della costa di San Diego”. Il presidente Bush, che non ha fatto il servizio militare, è emerso sul ponte con una tenuta fantasiosa – giubbotto militare, stivali da combattimento, occhialoni da pilota, casco. Salutando i soldati che lo acclamavano, ha ufficialmente proclamato la vittoria sull’Iraq. È stato attento a dire che si trattava “soltanto di una vittoria in una guerra al terrorismo… che continua ancora”.Era importante evitare un esplicito annuncio di vittoria, perché in base alla convenzione di Ginevra un esercito vittorioso deve rispettare gli obblighi giuridici di una forza occupante, una responsabilità di cui l’amministrazione Bush non vuole farsi carico. E poi, quando le elezioni del 2004 saranno più vicine, per convincere gli elettori esitanti potrebbe essere necessaria un’altra vittoria nella “guerra al terrorismo”. La Siria è stata messa all’ingrasso in attesa di essere uccisa. La distinzione fra campagna elettorale e guerra, fra democrazia e oligarchia sembra scomparire rapidamente.Un eufemismoSecondo un sondaggio dell’istituto internazionale di ricerche Gallup, il consenso a una guerra condotta “unilateralmente dagli Stati Uniti e dai suoi alleati” non ha superato l’11 per cento in nessun paese europeo. Ma i governi di Gran Bretagna, Italia, Spagna, Ungheria e di altri paesi dell’Europa orientale sono stati elogiati per aver ignorato l’opinione della maggioranza dei loro cittadini e per aver sostenuto l’invasione illegale. Come si chiama questo? Nuova democrazia? Come il nuovo Labour della Gran Bretagna?La democrazia, la vacca sacra del mondo moderno, è in crisi. Ed è una crisi profonda. In suo nome vengono commessi oltraggi di ogni genere. È diventata poco più di una parola senza valore, un guscio svuotato di contenuto e significato. Può essere tutto quello che volete. La democrazia è la puttana del mondo moderno, disposta a vestirsi, a spogliarsi, disposta a soddisfare tantissimi gusti, disponibile a farsi usare e abusare.Le democrazie moderne esistono da abbastanza tempo perché i capitalisti neoliberali abbiano imparato come rovesciarle. Hanno perfezionato la tecnica di infiltrarsi negli organi democratici– la magistratura “indipendente”, la stampa “libera”, il parlamento – e piegarli ai loro scopi. Il progetto di globalizzazione delle multinazionali ha infranto le regole del sistema. Libere elezioni, una stampa libera e una magistratura indipendente significano ben poco dopo che il libero mercato le ha ridotte a merci in vendita al miglior offerente.La democrazia è diventata l’eufemismo usato dall’impero per parlare del neocapitalismo liberale. La macchina della democrazia è stata efficacemente manomessa. Politici, baroni dei media, giudici, lobby aziendali e funzionari di governo si sovrappongono e si intrecciano in una complessa rete sotterranea che minaccia la struttura di controlli ed equilibri fra la costituzione, i tribunali, il parlamento, l’amministrazione e i mezzi di informazione indipendenti, che costituiscono la base di una democrazia parlamentare. In molti casi l’intreccio non né complesso né sottile.Il capo del governo italiano Silvio Berlusconi, per esempio, ha una quota di controllo in importanti quotidiani, riviste, canali televisivi e case editrici. Negli Stati Uniti, Clear Channel Worldwide Incorporated è il più grande proprietario di emittenti radio del paese e controlla più di 1.200 canali. Il suo direttore generale ha versato centinaia di migliaia di dollari per la campagna elettorale di Bush. Ha organizzato comizi patriottici in favore della guerra in tutto il paese e poi ha spedito i suoi inviati a seguirli come se fossero notizie da prima pagina. L’era della creazione del consenso ha lasciato il passo all’era della creazione delle notizie. Presto le redazioni rinunceranno alla finzione e cominceranno ad assumere direttori di teatro al posto dei giornalisti. Lo show business americano diventa sempre più violento e bellicoso e le guerre americane diventano sempre più simili allo show business, e sono già in corso alcuni incroci interessanti. Il progettista che ha costruito in Qatar il set da 250mila dollari usato dal generale Tommy Franks per allestire la sala stampa dell’operazione shock and awe ha costruito anche i set per la Disney, la Metro Goldwyn Meyer e lo show televisivo della Abc Good Morning America. È un’ironia crudele che gli Stati Uniti – il paese che vanta i difensori più appassionati della libertà di parola e (fino a qualche tempo fa) la legislazione più complessa per difenderla – abbiano ristretto così tanto lo spazio in cui tale libertà può esprimersi. In modo strano e complesso, le discussioni e il furore che accompagnano la difesa della libertà di parola in America mascherano la rapida scomparsa di questa libertà.L’impero dei media americano è controllato da una minuscola cricca di persone. Il presidente della commissione federale per le comunicazioni Michael Powell, figlio del segretario di stato Colin Powell, ha proposto un’ulteriore deregolamentazione del settore che porterà a una concentrazione ancora maggiore.E così eccola – la più grande democrazia del mondo, guidata da un uomo che non è stato eletto legittimamente. La corte suprema gli ha donato il suo incarico. Che prezzo ha pagato il popolo americano per questa presidenza illegittima? Nei tre anni di mandato di George Bush il piccolo l’economia americana ha perso più di due milioni di posti di lavoro. Spese militari stravaganti, la privatizzazione dei servizi sociali e le riduzioni fiscali per i più ricchi hanno provocato la crisi finanziaria del sistema educativo degli Stati Uniti. Secondo un’indagine del consiglio nazionale sulle legislature statali, gli stati americani nel 2002 hanno tagliato 49 miliardi di dollari nei servizi pubblici – sanità, assistenza sociale, sussidi e istruzione. E quest’anno prevedono di tagliare altri 25,7 miliardi di dollari. Il totale è di 75 miliardi di dollari. La prima richiesta di bilancio di Bush per finanziare la guerra in Iraq è stata di 80 miliardi di dollari.E allora chi paga per la guerra? I poveri dell’America. I suoi studenti, i suoi disoccupati, le sue ragazze madri, i pazienti dei suoi ospedali e della sua assistenza a domicilio, i suoi insegnanti e gli operatori sanitari. E chi sta veramente combattendo la guerra? Ancora una volta, i poveri dell’America. I soldati che si arroventano sotto il sole del deserto iracheno non sono i figli dei ricchi. Solo uno fra tutti i membri della camera dei rappresentanti e del senato ha un figlio che combatte in Iraq. L’esercito di “volontari” degli Stati Uniti in realtà dipende dall’arruolamento di bianchi poveri, neri, latinoamericani e asiatici che cercano un modo per guadagnarsi da vivere e farsi un’istruzione. Le statistiche federali rivelano che gli afroamericani sono il 21 per cento del totale delle forze armate e il 29 per cento dell’esercito americano. Rappresentano solo il 12 per cento della popolazione. È paradossale la percentuale sproporzionata di afroamericani nell’esercito e nelle prigioni. Forse dovremmo giudicarla in modo diverso e considerarla un esempio di integrazione particolarmente efficace.Quest’anno sarebbe stato il settantaquattresimo compleanno di Martin Luther King, e il presidente Bush ha denunciato il programma di affirmative action a favore dei neri e dei latinoamericani nell’università del Michigan. Lo ha accusato di essere un elemento di divisione e lo ha definito “ingiusto” e “incostituzionale”. Il tentativo riuscito di escludere i neri dalle liste di voto nello stato della Florida in modo che George W. Bush fosse eletto ovviamente non era né ingiusto né incostituzionale. Immagino che le leggi per l’integrazione a favore dei ragazzi bianchi di Yale siano sempre giuste e costituzionali.I vantaggi della guerraE così sappiamo chi paga per la guerra. Sappiamo chi la combatte. Ma chi ne beneficerà? Chi punta ai contratti per la ricostruzione, che secondo alcuni calcoli valgono fino a cento miliardi di dollari? Potrebbero essere i poveri, i disoccupati e i malati dell’America? Potrebbero essere le ragazze madri americane? Oppure le minoranze nere e latinoamericane? L’operazione Iraqi freedom, ci assicura George W. Bush, serve a restituire il petrolio dell’Iraq al popolo iracheno. Cioè a restituire il petrolio dell’Iraq al popolo iracheno attraverso le grandi multinazionali. Come Bechtel, Chevron, Halliburton.Ancora una volta, c’è un legame stretto fra le leadership delle aziende, dei militari e del governo. La promiscuità, l’impollinazione incrociata è scandalosa. Pensate: l’ufficio per la politica della difesa è un gruppo di nomina governativa che fornisce consulenze al Pentagono. Il Center for public integrity di Washington ha scoperto che nove dei 30 membri di questo ufficio sono legati a società che fra il 2001 e il 2002 si sono aggiudicate contratti per la difesa del valore di 76 miliardi di dollari. Uno di loro, Jack Sheehan, un generale dei marines in pensione, è vicepresidente della Bechtel, il gigante internazionale delle costruzioni. Riley Bechtel, presidente della società, è membro del consiglio per le esportazioni del presidente. L’ex segretario di stato George Shultz, anche lui membro del consiglio d’amministrazione del gruppo Bechtel, è presidente della commissione consultiva del comitato per la liberazione dell’Iraq. Quando il New York Times gli ha chiesto se era preoccupato per la possibilità di un conflitto di interessi, ha detto: “Non mi risulta che la Bechtel ne ricaverebbe vantaggi particolari. Ma se c’è del lavoro da fare, la Bechtel è il tipo di società che potrebbe farlo”. Secondo il Center for responsive policy, la Bechtel ha finanziato la campagna elettorale repubblicana con centinaia di migliaia di dollari.Sorveglianza automatizzataA corollario di questo sotterfugio c’è la legislazione antiterroristica americana. Il Patriot Act approvato nell’ottobre 2001 è diventato il modello per analoghe leggi antiterrorismo adottate in tutto il mondo. È stato approvato dalla camera con 337 voti contro 79. Il New York Times ha scritto che “molti deputati non hanno potuto discutere veramente e persino leggere il progetto di legge”.Il Patriot Act apre un’era di sorveglianza automatizzata e sistematica. Cancella le distinzioni fra discorsi e attività criminali consentendo di giudicare gli atti di disobbedienza civile come altrettante violazioni della legge. Centinaia di persone vengono trattenute per un periodo di tempo indefinito in quanto “combattenti illegali” (in India sono migliaia. In Israele attualmente sono detenuti cinquemila palestinesi). I non-cittadini, ovviamente, non hanno nessun diritto. Si possono semplicemente far “sparire”, come i cileni ai tempi di un vecchio alleato di Washington, il generale Pinochet. Più di mille persone, in molti casi musulmani o di origini mediorientali, sono state arrestate, alcune non hanno neppure avuto diritto a un avvocato. Oltre a pagare i reali costi economici della guerra, il popolo americano sta pagando per queste guerre di “liberazione” con le sue stesse libertà. Per gli americani comuni, il prezzo della “nuova democrazia” in altri paesi è la morte della vera democrazia in patria.Nel frattempo l’Iraq viene preparato alla “liberazione” (ma forse intendevano “liberalizzazione”?). Il Wall Street Journal ha scritto che “l’amministrazione Bush ha elaborato vasti progetti per ricostruire l’economia irachena sul modello degli Stati Uniti”. La costituzione dell’Iraq è in rifacimento. Le sue leggi commerciali, fiscali e le leggi sulla proprietà intellettuale vengono riscritte per trasformare il paese in un’economia capitalistica di stampo americano.Ora che gli atti di proprietà vengono formalizzati, l’Iraq è pronto per la nuova democrazia.Dunque, come si chiedeva Lenin: che fare? Potremmo anche accettare il fatto che non esistono forze militari convenzionali in grado di sfidare con successo la macchina da guerra americana. Gli attentati terroristici non fanno altro che offrire al governo statunitense l’opportunità che sta ansiosamente aspettando per stringere ulteriormente la sua morsa. A pochi giorni da un attacco potete scommettere che verrebbe approvato un secondo Patriot Act. Opporsi all’aggressione militare statunitense dicendo che farà aumentare le possibilità di attentati terroristici è del tutto inutile. Chi abbia letto i documenti sulla necessità di una guerra all’Iraq scritti nel 1998 dal gruppo ultraconservatore del Progetto per il nuovo secolo americano può confermarlo. Il fatto che Washington abbia messo a tacere il rapporto della commissione del congresso sull’11settembre, secondo cui erano state ignorate le segnalazioni dei servizi segreti su possibili attentati, conferma anche che, malgrado tutto, i terroristi e il regime di Bush potrebbero benissimo lavorare insieme. Entrambi ritengono che i popoli siano responsabili per le azioni dei loro governi. Entrambi credono nella dottrina della colpa collettiva e del castigo collettivo. Con le loro azioni si aiutano a vicenda.Il governo degli Stati Uniti ha già dimostrato in termini inequivocabili la portata e la misura della sua capacità di aggressione paranoica. Nella psicologia umana, l’aggressione paranoica di solito è un indice di insicurezza nervosa. Si potrebbe sostenere lo stesso anche per la psicologia delle nazioni. L’Impero è paranoico perché ha un ventre molle.Il suo territorio può essere difeso da pattuglie di frontiera e armi nucleari, ma la sua economia è ramificata in tutto il globo; e suoi avamposti economici sono esposti e vulnerabili.La nostra strategia deve essere quella di isolare le parti funzionanti dell’impero e disattivarle una a una. Un’altra sfida urgente è quella di denunciare i mezzi di informazione delle grandi multinazionali che sono realmente il bollettino padronale. Dobbiamo creare un universo di informazione alternativa.La battaglia per riprendersi la democrazia sarà difficile. Le nostre libertà non ci sono state concesse da nessun governo. Gliele abbiamo strappate noi. E quando ci rinunciamo, la battaglia per riconquistarle si chiama rivoluzione. È una battaglia che deve investire continenti e paesi. Non deve avere confini nazionali ma, se vuole avere successo, deve cominciare qui, in America. L’unica istituzione più potente del governo statunitense è la società civile americana. Se vi unirete alla battaglia, non a centinaia di migliaia ma a milioni, sarete accolti con gioia dal resto del mondo. E vedrete quanto è bello essere gentili invece che brutali, sicuri invece che spaventati. Trattati con amicizia invece che isolati. Amati invece che odiati.Detesto essere in disaccordo con il vostro presidente. Il vostro è sicuramente un grande paese. Ma voi potreste essere un grande popolo. La storia vi sta offrendo un’occasione. Coglietela. Traduzione di Gigi Cavallo

(Roy) Guerra e potere

http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=2060


E la scrittrice indiana Arundhati Roy racconta la sua: sulla lotta al terrorismo, sul capitalismo globale, sulle rivolte civili in giro per il mondoInternazionale 459, 19 ottobre 2002Gli scrittori pensano di scegliere le loro storie dal mondo. Io mi sto convincendo che sia la vanità a farglielo credere. In realtà è esattamente il contrario. Sono le storie a scegliere gli scrittori. Sono le storie che si rivelano a noi. Il racconto pubblico e il racconto privato ci colonizzano. Ci affidano degli incarichi. Insistono per farsi narrare. Narrativa e saggistica sono solo tecniche diverse per raccontare una storia. Per ragioni che non comprendo fino in fondo, la narrativa si agita al di fuori di me.La saggistica mi viene strappata dal mondo dolente e spezzato in cui mi sveglio ogni mattina. Il tema di buona parte di quello che scrivo, narrativa e saggistica, è il rapporto fra potere e impotenza, e il conflitto infinito, circolare, in cui sono impegnati questi due elementi. John Berger, autore straordinario, una volta ha scritto: "Mai più una singola storia verrà raccontata come se fosse l'unica". Non c'è mai un'unica storia. Ci sono solo modi di vedere. Perciò quando racconto una storia, non la racconto come un ideologo che contrappone un'ideologia assolutista a un'altra, ma come un cantastorie che vuole condividere con altri il suo modo di vedere. Anche se può sembrare il contrario, quello che scrivo in realtà non parla dei paesi e della loro storia, parla del potere. Della paranoia e della spietatezza del potere. Della fisica del potere. Io credo che la concentrazione di un potere vasto e senza ostacoli nelle mani di uno stato o di un paese, di una grande azienda o di un'istituzione – o addirittura di un individuo, un coniuge, un amico o un parente – a prescindere dall'ideologia, provochi eccessi come quelli che racconterò.Drizzare le orecchieVivendo, come milioni di noi, all'ombra dell'olocausto nucleare che i governi dell'India e del Pakistan continuano a promettere ai loro cittadini sottoposti al lavaggio del cervello, e nel distretto globale della guerra al terrorismo (quello che il presidente Bush definisce piuttosto biblicamente "Il Compito Che Non Ha Mai Fine"), rifletto molto sul rapporto fra i cittadini e lo stato.In India, quelli tra noi che hanno espresso un'opinione sulle bombe nucleari, le grandi dighe, la globalizzazione economica e la crescente minaccia del fascismo indù – opinioni in contrasto con quelle del governo indiano – sono bollati come "antipatriottici". Anche se quest'accusa non mi riempie di sdegno, non è una definizione esatta di quello che faccio o di quello che penso. Una persona antipatriottica è contraria al suo paese e, per deduzione, favorevole a un altro. Ma non è necessario essere antipatriottici per sentirsi profondamente sospettosi nei confronti di tutti i nazionalismi, per essere antinazionalisti. Il nazionalismo, di un tipo o dell'altro, è stato la causa di gran parte dei genocidi del ventesimo secolo. Le bandiere sono pezzi di stoffa colorata che i governi usano prima per cellofanare la mente della gente e poi come sudari cerimoniali per avvolgere i morti. Quando le persone indipendenti, che pensano con la propria testa (e qui non includo i media che appartengono alle multinazionali) cominciano a marciare sotto le bandiere, quando scrittori, pittori, musicisti, registi sospendono il loro giudizio e mettono ciecamente la loro arte al servizio della "nazione", per tutti noi è arrivato il momento di drizzare le orecchie e preoccuparsi.In India lo abbiamo visto accadere subito dopo i test nucleari del 1998 e durante la guerra di Kargil contro il Pakistan nel 1999. Negli Stati Uniti lo abbiamo visto durante la guerra del Golfo e adesso, durante la guerra al terrorismo. Questa tempesta di bandiere americane made in China.Negli ultimi tempi, quelli che hanno criticato le azioni del governo Usa (compresa la sottoscritta) sono stati definiti antiamericani.L'antiamericanismo è in via di consacrazione come ideologia. Il termine antiamericano di solito è usato dalla dirigenza americana per screditare e – diciamo non falsamente, ma piuttosto impropriamente – per definire i suoi critici. Quando qualcuno è bollato di antiamericanismo, è facile che sia giudicato prima di essere ascoltato e i suoi argomenti si perderanno nel marasma dell'orgoglio nazionale ferito.Astuta fusioneCosa significa antiamericano? Significa essere contro il jazz? Oppure contro la libertà di parola? Significa non apprezzare Toni Morrison o John Updike? Essere in lite con le sequoie giganti? Significa non ammirare le centinaia di migliaia di cittadini americani che hanno marciato contro le armi nucleari, o le migliaia di oppositori della guerra che costrinsero il loro governo a ritirarsi dal Vietnam? Significa odiare tutti gli americani?Questa astuta fusione della cultura, della musica, della letteratura americana, della bellezza mozzafiato del paese e dei comuni piaceri della gente comune con le critiche alla politica estera del governo statunitense (di cui purtroppo, grazie alla "stampa libera" americana, la maggior parte degli americani sa ben poco) è una strategia deliberata ed estremamente efficace. È come un esercito in ritirata che si rifugia in una città densamente popolata sperando che la prospettiva di colpire bersagli civili possa fermare il fuoco nemico.Ci sono molti americani che si sentirebbero mortificati nel vedersi identificati con il loro governo. Le critiche più dotte, roventi, incisive ed esilaranti all'ipocrisia e alle contraddizioni della politica del governo statunitense arrivano da cittadini americani. Quando il resto del mondo vuole sapere cosa sta per fare il governo degli Usa, si rivolge a Noam Chomsky, Edward Said, Howard Zinn, Ed Herman, Amy Goodman, Michael Albert, Chalmers Johnson, William Blum e Anthony Arnove perché dicano cosa sta realmente succedendo.Allo stesso modo, in India, non centinaia, ma milioni di noi si vergognerebbero e si sentirebbero offesi nell'essere accomunati in qualunque modo alle politiche fasciste dell'attuale governo indiano che, oltre a praticare il terrorismo di stato nella valle del Kashmir (nel nome della lotta al terrorismo), ha finto di non vedere i pogrom avvenuti sotto la regia dello stato contro i musulmani del Gujarat. Sarebbe assurdo pensare che chi critica il governo indiano è antindiano – anche se lo stesso governo è sempre pronto a seguire questa linea. È pericoloso cedere al governo indiano o al governo americano o a chiunque altro il diritto di definire cosa sono l'India o l'America, o cosa dovrebbero essere.Scacco all'immaginazioneDefinire qualcuno antiamericano, essere di fatto antiamericani (o se è per questo antindiani o antimaliani), non è semplicemente razzista, è uno scacco dell'immaginazione. Un'incapacità di vedere il mondo in termini diversi da quelli che l'establishment ha stabilito per noi: se non sei un seguace di Bush sei un taliban. Se non ci ami, ci odi. Se non sei buono, sei malvagio. Se non sei con noi, sei con i terroristi.L'anno scorso, come molti altri, ho fatto anch'io l'errore di sottovalutare questa retorica post-11 settembre, liquidandola come stupida e arrogante. Mi sono resa conto che non è affatto stupida. In realtà è un astuto sistema di reclutamento per una guerra sbagliata, pericolosa. Ogni giorno rimango sbigottita nel constatare quanta gente sia convinta che opporsi alla guerra in Afghanistan significa appoggiare il terrorismo o votare per i taliban. Ora che l'obiettivo iniziale della guerra – catturare Osama bin Laden (vivo o morto) – sembra scontrarsi con un mare di difficoltà, gli obiettivi sono stati spostati. Si lascia intendere che lo scopo della guerra fosse quello di rovesciare il regime dei taliban e liberare le donne afgane dal burqa. Vogliono farci credere che i marines americani in realtà sono impegnati in una missione femminista. Provate a pensarci in un altro modo. In India esistono alcune pratiche sociali piuttosto riprovevoli, contro gli "intoccabili", contro cristiani e musulmani, contro le donne. In Pakistan e in Bangladesh esistono modi ancora peggiori di affrontare le minoranze e le donne. Dovrebbero essere bombardati? New Delhi, Islamabad e Dhaka dovrebbero essere distrutte? È possibile estirpare il fanatismo dall'India a forza di bombe? Possiamo aprirci con le bombe la strada verso il paradiso femminista? È così che le donne hanno conquistato il voto negli Stati Uniti? O che è stata abolita la schiavitù? Possiamo avere un risarcimento per il genocidio dei milioni di indigeni americani sui cui cadaveri sono stati fondati gli Stati Uniti bombardando Santa Fe?Nessuno di noi ha bisogno di anniversari per ricordare quello che non possiamo dimenticare. È per pura coincidenza, quindi, che mi trovo qui, negli Stati Uniti, a settembre – un mese di spaventosi anniversari. Al primo posto nei nostri pensieri, soprattutto qui in America, c'è l'orrore che ormai è conosciuto come 9/11. Quasi tremila civili hanno perso la vita in quel feroce attacco terroristico. Il dolore è ancora profondo. La rabbia ancora intensa. Le lacrime non si sono asciugate. E una guerra strana, mortale, infuria in tutto il mondo. Eppure chiunque abbia perso una persona cara sa benissimo che nessuna guerra, nessun atto di vendetta, nessuna bomba a grappolo sganciata sulle persone care o sui figli di qualcun altro potrà attutire il suo dolore o restituirgli i suoi cari. La guerra non può vendicare i morti. La guerra è solo una brutale dissacrazione della loro memoria.Alimentare l'ennesima guerra – questa volta contro l'Iraq – strumentalizzando cinicamente il dolore della gente, confezionandolo per special televisivi sponsorizzati da aziende che vendono detersivi o scarpe da tennis significa svalutare il dolore, svuotarlo di significato. Assistiamo a una volgare esibizione del commercio del dolore, al saccheggio dei più intimi sentimenti umani a scopi politici. Per uno stato è una cosa terribile e violenta fare questo ai suoi cittadini.Non è un argomento molto brillante da affrontare in un incontro pubblico, ma ciò di cui vorrei parlarvi è la perdita. Il dolore, il fallimento, lo scoraggiamento, il torpore, l'incertezza, la paura, la morte dei sentimenti, la morte dei sogni. L'assoluta, implacabile, infinita, abituale ingiustizia del mondo. Cosa significa la perdita per i singoli individui? Cosa significa per intere culture, per interi popoli che hanno imparato a conviverci come con una compagna fedele?Dal momento che stiamo parlando dell'11 settembre, forse è giusto ricordare cosa significa questa data non solo per chi ha perso i suoi cari in America l'anno scorso, ma per le persone di altre parti del mondo che già da tempo le attribuivano un significato particolare. Questa panoramica storica non vuole essere un atto di accusa o una provocazione. Serve solo per condividere il dolore della storia. Per diradare un po' la nebbia. Per dire ai cittadini americani nel modo più gentile e umano: benvenuti nel mondo.Ventinove anni fa, in Cile, l'11 settembre 1973 il generale Pinochet rovesciò il governo democraticamente eletto di Salvador Allende con un golpe appoggiato dalla Cia. "Non bisognerebbe permettere al Cile di diventare marxista solo perché il suo popolo è irresponsabile", disse Henry Kissinger, allora consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Nixon.Le esigenze del potereNel 1999, dopo l'arresto del generale Pinochet in Gran Bretagna, il governo statunitense ha declassificato migliaia di documenti segreti. Contenevano prove inconfutabili del coinvolgimento della Cia nel colpo di stato e del fatto che il governo americano aveva informazioni dettagliate sulla situazione in Cile durante il regime di Pinochet. Eppure Kissinger assicurò al generale il suo appoggio: "Negli Stati Uniti, come sa, guardiamo con simpatia a quello che lei sta cercando di fare", disse. "Auguriamo al suo governo ogni bene".Quelli di noi che hanno conosciuto solo la vita in una democrazia, per quanto malata, faticano a immaginare cosa significhi veramente vivere in una dittatura e sopportare la perdita assoluta della libertà. Non è solo delle persone che Pinochet ha assassinato, ma della vita rubata ai vivi che bisogna rispondere.L'11 settembre ha una risonanza tragica anche in Medio Oriente. L'11 settembre 1922, ignorando lo sdegno arabo, il governo britannico proclamò un mandato sulla Palestina, il seguito della dichiarazione Balfour pubblicata nel 1917 dall'Inghilterra imperiale, con il suo esercito ammassato alle porte della città di Gaza. La dichiarazione Balfour prometteva ai sionisti europei una patria per il popolo ebraico. Due anni dopo la dichiarazione, lord Balfour, ministro degli esteri britannico, disse: "In Palestina non intendiamo procedere a una consultazione dei desideri degli attuali abitanti del paese. Il sionismo, sia giusto o sbagliato, buono o cattivo, è radicato in antiche tradizioni, in esigenze attuali e in speranze future di importanza molto più profonda rispetto ai desideri o ai pregiudizi dei 700mila arabi che oggi risiedono in questa antica terra".Con quanta indifferenza il potere imperiale decretava quali esigenze erano profonde e quali non lo erano. Con quanta indifferenza vivisezionava le antiche civiltà. La Palestina e il Kashmir sono piaghe purulente dell'impero britannico, doni insanguinati al mondo moderno. Sono linee di rottura dei furibondi conflitti internazionali di oggi.Nel 1947 le Nazioni Unite divisero ufficialmente la Palestina e assegnarono il 55 per cento della terra palestinese ai sionisti. Nel giro di un anno ne avevano conquistato il 78 per cento. Il 14 maggio 1948 fu proclamato lo stato di Israele. Pochi minuti dopo la proclamazione, gli Stati Uniti riconobbero Israele. La Cisgiordania fu annessa dalla Giordania. La Striscia di Gaza finì sotto il controllo militare dell'Egitto.Formalmente la Palestina cessò di esistere, tranne che nella mente e nel cuore di centinaia di migliaia di palestinesi ormai diventati profughi.Nell'estate del 1967 Israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Ai coloni furono offerti assistenza e sussidi statali perché si trasferissero nei territori occupati. Da allora quasi ogni giorno altre famiglie palestinesi sono costrette a lasciare la loro terra e sono spinte nei campi profughi. I palestinesi che vivono in Israele non hanno gli stessi diritti degli israeliani e vivono come cittadini di serie B nella loro patria di un tempo.Per decenni si sono susseguite rivolte, guerre, intifade. Hanno perso la vita decine di migliaia di persone. Sono stati firmati accordi e trattati, sono state dichiarate e violate tregue. Ma lo spargimento di sangue non si è interrotto. La Palestina resta ancora illegalmente occupata. La sua gente vive ancora in condizioni inumane, in veri e propri ghetti dove è soggetta a punizioni collettive, coprifuoco di ventiquattr'ore, dove è quotidianamente umiliata e brutalizzata. Vivono senza uno straccio di dignità. Con poche speranze in vista. Non hanno il controllo della loro terra, della loro sicurezza, dei loro movimenti, delle loro comunicazioni, dei loro rifornimenti idrici. E così quando vengono firmati gli accordi e fatte circolare parole come autonomia, o perfino stato, vale sempre la pena chiedersi: che genere di autonomia? Che tipo di stato? Che genere di diritti avranno i suoi cittadini?Brandelli di speranzaI giovani palestinesi che non sanno frenare la loro rabbia si trasformano in bombe umane e assediano le strade e i locali pubblici israeliani, facendosi saltare in aria, uccidendo la gente normale, seminando il terrore nella vita quotidiana e infine aggravando il sospetto e l'odio reciproco nelle due società. Ma gli attentati suicidi sono un atto di disperazione individuale, non una tattica rivoluzionaria. Se gli attacchi palestinesi provocano il terrore fra i civili israeliani, forniscono anche la copertura perfetta per le incursioni quotidiane del governo di Israele nel territorio palestinese, la scusa perfetta per il colonialismo vecchio stile, del diciannovesimo secolo, mascherato da guerra nuovo stile del ventunesimo secolo. Il più fedele alleato politico e militare di Israele è sempre stato il governo degli Usa. Il governo degli Usa ha bloccato, insieme a Israele, quasi tutte le risoluzioni dell'Onu che cercavano una soluzione equa e pacifica al conflitto. Ha sostenuto quasi tutte le guerre che Israele ha combattuto. Quando Israele attacca la Palestina, sono i missili americani che si schiantano sulle case palestinesi. E ogni anno Israele riceve parecchi miliardi di dollari dagli Usa.Quali lezioni dovremmo trarre da questo tragico conflitto? È veramente impossibile per gli ebrei, che hanno sofferto così crudelmente – più crudelmente, forse, di qualsiasi altro popolo – capire la vulnerabilità e le aspirazioni di quelli che hanno cacciato? La sofferenza estrema alimenta sempre crudeltà? Che speranza può lasciare tutto questo all'umanità? Cosa succederà al popolo palestinese in caso di vittoria? Quando una nazione senza stato proclama finalmente uno stato, che genere di stato sarà? Quali orrori saranno commessi sotto la sua bandiera? È per uno stato autonomo che dovremmo combattere, o per il diritto a una vita di libertà e dignità per tutti, indipendentemente dall'appartenenza etnica e dalla religione? La Palestina un tempo era un baluardo del laicismo in Medio Oriente. Ma ora la debole, non democratica, sicuramente corrotta ma senza dubbio non settaria Organizzazione per la liberazione della Palestina sta perdendo terreno nei confronti di Hamas, che sposa un'ideologia settaria e combatte in nome dell'islam. Per citare il loro manifesto: "Noi saremo i suoi soldati e la legna da ardere del suo fuoco che brucerà i nemici".Il mondo è chiamato a condannare gli attentatori suicidi. Ma possiamo ignorare la lunga strada su cui hanno viaggiato prima di arrivare a questa destinazione? Dall'11 settembre 1922 all'11 settembre 2002 – ottant'anni sono un periodo molto lungo per combattere una guerra. Ci sono consigli che il mondo può dare al popolo della Palestina? Qualche brandello di speranza che possiamo offrirgli?Le guerre dei BushIn un'altra zona del Medio Oriente, l'11 settembre tocca una ferita aperta più di recente. L'11 settembre 1990 George Bush padre, allora presidente degli Usa, tenne un discorso al congresso in seduta congiunta per annunciare la decisione del suo governo di dichiarare guerra all'Iraq.Il governo statunitense oggi dice che Saddam Hussein è un criminale di guerra, un crudele despota militare che si è macchiato di genocidio contro il suo stesso popolo. È una descrizione piuttosto esatta del personaggio. Nel 1988 rase al suolo centinaia di villaggi nell'Iraq settentrionale e usò le armi chimiche e le mitragliatrici per uccidere migliaia di curdi. Oggi sappiamo che nello stesso anno il governo statunitense gli fornì 500 milioni di dollari in sussidi per acquistare prodotti agricoli americani. L'anno dopo, nel 1989, quando aveva felicemente portato a termine la sua campagna di genocidio, il governo Usa raddoppiò i sussidi portandoli a un miliardo di dollari.Gli fornì anche batteri di ottima qualità per l'antrace così come elicotteri e materiali che potevano essere usati per produrre armi chimiche e biologiche.E così viene fuori che quando Saddam Hussein stava commettendo le sue peggiori atrocità, i governi degli Usa e del Regno Unito erano suoi stretti alleati. Ancora oggi il governo della Turchia, che nel campo dei diritti umani ha precedenti fra i più spaventosi del mondo, è uno dei maggiori alleati del governo americano. Il fatto che il governo turco abbia oppresso e assassinato il popolo curdo per anni non ha impedito al governo americano di imbottire la Turchia di armi e aiuti allo sviluppo. Chiaramente non era stata la preoccupazione per il popolo curdo a provocare il discorso del presidente Bush al congresso.Cos'era cambiato? Nell'agosto del 1990 Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait. Il suo peccato non era tanto aver commesso un atto di guerra, ma aver agito autonomamente, senza ordini dai suoi padroni. Questa manifestazione di indipendenza bastò a sconvolgere l'equazione di potere nel Golfo. E così si decise che Saddam Hussein doveva essere soppresso, come un cagnolino che ha perso l'affetto del padrone.Il primo attacco alleato contro l'Iraq si svolse nel gennaio 1991. Il mondo seguì la guerra in prima serata sugli schermi dalla tv (in quei giorni in India bisognava andare nella hall di un albergo a cinque stelle per vedere la Cnn). In un mese di bombardamenti devastanti furono uccise decine di migliaia di persone. Quello che molti non sanno è che la guerra non finì allora. La furia iniziale è sbollita trasformandosi nel più lungo attacco aereo contro un paese dai tempi della guerra del Vietnam. Nell'ultimo decennio le forze americane e britanniche hanno lanciato migliaia di missili e di bombe sull'Iraq.Un decennio di bombardamenti non è riuscito a far sloggiare Saddam Hussein, la "Bestia di Baghdad". Ora, quasi dodici anni dopo, il presidente George W. Bush ha intensificato la retorica. Propone una guerra totale il cui obiettivo è addirittura un cambiamento di regime. Il New York Times dice che l'amministrazione Bush sta "seguendo una strategia meticolosamente pianificata per convincere l'opinione pubblica, il congresso e gli alleati della necessità di affrontare la minaccia di Saddam Hussein".I rapporti degli ispettori sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq sono contraddittori, e molti hanno detto chiaramente che il suo arsenale è stato smantellato e che il paese non è in grado di costruirne un altro. In compenso non ci sono dubbi sull'entità e sulla portata dell'arsenale di armi nucleari e chimiche dell'America. Il governo statunitense darebbe il benvenuto a eventuali ispettori? Lo farebbero la Gran Bretagna o Israele?E se poi l'Iraq avesse veramente l'arma nucleare, questo giustificherebbe un attacco preventivo degli Usa? Gli Stati Uniti hanno il più grande arsenale di armi nucleari del mondo. Sono l'unico paese al mondo ad averlo realmente usato contro popolazioni civili, in Giappone. Se gli Stati Uniti hanno il diritto di lanciare un attacco preventivo contro l'Iraq, ebbene, allora ogni potenza nucleare ha il diritto di decidere un attacco preventivo contro qualsiasi altra.Al Faeda contro al QaedaLe guerre non sono mai combattute per ragioni altruistiche. Di solito sono combattute per l'egemonia, per gli affari. E poi naturalmente c'è l'affare della guerra. Difendere il proprio controllo del petrolio mondiale è fondamentale per la politica estera americana. I recenti interventi militari del governo Usa nei Balcani e in Asia centrale hanno a che fare con il petrolio. Si dice che Hamid Karzai, il presidente marionetta dell'Afghanistan insediato dagli Usa, sia un ex dipendente dell'Unocal, una società petrolifera con sede in America. Il paranoico pattugliamento del Medio Oriente da parte del governo Usa è dovuto al fatto che la regione possiede due terzi delle riserve petrolifere mondiali. Il petrolio permette ai motori americani di ronzare dolcemente. Il petrolio permette al libero mercato di funzionare. Chi controlla il petrolio mondiale controlla il mercato mondiale. E come si controlla il petrolio? Nessuno lo ha detto con più eleganza di Thomas Friedman, editorialista del New York Times. In un articolo intitolato "La follia paga" spiega che "gli Usa devono rendere chiaro all'Iraq e agli alleati americani che l'America userà la forza senza negoziati, senza esitazioni e senza l'approvazione dell'Onu". Il suo consiglio è stato seguito. Nelle guerre contro l'Iraq e l'Afghanistan così come nelle umiliazioni pressoché quotidiane che il governo statunitense infligge alle Nazioni Unite. Nel suo libro sulla globalizzazione, Le radici del futuro, Friedman scrive: "La mano nascosta del mercato non funzionerà mai senza il pugno nascosto. McDonald's non può prosperare senza McDonnell Douglas. E il pugno nascosto che garantisce la sicurezza del mondo e delle tecnologie della Silicon Valley si chiama esercito, aeronautica, marina e corpo dei marines degli Stati Uniti". Forse questo è stato scritto in un momento di vulnerabilità, ma è sicuramente la descrizione più sintetica e accurata del progetto di globalizzazione economica che abbia mai letto.Dopo l'11 settembre 2001 e la guerra al terrorismo, la mano e il pugno nascosti sono venuti allo scoperto, e ora abbiamo una chiara visione dell'altra arma dell'America – il libero mercato – che si abbatte sul mondo in via di sviluppo. In urdu la parola che significa profitto è faeda. Al Qaeda significa parola, parola di Dio, legge. Perciò in India alcuni di noi hanno ribattezzato la guerra al terrorismo al Qaeda contro al Faeda, la Parola contro il Profitto (il gioco di parole non è voluto). Per il momento sembra che al Faeda sia destinata ad avere la meglio. Ma non si può mai dire.Negli ultimi dieci anni di sfrenata globalizzazione economica, il reddito totale del mondo è aumentato in media del 2,5 per cento all'anno. Eppure il numero dei poveri nel nostro pianeta è aumentato di cento milioni. Delle cento maggiori economie mondiali, 51 sono quelle di grandi aziende, non di paesi. Il reddito totale dell'1 per cento più ricco del mondo è uguale al reddito totale del 57 per cento più povero, e la disparità è in aumento. Ora, sotto la copertura sempre più vasta della guerra al terrorismo, questo processo è in via di accelerazione. Gli uomini in giacca e cravatta hanno una fretta indecorosa. Mentre le bombe ci piovono addosso e i missili cruise solcano il cielo, mentre si ammassano armi nucleari per rendere il mondo un posto più sicuro, si firmano contratti, si registrano brevetti, si costruiscono oleodotti, si saccheggiano le risorse naturali, si privatizza l'acqua e si minacciano le democrazie.Nel villaggio globale la rivolta civile sta per esplodere. In paesi come l'Argentina, il Brasile, il Messico, la Bolivia e l'India, crescono i movimenti contro la globalizzazione economica. Per contenerli i governi stanno rafforzando il loro controllo. I contestatori vengono bollati come terroristi e trattati come tali. Ma rivolta civile non significa solo marce, manifestazioni e proteste contro la globalizzazione. Purtroppo significa anche una discesa verso il crimine e il caos e ogni genere di disperazione e disillusione che, come sappiamo dalla storia (e da quanto abbiamo visto con i nostri occhi), diventano gradualmente un fertile terreno di coltura per cose terribili – il nazionalismo culturale, il fanatismo religioso, il fascismo e, naturalmente, il terrorismo.SciocchezzeTutte cose che vanno a braccetto con la globalizzazione. Si va diffondendo l'idea che il libero mercato spezzerà le barriere nazionali e che l'obiettivo finale della globalizzazione economica è un paradiso hippy dove il cuore sarà l'unico passaporto e noi tutti vivremo insieme felicemente dentro una canzone di John Lennon (Imagine there's no country…). Sciocchezze.Il libero mercato non minaccia la sovranità nazionale ma la democrazia. Mentre la differenza fra ricchi e poveri aumenta, il pugno nascosto ha un grosso lavoro da fare. Le multinazionali a caccia di accordi locali che generano profitti enormi non possono far passare questi accordi e amministrare i loro progetti nei paesi in via di sviluppo senza l'attiva connivenza della macchina statale – la polizia, i tribunali, a volte perfino l'esercito.Oggi la globalizzazione economica ha bisogno di una confederazione internazionale di governi leali, corrotti e preferibilmente autoritari nei paesi più poveri che approvino riforme impopolari e soffochino le sommosse.Ha bisogno di una stampa che finga di essere libera. Ha bisogno di tribunali che fingano di dispensare giustizia. Ha bisogno di bombe nucleari, di eserciti, di leggi più severe sull'immigrazione e di efficaci controlli costieri per accertarsi che siano solo i soldi, le merci, i brevetti e i servizi a essere globalizzati – non la libera circolazione delle persone, non il rispetto dei diritti umani, non i trattati internazionali sulla discriminazione razziale o sulle armi chimiche e nucleari, sulle emissioni dei gas serra, sul cambiamento del clima o, Dio non voglia, sulla giustizia.È come se un solo gesto verso la responsabilità internazionale potesse far crollare l'intera baracca. Quasi un anno dopo l'avvio ufficiale della guerra al terrorismo sulle rovine dell'Afghanistan, in nome della difesa della democrazia, le libertà vengono limitate in un paese dopo l'altro. Il dissenso di ogni tipo viene definito terrorismo. E per affrontarlo vengono approvate leggi di ogni tipo. Osama bin Laden sembra essere svanito nel nulla. Si dice che il mullah Omar sia riuscito a fuggire in motocicletta. I taliban forse sono scomparsi, ma il loro spirito e il loro sistema di giustizia sommaria stanno riaffiorando nei posti più disparati. In India, in Pakistan, in Nigeria, in America, in tutte le repubbliche centroasiatiche guidate da ogni genere di despoti e naturalmente in Afghanistan, sotto l'Alleanza del nord appoggiata dagli Usa.Intanto nel centro commerciale c'è una svendita di mezza stagione. È tutto scontato – oceani, fiumi, petrolio, genetica, api impollinatrici, fiori, infanzia, fabbriche di alluminio, compagnie telefoniche, buon senso, riserve naturali, diritti civili, ecosistemi, aria – ovvero tutti i 4.600 milioni di anni di evoluzione. Sono confezionati, sigillati, etichettati, prezzati e disponibili sugli scaffali (la merce non può essere restituita). Quanto alla giustizia, mi dicono che sia in offerta anche lei. Potete procurarvi quanto di meglio il denaro può comprare.Decisioni segreteFortunatamente il potere ha una sua durata. Quando arriverà il momento, forse questo possente impero, come altri prima di lui, farà il passo più lungo della gamba e imploderà. Sembra che alcune crepe strutturali siano già comparse. Mentre la guerra al terrorismo allarga la sua rete, il cuore aziendale dell'America è in piena emorragia. Malgrado le interminabili chiacchiere a vuoto sulla democrazia, oggi il mondo è guidato da tre delle istituzioni più segrete del pianeta: il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l'Organizzazione mondiale per il commercio che sono tutte e tre, a loro volta, dominate dagli Usa. Le loro decisioni vengono prese in segreto. Le persone che le dirigono vengono nominate a porte chiuse. In realtà nessuno sa nulla di loro, della loro politica, delle loro idee, delle loro intenzioni. Nessuno li ha eletti. Nessuno ha detto che potevano prendere decisioni a nostro nome. Un mondo guidato da una manciata di avidi banchieri e da amministratori delegati che nessuno ha eletto non può durare. Il comunismo di stile sovietico è fallito non perché fosse intrinsecamente malvagio, ma perché era malato. Permetteva a troppa poca gente di usurpare troppo potere. Il capitalismo di mercato del ventunesimo secolo, di stile americano, fallirà per le stesse ragioni. Sono due edifici costruiti dall'intelligenza umana, minati dalla natura umana.Anche per noi è giunto il momento, dice il tricheco di Alice. Forse le cose andranno peggio e poi meglio. Forse c'è un piccolo dio lassù nel cielo che si sta preparando per noi. Un altro mondo non è solo possibile, è in viaggio. Forse molti di noi non saranno qui ad accoglierlo, ma in una giornata tranquilla, se ascolto molto attentamente, posso sentirlo respirare.Traduzione di Giuseppina Cavallo

(Roy) I nuovi colonizzatori

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I nuovi colonizzatori
Non servono più eserciti e polizie. La nuova arma per sfruttare il Terzo mondo si chiama commercio globale Internazionale 423, 9 febbraio 2002L'india vive in diversi secoli contemporaneamente. in qualche modo riusciamo a progredire e regredire nello stesso tempo. Come nazione invecchiamo partendo dal centro, aggiungendo qualche secolo alle due estremità del nostro straordinario curriculum vitae. Cresciamo come la testa di un pesce martello in via di sviluppo, con gli occhi che guardano in direzioni diametralmente opposte. Non voglio dare un semplicistico giudizio di valore su questa particolare forma di "progresso", suggerendo che Moderno è Bene e Tradizionale è Male - o viceversa. Ciò che è difficile accettare, dal punto di vista personale e politico, è il suo carattere schizofrenico.Questo è vero non solo per il dilemma antico/moderno ma per l'assoluta illogicità di quella che sembra l'impresa nazionale del momento. Nel vicolo dietro casa mia, ogni sera passo accanto a gruppi di operai emaciati che scavano un fosso per deporvi i cavi a fibre ottiche destinati ad accelerare la nostra rivoluzione digitale. Nel pungente freddo invernale, lavorano alla luce di qualche candela.È come se il popolo indiano fosse stato radunato e caricato su due convogli di autocarri (uno grande, enorme e l'altro piccolo, minuscolo) che sono partiti con decisione in due direzioni opposte. Il convoglio minuscolo è in viaggio per una destinazione scintillante in qualche luogo vicino alla cima del mondo. L'altro convoglio si confonde nel buio e scompare. Una rapida indagine per accertare la casta, la classe e la religione di chi sale su un convoglio o sull'altro costituirebbe un'ottima Breve guida alla storia dell'India per pigri. Per alcuni di noi, vivere in India è come essere sospesi tra questi due autocarri, con una gamba in ciascun convoglio, ed essere smembrati di netto quando si allontanano, non fisicamente, ma sul piano emotivo e intellettuale.Cinquant'anni dopo l'indipendenza, l'India sta ancora lottando con l'eredità del colonialismo, è ancora scossa dall' "oltraggio culturale". Come cittadini siamo ancora alle prese con il compito di "smentire" la definizione che di noi ha dato il mondo dei bianchi. Intellettualmente ed emotivamente, abbiamo appena cominciato a misurarci con le politiche di comunità e di casta che minacciano di lacerare la nostra società. Ma nel frattempo al nostro orizzonte si profila qualcosa di nuovo.Espropriazione barbaricaApparentemente sono cose del tutto normali, questioni di ordinaria amministrazione. Manca il dramma, il formato gigante, la magnificenza epica della guerra, del genocidio o della carestia. Sembra tutto scialbo. Fa cattiva tv. Ha a che fare con cose noiose come il lavoro, i soldi, i rifornimenti idrici, l'elettricità, l'irrigazione. Ma ha anche a che fare con un processo di espropriazione barbarica su una scala che ha poche analogie nella storia. Probabilmente avrete intuito che sto parlando della versione moderna della globalizzazione.Cos'è la globalizzazione? A chi serve? Cosa farà a un paese come l'India in cui la diseguaglianza sociale è stata istituzionalizzata per secoli nel sistema delle caste? Un paese in cui 700 milioni di persone vivono in zone rurali. In cui l'80 per cento delle proprietà terriere è costituito da piccole fattorie. In cui 300 milioni di persone sono analfabete. La "corporatizzazione" e la globalizzazione dell'agricoltura, dei rifornimenti idrici, dell'elettricità e di beni essenziali riusciranno a tirare fuori l'India dalla palude stagnante della povertà, dell'analfabetismo e del bigottismo religioso? Lo smantellamento e la vendita all'asta di complesse infrastrutture del settore pubblico, create con denaro pubblico nel corso degli ultimi cinquant'anni, è veramente la strada per il futuro? La globalizzazione colmerà il divario tra privilegiati e diseredati, tra le caste superiori e le caste inferiori, tra gli istruiti e gli analfabeti? Oppure offrirà un'amichevole mano di aiuto a chi ha già un vantaggio di secoli?La globalizzazione riguarda "lo sradicamento della povertà nel mondo" o è una versione mutante del colonialismo, telecomandata e digitale? Sono problemi immensi e controversi. Le risposte variano a seconda che arrivino dai villaggi e dai campi dell'India rurale, dagli slum e dalle baraccopoli dell'India urbana, o dai salotti della classe media in ascesa e dagli uffici dirigenziali delle grandi aziende.Oggi l'India produce più latte, zucchero e cereali di quanti ne abbia mai prodotti in passato. Eppure nel marzo del 2000, poco prima della visita del presidente Clinton in India, il governo indiano ha annullato le restrizioni sull'importazione di 1.400 prodotti, tra cui latte, cereali, zucchero, cotone, tè, caffè e olio di palma. E tutto ciò malgrado la sovrabbondanza di questi prodotti sul mercato interno. Dal primo aprile (il giorno degli scherzi) 2001, in base all'accordo con l'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), il governo indiano ha dovuto abolire le restrizioni quantitative alle importazioni. Il mercato indiano è già inondato da prodotti d'importazione a basso costo. Tecnicamente l'India è libera di esportare la sua produzione agricola, ma in pratica gran parte di essa non può essere venduta all'estero perché non risponde agli "standard ambientali" del Primo mondo.(Voi non mangiate mango ammaccati, banane con punture di zanzare o riso con qualche tonchio, mentre noi non badiamo a una zanzara di troppo o a un tonchio di passaggio).Economia strangolataI paesi avanzati come gli Stati Uniti, con un'industria agricola fortemente sovvenzionata che dà lavoro ad appena il 2-3 per cento della popolazione complessiva, stanno usando il Wto per fare pressioni su paesi come l'India e convincerli a revocare i sussidi all'agricoltura in modo da rendere "competitivo" il mercato. Le enormi corporazioni meccanizzate che lavorano migliaia di ettari di terra vogliono competere con agricoltori di sussistenza impoveriti, che a malapena possiedono un paio di acri.Di fatto l'economia rurale indiana, che sostiene 700 milioni di persone, oggi viene strangolata. Gli agricoltori che producono troppo sono allo stremo, gli agricoltori che producono troppo poco sono anch'essi allo stremo e i braccianti senza terra sono disoccupati perché le grandi proprietà e le fattorie licenziano i loro operai. E tutti si affollano nelle città in cerca di lavoro."Trade Not Aid" ("Commercio e non assistenza") è il grido di battaglia dei capi del nuovo Villaggio Globale, che ha stabilito il suo quartier generale negli uffici sfavillanti della Wto. Qualche secolo fa i colonizzatori britannici sbarcarono sulle nostre coste travestiti da mercanti. Noi tutti ricordiamo la Compagnia delle Indie Orientali. Questa volta il colonizzatore non ha neppure bisogno di una simbolica presenza bianca nelle colonie. Gli amministratori delegati e i loro uomini non devono prendersi il disturbo di andare in giro per i tropici rischiando la malaria, la diarrea, un colpo di sole o una morte prematura. Non devono mantenere un esercito o una forza di polizia né preoccuparsi di insurrezioni e ammutinamenti. Possono avere le loro colonie e la coscienza tranquilla. "Creare un clima favorevole agli investimenti" è il nuovo eufemismo per la repressione del Terzo mondo. Per di più, la responsabilità della sua attuazione ricade sull'amministrazione locale.Enron in IndiaLa vetrina della campagna per privatizzare l'energia, il suo vero pezzo forte, è la storia della Enron, la società petrolifera di Houston. Quello della Enron è stato il primo progetto energetico privato dell'India. L'accordo per l'acquisto di energia tra la Enron e lo Stato del Maharashtra, governato dal Partito del Congresso e con una centrale da 740 megawatt, fu firmato nel 1993. I partiti di opposizione, il partito nazionalista indù Bharatiya Janata (Bjp) e lo Shiv Sena, scatenarono un'ondata di proteste swadeshi (nazionaliste) e avviarono una serie di procedimenti legali contro la Enron e il governo dello Stato. Li accusavano di varie irregolarità e di corruzione ai massimi livelli. Un anno dopo, quando furono annunciate le elezioni statali, la questione fu al centro della campagna elettorale dell'alleanza Bjp-Shiv Sena.Nel febbraio del 1995 questa accoppiata vinse le elezioni. Fedeli alla loro parola, "fecero a pezzi" il progetto. Con una dichiarazione ardente e bellicosa, il leader dell'opposizione L.K. Advani attaccò il fenomeno che definiva "saccheggio mediante la liberalizzazione", accusando più o meno esplicitamente il governo del partito del Congresso di aver intascato una mazzetta di 13 milioni di dollari dalla Enron. La società non aveva fatto mistero di aver speso milioni di dollari per "rieducare" i politici e i burocrati coinvolti nell'accordo pur di assicurarsi l'affare.In seguito all'annullamento del contratto, il governo statunitense cominciò a fare pressioni su quello del Maharashtra. L'ambasciatore americano Frank Wisner fece diverse dichiarazioni per deplorare l'accaduto. (Poco dopo aver lasciato la carica di ambasciatore, è diventato uno dei manager della Enron). Nel novembre 1995 il governo Bjp-Shiv Sena del Maharashtra annunciava un comitato di "rinegoziazione". Nel maggio 1996 a Nuova Delhi si insediò un governo federale di minoranza guidato dal Bjp. Durò esattamente 13 giorni e si dimise prima di affrontare un voto di sfiducia del Parlamento.Nel suo ultimo giorno di attività, quando era già in preparazione la mozione di sfiducia, il governo si riunì per un "pranzo" frettoloso e ratificò di nuovo la controgaranzia del governo nazionale (che era diventata nulla a causa della precedente "cancellazione" del contratto con la Enron). Nell'agosto 1996 il governo del Maharashtra firmò un nuovo contratto con la Enron a condizioni che avrebbero lasciato stupefatto il cinico più incallito.Il contratto impugnato prevedeva pagamenti annuali alla Enron per 430 milioni di dollari nella Fase 1 del progetto (740 megawatt), mentre la Fase 2 (1.624 megawatt) era opzionale. L'accordo per l'acquisto di energia "rinegoziato" rende obbligatoria la Fase 2 del progetto e impegna legalmente la Commissione per l'elettricità dello Stato del Maharashtra (Cesm) a versare alla Enron la somma di 30 miliardi di dollari! È il più grosso contratto mai firmato nella storia dell'India.Una frode colossaleGli esperti indiani che hanno studiato il progetto lo hanno definito la frode più colossale nella storia del paese. Il profitto lordo del progetto oscillerà tra i 12 e i 14 miliardi di dollari. Il rendimento ufficiale del capitale netto è oltre il 30 per cento, vale a dire quasi il doppio di quanto permettono le leggi e gli statuti indiani per i progetti energetici. Di fatto, a fronte di un aumento del 18 per cento della potenza installata, la Cesm deve mettere da parte il 70 per cento dei suoi ricavi per pagare la Enron. Ovviamente non esistono dati sulla formula matematica utilizzata per "rieducare" il nuovo governo. E neppure tracce di quanto è gocciolato in alto o in basso o ai lati o a chi. Ma ancora non basta: con una delle decisioni più straordinarie della sua storia non del tutto immacolata, nel maggio 1997 la Corte suprema dell'India si è rifiutata di esaminare un appello contro la Enron.Oggi tutto quello che avevano previsto i critici del progetto si è avverato con una forza furibonda. L'energia prodotta dall'impianto della Enron è due volte più cara di quella del suo concorrente più diretto e sette volte più cara dell'elettricità più economica disponibile nel Maharashtra. Nel maggio 2000 la Commissione di regolamentazione per l'elettricità del Maharashtra (Crem) ha stabilito che provvisoriamente, fino a quando non fosse stato assolutamente necessario, non bisognava acquistare energia dalla Enron. La decisione si basava sul calcolo che sarebbe stato più conveniente limitarsi a pagare alla Enron le spese fisse per la manutenzione e l'amministrazione dell'impianto, come previsto dal contratto, piuttosto che comprare la sua energia a un prezzo esorbitante. Le sole spese fisse ammontano a circa 220 milioni di dollari all'anno per la Fase 1 del progetto. La Fase 2 costerà quasi il doppio.Duecentoventi milioni di dollari all'anno per i prossimi vent'anni. Nel frattempo gli industriali del Maharashtra hanno cominciato a produrre energia da soli e a costi molto più bassi, usando dei generatori privati. La domanda di energia dal settore industriale sta diminuendo rapidamente. La Cesm, a corto di liquidi, con la Enron che le volteggia come un albatro intorno al collo, non avrà altra scelta che dichiarare illegali i generatori privati. È l'unico modo per costringere gli industriali a comprare elettricità ai prezzi esorbitanti della Enron.Nel gennaio 2001 il governo del Maharashtra (il partito del Congresso è tornato al potere con un nuovo primo ministro) ha dichiarato di non avere i soldi per pagare i conti della Enron. Il 31 gennaio, quando erano passati appena cinque giorni dal terremoto che aveva colpito il vicino Stato del Gujarat, in un momento in cui il paese era ancora sopraffatto dalla tragedia, i giornali hanno annunciato che la Enron aveva deciso di appellarsi alla controgaranzia e che se il governo non tirava fuori i liquidi avrebbe dovuto mettere all'asta le proprietà pubbliche elencate nel contratto come garanzia collaterale. Ma la Enron aveva amici nelle alte sfere. Era stata una delle società che più avevano contribuito alla campagna elettorale del presidente George W. Bush. I funzionari del governo americano misero in guardia l'India dal viziare "il clima degli investimenti" correndo il rischio di spaventare i futuri investitori. In altri termini: permetteteci di derubarvi fino all'osso altrimenti ce ne andremo.Nel giugno scorso la Cesm ha annunciato di voler mettere fine al suo accordo con la Dabhol Power Corporation (Dpc), un'impresa mista della Enron (che detiene la quota di maggioranza), della General Electric e della Bechtel. Poco dopo la Dpc ha interrotto le sue attività e ora sta facendo pressioni sul governo perché copra i suoi debiti. La Royal Dutch/ Shell, il gruppo petrolifero anglo-olandese, la TotalFinaElf e la Gaz de France stanno avanzando proposte d'acquisto per rilevare la quota collettiva della Enron, della Bechtel e della Ge in una "vendita al ribasso".Lasciare tutto agli espertiNegli ultimi tempi la globalizzazione ha cominciato a incassare qualche critica. Le proteste di Seattle e di Praga entreranno nella storia. Ogni volta che il Wto o il World Economic Forum vogliono organizzare una riunione, i ministri devono barricarsi con migliaia di poliziotti ben armati. Eppure tutti suoi ammiratori, da Bill Clinton, Kofi Annan e A.B. Vajpayee (il primo ministro indiano) fino ai broker esultanti, continuano a ripetere le stesse nobili parole: se avremo le giuste istituzioni - tribunali funzionanti, buone leggi, politici onesti, democrazia partecipativa, un'amministrazione trasparente che rispetta i diritti umani e permette alla gente di esprimersi sulle questioni che toccano direttamente la sua vita - allora la globalizzazione funzionerà anche per i poveri. La chiamano "globalizzazione dal volto umano".Il punto è che se tutto questo fosse a posto potrebbe funzionare qualsiasi cosa: il socialismo, il capitalismo, fate voi. In Paradiso funziona tutto, uno Stato comunista come una dittatura militare. Ma in un mondo imperfetto, sarà la globalizzazione ad assicurarci questa manna? Ed è quello che sta succedendo in India ora che ha imboccato la strada più rapida verso il libero mercato? C'è una sola cosa in quel nobile elenco di istituzioni che si applichi all'India di oggi? Le istituzioni statali sono trasparenti? La gente ha potuto esprimersi - è stata almeno informata, non diciamo consultata - su decisioni che hanno un'importanza vitale per la sua vita? E Clinton (e ora Bush) e il primo ministro Vajpayee stanno facendo tutto ciò che è in loro potere per accertare che "le giuste istituzioni" siano al loro posto? O invece sono impegnati in un'impresa che è l'esatto contrario? Quando parlano delle "giuste istituzioni" intendono forse dire qualcosa di completamente diverso?Il fatto è che quanto sta succedendo oggi in India non è un "problema" e le questioni che alcuni di noi stanno sollevando non sono "cause". Sono enormi sconvolgimenti politici e sociali che stanno squassando il paese. Non siamo coinvolti per il fatto di essere scrittori o militanti. Siamo coinvolti perché siamo esseri umani.Se siete tra i fortunati con una cuccetta prenotata sul convoglio piccolo, allora "lasciare tutto agli esperti" è, o potrebbe essere, una soluzione vantaggiosa sia per l'esperto che per voi. È un sistema comodo per scrollarvi di dosso il vostro ruolo in questo schema. E crea un enorme mercato professionale per "esperti" di tutti i tipi. C'è un intero orribile universo che aspetta solo di essere esplorato. Con questo non voglio certo suggerire che tutti i consulenti sono dei banditi e che le consulenze sono inutili, ma conoscete il detto: ci sono un sacco di soldi nella povertà. Sarebbero molte le domande di carattere etico da fare a quelli che hanno costruito la loro carriera professionale sulla conoscenza della povertà e della disperazione.Per esempio, a che punto uno studioso smette di essere uno studioso e diventa un parassita che si nutre del dolore e della povertà? L'origine dei tuoi finanziamenti compromette la tua borsa di studio? Sappiamo, dopo tutto, che gli studi della Banca mondiale sono tra i più citati del mondo. La Banca mondiale è un osservatore imparziale? Gli studi che finanzia sono completamente privi di interessi egoistici?Hanno ragione i cinici?Si prenda, per esempio, l'industria internazionale delle dighe. Vale da 32 a 46 miliardi di dollari all'anno. Pullula di esperti e consulenti. Visto il numero di studi, rapporti, libri, dottorati di ricerca, borse di studio, prestiti, consulenze, valutazioni di impatto ambientale, non vi sembra strano che non esista una stima veramente affidabile di quanta gente è stata dislocata dalle grandi dighe dell'India? Che non ci sia una stima esatta del contributo dato dalle grandi dighe alla produzione di generi alimentari in India? Che non ci sia stata una revisione dei conti ufficiale, una valutazione post-progetto globale, onesta e meditata di una sola grande diga per vedere se ha ottenuto o meno quello che si prefiggeva? Se i costi sono stati giustificati o meno, e persino quali sono stati veramente questi costi?I cinici dicono che la vita reale è una scelta tra la rivoluzione fallita e l'accordo meschino. Non saprei. Forse hanno ragione. Ma persino loro dovrebbero sapere che non c'è limite a quanto può essere meschino quell'accordo meschino. Quello che abbiamo bisogno di cercare e di trovare, quello che abbiamo bisogno di levigare e perfezionare fino a renderlo magnifico e lucente è un nuovo tipo di politica. Non la politica di governo, ma la politica della resistenza. La politica dell'opposizione. La politica di costringere a rendere conto. La politica di rallentare le cose. La politica di prendersi per mano in tutto il mondo e impedire una distruzione certa. Nella situazione attuale, l'unica cosa che vale la pena di globalizzare è il dissenso. È il migliore prodotto di esportazione dell'India.Traduzione di Giuseppina Cavallo

lunedì 31 agosto 2009

Giappone, dalle urne svolta storica

http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/esteri/giappone-elezioni/giappone-elezioni/giappone-elezioni.html

A pesare sul tracollo dei liberaldemocratici la crisi economica e l'occupazione ai minimi storici
Il futuro premier Hatoyama convoca un vertice per preparare il nuovo Governo
Giappone, dalle urne svolta storica
Vincono i democratici, Aso si dimette

TOKYO - I democratici giapponesi (Minshuto) spediscono i liberaldemocratici (Jiminto) all'opposizione dopo 54 anni di potere quasi ininterrotto. E' quanto indicano gli exit poll della tv pubblica incoronando come uomo della svolta Yukio Hatoyama, ex membro del Jiminto, figlio dell'establishment nipponico che fondò il Partito democratico proprio per scalzare i suoi ex colleghi. L'attuale premier Taro Aso si dimette: "E' colpa mia". Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha definito "storico" il voto in "una delle più grandi democrazie del mondo". "Confidiamo - ha aggiunto - che la forte alleanza Usa-Giappone e la partnership tra i due Paesi continui ad essere fiorente con la prossima leadership di Tokyo". Il presidente Barack Obama, ha concluso Gibbs, "attende di lavorare con il nuovo primo ministro giapponese su una vasta gamma di questioni globali, regionali e bilaterali".

Gli exit poll. La tv giapponese e l'edizione online del quotidiano Yomiuri Shinbun hanno pubblicato le stime subito dopo la chiusura delle urne alle 20 locali (le 13 in Italia): il Partito democratico, nato 11 anni fa dalla confluenza di diverse anime politiche, dovrebbe ottenere oltre 300 seggi sui 480 in palio. Hatoyama - secondo la prassi che vuole il leader del partito di maggioranza diventare premier - dovrebbe formare un nuovo governo in coalizione con altre piccole formazioni: il Partito socialdemocratico (tra i 4 e i 15 seggi), il Nuovo partito del popolo (3-6) e i comunisti (7-18). La maggioranza potrebbe quindi contare su un blocco di 302-350 seggi sui 480.

Una svolta storica. Il risultato, ampiamente previsto dai sondaggi delle scorse settimane, rende per la prima volta il Jiminto partito di minoranza. La continuità al governo era stata interrotta per undici mesi nel 1993-94 da una coalizione formatasi attorno a Morihiro Hosokawa, ma i liberaldemocratici erano comunque usciti dalle urne come il partito di maggioranza relativa.

Gli sforzi del premier. Taro Aso, leader del Kiminto e primo ministro ha cercato fino all'ultimo di attribuire al suo governo, in coalizione col partito neobuddista Komeito, una politica economica che avrebbe portato a una ripresa nel secondo trimestre dell'anno. Non è bastato ad annullare un'immagine negativa che ha spinto i livelli di consenso attorno al 20% nei sondaggi degli ultimi mesi. Tra l'altro, la diffusione del dato sulla disoccupazione di luglio, al record storico negativo (5,7%), sembra aver pesato fortemente sugli orientamenti elettorali.

Le dimissioni di Taro Aso. Il segretario generale Hiroyuki Hosoda ha annunciato le dimissioni sue e dell'intera segreteria. A stretto giro sono arrivate anche le dimissioni del premier Taro Aso: "Il risultato è molto severo e credo che si debba riflettere su questo per una nuova partenza. Per parte mia, mi prendo la responsabilità della sconfitta".

La dinastia di Aso. Considerato un falco per le nette posizioni conservatrici e nazionaliste, è discendente di una grande dinastia imprenditoriale del Kyushu, nell'estremità meridionale dell'arcipelago. Primo premier di fede cattolica, è nipote del primo ministro Shigeru Yoshida, "padre" del Giappone del dopoguerra: una parentela pesante che, secondo alcuni, è stata la ragione stessa della sua presenza nella Dieta, partita nel 1979 con l'elezione alla Camera bassa.

La popolarità. Più che per i successi politici, Aso è diventato popolare per le dichiarazioni controverse che gli sono valse la fama di gaffeur. Molti i commenti di stampo razziale (il Giappone è "Paese di una sola razza, una sola lingua, una sola cultura"), sociale (si è fatto beffa dei problemi di memoria citando i malati di Alzheimer) e, soprattutto, diplomatico, come quando ha definito la Cina una "minaccia". Negli ultimi giorni della legislatura, sopravvissuto agli attacchi frontali di illustri compagni di partito che chiedevano la sua testa, Aso ha giocato a sorpresa la carta dell'umiltà, scusandosi con la nazione per gli insuccessi del suo governo e chiedendo un'altra chance. Appello inutile, visto come si è espresso l'elettorato nipponico.

Il nuovo governo. Yukio Hatoyama ha convocato per lunedì un vertice di maggioranza per la formazione di un nuovo governo e ringraziato pubblicamente i suoi elettori, parlando di "voto di cambiamento". Il suo programma prevede una serie sostanziosa di aiuti a famiglie, precari e piccole e medie imprese, con l'idea di far ripartire la domanda interna. In politica estera Hatoyama, pur ribadendo la centralità dell'alleanza strategica con gli Stati Uniti, ha promesso un ruolo più incisivo nell'Asia orientale e un rapporto più disteso con la Cina.

L'ingegnere del cambiamento. Hatoyama, 62 anni, è il classico esponente dell'establishement "dinastico" della politica nipponica, membro di una famiglia spesso definita "i Kennedy del Giappone". Nipote di un ex presidente, figlio di un ex ministro degli Esteri e fratello dell'ex titolare della Giustizia, anche lui viene dalle file del Jiminto. L'ha lasciato nel 1993 per fondare il Partito democratico. E' ingegnere laureato all'università di Tokyo e specializzatosi a Stanford, negli Usa. E' al suo sesto mandato parlamentare ed è nipote, da parte di madre, del fondatore della multinazionale del pneumatico Bridgestone. Un esponente, insomma, dell'élite politica ed economica dell'arcipelago. Cosa che però non gli impedisce di farsi paladino di una politica che promette di aggredire il monopolio della burocrazia e ridurre gli sprechi per sostenere il reddito delle famiglie. La moglie si chiama Miyuki ed è un'ex attrice nata a Shanghai quando la città cinese era occupata dai giapponesi. Si dice che proprio la consorte spinga il futuro premier a guardare di buon occhio un rapporto più stretto con Pechino. E' comunque certo che romperà la tradizione di "first lady" invisibile tipica delle mogli dei primi ministri nipponici.

(30 agosto 2009)

venerdì 7 agosto 2009

Tandja si regala di nuovo il Niger

http://www.internazionale.it/home/?p=4941


Dopo aver ottenuto i pieni poteri, ieri il presidente del Niger, Mamadou Tandja, ha fatto adottare, con un referendum, una nuova costituzione che rimove il limite ai mandati presidenziali. In questa maniera Tandja corre il rischio di privare il paese degli aiuti internazionali, ma il Niger è pur sempre il paese dell’uranio e in futuro del petrolio. Dopo aver sciolto il parlamento e la corte costituzionale, ora Tandja (se i primi risultati saranno confermati) potrà estendere il suo mandato almeno fino al 2012. La data non è casuale: coincide con l’avvio di una delle più grandi miniere di uranio nel mondo, il cui funzionamento è stato affidato alla società francese Areva. La Francia, in cambio, ha fatto dono del suo silenzio: durante la sua visita a Niamey, il 27 marzo, Nicolas Sarkozy aveva elogiato la “radici democratiche” del Niger. -
Liberté, Algeria

martedì 28 luglio 2009

Le elezioni in Iran

http://francocardini.net/
grazie professore...

- LE ELEZIONI IN IRAN. CERCHIAMO DI CAPIRE –

17/6/2009

Ad alcuni giorni dalle ultime elezioni in Iran, i media di tutto il mondo occidentale, sia pure con qualche sfumatura, ci hanno proposto uno schema interpretativo abbastanza semplice. L’Iran è guidato da un regime fondamentalista che tuttavia mantiene alcune parvenze di democrazia e di pluralismo (molti partiti politici, giornali e televisioni differenti ecc.); le ultime elezioni sono state pesantemente manipolate, sia attraverso il sistematico uso dell’intimidazione e della repressione, sia attraverso autentici brogli elettorali (perfino urne scambiate); tuttavia, dinanzi alla massiccia, coraggiosa e prolungata protesta popolare, le autorità si sono spinte fino a promettere un riconteggio dei voti; senonché, a detta di alcuni osservatori e di taluni oppositori, tale riconteggio non porterebbe a nulla sia perchè si svolgerebbe comunque in un clima d’incertezza e di violenza, sia perchè le autentiche schede sono state almeno in buona parte distrutte e sostituite; per cui, l’unica strada possibile per un qualche ristabilimento della legalità democratica sarebbe procedere a nuove elezioni sotto lo stretto controllo di osservatori delle Nazioni Unite, cosa che il governo non è disposto a concedere. Si sta quindi andando o verso una situazione di compromesso che non piacerà a nessuno, soprattutto alle opposizioni; o verso uno scontro frontale.

Un quadro semplice. Ma tutti i problemi hanno sempre una risposta semplice. Peccato solo che, di solito, si tratti di quella sbagliata. Il punto di partenza, per noi, non può essere che una constatazione. Quella iraniana è una società complessa. Cerchiamo quindi di capirci qualcosa.

I media occidentali hanno quasi tutti e costantemente cercato di accreditare l’idea che in Iran viga una “dittatura”. In passato – ricordate le proteste del 1999, che nel nostro paese unirono destra e sinistra? – si è accusato di essere una specie di dittatore perfino Khatamy, oggi considerato un garante dei valori democratici; eppure, a suo tempo, gli attacchi da parte dell’Occidente furono una delle cause della sua sconfitta.

L’Iran non è soggetto ad alcuna dittatura. Il suo è piuttosto l’equilibrio complesso e non facile a riformarsi tra una società civile che per certi versi ricorda piuttosto il primitivo sistema sovietico – una pluralità di soggetti politici fluidi e litigiosi – controllato però da un “senato” religioso. Questo sistema sta cercando con scarso successo d’ingabbiare una società civile anagraficamente giovane, in generale colta e preparata (l’Iran e uno dei paesi che conta più laureati al mondo), dove l’occidentalizzazione frutto d’una sessantina d'anni circa di governo europeizzante della dinastia Pahlevi ha inciso fortemente, ma dove la “rivoluzione islamica” del 1979 è stata sul serio corale e popolare. Alla vigilia delle ultime elezioni, si è molto parlato di “conservatori” e di “riformisti” (termini superficiali e inadeguati rispetto alla situazione concreta), ma si è “dimenticato” di osservare come i quattro candidati avevano nei rispettivi programmi elettorali alcuni punti in comune: alla rivendicazione di un forte orgoglio nazionale, la ferma intenzione di procedere sulla linea della rivoluzione vinta nel ’79 da Khomeini, la volontà di continuare il programma teso a dotare il paese di un potenziale nucleare a scopi pacifici.

I candidati erano quattro: Mahmoud Ahmedinejad, cinquantatreenne, che ha promesso di continuare sulla sua strada; Houssein Mousavi”, sessantesettenne, un’esperienza di primo ministro nel 1981, che rimprovera ad Ahmedinejad una politica estera dai toni troppo accesi che gli avrebbe alienato tutto l’Occidente e confida in Obama per avviare un processo di distensione; Mohsen Rezai, cinquantasettenne, ex generale dei pasdaran, che rinfaccia ad Ahmedinejad scarsa abilità e molta trascuratezza nella conduzione economico-finanziaria del paese; e Mehdi Karrubi, settantaduenne, membro del “clero” sciita, ex presidente del parlamento, considerato un “riformista”.

La costituzione iraniana è un modello di complesso equilibrio di forze. Il suo motore è il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione (dodici membri, per metà religiosi nominati dalla Guida Suprema e per metà giuristi nominati dal Parlamento), che seleziona i candidati alle istituzioni statati, può opporre il veto alle leggi approvate dal Parlamento e propone una lista di candidati al ruolo di Vali-e faqih (Guida Suprema) a un’Assemblea degli Esperti eletta dal popolo. La Guida Suprema ha praticamente le prerogative di un capo di stato in una repubblica strettamente presidenziale, in particolare il diritto di nomina delle alte cariche statali. Invece il Presidente della Repubblica, in carica 4 anni, è una specie di capo del governo e nomina i ministri (salvo approvazione del Parlamento).

Quel che ora è in atto è un braccio di ferro tra il “partito dei religiosi”, che in realtà è fautore di un programma di distensione con l’Occidente e si appoggia a un elettorato nel quale i ceti benestanti sono molto forti, e quello che Renzo Guolo (“La Repubblica”, 17.6.2009) chiama il partito dei “senza-turbante”, gli islamisti radicali seguaci di Ahmedinejad che propugnano una politica sociale più decisa e hanno l’appoggio dei ceti più poveri della popolazione. Contrariamente a quel che si tende a creder da noi, i più estremisti sono i “laici”, non i “religiosi” che portano il turbante. Ma Ahmedinejad negli ultimi quattro anni ha governato con il pieno appoggio di Ali Khamenei, lo ayatollah Guida Suprema: e ha riempito i suoi diretti collaboratori e i suoi seguaci di poteri, di privilegi, anche di danaro. E’ ovvio che ora essi vogliano tener duro: il loro obiettivo, del resto, è trasformare la repubblica islamica in un vero e proprio regime.

Tuttavia il punto debole degli avversari di Ahmedinejad, i moderati appoggiati da buona parte del clero, è proprio la corruzione: uno degli uomini piu ricchi dell’Iran è il Presidente dell’Assemblea degli Esperti, Akbar Hashemi Rafsanjani: e i suoi cospicui patrimoni sono alquanto sospetti. Il suo ruolo è comlesso e cruciale: egli è in realtà presidente del “Consiglio per la determinazione del bene comune” (majma’e tashkhis e maslahat, spesso tradotto in inglese con “Expediency Council”, perchèèe l’organismo che può rendere “islamica” – per mezzo appunto di un “espediente” giuridico – una legge che islamica non è, sulla base dell’interesse comune) e appunto l’Assemblea degli esperti (majles-e khobregan), che in linea istituzionale ha il potere di destituire la stessa Guida Suprema.

Forse esagerano dunque coloro che parlano, a proposito dei brogli e delle violenze, di un “colpo di stato” da parte di Ahnedinejad e dei suoi fautori. Certo però lo scontro è stato violento e l’opposizione sembra ben piu numerosa del 35% che sarebbe emerso dai conteggi ufficiali; in ogni caso, è agguerrita e non intenzionata a cedere. E un commento uscito il 14 giugno dall’autorevole penna di Ali Ansari fa pensare che i brogli ci siano stati davvero, per quanto sia difficile il provarlo.

Che cos’hanno quindi portato di nuove, queste elezioni? I conteggi ufficiali parlano di un 65% guadagnato da Ahmedinejad: ma le proteste della minoranza, soprattutto dei fautori di Mousavi, sono state tante e tanto dure e corali da indurre il prudente Khamenei a promettere un riconteggio dei voti. Alle opposizioni, ciò non basta: ma, anche se appare difficile che il governo iraniano acceda alla loro pretesa di un controllo dell’ONU su nuove elezioni – e bisogna dire che nessun paese sovrano accetterebbe mai una condizione del genere -, l’eco internazionale di quel che sta accadendo in Iran è stato troppo forte e corrisponde a una vera e propria sconfitta politica di colui che almeno formalmente è il trionfatore elettorale.

Con tutto ciò, non bisogna dimenticare due cose. Primo, la sostanziale coralità e fermezza di tutti gli schieramenti politici sui fondamenti della repubblica islamica e della sua stessa politica estera. Opposizione all’America, richiesta di soluzione del problema palestinese, esigenza di proseguire sul cammino dell’acquisizione del nucleare civile pur nel rispetto del trattato di non-proliferazione. Se questa è una crisi, lo è nel, non del sistema. E Ahmedinejad, che è subito volato a Mosca, lo ha confermato: l’era dell’impero unilateralistico statunitense è finita, il suo paese è tutt’altro che isolato, l’asse con la Russia tiene, i rapporti con la Cina e con molti paesi dell’America latina sono buoni.

D’altronde, anche da parte occidentale si sono fatti degli errori. E’ vero che la censura governativa è intervenuta pesantemente contro alcuni giornalisti, ma è non meno vero che molti servizi usciti dall’Iran durante e subito dopo la competizione elettorale non brillavano per equità: filmavano esclusivamente le manifestazioni dell’opposizione, mandavano in onda interviste prese solo nei quartieri della buona borghesia di Teheran da sempre roccaforte degli avversari di Ahmedinejad e perfino dei nostalgici dello shah. Ci sono senza dubbio state violenze: mancano però le prove che le urne siano state sostituite e, quanto alle vittime, una decina di morti e centinaia di feriti sono senza dubbio un bilancio pesante: ma non certo un bilancio da tirannia. La repressione dei basaji – le milizie paramilitari ahmedijaniste – ha dato risultati piu simili a quella di Genova in occasione del G 8 del 2001 che non a quella di piazza Tienammen: e ciò vorrà ben dire qualcosa. Un pacato commento di Abbas Barzegar sul “Guardian” del 13 scorso, un organo molto autorevole, sottolinea che Teheran all’indomani delle elezioni sembrava sì in rivolta, ma soltanto su due viali dell’area settentrionale abitata dai ceti benestanti, mentre nel resto della città le manifestazioni di giubilo dei sostenitori di Ahmedinejad erano diffuse, imponenti e spontanee.

L’episodio politico al quale stiamo assistendo è insomma un momento “caldo” della lotta per il potere tra due fazioni: da una parte i moderati che hanno la loro punta di diamante in Rafsanjani e i loro esponenti in Mousavi e Khatami, e che auspicano una distensione con l’Occidente contando sull’apertura dimostrata da Obama; dall’altra i radicali il vero capo dei quali resta Khamenei, che mirano a un rafforzamento del carattere islamico dello stato e che credono non tanto nell’intesa con l’Occidente, quanto nella creazione di un fronte internazionale politicamente, economicamente, tecnologicamente e militarmente alternativo ad esso. Obiettivo ultimo del fronte radicale è la trasformazione della jomhuri , la Repubblica Islamica, in un “Sistema” – nezam, così definisce costantemente la stato islamico l’ispiratore religioso di Ahmadinejad, l’ayatollah Mohammad Taqi Mesbah-e Yazdi – non contaminato da strutture politiche non islamiche. Il fatto che la Guida Suprema abbia ammesso la possibilità dei riconteggi (quindi, implicitamente, dei brogli) fa intravedere un progetto tattico teso a evitare sia lo scontro frontale sia la repressione troppo pesante facendo “rientrare” la protesta mediante patteggiamenti e concessioni politiche.

Restano comunque del tutto inutili per comprendere la situazione, anzi pericolosi e dannosi, gli appelli come quello lanciato sul “Corriere” del 16 scorso da Bernard-Henry Lévy: il clima a Teheran è pesante, ma non “di terrore”; e il riferimento a un eventuale rafforzamento di Ahmedinejad come “un pericolo terribile per il mondo intero, perchè dotato di un arsenale nucleare che non esiterebbe a mettere immediatamente al servizio dell’Imam nascosto e della sua apocalittica riapparizione” sarebbe solo ridicolo, se non fosse irresponsabile. Tutti sanno che l’Iran non dispone ancora nemmeno del nucleare civile: come potrebbe mai minacciare sul serio di distruzione nucleare Israele, che invece il nucleare militare ce l’ha eccome? E si può davvero continuare a fingere di non sapere che eventuali pulsioni fondamentaliste e apocalittiche allignano anche in Israele, e che da lì non sono mancate voci che hanno affermato di esser pronte a servirsi dell’arma nucleare?

Sono state comunque elezioni importanti. Auguriamoci che esse non conducano a un aggravarsi della tensione – ma la prospettiva d’una “guerra civile” appare improbabile - o al prevalere della repressione nella sua forma più dura, che condurrebbe all’autoritarismo teorizzato da Mesbah-e Yazdi. La richiesta di nuove elezioni, avanzata ora con fermezza dalle opposizioni, serve in realtà ad alzare il costo della normalizzazione della vita civile: forse si punta a un “governo di unità nazionale”, nel quale il potere di Ahmedinejad verrebbe ridimensionato. I principi della repubblica islamica, quelli del 1979, appaiono ben radicati tra gli iraniani e confermati dal fatto che tutti gli schieramenti li condividono: che a Mousavi sia andato anche il voto degli antikhomeinisti irriducibili è poco rilevante, dal momento che essi sono obiettivamente una minoranza. Ma il vero duello è tra la fazione di Khamenei e quella di Rafsanjani-Khatami, che prospettano due differenti configurazioni del sistema mondiale di alleanze. Il prevalere dei “moderati” dipenderà dunque in una qualche misura dalle mosse dell’Occidente, soprattutto del presidente degli Stati Uniti: al quale spetta il difficile compito di comporre le esigenze di riaprire il dialogo con l’Iran con le richieste che gli provengono da Israele, e che a loro volta sono spesso ispirate da istanze estremistiche. Questo appare, a tutt’oggi, il vero rischio.

Franco Cardini