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sabato 12 settembre 2009

Le regole per non scrivere in Banchese

http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/BANKITALIA-LE-REGOLE-PER-NON-SCRIVERE-IN-BANCHESE/news-dettaglio/3716277

Usare caratteri chiari, grassetto e corsivo per evidenziare parti di testo, scrivere in italiano corrente e non in 'banchese' stretto: la Banca d'Italia correda le norme sulla Correttezza con la clientela con un allegato che spiega come rivolgersi ai clienti di istituti di credito, mediatori finanziari e Poste. Nei contratti si dovranno evitare "soluzioni che compromettono la leggibilita' del documento", come l'uso di caratteri maiuscoli o sottolineati per piu' righe. No ai caratteri troppo piccoli. Si' a elenchi puntati e tabelle "che agevolano il confronto fra le informazioni". I documenti dovranno essere organizzati con titoli, indici, sintesi e sottotitoli ricorrendo anche all'"evidenziazione di parole e concetti chiave". La Banca d'Italia sottolinea che "semplicita' sintattica e chiarezza clessicale sono calibrate sul livello di alfabetizzazione finanziaria delle differenti afasce di clientela, anche in relazione al prodotto proposto". Quindi: pochi incisi e subiordinate, preferire la forma attiva a quella passiva, esprimere il soggetto, preferire l'indicativo rispetto al congiuntivo. I riferimwenti normativi dovranno essere riportati "alla fine della frase, fra parentesi". Sara' necessario, dove possibile "usare parole ed espressioni d'uso comune" come 'firmare' invece che 'sottoscrivere', 'portare con se'' invece che 'asportare', 'questo documento' al posto del 'presente documento' o 'potere' anziche 'avere la facolta' di' oppure 'in anticipo' al posto di 'in via anticipata'. Meglio preferire "preposizioni, congiunzioni espressioni brevi e semplici" e cosi' avremo finalmente un 'ma' o un 'per' al posto di 'finalizzato a; volto a; mirato a'. Preferire verbi semplici come ad esempio 'firmare' al posto di 'apporre la firma' oppure 'pagare' al posto di 'provvedere al pagamento'. Oltre al congiuntivo, palazzo Koch vorrebbe al bando, almeno nei contratti, anche il gerundio. E con queste forme verbali, si spera finiscano nella fossa anche " parole come 'detto, predetto, suddetto, tale, esso, quello' per riprendere o richiamare elementi precedenti. Spesso - sottolinea Bankitalia - e' preferibile ripetere la stessa parola".

giovedì 20 agosto 2009

Così l'artista ha venduto la sua vita a un milionario

http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/persone/pittore-francese/pittore-francese/pittore-francese.html?ref=hpspr1

Il sessantacinquenne pittore francese Christian Boltanski sarà filmato giorno e notte per otto anni. Un ricco australiano ha comprato il diritto a osservarlo. Lo pagherà solo se arriverà vivo alla fine di GABRIELE ROMAGNOLI

C'è un uomo che ha venduto a un altro la propria vita (e la propria morte). Minuto per minuto, in diretta, per i prossimi otto anni, salvo "fermo immagine" anticipato. Ha firmato un contratto che è una scommessa.

Avviato un progetto che può essere considerato, a seconda dei punti di vista, una versione privata del "Grande fratello", l'estremo tentativo di annullare il confine tra vita e arte o, come suggerisce il suo ideatore, "una partita con il diavolo".

Il venditore della propria vita è Christian Boltanski, uno dei più noti artisti contemporanei francesi. Il compratore è un milionario che vive in Tasmania. In una intervista a Le Monde Boltanski racconta che il suo acquirente ha fatto fortuna con il gioco, ha sfruttato una straordinaria mente matematica per sbancare i casinò, a cui gli è stato vietato l'accesso. Con il denaro vinto ha cominciato a collezionare opere d'arte e avrebbe voluto possederne anche una di Boltanski. Che ha rilanciato: perché accontentarsi dell'arte quando si può avere l'artista?

Il patto funziona così: dal primo gennaio 2010 quattro telecamere lo filmeranno in ogni momento, trasmettendo le immagini sullo schermo installato in una grotta in Tasmania, nella proprietà del milionario. Quello potrà sedersi e avere il privilegio di guardare Boltanski dipingere (quando ancora lo fa), ma anche dormire, mangiare e fare qualunque altra cosa un essere umano non può evitar di fare per otto anni. La visione non potrà essere interrotta, non sarà possibile rivedere ciò che è trascorso: nella sua sovrapposizione alla vita l'arte non è più cristallizzabile, non può essere messa in cornice, diventa un flusso, una perdita continua, sopravvive soltanto nella memoria. Questo è in realtà da tempo il perno attorno al quale ruota l'opera di Boltanski: stiamo tutti scomparendo, le nostre facce sono collage di persone scomparse (abbiamo il naso di nostro nonno, lo sguardo di nostra madre). La nostra vita è una fotografia in camera oscura sottoposta a un procedimento contrario: immersa nel liquido del tempo svanisce in una nebbia lattiginosa.
Quel che trasforma il contratto in una scommessa è una clausola riguardante l'eventualità, non remota, della morte dell'artista. Boltanski ha 65 anni, che arrivi a 73 non è detto, ne è consapevole. Nel periodo in cui sarà filmato riceverà un vitalizio e gli sarà pagata un'assicurazione sulla vita. Il beneficiario è il milionario tasmaniano. L'eventualità della morte di Boltanski entro il 2018 lo risarcirebbe del denaro speso e con gli interessi. Ancora una volta avrebbe battuto il caso o quel che regola, matematicamente o no, l'avvenire. Se invece dovesse sopravvivere, Boltanski avrebbe il premio assicurativo, raddoppiato dal suo contraente, ma soprattutto l'impagabile soddisfazione di aver battuto il diavolo e la morte. Ci sono, in questo progetto inedito sia come videoinstallazione che come gioco d'azzardo, due esiti contemplati e due che vengono sottaciuti.

Prima ipotesi: Boltanski vince. Va oltre il limite esistenziale che gli ha fissato il calcolo matematico di un arricchito presuntuoso, gli lascia la soddisfazione di averlo visto in ogni possibile intimità, di averne spiato qualunque gesto o sguardo. Si prende, in cambio, un pacco di soldi con cui arrivare sereno alla fine e l'orgoglio di aver elevato la quotidianità a una diversa dimensione, commerciale o artistica dipende da chi giudica.

Seconda ipotesi: Boltanski perde. Nella grotta tasmaniana rimane un uomo ancor più ricco di prima, ancor più sicuro di conoscere l'algoritmo del destino, con il diritto di guardare, per giorni, mesi o anni, la vita oltre la vita: uno schermo nero. Poi ci sono due ipotesi che non vengono prese in considerazione apertamente.

La numero tre: il banco perde. Ovvero: Boltanski campa, ma muore il milionario tasmaniano. La trasmissione non si interrompe, le quattro telecamere continuano a filmare un artista che vive, beve acqua o vino, scrive, cancella. Ma nessuno lo vede più. Diventa un'opera d'arte senza pubblico, una vita senza testimoni. Esiste una cosa del genere? Non solo ci si deve domandare se l'albero caduto nella foresta sia davvero caduto quando nessuna telecamera lo ha ripreso, ma se sia caduto quando sia stato ripreso ma nessuno l'abbia visto. E se una vita abbia un significato se non c'è qualcuno, anche dall'altra parte del mondo, a incuriosirsi o addirittura palpitare per quel che le accade.

Poi c'è, inevitabilmente, l'ipotesi numero quattro: che Boltanski, abituato a mischiare nelle sue creazioni il vero e il non vero, smascherando la fallibilità della memoria per celebrarne il trionfo, abbia creato il milionario, la sua biografia, la grotta e tutto il meccanismo per dimostrare che, molto più che un'opera d'arte, la vita è un gioco senza vincitori né vinti e la solitudine un destino che può essere sovvertito soltanto dalla fantasia.

(20 agosto 2009)

giovedì 13 agosto 2009

moriremo telespettatori

un articolo del 2002 .. oltremodo attuale


Grazie ai format il piccolo schermo è più che mai in salute. Con gioia di maggioranza e opposizione che in materia sono concordi: resti così com'è
di Peppino Ortoleva
La vita oltre la televisione: è il titolo, tra il macabro e il trionfalistico, di un libro pubblicato nei primi anni Novanta (e tradotto in Italia nel 1996) da George Gilder, uno dei vari guru della società dell'informazione, politicamente il più schierato a destra. Come dire che la televisione è morta, anzi la televisione è la morte; che la vita è dopo, è la post-televisione fatta di interattività e di web, e sta arrivando. Enunciazione forse più esplicita, un po' greve e grezza come il suo autore, di un grande luogo comune del decennio scorso, che rimbalza dalle pagine di Negroponte a quelle di Bill Gates (o dei suoi ghost writer) ai loro diligenti divulgatori e diffusori sui quotidiani e settimanali italiani. Viva e vegeta In effetti, abbiamo tutti un po' creduto, negli anni Novanta, che la televisione fosse spacciata: destinata a sparire per essere sostituita da parte delle tante diavolerie che la tecnologia sfornava, il web o i videogame, il satellite o l'interattività. O quanto meno, che fosse destinata in tempi brevi a cambiare totalmente faccia. Avremmo lasciato presto la tv "generalista" - quella che non ti dà scelte se non a colpi di zapping - ai vecchi (la tribù di Paolo Limiti) e ai ceti più esclusi. Anni fa la rivista americana Wired, altra bibbia instant della società dell'informazione, dichiarava che ormai il pubblico televisivo presentava le stesse caratteristiche demografiche dei fumatori, anziano, povero, marginale dal punto di vista del marketing. Un'etnia in via di estinzione, cancro ai polmoni e malattie della vecchiaia aiutando. Al loro posto, c'era chi vedeva avanzare l'altra tribù, quella dei giovani "naturalmente informatici" e dei consumi opulenti fatta di computer e reti, commercio elettronico e viaggi: gente che se proprio deve sedersi davanti a un video pretende di scegliere davvero; e allora vai con pay-tv e pay-per-view (rispettivamente canali in abbonamento e programmi singoli a pagamento), in attesa di quella tv interattiva che dovrebbe cambiare l'idea stessa di spettacolo facendo - così ci giuravano - di ogni spettatore un autore, un prosumer cioè un produttore-consumatore. Uno che si fa la regia personalizzata delle partite di calcio, che decide il finale dei suoi Posto al sole e magari si fabbrica i suoi Grande fratello in casa con gli amici.E c'era già, fra i tanti trionfalismi post-televisivi, chi cominciava a tessere le lodi funebri della tv generalista prossima a defungere, che univa le nazioni e assumeva bonariamente funzioni educative, che aveva insegnato a tutti a parlare l'italiano e garantiva un sano intrattenimento alle famiglie… dimenticando naturalmente la tanta, tantissima immondizia che avevamo ingerito (chi c'era) anche ai tempi di Bernabei. Perché una delle potenze del mezzo sta nel fatto che l'immondizia media si dimentica, mentre i rari programmi discreti si ricordano.I ritmi lenti dell'evoluzione. Fatto sta che i necrologi, come i trionfalismi, erano prematuri. A sparire, o a vivere quella vita stenta che per le innovazioni - specie di questi tempi - è una maledizione quasi peggiore, sono stati per ora alcuni gadget che si giurava sarebbero stati gli eredi, e i becchini, della vecchia tv: la web tv che avrebbe dovuto portare in internet chi è troppo pigro, ignorante o anziano per il computer, o il video on demand che avrebbe dovuto sostituire il negozio-noleggio di videocassette sotto casa con un sistema totalmente digitalizzato e in rete. La televisione, quella che guardiamo tutti i giorni col telecomando in mano senza troppo chiederci quali tecniche la facciano funzionare, è ancora là, in tutta Europa e anche negli Stati Uniti. Certo, il bouquet che ci viene offerto dal nostro teleschermo si sta articolando e anche un po' diversificando: il decoder di D+ o di Stream, così come del resto il buon vecchio videoregistratore, e l'offerta che ci arriva dal satellite aggiungono nuove possibilità di scelta per le nostre serate. Ma anche per le famiglie che ne dispongono, una parte centrale dell'offerta televisiva è ancora quella che arriva sulle reti via etere. La tecnologia, almeno sul breve periodo, non solo non ha ucciso la televisione tradizionale, ma l'ha aiutata a rigenerarsi, integrandosi con nuovi mezzi e nuove proposte. Come fanno tutti i prodotti di successo, che di tanto in tanto introducono novità apparentemente rivoluzionarie lasciando intatta la base.La televisione, diceva Orson Welles, scorre come l'acqua in cucina, sta accesa come la luce in una stanza. Il piccolo schermo assorbe tutto, da sempre: notizie e film, canzoni e giochi, documentari e conversazioni, e continua a farlo anche se i film ci arrivano da D+ e le canzoni dal satellite. La tv cambia, ma coi ritmi dell'evoluzione darwiniana, per adattamenti progressivi, per prova ed errore. E davanti al teleschermo continuiamo a passare parecchie ore al giorno, facendo altro o stando piantati in poltrona, sonnecchiando o appassionandoci a seconda dei momenti. Se abbiamo creduto che sarebbero bastate le novità tecniche degli anni Novanta per non farci morire telespettatori, abbiamo preso uno dei tanti abbagli di cui quel decennio è stato prodigo. E abbiamo fatto un errore ancora più grave.se abbiamo creduto che i problemi politici connessi, soprattutto in Italia, al sistema televisivo si sarebbero risolti da soli grazie all' innovazione tecnica, o alla globalizzazione del mercato. Lo spettacolo nazionale. Questa è un'altra illusione ottica che gli anni Novanta ci hanno lasciato in eredità: l'idea che ormai il mercato televisivo si fosse internazionalizzato, che sarebbe presto diventato terreno di contesa tra pochi grandi soggetti planetari. E che Berlusconi e la Rai sarebbero stati ridimensionati, o sbaragliati, da Murdoch o magari dalla mitica (o temutissima a seconda dei casi) Microsoft. In realtà, la televisione rimane il medium più nazionale che ci sia: la maggior parte dei programmi, dei divi, dei tormentoni che li accompagnano e che calano la tv nel suo brodo di coltura, la conversazione quotidiana, sono rigorosamente mirati, in Italia agli italiani, in Francia ai francesi, e così via. Provate a citare a un vostro amico tedesco Gerry Scotti o le veline, Mentana o Baudo; e provate a farvi citare i nomi che per i tedeschi telespettatori sono di casa. Due universi separati, sostanzialmente incomunicabili.Non voglio dire con questo che non possano fare i soldi, con la tv, delle aziende che agiscono su scala internazionale. Al contrario, se ne possono fare tanti. Ci sono diversi mercati globali dentro la tv. Quello della fiction, dei telefilm, è antico quasi quanto il mezzo stesso (qualcuno si ricorda ancora Rin Tin Tin?) ed è il diretto prolungamento del potere mondiale di Hollywood. Del resto, è proprio da Hollywood, dalle vecchie major o da qualche new entry come la Lorimar che inventò Dallas, che vengono questi prodotti. E c'è un mercato globale più recente e floridissimo: quello dei format, come Il grande fratello o Chi vuol essere milardario. Un fenomeno nuovo, che somiglia un po' al franchising stile MacDonald (io ti do un marchio e uno standard, tu ci metti la carne e le patatine, insomma il prodotto vero) e che nasce tra l'altro dall'abnorme estensione del commercio dei diritti. (Una volta, la tv italiana vedeva The 64,000 dollar question e qualche imitazione internazionale, copiava un po' qua e un po' la e faceva Lascia o raddoppia; ora deve comprare i diritti per rifare Lascia o raddoppia da chi l'ha riciclato e se ne è appropriato chiamandolo Who wants to be a millionaire o Chance of a lifetime). Ma proprio il trionfo dei format dovrebbe farci capire quanto nazionale è, ancora, la tv di quest'epoca globalizzata. Infatti, perché si vendono i format e non i programmi già fatti? Perché se si vuole il successo l'idea va calata nelle specifico nazionale: in Italia come in Francia o in Portogallo, per fare il Grande fratello ci vogliono protagonisti che siano del Paese, anzi che in qualche modo lo rappresentino - pensiamo alla scelta curatissima delle regioni di provenienza dei dieci prigionieri della casa, uno spaccato d'Italia simile a quelli che facevano una volta nei film di guerra stile Una sporca dozzina. Vi ricordate: un nero e un ebreo, un greco e un ragazzino del Midwest... E qui, le lombarde e la sarda, il campano e il siciliano, il marchigiano e la pugliese…Del resto, anche la più globale delle reti, Mtv che ci dicevano non avesse bisogno di traduzioni perché il linguaggio delle musica è globale, si è imposta in Italia quando e perché si è italianizzata. Non solo e non tanto nella lingua, quanto nelle scelte musicali, nel gusto, nei ritmi. La tv è nazionale perché è ancora nazionale, in prevalenza, il mercato, soprattutto il super-mercato, quello dove si vendono i beni di largo consumo da cui la tv dipende per sopravvivere. A due-tre grandi campagne pubblicitarie globali di cui tanto si parla (come quelle della Nike) ne corrispondono ogni anno decine, centinaia di meno vistose che vendono latticini e giocattoli, tariffe telefoniche e catene di grande distribuzione: sono queste che fanno il fatturato. E la tv è nazionale perché lavora sulle abitudini più consolidate del pubblico, non sull'innovazione; e fra le tante identità di cui ciascuno di noi dispone, l'identità nazionale, non sarà magari la più radicata nel profondo (chi può dirlo?), ma certo gode di un vantaggio straordinario: è quella che ci dà la scuola, è quella che ci dà la lingua corrente, è quella che viene confermata tutti i giorni dai nostri consumi.Un affare di Stato. C'è poi un altro motivo per cui la televisione è dappertutto nazionale: è un affare di Stato. Lo è, attenzione, in tutti i Paesi, perché non esiste al mondo sistema televisivo dove il sistema politico non metta lo zampino, se non altro attraverso sistemi di concessioni e autorizzazioni (sì, anche negli Usa) che in altri media sarebbero costituzionalmente vietati. Ma certo, in Italia la tv lo è ancora di più, perché da decenni ormai il nostro sistema televisivo è il gemello siamese, o se volete lo specchio distorto, del sistema politico. Lo specchio: riproduce fedelmente gli equilibri e le spartizioni tra i partiti e le correnti, segue con puntualità tutte le giravolte della politica. Ma distorto, perché non è retto da regole costituzionali, ma da un misto di "normali" regole economiche (dopo tutto si tratta di aziende, sebbene tutte almeno un po' anomale) e di norme giuridiche che seppure nate con intenti di garanzia sono diventate fonte di interminabili ricatti e veti incrociati: dalla commissione di vigilanza alla par condicio, dai sistemi di nomina del consiglio Rai alla legge Mammì. E perché in questo campo, soprattutto da quando c'è il duopolio, non esistono norme universali e neutrali: ogni proposta, ogni legge, ha beneficiari e vittime, porta non scritti, ma evidenti, i nomi e i cognomi di coloro che sono interessati alla sua entrata in vigore, o ne sono danneggiati.Ed è evidente che per ora il sistema politico, nel suo insieme, è interessato al mantenimento della situazione attuale; che un ridisegno del sistema non lo vuole realmente nessuno. Per Berlusconi, inteso come imprenditore, è il migliore dei mondi possibili. Dispone di tre reti, cosa che gli permette una redditività eccezionale (in pratica, le prime due reti ripagano i costi di tutte e tre, e il reddito derivante dalla terza è puro utile); in nessun altro Paese è permesso a un solo soggetto privato di avere tre reti nazionali, qui è reso possibile anche dal fatto che la Rai ne ha altrettante. Inoltre, la concorrenza - la Rai appunto -, questa azienda-non azienda, ircocervo un po' impresa e un po' ministero, è sottoposta a una serie di vincoli: il tetto sulla pubblicità, la commissione di vigilanza, le nomine politiche. Ogni cambiamento del quadro comporterebbe da un lato un ingresso di potenziali concorrenti veri, di aziende cioè che non avrebbero tutti quei vincoli, dall'altro una evidente necessità di riequilibrio: in soldoni, la perdita di una o due reti, e addio il margine di utile. La sinistra è prigioniera della Rai: ogni partito della coalizione ha i suoi uomini-Rai che fanno lobby per la difesa dell'azienda così com'è, delle sue migliaia di dipendenti tutti in qualche modo organici al sistema politico. E si è creato un sistema di veti incrociati all'interno dei Ds, tra veltroniani e dalemiani, o come si chiameranno d'ora in poi (i nomi cambiano, le logiche correntizie restano, soprattutto alla Rai). In sostanza, anche a sinistra ogni tentativo di cambiare lo status quo televisivo scatena un putiferio, alla fine del quale tutto resta come prima. C'è da scommettere che nei prossimi mesi, e forse anni, la paralisi sarà ancora peggiore di prima. Il vero capolavoro di Roberto Zaccaria è stato fare della Rai una bandiera antiberlusconiana. Adesso chi la tocca più? Cambieranno i vertici, se, come si vocifera, è proprio la Rai la merce che Fini ha ottenuto in cambio di tante rinunce, e dopo lo scudo crociato e la quercia la Rai si vestirà di tricolore. Ma non cambierà la struttura. È mai veramente cambiata, dopo il 1975?Eppure. Eppure il solo soggetto che può introdurre dei cambiamenti nella tv, nell'arco non dei decenni ma degli anni, è il sistema politico. Ci sono poche speranze che succeda, ma di là bisogna passare. Con presupposti ovvi, che in questo Paese sembrano eresie:
A - Non sta scritto da nessuna parte che un solo soggetto, pubblico o privato che sia, debba avere più di una rete; anzi, sarebbe normale che ciascuno ne avesse al massimo una, così sei o sette canali nazionali significano sei punti di vista almeno un po' differenti.
B - Servizio pubblico è una cosa, azienda pubblica un'altra; si può affidare un servizio pubblico anche a un'azienda privata, se si impegna a raggiungere obiettivi che le vengono fissati (di qualità, di audience) nel rispetto delle regole definite dal Parlamento.
C - La normativa che regola il sistema televisivo va pensata per i decenni a venire, non per i prossimi mesi.
D. - "You may say I am a dreamer...".

mercoledì 12 agosto 2009

Twitter, ancora un attacco

http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/tecnologia/twitter/nuovo-attacco/nuovo-attacco.html


per mezz'ora è andato in tilt
A cinque giorni dalla prima incursione dei pirati informatici, un'altra azione ha messo in ginocchio i server del popolare servizio di microblogging. E si è trattato nuovamente di attacchi Ddos di MARCO PASQUA

A CINQUE giorni di distanza dall'attacco che ha messo in ginocchio Twitter e rallentato Facebook oltre ai servizi di blogging LiveJournal e Blogger, un nuovo blocco ha interessato il popolare sito di microblogging. Tutto è iniziato intorno alle 21 ora italiana: da allora Twitter non è stato più raggiungibile, per circa mezz'ora. Notizia confermata dalla stessa pagina attraverso la quale Twitter fornisce aggiornamenti sullo status del proprio servizio. "Stiamo lavorando per riprenderci da un blocco del sito, e vi aggiorneremo non appena avremo maggiori notizie", recitava il primo messaggio, abbastanza criptico, postato pochi minuti dopo le 21.

La notizia è stata subito rilanciata da Cnet e, alcuni minuti dopo, dal New York Times e dal Wall Street Journal. Secondo i siti Usa, i primi problemi sarebbero iniziati già alle 20.45. Alex Payne, sviluppatore di Twitter, parlando in un gruppo on-line di Google, ha parlato di un "attacco", simile a quello capitato giovedì scorso. "Siamo di fronte ad un'ondata di attacchi del tipo Distributed Denial of Service (Ddos) contro il nostro sistema - ha scritto in un forum - Dovrete aspettarvi lentezza ricorrente ed errori, fino a quando l'attacco non sarà terminato o non lo avremo superato con il nostro team e il nostro provider".

Particolare, questo dell'attacco, che viene confermato anche nella pagina ufficiale della piattaforma di microblogging, con un aggiornamento, intorno alle 21.30, col quale si comunica che il sito è tornato a funzionare: "Siamo di nuovo operativi, e stiamo analizzando i dati di traffico per determinare la natura di questo attacco". Secondo il New York Times, invece, i rallentementi sarebbero proseguiti anche dopo il messaggio di ripristinata operatività.

Nei cosiddetti Ddos (attacco di negazione del servizio distribuita) i cosiddetti pirati attivano un numero elevatissimo di false richieste da più macchine allo stesso server consumando le risorse di sistema e di rete del fornitore del servizio, mandando così in tilt il sito.

Giovedì scorso Twitter era stato messo in ginocchio con questa strategia, anche se dietro a quella che, in un primo momento, sembrava una banale dimostrazione di forza di un hacker, ci sarebbe un piccolo caso di politica internazionale. Il responsabile della sicurezza di Facebook Maxe Kelly, intervistato dagli esperti di Cnet, aveva, infatti, dichiarato che l'attacco era diretto a un unico utente, proprietario di account sul social network, su Twitter e su altre piattaforme. L'utente e blogger in questione usava come nickname Cyxymu, nome di una città Georgiana e, nelle parole di Kelly: "Tutti gli attacchi avevano come obbiettivo il non far sentire la sua voce". Nell'agosto 2008, data delle tensioni nell'Ossezia del Sud, numerosi siti istituzionali del governo georgiano erano finiti offline sotto attacchi Ddos diretti da hacker russi, ufficialmente non coordinati dal Cremlino.

martedì 28 luglio 2009

La scuola ha smesso di insegnare

http://www.megachipdue.info/tematiche/cervelli-in-fuga/286-la-scuola-ha-smesso-di-insegnare.html

di Luca Ricolfi - La Stampa

Sulla scuola e l’università ognuno ha le sue idee, più o meno progressiste, più o meno laiche, più o meno nostalgiche. C’è un limite, però, oltre il quale le ideologie e le convinzioni di ciascuno di noi dovrebbero fermarsi in rispettoso silenzio: quel limite è costituito dalla nuda realtà dei fatti, dalla constatazione del punto cui le cose sono arrivate.Quale che sia l’utopia che ciascuno di noi può avere in testa, la realtà com’è dovrebbe costituire un punto di partenza condiviso, da accettare o combattere certo, ma che dovremmo sforzarci di vedere per quello che è, anziché ostinarci a travestire con i nostri sogni.Queste cose pensavo in questi giorni, assistendo all’ennesimo dibattito pubblico su scuola e università, bocciature e cultura del ’68, un dibattito dove - nonostante alcune voci fuori dal coro - la nuda realtà stenta a farsi vedere per quella che è. La nuda realtà io la vedo scorrere da decenni nel mio lavoro di docente universitario, la ascolto nei racconti di colleghi e insegnanti, la constato nei giovani che laureiamo, la ritrovo nelle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento, negli studi sul mercato del lavoro. Eppure quella realtà non si può dire, è politicamente scorretta, appena la pronunci suscita un vespaio di proteste indignate, un coro di dotte precisazioni, una rivolta di sensibilità offese.Io vorrei dirla lo stesso, però. La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano.Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee più catastrofiche di questi anni, anche perché è la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creatività).Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo. È rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocità vertiginosa.Però il punto non è se siano più le capacità perse o quelle acquisite, il punto è se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Già, perché la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale.Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare - dalla prima elementare! - a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati.

Manuale di società - Sociologo Franco Ferrarotti

http://www.pandoratv.it/cultura,CA1,20/Manuale-di-societa-di-Franco-Ferrarotti-II-parte,A1,95.html

domenica 5 luglio 2009

Oliviero Toscani - creatività e costumi

http://parma.repubblica.it/dettaglio/toscani:la-foto-della-prostituta-nigeriana-e-una-dato-di-fatto/1509470


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Sul palco Toscani ha parlato di creatività, quella creatività che ormai è assente tra i giovani: “Esige uno stato di non controllo, di sovversione: se si è sicuri, non si è creativi. Il grande problema italiano sono le mamme: andrebbero eliminate al settimo mese di gravidanza, perché per tutte i loro figli, soprattutto i maschi, sono dei geni, dei creativi. In questo modo tendono a far conformare e a non essere se stessi”. Tante le campagne pubblicitarie: per riviste come “Elle” e “Vogue”, per grandi firme della moda tra cui Benetton, Iceberg, Armani, Valentino. E tante le splendide modelle con cui ha lavorato: Monica Bellucci, Claudia Schiffer e anche sua moglie, ovvero la modella di quella famosa pubblicità dei jeans “Jesus”, che mostrava il suo lato b accompagnato dallo slogan “Chi mi ama mi segua”. Era il 1973 e Toscani faceva già grande rumore nel mondo della pubblicità. Sarà davvero un provocatore? “Provocare significa essere generosi con l’u manità. Renderla partecipe di esprimere il proprio dissenso e il proprio modo di pensare”.

In programma c’è un progetto che lo porterà a girare tutta l’Italia e fotografare gli italiani: come si sono adeguati e conformati alle immagini della televisione, perdendo ogni individualità.

Verrà anche a Parma, dove, per adesso, ha lavorato al manifesto della mostra del Correggio, immortalando un dettaglio dell’affresco del Duomo: un angioletto con il quale vuole mostrare la gioia dei particolari. E, infatti, i particolari si notano, visto il nudo integrale del bambino.Ma qual è un’immagine che possa rappresentare Oliviero Toscani? “Un autoritratto da morto. Non so in che modo potrei riuscirei a realizzarlo, ma per adesso mi viene in mente solo questa situazione".

La storia della prima donna sindaco in Egitto

http://www.pensierimadyur.blogspot.com/2009/05/la-storia-della-prima-donna-sindaco-in.html

LA STORIA DELLA PRIMA DONNA SINDACO IN EGITTO
Mayor Eva Habeil Kirollous with her guard Nageh
Se chiedi nelle vicinanze di Coum-Booha , le indicazioni per raggiungerla, molti rispondono “Il villaggio con il sindaco mara?”. Mara è un termine arabo spregiativo per indicare le donne . Siamo in Egitto, nel governatorato di Assiut, e il villaggio dagli abitanti viene chiamato El Gesr , il ponte.Gli uomini del villaggio s’incontrano la mattina presto, prima di incamminarsi nei campi per lavorare, o la sera davanti a delle fumate di narghilè parlando di donne e politica. Si discute spesso di Eva Habeil Kiroullos , il nuovo sindaco di Coum-Booha e il primo sindaco donna in Egitto.“E’ una donna ma vale più di cento uomini” racconta un giovane contadino. Secondo lui il sesso non importa , la comunità non la ostacolerà solo perché è una donna. Il contadino racconta che prima di fare il sindaco Kiroullos era l’avvocato del villaggio. Risolveva i problemi di tutti , anche di chi aveva i soldi per non pagarla.Lo zio del giovane contadino interviene “Conosciamo bene suo padre e suo nonno. Anche loro sono stati sindaci di Coum-Booha. Sono persone oneste e semplici. Non vogliamo un sindaco di un’altra famiglia”. Tutti sono d’accordo ,nel villaggio, una donna può essere brava quanto un uomo a fare il sindaco. Un uomo rugoso dichiara “Non m’importa se è una donna , basta che lavori come un uomo”.Eva Habeil Kiroullos abita vicino all’antica chiesa che sovrasta il villaggio. Accoglie in ero , perchè si è svolta una cerimonia che si celebra dopo quaranta giorni la morte di un cittadino. Questo fa parte del suo lavoro . “Dovrebbero cancellare questa tradizione , non ne posso più di vestirmi di nero” dice ridendo.Ha 54 anni il sindaco, di cui 20 passati nella capitale. Suo padre voleva che ricevesse una buona educazione. Così l’ha mandata al Cairo per frequentare le scuole superiori. Il corso di studi all’Università gliel’ha ispirato il padre “Ammiravo il modo in cui mio padre trattava le persone. Era un sindaco affettuoso e rispettoso. Faceva sempre la cosa giusta e lo amavo per questo”. Fin da piccola Kiroullos era stata circondata da storie di giusto e sbagliato , di etica e correttezza. per questo ha scelto la facoltà di legge.Kiroullos chiese a suo padre di vivere in una residenza femminile gestita dalla chiesa. A quei tempi, nel 1980 , era una mossa azzardata. Le donne che non vivevano in famiglia erano immorali. “All’università era normale che le studentesse indossassero minigonne e abiti aderenti , ma nell’Alto Egitto le ragazze non si vestivano così. Lui non mi ha mai rimproverata per il mio abbigliamento” spiega.Kiroullos ha puntato in alto. Lavorava con altri 18 colleghi, ma lei voleva aprire uno studio tutto suo. Lo stipendio era basso, così decise di andare in Iraq. Il padre all’inizio rispose di no, per un fatto di protezione. Chiese al prete di intervenire , dopo molte discussioni e suppliche , la famiglia accettò.Eva arrivò in Iraq nello stesso giorno dell’omicidio di Sadat, presidente egiziano. Trovò lavoro in una libreria. Pochi mesi dopo , è stata assunta al dipartimento di legge dell’Università di Baghdad. Dopo due anni è tornata in Egitto. Ha lavorato in qualche studio legale al Cairo , e nel 1988 realizza il suo sogno: ha aperto uno studio insieme ad un suo collega .Nel 1990 suo padre si è ammalato gravemente. Eva era l’unica che poteva prendersi cura di lui. Fece le valigie e tornò a casa. Dopo essersi stabilita a Coum – Booha , Eva ha continuato la sua attività legale difendendo gli abitanti del villaggio contro lo Stato. Si è guadagnata la reputazione della paladina dei poveri. E’ stata eletta nel consiglio locale della vicina città di Dairut ed è diventata responsabile per le donne del comitato locale del Partito nazionale democratico. Oggi fa parte del governatorato di Assiut.Dopo la morte del padre , nel 2002, ha osservato il lutto per mesi. Il ruolo del sindaco doveva rimanere in famiglia. In Egitto i sindaci non vengono eletti. Un candidato fa richiesta al ministero dell’interno , che verifica le sue qualifiche per decidere se è adatto all’incarico. Il sindaco si occupa della sicurezza dei cittadini. Il fratello di Eva ha presentato domanda nel 2002, ma non è stato accettato. Il sindaco deve avere familiarità con il villaggio e con gli abitanti .Alla fine del 2006 Kiroullos si è presentata al direttorato per la sicurezza del ministero dell’interno ad Assiut. Dopo di due anni di lenta burocrazia , Kiroullos è diventata sindaco del villaggio , sconfiggendo altri 5 candidati tra cui un fratello e altri due parenti. “Non è stato facile convincere la gente ad accettarmi” confessa Kiroullos.Pochi giorni dopo aver assunto l’incarico , dovette dare mostra della sua personalità. Coom – Booha non rispettava le regole e i caffè di El Gesr si erano talmente allargati da bloccare il traffico. Il nuovo sindaco ha ordinato ai gestori di rispettare gli spazi , altrimenti gli avrebbe revocato gli spazi , altrimenti gli avrebbe revocato la licenza. Pochi giorni dopo El Gesr era sgombro.Il problema del villaggio , spiega , è l’avidità. La gente pensa solo ai soldi. Quando un giovane chiede la mano di una ragazza , è costretto a pagare 25 mila lire egiziane in oro alla famiglia. In questi casi non puoi appellarti alle autorità , ma bisogna far leva sulla religione. Nel villaggio esistono 4 chiese e una moschea ( il 95% della popolazione è cristiana). ha provato a parlare con i religiosi per non essere così attaccati al denaro. Ci vorrà del tempo per convincerli , ma almeno i semi sono piantati.Kiroullos passa le prime ore del mattino girando per il villaggio e raccogliendo le lamentele della gente. Poi torna a casa e riceve chi viene a raccontarle preoccupazioni e problemi. Verso le tre pranza e si riposa. Alle cinque si sveglia e riceve nuovamente gli ospiti.“La gente dimentica l’oggi per pensare a un domani che potrebbe non portargli quello che sperano”afferma. Lei ora si considera una fellah : una donna di campagna , che si gode la vita e lavora piantando semi , irrigando la terra e raccogliendo frutti. Non lotta per un campo più grande , ma si accontenta di osservare la vita che prospera.Kiroullos non è sposata e spera che la gente non se ne faccia un problema. E’ favorevole al matrimonio, ma non ha trovato la persona giusta. Comunque Kiroullos ha fatto molto per meritare il suo incarico, ma ci sono persone che non l’accettano. Ahmed di un paese vicino riferisce “In caso di dispute questo villaggio non oserà affrontare le altre comunità, I suoi abitanti sanno benissimo cosa succederebbe : gli altri li prenderebbero in giro perché si fanno comandare da una mara”.Gli abitanti di Coum-Booha sono contenti che qualcuno lavori per migliorare le loro vite e sono fieri di essere governati da una donna. Soprattutto se la donna è Eva Habeil Kiroullos.

lunedì 29 giugno 2009

altra informazione

premettendo che da internet bisogna prendere le informazioni con le dovute cautrele, non è la prima volta che mi imbatto in dichiarazioni come queste.
Le riporto così come le ho trovate.




inviato da nickmasaniello il 29 giugno 2009 alle 20:53

leggo molti commenti che più dalla conoscenza dei fatti vengono ispirati dall'ideologia. Vivo in Venezuela da un pò di tempo. Posso dirvi al di fuori di ogni ragionevole dubbio che il "quarto stato" della popolazione è plebiscitariamante pro-chavez. E non è un sostegno dovuto a fantomatiche manipolazioni massmediatica pre-dittatoriali. l'Appoggio al presidente è il risultato di una politica che ha finalmente reso le persone venezuelane dei veri e propri cittadini, con i loro doveri ma anche con i loro imprescindibili diritti fondamentali fino a pochi anni fa solo citati. e sto parlando di diritti come quello dell' istruzione (aumento stipendi insegnanti, maestro per ogni villaggio, consegna materiale didattico ai poverissimi, ecc.ecc.) della sanità ("tende da campo" in ogni villaggio grazie alla collaborazione dei medici dell'Havana). Poi vi chiedo, gli ultimi 50 anni di "democrazia" in America Latina a cosa hanno portato? davvero credete che Chavez, Morales e co. siano i 'cattivi'?

Pasolini, Sabaudia e la società dei consumi

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9295

giovedì 25 giugno 2009

cultura giovanile ..... ? cosa?

chissà se riguardo alla prova d'esame sull'origine e gli sviluppi della cultura giovanile si possano trovare le motivazioni per cui accade quanto riportato di seguito.




http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-9/manila-intervista/manila-intervista.html

IL PERSONAGGIO
"Così l'organizzazione reclutava le ragazze nei miei reality tv"
Parla Manila, la trans amica delle ospiti del Cavaliere
di CARLO BONINI

BARI - Ai tavolini del "Viveur", un bar nel nulla di Triggiano, Manila Gorio, barese, 27 anni, si ravvia di continuo i capelli neri, manifestando in fondo un qualche compiacimento per il vortice che ha preso a girarle intorno. Il suo cellulare bolle. Manila è un transessuale di successo. "Non solo un corpo - dice - ma un volto e una testa televisiva. Sono una con i coglioni. Sono la Simona Ventura del Mezzogiorno". Soprattutto - ne sono convinti gli investigatori - è una delle chiavi di questa storia. E il motivo, come lei stessa conferma, non sembra essere esattamente una coincidenza o un incrocio del destino.

Patrizia D'Addario, Barbara Montereale, Angela Sozio, le tre ragazze baresi che, in tempi diversi, hanno avuto accesso alle residenze del presidente del Consiglio (la D'Addario e la Montereale a Palazzo Grazioli la sera del 4 novembre 2008, la Sozio, a Villa Certosa, nel 2007, dove venne fotografata da Antonello Zappadu in grembo al premier), sono le sue "migliori amiche". Ma, soprattutto, sono state a lungo satelliti di un sistema di cui Manila dice di essere il sole.

LE FOTO DI MANILA

Perché prima di conoscere la benevolenza del presidente del Consiglio, Patrizia, Barbara e Angela sono passate per la vetrina di Manila. Protagoniste dei suoi set televisivi su "Teleregione": "Bellissimo Sud", "la Masseria", reality che fanno il verso ai più famosi set di "Uomini e Donne" e "la Fattoria". Nei giorni in cui esplode il caso di Patrizia e comincia a prendere forma la rete di Gianpaolo Tarantini, Manila dice sbrigativa: "A Bari c'era questa organizzazione che faceva la spola: questo si diceva da tanto tempo, si sapeva in giro".

Che storia è questa dell'"organizzazione che faceva la spola" e di cui tutti sapevano? La "spola" era tra Bari e Roma? Tra Bari e Milano? Tra Bari e la Sardegna?
"Prima di rispondere, faccio una premessa. Io non sono una di quelle che la dà in giro. Sono sempre arrivata dove sono con le mie forze".

E "l'organizzazione?".
"Patrizia mi aveva confidato qualcosa dei suoi incontri con Berlusconi un po' di mesi fa. Anche se non immaginavo proprio che avrebbe fatto quello che ha fatto. Magari l'avrei anche consigliata. E comunque, quando avevo saputo, facendo uno più uno qualcosa mi era venuto in mente".

Cosa?
"I ragazzi e le ragazze che frequentano i miei programmi vedono in me una speranza. Almeno una cinquantina di ragazze che sono passate da qui, dai miei programmi, sono poi approdate a "Uomini e Donne", ad "Amici", ai provini del "Grande Fratello" e dell'"Isola dei Famosi". Che so, Chantal Sisto ha cominciato con me ed è stata poi una delle troniste di Maria De Filippi. Per carità, non tutti ce la fanno e infatti chi viene scartato spesso torna da me. Perché è brutto avere l'illusione di avercela fatta e poi non avere più niente. E' una cosa terribile".

E questo cosa c'entra con "l'organizzazione"?
"Evidentemente qualcuno ha capito che intorno a Manila c'è un vivaio fertile di persone che vogliono farcela. Ragazze e ragazzi molto belli. E ha pensato di proporli in un giro di persone importanti. Io ovviamente non vado in giro a chiedere alle mie amiche cosa fanno, quali serate accettano. Chi fa l'escort e chi no. Io, diciamo, sono solo una talent scout. A quanto pare un po' ingenua, visto che sono una delle poche a non essere stata invitata a Villa Certosa".

Quindi si può dire che la spola dell'organizzazione a cui lei fa riferimento è sull'asse Bari-Roma-Milano?
"Direi di si".

E si può dire che il bacino di "reclutamento" era su chi è in cerca di fama televisiva o magari la fama televisiva l'ha conosciuta solo per una sera?
"Esatto".

Lei ha detto: "Sono una talent scout". Di Gianpaolo Tarantini?
"Non sono amica di Gianpaolo. Sicuramente sarà capitato di esserci incrociati a qualche festa. Ma nulla di più".

E allora chi è questo "qualcuno" che pesca tra le sue scoperte e le inserisce nell'organizzazione?
"Non ne ho idea. Anche se ho letto che Patrizia ha detto di essere arrivata a Gianpaolo e all'invito a Palazzo Grazioli attraverso un suo "amico"".

A Patrizia lo ha chiesto chi è questo amico?
"No. Sono cinque giorni che non mi risponde al telefono. E la cosa francamente mi sorprende. Io e Patrizia siamo più che amiche. Per me è quasi una sorella. L'ho praticamente aiutata a tirare su sua figlia".

Conosce un tipo che di nome fa Nicola D., ma è più noto nel giro notturno di Bari come "Nic"?
"Sì. Lo conosco".

Nella vita cosa fa questo "Nic"?
"Non ne parlo volentieri perché è una persona che non mi piace. Diciamo che organizza feste e conosce persone importanti. Ma preferisco evitare".

Sa se è coinvolto in giri di cocaina?
"A questa domanda non rispondo".

Pensa che sia stato "Nic" a consigliare a Gianpaolo Tarantini di introdurre Patrizia D'Addario al presidente del Consiglio?
"Penso di sì. Ma, ovviamente, non ne sono sicura. E' una mia impressione, diciamo. E sarà la prima domanda che farò a Patrizia. So che la vogliono invitare nei prossimi giorni a una serata in discoteca. Magari ci vediamo lì".

La notte del 4 novembre 2008 Patrizia è a Palazzo Grazioli. Prima di allora, che lei sappia, aveva avuto modo di frequentare politici?
"Sì, è capitato. A volte eravamo anche insieme. A feste, convention, che so. Insomma, devi capire che Patrizia è bella. Gli uomini se ne vanno a terra per lei. Non so quante volte al "Fico" di Bisceglie, ballavamo sui tavoli a piedi nudi e loro avrebbero fatto qualsiasi cosa. E a Patrizia piace la bella vita e che qualcuno perda la testa per lei".

Frequentava politici di destra e di sinistra?
"Politici".

Le è mai stato offerta una candidatura politica?
"Sì, quest'anno. Nella lista per le comunali di Fitto "La Puglia prima di tutto"".

La stessa di Patrizia.
"Esatto. Ma ho rifiutato".

E perché?
"Mi sembrava caricaturale che io e Patrizia finissimo a fare la stessa cosa".

23 giugno 2009

mercoledì 17 giugno 2009

Io se fossi dio - G.Gaber - Anni affollati 1982

Io se fossi Dio
e io potrei anche esserlo
sennò non vedo chi.
Io se fossi Dio
non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
non sarei mica un dilettante
sarei sempre presente.
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
o meglio ancora a criticare
appunto cosa fa la gente.
Per esempio il piccolo borghese
com’è noioso
non commette mai peccati grossi
non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto, poverino, è troppo misero e meschino
e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sveda
lui pensa che l’errore piccolino
non lo conti o non lo veda.
Per questo
io se fossi Dio
preferirei il secolo passato
se fossi Dio
rimpiangerei il furore antico
dove si odiava e poi si amava
e si ammazzava il nemico.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
non sarei così coglione
a credere solo ai palpiti del cuore
o solo agli alambicchi della ragione.
Io se fossi Dio
sarei sicuramente molto intero e molto distaccato
come dovreste essere voi.
Io se fossi Dio
non sarei mica stato a risparmiare
avrei fatto un uomo migliore.
Sì, vabbe’, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino.
Io se fossi Dio
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti non è mica normale che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna
che viene da dire
“Ma dopo come fa a essere così carogna?”
Io se fossi Dio
non sarei ridotto come voi
e se lo fossi io certo morirei per qualcosa di importante.
Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente
non capita sempre
e anche l’avventuriero più spinto
muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.
Io se fossi Dio
farei quello che voglio
non sarei certo permissivo
bastonerei mio figlio
sarei severo e giusto
stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto
e se potessi
anche gli africanisti e l’Asia
e poi gli americani e i russi
bastonerei la militanza come la misticanza
e prenderei a schiaffi
i volteriani, i ladri
gli stupidi e i bigotti
perché Dio è violento!
E gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro tutti.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Finora abbiamo scherzato.
Ma va a finire che uno
prima o poi ci piglia gusto
e con la scusa di Dio tira fuori
tutto quello che gli sembra giusto.
E a te ragazza
che mi dici che non è vero
che il piccolo borghese è solo un po’ coglione
che quell’uomo è proprio un delinquente
un mascalzone, un porco in tutti i sensi, una canaglia
e che ha tentato pure di violentare sua figlia.
Io come Dio inventato
come Dio fittizio
prendo coraggio e sparo il mio giudizio e dico:
speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo, cara figlia.
Così per i giornali diventa
un bravo padre di famiglia.
Io se fossi Dio
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti
che certamente non sono brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere
e di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento.
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti
e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.
Sì, vabbe’, lo ammetto
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia
ma io se fossi Dio
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia.
Ma io non sono ancora
del regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente
nel regno dei cieli non vorrei ministri
né gente di partito tra le palle
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo
e tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo
che sian untuosi democristiani
o grigi compagni del Pci.
Son nati proprio brutti
o perlomeno tutti finiscono così.
Io se fossi Dio
dall’alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare Platone
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
che scivola sulle parole
anche quando non sembra o non lo vuole.
Compagno radicale
la parola compagno non so chi te l’ha data
ma in fondo ti sta bene
tanto ormai è squalificata
compagno radicale
cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino
ti muovi proprio bene in questo gran casino
e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio
dall’altra si riempiono le galere
di gente che non c’entra un cazzo.
Compagno radicale
tu occupati pure di diritti civili
e di idiozia che fa democrazia
e preparaci pure un altro referendum
questa volta per sapere
dov’è che i cani devono pisciare.
Compagni socialisti
ma sì, anche voi insinuanti, astuti e tondi
compagni socialisti
con le vostre spensierate alleanze
di destra, di sinistra, di centro
coi vostri uomini aggiornati
nuovi di fuori e vecchi di dentro
compagni socialisti, fatevi avanti
che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti
fatevi avanti col mito del progresso
e con la vostra schifosa ambiguità
ringraziate la dilagante imbecillità.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
non avrei proprio più pazienza
inventerei di nuovo una morale
e farei suonare le trombe per il Giudizio universale.
Voi mi direte: perché è così parziale
il mio personalissimo Giudizio universale?
Perché non suonano le mie trombe
per gli attentati, i rapimenti
i giovani drogati e per le bombe.
Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.
Io come Dio, non è che non ne ho voglia
io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili
o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili
ma come uomo come sono e fui
ho parlato di noi, comuni mortali
quegli altri non li capisco
mi spavento, non mi sembrano uguali.
Di loro posso dire solamente
che dalle masse sono riusciti ad ottenere
lo stupido pietismo per il carabiniere
di loro posso dire solamente
che mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente.
Io come uomo posso dire solo ciò che sento
cioè solo l’immagine del grande smarrimento.
Però se fossi Dio
sarei anche invulnerabile e perfetto
allora non avrei paura affatto
così potrei gridare, e griderei senza ritegno
che è una porcheria
che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia.
Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili:
di noi posso parlare perché so chi siamo
e forse facciamo più schifo che spavento
di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.
Ma io se fossi Dio
non mi farei fregare da questo sgomento
e nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio
perché a Dio i martiri
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.
E se al mio Dio che ancora si accalora
gli fa rabbia chi spara
gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque
se gli ha sparato un brigatista
diventa l’unico statista.
Io se fossi Dio
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana
è il responsabile maggiore
di vent’anni di cancrena italiana.
Io se fossi Dio
un Dio incosciente, enormemente saggio
c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era.
Ma in fondo tutto questo è stupido
perché logicamente
io se fossi Dio
la Terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi
in questo scontro quotidiano.
Io se fossi Dio
non mi interesserei di odio e di vendetta
e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono.
E allora
va a finire che se fossi Dio
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io.

venerdì 22 maggio 2009

C’è del bene comune in Danimarca

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9161

lo vedi? Il termine valori.. non deve fare poi tanta paura.
Ed è vero quindi che non ci sono più i valori... di una volta.

COPENAGHEN - La dimensione politica degli ultimi anni si è spesso servita di una pericolosa alchimia mediatica per impadronirsi dell’immaginario collettivo. Il dato più preoccupante è che essa ha dato vita a un mutamento non temporaneo ma, verosimilmente, di lungo periodo della dimensione culturale, per certi versi quasi antropologica, nel nostro Paese.
La necessità di un’inversione di tendenza mi è parsa particolarmente evidente alcuni giorni fa, mentre ero immerso in una lettura accademica all’Università di Copenhagen. Stavo leggendo un articolo sulla cultura come strumento di competitività nelle strategie danesi legate alla globalizzazione. In particolare mi ha colpito come, in quest’ottica, venga attribuita una grande importanza ai valori culturali e morali tipici di una popolazione, cultura naturalmente intesa in senso tradizionale, come insieme di ideali storicamente stratificati. I nuovi principi della dimensione sociale danese, secondo l’autore, sarebbero diventati anche la forza propulsiva dell’economia.
A questo scopo è stato persino adottato un metodo quantitativo di misurazione dei valori tipici di quella cultura. Il Consiglio Nazionale dell’Innovazione, infatti, da alcuni anni sta monitorando e identificando le “best practices”, sulla base delle virtù in cui la Danimarca eccelle rispetto ad altri Paesi (la cd. “World Class Danishness”). Secondo un rapporto di tale istituzione, del 2005, la world-class corrisponderebbe a una certa visione umanistica della cultura danese: «I Danesi non credono nei sistemi, ma credono nelle persone, nel fatto che il singolo individuo possa fare la differenza».
Una simile concezione positiva dell’essere umano, basata sul riconoscimento della fiducia reciproca e sul rispetto tra individui uguali fra loro, favorisce un meccanismo di cooperazione interpersonale e di gerarchie pressoché inesistenti, tanto che questo sistema, a quanto pare, si sta trasformando in un vero e proprio vantaggio competitivo anche a livello economico. Il concetto di “cohesive power” - la condivisione di valori comuni molto forti, da non confondersi con il termine “nazionalismo” - è diventato uno dei cavalli di battaglia del governo liberal-conservatore al potere a Copenhagen. Alcuni sondaggi internazionali degli ultimi anni, infatti, hanno riscontrato che i danesi sono tra le popolazioni al mondo con il maggior senso di fiducia reciproca. Questo sentimento comune facilita un clima di maggiore distensione, grazie al quale le persone si sentono tranquille, al sicuro e, di conseguenza, possono cooperare liberamente per il bene comune. Il senso di fiducia, dunque, contribuirebbe a un certo dinamismo della società, così come al benessere stesso dei cittadini. Il motivo di tanto senno sarebbe da ricercare in una sorta di “individualismo comunitario” tipico di quella società in quanto, se è vero che quella danese è una cultura individualista - ma non nel senso dell’individualismo “laissez-faire” - è altrettanto certo che essa si fonda anzitutto su valori di eguaglianza, responsabilità e rispetto.
copenhagenE quali sarebbero le strategie per una simile conversione? In primo luogo un approccio orientato all’“user-driven innovation” secondo cui la tecnologia non sarebbe il motore privilegiato per creare innovazione, bensì le reali esigenze dell’utente del bene o servizio, della persona che dovrà usufruirne e che diventa così parte attiva nel processo di sviluppo. Tale metodo si manifesterebbe anzitutto nelle relazioni di cooperazione tra le aziende e il consumatore finale, sfruttando una logica di networking. D’altra parte una tendenza particolarmente diffusa in molti Paesi del Nord Europa, in questi ultimi anni, è quella di servirsi di profonde analisi etnografiche in vari settori: dall’economia al business, dall’architettura al marketing, dalla politica al sociale.
L’altro asse strategico riguarda, invece, la particolare attenzione alla qualità della vita, ai cosiddetti settori “etici” e quindi cruciali per tutta la società danese, in quanto offrono un solido vantaggio competitivo nell’era della globalizzazione. Per queste ragioni i Paesi scandinavi – e la Danimarca in particolar modo in questo contesto – appaiono come una delle poche realtà al mondo in grado di generare un vero cambiamento dal basso, a partire dalle risorse intrinseche di quella cultura, che agiscono a livello individuale prima ancora che collettivo. Un bell’esempio di democrazia “reale” e condivisa.
Certo sarebbe ingenuo pensare che in Italia si possa improvvisamente instaurare lo stesso senso di fiducia e di cooperazione, soprattutto dopo gli ultimi anni di aspro confronto e conflitti di parte. D’altronde il continuo attaccamento al potere dimostrato da una classe politica, intenta ad auto-perpetuarsi in un costante sforzo di foga autoreferenziale, non rappresenta proprio la mancanza di una certa visione del bene comune, del cohesive power appunto?
La Danimarca è un Paese giovane, è un dato di fatto che si osserva ovunque, anche semplicemente passeggiando nelle strade. I giovani contribuiscono in maniera determinante all’evoluzione di tutta la società. Alcune settimane fa, sempre a Copenaghen, ho assistito alla premiazione di un concorso di architettura, a cui avevano partecipato varie aziende locali. Era impressionante constatare come la maggior parte di quelle aziende fosse costituito da giovani al di sotto dei trent’anni. È il tipo di cambiamento che servirebbe anche in Italia: creatività, entusiasmo, sensibilità nuove.Persone con caratteristiche simili se ne incontrano anche da noi, individui che con le loro idee innovative potrebbero fornire un contributo molto elevato. Tali risorse, tuttavia, rischiano di dissiparsi nella routine quotidiana e nel degrado di modelli economico-culturali di stampo qualunquista e individualista. Le nuove generazioni hanno avuto la fortuna di viaggiare, di conoscere altre culture e di confrontarsi con il mondo globalizzato in tutte le sue componenti. Gente in grado di assumersi delle responsabilità se solo, finalmente, ne avesse l’opportunità.
Anche nella nostra società dunque, nonostante la trasformazione della dimensione culturale degli ultimi anni, esistono potenzialità enormi. Non illudiamoci, però, che basti consentire l’accesso ai giovani nei vari settori della società e nella politica. Serve, al contempo, una profonda riflessione sui valori, che non sono proprietà esclusiva del campo religioso e nemmeno di quello politico-filosofico. È finito ormai il tempo delle ideologie e delle lotte di classe - il primato della politica - quel che serve è davvero un nuovo umanesimo che dia vigore ai valori comuni della nostra cultura, che sono normalmente incorporati nell’individuo prima ancora che nella collettività. Tali valori non sono solo cristiani, né laici, né borghesi o proletari, ecco perché è necessario tornare a ragionare in termini di solidarietà umana e sociale insieme, non dimenticando che ogni collettività è composta prima di tutto dai singoli individui. Quello che occorre è una fase di analisi e progettualità a livello antropologico, che si avvalga del contributo di varie sfere della società (educazione, media, università, spettacolo, religione ecc.), nuovi modelli culturali che partano dalla quotidianità dei bisogni piuttosto che dalle forme politiche che sinteticamente vogliono rappresentarli, che ne dovrebbero essere piuttosto una conseguenza.
Se ci si vuole porre come qualcosa di veramente alternativo all’esistente, d’altra parte, dovremmo assumerci la responsabilità di dare il buon esempio e di convincere le persone che il bene comune si persegue con nuovi valori, con un rinnovato modo di interagire nella società, con la filosofia della condivisione e del confronto, del rispetto reciproco come premessa indispensabile.
Il bene comune non può essere coltivato nello stesso terreno dei pregiudizi, dell’ignoranza, della presunzione e della paura. Le forze che si propongono come modello alternativo, al momento ancora minoritarie nel Paese, la smettano di mostrare come unico obiettivo quello di demolire l’attuale sistema. Prima ancora di organizzarsi e mobilitarsi a livello politico servono nuovi strumenti culturali, filosofici e velleità umanistiche per fronteggiare questo decadimento generale verso cui è scivolata la nostra cultura. È questa la vera rivoluzione. Un nuovo umanesimo, in cui prevalga la necessità di diffondere una coscienza e una dimensione personale sempre più intime, è dunque il presupposto essenziale per una rinnovata evoluzione sociale, nella consapevolezza che una comunità ha bisogno di individui “adulti”, in grado di pensare e di elaborare una loro visione del bene privato e collettivo, non di persone intente unicamente a perseguire le proprie vanità. La coscienza del nostro intimo deve diventare base d’analisi imprescindibile. Voltaire aveva ragione nel dire che “ciascuno dovrebbe imparare a coltivare il proprio orticello…”.
Dovremmo allora puntare alla profondità recuperando, ad esempio, il valore della poetica nella vita quotidiana. La poesia ha il vantaggio di parlare all’anima, alle emozioni, evitando tutta una serie di speculazioni legate all’intelletto e alla logica, dominanti nella nostra civiltà. Per fortuna c’è chi, come Benigni, ancora insiste nel sottolineare che siamo stati il Paese di Dante Alighieri e del Rinascimento. È alla bellezza che dovremmo consacrarci nuovamente, alla semplicità del quotidiano, all’essenziale, alla riscoperta genuina e consapevole del mondo naturale, della terra. Potrebbero essere questi i valori - proiettati al futuro, non solo al passato - la nuova direzione per il cambiamento, il vantaggio competitivo per ridare dignità a questa nostra cultura e a tutta la società italiana. I semi sono già presenti, basta non continuare a calpestarli.
Fonti: Søren Christensen (University of Copenhagen, Department of Ethnology): World Class Danishness. Culture as Competitiveness in Danish Globalization Strategies. Ethnologia Europaea vol. 38:2.

lunedì 13 aprile 2009

Protesta organizzata o rivolta popolare

http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/economia/g20/intervista-fitoussi/intervista-fitoussi.html

Non è una protesta organizzata chiamiamola rivolta popolare
La situazione è molto grave, si chiedono altri sforzi ai lavoratorie ci si accorge che il salario medio in trent'anni s'è abbassatodi ANAIS GINORI

"La chiamano in vari modi, ma le dico io cos'è. E' una rivolta. Questa è una rivolta popolare non coordinata, spontanea. E molto pericolosa". Senza giri di parole, si tratta semplicemente di questo. L'economista Jean-Paul Fitoussi battezza così gli ultimi incidenti in Francia e il malcontento che sta esplodendo in altre parti d'Europa. "La gente ha avuto la sensazione di essere stata presa in giro". Nel giorno del G20, il docente all'Istituto di studi politici di Parigi e presidente dell'Osservatorio per le congiunture economiche, pronuncia un giudizio severo, e aggiunge anche un allarme: "Le fondamenta della democrazia sono in pericolo".

Da dove nasce questa nuova collera popolare?
"L'attuale crisi va esaminata nella sua triplice dimensione: economica, finanziaria e intellettuale. Contrariamente a quello che si pensa, il vero ostacolo per una ripresa è l'ultimo aspetto: quello intellettuale. La crisi proviene infatti da una grande menzogna. Non soltanto dei finanzieri, ma anche di politici, forse in buona fede, diventati prigionieri di una dottrina assolutista e che ha prodotto effetti catastrofici".

Era tutto una gigantesca illusione?
"Assolutamente sì. Le faccio un esempio. Ci dicevano che nuovi posti di lavoro si potevano creare soltanto in relazione alla loro produttività marginale. I lavoratori dovevano insomma essere pagati in proporzione al loro apporto produttivo. Eppure scopriamo oggi che, in realtà, la classe dirigente di molte imprese non veniva pagata con questa regola. Anzi, è stato esattamente il contrario: la maggior parte dei dirigenti del sistema finanziario ha avuto una produttività negativa, continuando però a incassare remunerazioni astronomiche".

Le proteste aumenteranno?
"Ripeto: la gente ha capito di essere stata raggirata. E' questa la dimensione forte, pregnante della protesta. Gli incidenti di oggi in alcune imprese sono manifestazioni di rivolta spontanea. Per tre decenni è stato raccontato un sistema come verità assoluta. Improvvisamente, ci si accorge che era un bugia altrettanto assoluta E' comprensibile lo choc e la rivolta nella popolazione".

Come si esce da questa crisi?
"La situazione è molto grave. Ora che si chiedono sforzi supplementari ai lavoratori, ci si accorge che negli ultimi trent'anni il salario medio si è globalmente abbassato. In sostanza, abbiamo permesso che fossero rafforzate le discriminazioni economiche. La dottrina andava fino ad accettare che le disuguaglianze fossero considerate un fattore positivo di crescita e dinamismo economico. Questo ha provocato un'ovvia crisi della democrazia che, per sua stessa definizione, non può sopportare l'aumento delle disuguaglianze".

Quali sono le responsabilità delle istituzioni?
"Il credo della dottrina in vigore fino al settembre 2008 era che la sfera politica dovesse essere ben distinta da quella economica. Qualcuno si era convinto che la democrazia fosse l'applicazione della legge della maggioranza. E' profondamente sbagliato. La legge della maggioranza deve sempre coniugarsi con la protezione delle minoranze".

Cosa si aspetta da questo G20?
"Al di là di quel che diranno i comunicati ufficiali, bisognerà capire se effettivamente la democrazia sta ritornando. Non dobbiamo guardare solo ai rimedi economici e finanziari immediati. Quello che si deve valutare con estrema attenzione è se vi siano elementi nuovi che vadano verso un ripensamento permanente della gestione degli affari politici, economici e sociali. Soltanto così si potrà uscire dalla crisi". (2 aprile 2009)

sabato 21 marzo 2009

Emergency Room


Il sindaco Iervolino fa rimuovere il Cristo nel profilattico
Via il Cristo nel profilattico esposto al Pan. L´opera di Sebastiano Deva, ideata nell´ambito del «format» Emergency Room (ideato dal franco-canadese Thierry Geoffroy), ha scatenato le ire di Palazzo San Giacomo. Il sindaco: "Questa non è arte". L´assessore Oddati: "Ha ragione e sono intervenuto". Ecco le foto del cristo incappucciato nel profilattico e un'altra installazione in mostra (Nicois/Agnfoto).

domenica 8 marzo 2009

L’arte di comunicare così nuova e così antica

estraggo da
http://www.gandalf.it/arianna/artcom.htm

...
Quella che sto cercando di dire è una cosa molto semplice, anche se spesso dimenticata. Comunicano le persone, non gli strumenti. Le tecnologie possono essere affascinanti. Se e quando funzionano bene – e sono usate con criterio – possono essere molto utili. Ma la risorsa fondamentale della comunicazione è una: la nostra umana capacità di ascoltare e di farci capire.

venerdì 13 febbraio 2009

Quella lettera a mamma e papà

http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/eluana-englaro-5/lettera-eluana/lettera-eluana.html

PALUZZA - Chissà che cosa ne direbbe Eluana, si chiedevano in molti ieri, al cimitero tra le montagne, dove un semplice prete cantava in friulano "Perdone las nostes tristeries", Perdona i nostri peccati. Un documento per sapere come la pensava Eluana c'è: un po' della voce e dei pensieri di questa ragazza, diventata donna senza saperlo, si levano dagli atti giudiziari della causa civile, da un verbale lasciato a impolverarsi negli archivi del tribunale. È la lettera di Natale a mamma e papà, del 1991, appena poche settimane prima dello schianto. È la sua ultima traccia scritta su questa terra.

"Ciao grandi", scrive Eluana. Ciao, cari genitori, "vi volevo ringraziare per tutto quello che mi avete donato, insegnato e trasmesso in questi lunghi ventun'anni trascorsi insieme. Sì perché abbiamo avuto tante divergenze e tanti piccoli grossi problemi, ma li abbiamo superati grazie al bene che ci vogliamo".
Presto ci sarebbe stato l'incidente, poi tutto quanto ormai sappiamo e, forse, stra-sappiamo, di questi diciassette anni. Ma, frase dopo frase, seguendo che cosa diceva "Eluanina" sembra di capire meglio che un po' di forza per andare sino in fondo papà Beppino l'ha trovata proprio in questo "cristallo", come l'ha chiamata. La sua Eluana l'ha accompagnato sempre, non sfondandosi le scarpe tra le scalinate dei palazzi di giustizia e l'odore delle corsie delle cliniche, ma con il ricordo di come era, con la suggestione di come sono fatti e di come parlano di sé i giovani, a vent'anni. Come forse sono stati tanti di noi: magari un po' confusi, a volte incerti, ma sicuri di saper trovare una via, se abbiamo avuto la fortuna dell'incontro con qualcuno - genitori, maestri, professori, preti, esempi, letture - in grado di aiutarci a scegliere le scarpe giuste.
"Sai tu papi, ogni tanto dici - continua Eluana - che non siamo una famiglia perfetta e hai ragione perché siamo super. Perfetto è un aggettivo che sminuisce la nostra unione. Voglio vedere quali altre famiglie dopo grosse "tempeste e bufere", come accade ogni tanto tra noi, subito dopo torna il cielo sereno e splende un sole così forte da scaldarci sino in fondo, come simbolo della pace ritrovata".
"Non vi scambierei per nulla al mondo - prosegue la lettera - perché Dio quando vi ha creato ha buttato lo stampino. Come al solito la più fortunata sono stata io, perché ho ricevuto da Dio voi. Il più bel regalo del mondo. Quindi vi sbagliate di grosso quando pensate di non essere dei buoni genitori. Penso che finalmente il tempo ve ne ha dato una dimostrazione".
No, davvero, purtroppo non è andata così, povera ragazza. E chissà quante volte, anche con questa lettera in mano, il papà ha proiettato nel cuore e nella testa l'immagine di lei che sarebbe andata a guadagnarsi il pane, a cercarsi un sogno, a inseguire un pezzettino di felicità, chissà come. Il tempo è stato crudele, invece, con Eluana, con Sati, con Beppino. Come succede a tanta gente.
Ma Eluana, in quei giorni di canti di Natale e luminarie che chiudevano il '91, non era triste. Era un po' "incasinata", aveva cambiato facoltà, ma cari genitori, dice loro, "dopo tutto nessuno nasce imparato". E, nelle sue frasi non si percepiscono insicurezza, o disamore, anzi sono gravide di sentimenti: "Io - scrive Eluana ai "grandi" - ci tengo molto a voi, siete gli unici punti fermi della mia vita "spericolata"! Spero di non deludervi mai, perché vi posso assicurare che ne soffrirei io più di voi, poiché per voi oltre a provare un grande amore nutro anche una grande stima. Sì, voi due oltre ad essere dei perfetti genitori, siete anche due buone persone, mi avete insegnato la bontà e la generosità, ma soprattutto dei grandi valori, quali il rispetto verso se stessi e gli altri e il piacere di avere una famiglia salda, calda, affettuosa sulla quale si può sempre contare. Sì, perché noi tre assieme formiamo un nucleo molto forte basato sul rispetto e l'aiuto reciproco. Bravi! L'unica cosa che vi posso dire è che vi voglio un mondo di bene e che siete due persone veramente in gamba e... spero un giorno di diventare brava come voi. Con affetto, la vostra bambina! Eluana".
Non sembrano - nucleo, reciproco soccorso e rispetto - le parole di Beppino? Parole che s'inseguono tra una vita e l'altra, parole tra genitori e figli, insegnamenti, libertà. E non ci sarebbe bisogno di aggiungere nulla, forse anzi è già troppo. Però c'è un però. Quando papà Beppino ha saputo che stavamo leggendo questa lettera compresa nelle carte giudiziarie ha voluto parlarci e, per la prima e unica volta, ha chiesto un favore: "Buttatela via, che v'interessa di quello che una figlia dice ai genitori?, che cosa cambia saperlo? Contano altri atti giudiziari", eccetera.
Un po' aveva ragione, ma un po' ha anche torto: e oggi, con Eluana che riposa accanto ai vecchi nonni, è venuto il momento di ricordare a chi non ha avuto misericordia che cos'è l'amore dentro una famiglia e che cos'è la piccola grande verità. Tanto, le chiacchiere, le maldicenze, le perversioni se le porta già via il vento, soprattutto il vento che soffia forte, quassù, dove un prete di montagna ha ricordato semplicemente che non si prega mai "contro".

(13 febbraio 2009)

mercoledì 11 febbraio 2009

Riconosciuta ai Maori la proprietà della haka

Riconosciuta ai Maori la proprietà della haka

Accordo da 120 milioni di euro riconosce ai nativi neozelandesi i diritti sulla danza di guerra resa celebre dai mitici All Black. Del "Ka Mate" non potranno essere più fatti usi commerciali impropri, come nel caso dello spot Fiat
Riconosciuta ai Maori la proprietà della haka La Haka degli All Black in occasione di Italia-Nuova Zelanda, nella Coppa del Mondo del 2007
di MARCO GRASSO
Con quella danza terrorizzano da oltre un secolo le squadre di rugby di mezzo mondo. Molto spesso con successo. L'haka, il rito con cui si apre ogni partita di rugby degli All Black, la leggendaria nazionale neozelandese, tornerà ai Maori. Il governo di Wellington ha accettato di riconoscerne la proprietà intellettuale a otto tribù indigene. L'accordo, mette fine a una controversia che va avanti da 160 anni, prevede un risarcimento complessivo di 300 milioni di dollari neozelandesi (circa 121 milioni di euro).

Erano anni che i Maori, popolo di grandi guerrieri, combattevano questa battaglia legale. Grazie ai successi degli All Black quella danza gode ormai di fama planetaria e ha contribuito non poco al successo di immagine della rappresentativa neozelandese. Già questo era sufficiente a suscitare le ire degli antichi abitanti dell'isola: la loro danza sfruttata dai colonizzatori, che dalle usanze dei loro avi ricavavano fama e fortuna. La "Ka Mate", dal capo guerriero Te Rauparaha, della regione Ngati Toa, all'inizio del 19mo secolo, dopo essere riuscito a sfuggire con successo all'inseguimento dei nemici.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono stati gli spot pubblicitari. In particolare, i Maori sono andati su tutte le furie per la pubblicità della Fiat, in cui l'haka, rito tradizionalmente maschile, veniva ballata da un gruppo di mamme. Un altro duro colpo fu inferto dalla performance del film Forever Strong, in cui veniva riprodotta da una squadra di rugby di un liceo americano. Più che una beffa una vera umiliazione.

Si tratta del primo accordo del genere raggiunto dal governo di Wellington. La transazione ha coinvolto otto tribù della regione Ngati Toa, circa 12mila neozelandesi maori. La proprietà intellettuale dell'haka è parte di una serie di compensazioni che la Nuova Zelanda ha riconosciuto agli indigeni per gli abusi commessi dai colonizzatori inglesi, in seguito a un accordo firmato nel lontanissimo 1840. La metà del risarcimento sarà in contanti, il resto fa parte di un pacchetto che comprende contratti di affitto forestali e crediti in cambio di emissioni.

Questo compromesso, dicono i firmatari, servirà a limitare, da ora in poi, "il cattivo uso" del rito. A quanto sembra però, gli indigeni non potranno ricevere royalties. Di certo un miracolo lo ha già compiuto: riappacificare quelle tribù unite, oggi così compatte contro i colonizzatori, che fino a un centinaio di anni fa usavano quel rito per farsi guerra tra loro.

11 febbraio 2009

domenica 8 febbraio 2009

I santini del Veltronismo

http://temi.repubblica.it/micromega-online/fabio-fazio-e-non-solo-i-santini-del-veltronismo/

Fabio Fazio (e non solo): i santini del veltronismo
Il veltronismo, ideologia debole per un partito liquido, è dotato di una galassia molto ricca di icone e figurine artistiche e culturali. Benigni, Celentano, Jovanotti… Ma soprattutto Fabio Fazio, il cantore del ‘volemosebenismo’, il maestro del ‘paraculismo d’essai’, il campione dell’‘arborismo iper-familiare’, il Paolo Limiti di sinistra che ‘sta all’urticanza televisiva come Rocco Buttiglione alla filosofia’. Un personaggio che come nessuno ha saputo tramutare ‘la pavidità in cifra stilistica’.

di Andrea Scanzi, da MicroMega 1/2009


Fazio, Benigni, Celentanotti: i santini del veltronismo. Ognuno diverso, ognuno uguale.
Il più santino di tutti è Fabio Fazio, che andrebbe forse scritto tutto attaccato, come un’orazione, come un’omelia, come un rosario progressista: Fabiofazio, alla Daniele Luttazzi. Oppure Faziofabio, alla Antonio Albanese.
Fazio è un fantasista che ha smesso di essere prestissimo tale. Inizialmente smarrito tra l’arte dell’imitazione e quella della conduzione, Fazio ha presto abbracciato un arborismo iper-familiare. Mansueto per scelta, disinnescato per vocazione.
Negli anni ha saputo costruire un proprio codice mediatico, divenendo straordinario creatore di consenso, intercettando l’auditel e imponendo l’unanimismo fazioso: qualcosa che va (quasi) al di là delle fazioni e dello share.
Il successo definitivo è coinciso con la sua definitiva elezione a Paolo Limiti di sinistra, prima con Quelli che il calcio (che ai tempi di Odeon Tv si chiamava Forza Italia) e poi con Anima mia.
Che tempo che fa ha sancito un ulteriore passaggio. Il conduttore si è fatto demiurgo, simulacro. Il padrone di casa è divenuto sacerdote culturale, per meglio dire dispensatore primo dell’idea che un elettore medio del Partito democratico può avere della cultura in un programma su RaiTre.
Fabio Fazio ha meriti innegabili. È capace di portare in tivù coloro che la tivù non la amano, da Nanni Moretti a Umberto Eco, da Roberto Saviano al compianto Enzo Biagi. Per fare anche solo un esempio, il suo colloquio con Beppino Englaro – lo scorso 10 gennaio – è stato un toccante momento di televisione «civica».
Fazio ha un talento naturale nell’essere «amico di». Quasi tutte le migliori menti italiane si fidano di lui, o più prosaicamente sanno che oggi il convento mediatico non passa di meglio, sin dai tempi delle feste di Cuore. Se Massimo Troisi ironizzava sulla rubrica magica di Gianni Minà (uno dei primi personaggi imitati dal giovane Fazio), al conduttore di Che tempo che fa nulla è precluso. Persino edificare una riuscita serata-tributo per il decennale della scomparsa di Fabrizio De André. Persino orchestrare una puntata monografica su Adriano Celentano, dopo che il Molleggiato lo aveva definito (nel 2001) «un ipocrita dai modi gentilini e perbenini esperto in lavaggi del cervello». Opinione tranciante, ma non così isolata, se si oltrepassa il velo di intoccabilità che ammanta Fazio.
Il quale, seguendo la regola del «meno peggio», è uno dei primi da salvare. Chiaro che meglio lui (o meno peggio lui) di molti altri burattinai dell’etere. E poi Che tempo che fa non è solo Fazio: è Luciana Littizzetto, è (soprattutto) Antonio Albanese.
Dov’è, allora, il problema? Da nessuna parte, per chi si accontenta. Per i più esigenti risiede invece nel santino, nel simulacro. Nel Fabiofazio, nel Faziofabio. Nella sensazione che i suoi programmi siano belli nonostante lui. Come una macchina di Formula Uno così ben congegnata da vincere a dispetto di un pilota che pare più che altro un tassista.
Gli ospiti sono quasi sempre notevoli. Basterebbe poco, una stimolazione minima, per esaltarli. Ma Fazio non stimola: titilla. Per scelta. Tutto, in lui, è calcolato.
Quando era solo un imitatore, un quasi-fantasista, si divertiva a raffigurare Biagi (il suo mito) come un inquisitore che crivellava implacabilmente l’intervistato. Fabiofazio è esattamente l’opposto, a partire dal declassamento (che per lui è atto d’educazione) a cui sottopone gli amici che siedono alla sua sinistra, come apostoli accondiscendenti: non «intervistati», bensì «ospiti». Il perché è evidente, lo ha spiegato lui stesso: «Le domande scomode sono un mito, che bisogno c’è di essere cattivi?».
Certo, che bisogno c’è? Perché scoperchiare disgraziatamente qualche verità e rischiare – ancor più disgraziatamente – il posto di lavoro e i due milioni di euro annui che percepisce dalla Rai? «Nel talk show le persone sono ospiti, non intervistati. Le tratto in modo gentile non perché sia la strada più comoda, ma per educazione».
Il Codice di Fabiofazio è la non-intervista. Non è che lui insegua la prima domanda, men che meno la seconda: no, lui rinuncia a prescindere alla con-versazione filosoficamente intesa. È un intervistatore senza interviste, un domandante senza domande, un colloquiante senza colloquio. Ossimori tanto bizzarri (come un angelo senza ali, un tennista senza racchetta, un fantasista senza fantasia) quanto redditizi.
Una sua tecnica consolidata è quella di declinare la discussione in cazzeggio, disinnescandola a priori. In questo è maestro. Così, di fronte a Gianluca Vialli, uno dei suoi ottomila miti, Fazio si guarda bene dal toccare argomenti scabrosi come doping e processo Juventus, preferendo buttarla democraticamente in vacca, chiedendo all’acme del colloquio: «È vero che in Inghilterra non c’è il bidet?».
Domande vibranti, si converrà. Come quelle con cui ha accolto Margherita Hack. Si poteva incentrare la conversazione su temi come testamento biologico, eutanasia. Oltretutto era la stessa puntata di Beppino Englaro. Anche qui, Fazio ha indossato il sorrisetto di default – perché non solo il cosa, anche il come (gesti, sguardi, prossemica) deve rassicurare – e ha sciorinato il suo rosario di facezie: «Come stanno i suoi gatti? Perché le piace Pinocchio ma non Harry Potter?».
Chiamatelo, se volete, giornalismo d’assalto. O, forse, giornalismo assaltato.
Naturale che, di fronte a una Iper-Nemesi come Marco Travaglio, da lui verosimilmente invitato sotto gli stessi fumi che portarono John Lennon a scrivere I am the walrus, Fazio (che è sì beatlesiano, ma ovviamente mccartneiano), sia sbiancato.
Dal canto suo, Travaglio ha finto di non sapere che, se si va da Fazio, lo si fa per fini commerciali (per gli esperti una sua ospitata frutta 20 mila copie di libri venduti). Se si accetta l’invito, bisogna stare al gioco. Da Fazio non c’è contenuto, solo forma. Si parla, ma non si dice nulla. Si muove la bocca, ma quel che ne esce è solo suono. Da Fazio si è pesci con l’audio. Travaglio invece prendeva ogni pretesto per tornare sul contingente, tramutando la fumosità consapevole delle domande («Il senso di apocalisse decadente che si esprime nei tuoi libri, è qualcosa di nuovo o ha ragione Baricco che ci ha insegnato come da sempre viviamo in una perenne mutazione dei barbari?») in appiglio per parlare di mafia. E Fazio, sempre col sorriso sulle labbra (guai a corrucciarsi), ripeteva afflitto: «Mi tocca dissociarmi, non sono d’accordo su niente con te». Poi, nei giorni successivi, l’eroica Via Crucis. Prima ha letto diligentemente le scuse Rai a firma Claudio Cappon, poi si è cosparso il cherubino crine di cenere penitenziale, asserendo – con ammiccamento a Schifani – che «rispettare la doppia libertà, quella di chi c’è e di chi non c’è, è sempre stato e rimarrà l’obiettivo di questa trasmissione». E giù, applausi dalla claque radical-chic.
Fazio sta all’urticanza televisiva come Rocco Buttiglione alla filosofia. È intimamente terrorizzato all’idea di essere oscurato, e il bello è che lui crede veramente di correre questo rischio. Gli è bastato un allentamento da La7 – con una buonuscita che da sola sfamerebbe il Belize – per convincersi di poter essere percepito come reale minaccia politica.
Ogni volta che viene minimamente criticato, quasi sempre da un eminente statista di centro-destra – tipo Maurizio Gasparri – lui si dissocia da se stesso e chiede scusa. Come nel dicembre scorso, quando di fronte alle lamentele di Gasparri (appunto), che sosteneva come a Che tempo che fa andassero solo ospiti di centro-sinistra, Fazio ha pugnacemente difeso la libertà. Come? Dando interamente ragione al potere (che per il «suo» De André, ontologicamente, non poteva essere buono): «Gasparri, per quanto mi riguarda, ha perfettamente ragione. Sono però certo che entro maggio rispetteremo i numeri che ci hanno sempre contraddistinto, con una sostanziale parità tra centro-sinistra e centro-destra».
Sì, ma non è un approccio un po’ troppo sussiegoso, si domanderà forse a questo punto il solito estremista? «La politica non è il mio editore», replica lui. «Non posso scendere al livello di chi parla di lacché, servi e quelle altre definizioni. Non rispondo che al pubblico e devo avere rispetto del pubblico. Se sento di riuscire in questo non mi interessa altro».
Amen.
Nessuno si era mai abbarbicato così ferocemente al quieto vivere, al volemosebenismo. Nessuno aveva mai saputo tramutare in ambito giornalistico la «pavidità» in cifra stilistica. Men che meno a sinistra, parte (se ancora esiste) d’Italia teoricamente allignante di uomini esigenti, dallo spiccato senso critico e dalla fiera aspirazione a qualcosa che non ha mai intaccato le ambizioni di Fazio: andare oltre il senso e il luogo comune.
Laddove nessuno pare più esigere dall’artista (o dal conduttore) un ulteriore batter d’ali affinché un minimo si elevi, per oltrepassare il fascio conformista e omologante, per alludere almeno a un gaberiano altrove, appare quasi fisiologico il successo di Fabiofazio. Un tempo con i comici ci si indignava, ad esempio con il Su la testa! di Paolo Rossi (che Fazio ha avuto il merito di riportare in tivù). Oggi, no: in mancanza di meglio e surplus di meno peggio, va benissimo Faziofabio.
Se un programma così lo facesse Emilio Fede (e un po’ lo fa), la critica di sinistra lo demolirebbe (e infatti lo demolisce). Con Fazio no, non si può. La sua calibratissima esegesi del paraculismo d’essai piace a grandi e piccini, guru e vestali. Di più: chi si azzarda a muovergli un minimo appunto, subisce la mitraglia della sinistra perennemente à la page: «Così fate il gioco della destra».
Fabiofazio non è un giornalista: è un sacramento. L’undicesimo comandamento del veltronismo. Se il Porta a porta di Bruno Vespa è la terza Camera dello Stato, Che tempo che fa è l’attico della sinistra snob, convinta che gli spostamenti della storia seguano unicamente il vento che ogni giorno fa oscillare l’amaca di Michele Serra (toh, uno degli autori del programma).
Faziofabio è il padrone della casa in collina dell’intellighenzia, che dall’alto della sua sempre più supposta superiorità ci spiega cosa pensiamo, come il Don Raffaè del De André da lui tanto amato – a margine: è incredibile come Fazio aneli ai suoi opposti. Se il credo di De André era procedere «in direzione ostinata e contraria», quello di Fazio è andare in autostrada in seconda corsia, mai contromano, mai a fari spenti nella notte. Un dolcemente viaggiare, rallentando senza mai accelerare.
Che tempo che fa è un programma che piace alla gente che (si) piace. Tutto è bello, nel Paese delle Meraviglie di Alice-Fazio. De Gregori è sempre bravo, Battiato è sempre bravo, perfino Vecchioni è sempre bravo. Sono tutti bravi. Anche quelli di centro-destra. Anche Christian De Sica, anche Boldi. Bravi. Tutti. E belli. E buoni. Perché noi di sinistra, lascia intendere Lui, i bambini mica li abbiamo mai mangiati. Noi siamo casti, illibati. Laici, ma anche (cit) cattolici e apostolici (e forse pure romani).
Che tempo che fa è l’Om Mani Padme Hum dei Democratici. La schiuma del centro-sinistra: soffice, morbida, bianca. Lieve lieve. Sembra panna, sembra neve. E la schiuma, si sa, è una cosa buona: «come la mamma, che ti accarezza la testa quando sei triste e stanco. Una mamma enorme, una mamma in bianco».
Ecco: Fabiofazio è lo shampoo del centro-sinistra. La mamma enorme del veltronismo. Una mamma bianca, che dispensa sacramenti e benedice mischiamenti.
S’i fosse foco, sarebbe acqua.
Ogni liturgia vive di rituali immutabili, e la trama della Messa Laica fabiofaziana non cambia mai. Di fronte a un comico, sia esso realmente dissacrante (Albanese) o sguaiatamente innocuo (Littizzetto), Fabiofazio si erge a pompiere, gesticola, si dissocia. Declina se stesso in caricatura, lascia che la sua spontaneità sia letta come sketch. Funziona perché è se stesso negando se stesso.
Se invece ha di fronte un ospite dotto, interpreta le vesti del fan perennemente abbacinato, del tifoso della Sampdoria che ad ogni gol agita il foulard (si noti: foulard, non sciarpa) come un bambino che fa «ooooh!» ogni volta che sale sulla giostra del Luna Park, anche se ormai è la settecentesima volta e conosce a menadito le impercettibili oscillazioni del volo a bassa quota. È un infante cresciuto, rimasto impigliato in un Viagra d’incanto, che non sai se reputare sincero, ingenuo o diabolicamente scaltro.
Guai a fare una domanda scomoda. Stonerebbe. Paragonato al parterre di cui dispone, Faziofabio è come un Diego Armando Maradona che colpisce solo di destro. Talento, e mezzi, sprecati. Dal Pibe de Oro al Chierichetto di Celle Ligure: poteva andarci meglio. A noi, più che a lui.
Sì, perché in un momento nel quale il centro-sinistra fa di tutto per adeguarsi al berlusconismo pur di vincere (col risultato di perdere ancora di più), Fabiofazio è perfetto come Arcivescovo della Chiesa Veltroniana. Certo, non ha votato alle primarie; certo, ha osato scrivere che «sono confuso: anzi, grazie al Partito democratico ho scoperto di essere confuso da un bel pezzo» (meglio tardi che mai). Buffetti, non critiche. Tenere carezze al Palazzo di riferimento. Del quale, ovviamente, non butta via niente. «Stimo moltissimo Veltroni, non capisco la storia del buonismo? Il contrario del cattivismo? E non capisco questa mania di voler mettere a tutti i costi uno contro l’altro D’Alema e Veltroni. Veltroni rappresenta la sinistra che abbiamo sempre sognato e mentre lo affermo dichiaro che anche D’Alema è uno statista clamoroso, importantissimo, bravissimo».
Se Fazio fosse il leader del Pd, per prima cosa farebbe una Bicamerale con Berlusconi, e subito dopo lascerebbe interamente confluire il partito nel centro-destra: così, per solidarietà nazionale. Per amor patrio. Per eccesso di zelo. Veltrusconista, direbbe Beppe Grillo. Quel Grillo che gli rinfaccia di essere stato troppo tenero con Umberto Veronesi sugli inceneritori. Quel Grillo di cui Fazio ha detto: «Sono più pessimista di lui». Quasi a dire: sembro buono, ma in realtà so cose che voi umani neanche osate immaginare. Ad esempio che non c’è speranza.
E qui si entra nell’ultimo aspetto della fenomenologia di Fabiofazio: la latente doppia personalità, Dottor Fonzie e Mister Ricky Cunningham – ovviamente, come tutti i «leader di sinistra», Fazio si è vantato di essere cresciuto guardando Happy Days, che per Nanni Moretti (in Aprile) è una di quelle cose che «non c’entra ma c’entra» con il depauperamento culturale della immarcescibile nomenklatura sinistroide (più che sinistrata) di cui Fabiofazio è parte integrante, nonché simbionte.
Il Fabio dominante è quello sussiegoso, che nelle interviste ricorda amenamente, col consueto feticcio per la nostalgia a prescindere (vanno bene tanto un Hulk che un Cugino di Campagna per commuoversi), come sua madre lo vestisse – «abito grigio cangiante, capelli lunghi, cravatta di pelle blu» – prima di andare dalla Carrà a Pronto Raffaella. È un Fazio pentecostale, che al Messaggero non ce la faceva a parlar male dei programmi che non gli piacevano, così misericordioso da beccarsi la pitiriasi quando lo accusarono (ingiustamente) di abusivismo edilizio. Un Fazio mai abbaiante, sempre gaio: Sunday, Monday, Happy Days.
Poi però c’è l’altro Fazio, il non dominante, con la sua vocazione a imitare (e qui si torna all’imprinting) Daniele Luttazzi. Una tendenza nata fin dal 1990, quando Luttazzi preparò a Banane (Tmc) uno sketck in cui Marzullo intervistava Hitler e Gesù. Il produttore Sandro Parenzo censurò la gag, che fece poi – edulcorandola – Fazio: alle sue spalle, c’era pure l’orologio di Luttazzi.
Nel 2001, Luttazzi portò in Italia il format del David Letterman Show, intervistò Travaglio a Satyricon e – a differenza di altri – non solo non si dissociò, ma solidarizzò con il giornalista. A quel punto Fazio «non si fece scrupolo», ha scritto Luttazzi, «di approfittare della mia defenestrazione politica per rubarmi l’idea in blocco». Ovvero un Letterman all’italiana. Cioè, no: un Letterman alla Fazio. Un Letterman senza Letterman, un Fazio con Fazio.
Il grado ultimo del paraculismo d’essai: dal partito liquido veltroniano alla tivù gassosa faziosa. Analcolica come una SevenUp, persistente come un Tavernello bianco.
Nel mezzo, l’ennesimo capolavoro mediatico: l’aver fatto credere a lungo, con il placet di politici (Fassino) e giornali (Repubblica), che nell’ukase bulgaro del 2002 il terzo censurato – accanto a Biagi e Santoro – fosse Fazio. Siamo al parossismo: la censura sognata. Il martirologio immaginario.
In realtà Silvio Berlusconi non ha neanche mai lontanamente pensato a Fabiofazio come a un avversario. Può detestare alcuni ospiti, non Fazio. Perfino il format di Che tempo che fa è ora in concessione a Berlusconi (Endemol). In merito, dopo le iniziali perplessità («È un’ipotesi che mi impressiona molto, per uno come me che crede che esiste il conflitto di interessi è un bel problema»), Fazio neanche sette giorni dopo ha risolto lo struggimento: la sua unica condizione è la libertà autoriale, «a queste condizioni continuerei per i prossimi dieci anni».
Già nell’Ottanta Berlusconi voleva scritturare Fazio. Il conduttore ha raccontato di avere rifiutato 150 milioni per Risatissima e Drive In, lasciando intendere che fu un atto di eroismo perché in Rai prendeva 80 mila lire a puntata. Diversa la versione di Dagospia: «A metà anni Ottanta, sotto raccomandazione del Partito del Garofano, Fabio Fazio incontrò Silvio Berlusconi in via Rovani a Milano. Il Berlusca gli propose di entrare a far parte del cast di Premiatissima, show della rete ammiraglia del suo Gruppo (allora Fininvest). Si racconta che Fazio – forte della sua raccomandazione – pretendeva però di avere addirittura la conduzione, ma dopo averlo sperimentato ad una soirée di Capodanno tenutasi a Campione d’Italia, l’idea venne abbandonata».
Dici Garofano e pensi a Craxi. Quindi alla «querelle militare». Nel maggio del 2007, Luttazzi ha raccontato che Fazio gli aveva rivelato di non aver fatto il militare grazie a una raccomandazione di Craxi. L’ammissione era avvenuta di fronte a più persone, nel 1992, durante T’amo tv (Tmc).
Conduceva Fazio, tra i comici c’era Luttazzi. Che, a un certo punto, fece una battuta sui militari. Fazio bloccò tutto e gli chiese di non ironizzare sul tema. «Perché l’ho raccontato?», ha spiegato Luttazzi. «Perché il tema iniziale era la sua paraculaggine infinita».
Fazio l’ha presa malissimo. Ancor più quando Antonio Ricci (che lo detesta) gli ha fatto consegnare il Tapiro. Di fronte a Valerio Staffelli si è mostrato monumentalmente stizzito, minacciando che «non vi autorizzo a mandare in onda» (ovviamente è andato tutto in onda). Di fatto non ha mai contraddetto efficacemente Luttazzi. Men che meno querelato. Ci ha solo scherzato piccatamente sopra: «Chiesi la raccomandazione a Reagan e Gorbac?ëv, poi cadde il Muro e finì lì». Variante ridanciana della smentita che non smentisce.
Questa ciclicità di intrecci Fazio-Luttazzi ha del freudiano. Quasi che, sotto le caste vesti, si celasse un rivoluzionario disatteso. Lo conferma il sogno recondito di Fazio: «Mi piacerebbe fare un colpo di testa, andare in televisione e dire una cosa pazzesca. Poi sparire per sempre».
Più facile che Sandro Bondi scriva una bella poesia.

Il caso Fabiofazio è paradigmatico non solo giornalisticamente. Il veltronismo è un fenomeno antropologico che si veicola anche a livello artistico, e con Veltroni la cultura è scesa al livello delle Figurine Panini. Con il Partito democratico non c’è più differenza tra Rossellini e Muccino, Fenoglio e Baricco, De André e Pelù, Pelè e Palombo. Il veltronismo, ideologia debole, ha bisogno di «pensatori» – e veicolatori – deboli.
Da qui la creazione di un pattern dell’artista gradito da Don Walter e Fra’ Fabio: contenuti vacui, inconsistenza politica, rinuncia al coraggio, quieto vivere, buonismo sbarazzino.
Chiaro che, di fronte al paradigma Fabiofazio, tutto il resto è diminutio. Perfino un premio Oscar in odor di santità come Roberto Benigni. Se del veltrusconismo Fazio è sacerdote, Benigni ne è cantore. L’ecumenico in salsa celestial-dantesca.
Anche qui: ad averne. Artista non di rado geniale, capace – in un paese che non deborda di conoscenza – di rendere nazionalpopolare Dante e far rivivere il Pierino di Prokof’ev.
Gran parte del pubblico lo avrebbe voluto perennemente toscanaccio, e adesso ci rimane male nel constatarne ogni volta lo slittamento da «eversivo» scapigliato a «comico zuppo d’amore».
Nulla da dire, guai all’artista che si cristallizza. Benigni sa bene che non è sempre (altra) domenica e che il tempo scorre anche per i clown. Il Benigni «popolano dotto» è poi erede, nella vena dello stornello come del rimario dantesco, di una certa tradizione toscana che sa naturalmente conciliare sacro e profano.
Da un punto di vista artistico, Benigni è sempre stato un atipico. Bravissimo sulla breve distanza, meno sulla lunga. Indimenticabile come ospite televisivo, vagamente dilettantesco in veste di regista. Dopo La vita è bella (qualcuno direbbe anche prima) non ha indovinato un film. E c’è poi la questione Nicoletta Braschi, moglie e musa. La sua Beatrice, la sua Yoko Ono. Di sicuro non la nuova Giulietta Masina. Se l’unica parte ben recitata coincide con quella di una donna in coma, qualcosa forse vorrà dire.
Ma non è tanto questo il problema. Benigni si è abilmente liberato dal clichè del toscano scurrile, consapevole che perfino Peter Pan e Willy Wonka invecchiano. La trovata di Dante, in questo senso, è geniale. Molto meno quel suo presentarsi perennemente illuminato, a straparlar di bontà e amore, ogni volta ripetendo che «la vita è una cosa meravigliosa» e «il mio corpo è tutto uno straboccar di gioia». Un altro in overdose da incanto, come e più di Fazio.
Le perplessità vere sono però altrove. Da un lato legate al suo passato, dall’altro alla acquiescenza politica.
In ogni (rara) intervista concessa, Benigni si guarda bene dall’accettare il gioco dei ricordo (tranne che per i genitori, Troisi e Fellini). Come se i tempi del Cioni Mario e Carlo Monni fossero qualcosa di cui vergognarsi, se rapportati alla beata letizia odierna.
C’è, in questo imbarazzo, la stessa fretta di risciacquarsi in Arno cara a Veltroni e ai suoi, che del tempo andato hanno buttato via il bambino ma non l’acqua sporca. Perché il bambino (non l’acqua sporca) era un bagaglio scomodo. Non alla moda. Inadatto al contesto. Come il Cioni Mario.
Più ancora, dell’ultimo Benigni stupisce – come Veltroni – la totale incapacità di fare male. Il suo, più che un rifugiarsi, è un crogiolarsi nel privato.
L’ultima prova di questo deliberato auto-disinnescamento l’ha data l’ultimo numero del 2008 dell’Espresso. Benigni in prima pagina. Strillo: «Ecco chi metto all’inferno». Sottotitolo: «Berlusconi in un girone solo per lui. E poi Brunetta. Ma Tremonti e la Gelmini no. E neppure Veltroni».
Nella realtà, per tutto il colloquio, il giornalista Wlodek Goldkorn ha disperatamente tentato di trarre qualcosa di minimamente «forte». Con risultati deprimenti. L’intervista era pungente come un brano heavy metal cantato da Orietta Berti.
Incalzato (o qualcosa del genere) da un sempre più inconsolabile Goldkorn, Benigni si è guardato bene dal fare i nomi dei pochi colleghi criticati («Farli sarebbe volgare davvero»), ha detto che Brunetta «mi fa schiantare dal ridere» e poi ammesso di aver pensato a uno spettacolo tutto su Berlusconi. Perché non lo ha fatto? «Perché sarebbe cabaret. Preferisco la Commedia».
Ahi, ci risiamo: scelta artistica o paraculismo (ops)? Dubbio rilanciato da una successiva affermazione: «La satira è mirata. È ad personam. Io preferisco la comicità che parla a tutti e prende di mira tutti». E allora viene da pensare a come un artista col talento di Benigni finga di non sapere che colpir tutti, ancor più se con battute a salve, è colpir nessuno. A maggior ragione se ieri si prendeva in braccio Enrico Berlinguer e oggi Clemente Mastella, quasi che le defunte feste dell’Unità fossero oggi giganteschi Barnum-Bagaglino di (quasi) sinistra.
I conduttori si fanno santini, i comici santi, e in questo presepe del veltronismo manca il terzo re Magio: il santone. E se fosse Adriano Celentano? Chi se non lui, Joan Lui?
Se si volesse riassumere il desolante smarrimento della sinistra italiana, basterebbe notare come quello che nei Settanta era il paladino della famiglia democristiana e del «chi lavora non fa l’amore», dopo sbornie ripetute – pannelliano, verde-con-foca, quasi-berlusconiano, cristologico, populista, mogol-battista – sia quasi divenuto il guru del Partito democratico.
Solo che qui, nella sua pantagruelica incoerenza, Celentano è alla fine il più coerente, oltre che l’unico realmente capace di miracoli televisivi (anche se lui ambirebbe a epifanie più ultraterrene). È lui che nel 2001 ha portato in prima serata Gaber, Jannacci, Fo e Albanese. È lui, pur con tutta la retorica del caso, che per primo ha richiamato in Rai Sabina Guzzanti e Michele Santoro (e fosse stato per lui ci sarebbero state altre due sedie per Biagi e Luttazzi, che cortesemente declinarono).
Venti anni fa, quando c’era ancora bisogno di una enciclica micheleserriana per sdoganare tardivamente Lucio Battisti a sinistra, Celentano era un «cretino di talento» (Giorgio Bocca). Oggi Bocca è ancora di quell’avviso, ma nel frattempo Bingo Bongo ha bruciato le tappe, superando con ampie falcate (e stivale a mezza caviglia) l’uomo di Cro Magnon e il Sapiens, assurgendo a Modello para-ideologico. Anche se, politicamente, era e resta confusissimo. E un modello politico confuso di un partito a sua volta smarrito, non può che generare pressappochismo al cubo e inconsistenza al quadrato: tradotto, il nulla.
Il terzo re Magio – Gaspare, Melchiorre o Baldassarre, fate voi – è però un altro Re degli ignoranti. Più giovane ma non meno provvisorio ideologicamente: Jovanotti.
Dal gimmefivismo al pensopositivismo. La sua carriera sta tutta qua. Dotato, nel suo ambito. Solo che Jovanotti tende a travalicare, tracimare, esondare. A sermoneggiare. Come Adriano: Celentanotti, più che Jovanotti.
Se a Celentano attribuiresti la strepitosa definizione che Jannacci ha dato di sé, «sono geniale ma non intelligente», a Jovanotti appiopperesti goliardicamente un riadattamento mogoliano: «Tu non sei molto bello/e neanche intelligente/ma non ti importa niente/perché tu non lo sai».
Lorenzo Cherubini (nomen omen: qua son tutti santi mancati in odor di beatificazione) è un efficace costruttore di ballate serenamente innocue. Bravo, anche nel tributo a De André di Fazio (tra santini si somigliano e pigliano). Bravo. Ma Lorenzo travalica, politicheggia. Non lo fermi, la sua è una mission. Da quando ha trovato la sua Chiesa, che parte da Che Guevara e fa rima con Maria Teresa, passando da Malcolm X dopo una deviazione per San Patrignano, si è convinto che per parlare di politica basti aver letto la quarta di copertina di Insciallah e il Siddharta di Hesse.
Munito di queste armi alternativo-adolescenziali, una volta andò da Bruno Vespa, vivendo il suo Golgota di fronte a un Vittorio Sgarbi smisuratamente sadico. E quando a fine 2007 ha dovuto parlare del V-Day di Grillo, che ai tempi del «No Vasco io non ci casco» lo definì «cureggina», ha sentenziato: «Se dessimo retta a Grillo, Mandela non sarebbe presidente in Sudafrica». Asserzione, questa, su cui tuttora i politologi elucubrano sgomenti.
Lasciando stare le poco celebrative vulgate cortonesi, il paese in cui vive, e dando per falso il notevole aneddoto che narra di quando salì a cavallo al contrario, generando l’ira funesta dell’addestratore, Jovanotti fa tornare alla mente Tzvetan Todorov. Addirittura? Addirittura. Nel suo paradigma spontaneista, Todorov sosteneva che «l’autore porta i panini e il lettore organizza il picnic». Ecco: i panini di Jovanotti non hanno sapore (non per nulla è vegetariano e quasi astemio). Per questo Chef Lorenzo piace a Veltroni: perché è insipido. L’ovvio di Walter, più che del popolo. Perfetto come nuovo inno del Partito.
Troppo ambiziosa, quasi onirica, La canzone popolare di Fossati. Meglio, molto meglio Mi fido di te, a partire da quella strofa involontariamente auto-cassandrica: «Mi fido di te, cosa sei disposto a perdere?». Risposta: di sicuro le elezioni.

(5 febbraio 2009)