Visualizzazione post con etichetta sociologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sociologia. Mostra tutti i post

domenica 23 agosto 2009

La morte di Dio

ormai che l'ho ritrovato.... trovo tanti altri argomenti interessanti...

http://www.politicamagazine.info/Rubriche/SociologiaPolitica/LamortediDio/tabid/502/Default.aspx

Alle radici del pensiero politico della Modernità

“ L’uomo pazzo - si legge nella Gaia scienza - corse in mezzo a loro e fulminandoli con lo sguardo gridò : che ne è di Dio ? Io ve lo dirò. Noi l’abbiamo ucciso, io e voi, noi siamo i suoi assassini ! Ma come potemmo farlo ? Come potemmo bere il mare ? Chi ci diede la spugna per cancellare l’intero orizzonte ? Che facemmo sciogliendo la terra dal suo sole ? Dove va essa ora ? Dove andiamo noi, lontani da ogni sole ? Non continuiamo a precipitare : e indietro e dai lati in avanti ? C’è ancora un alto e un basso ? Non andiamo forse errando in un infinito nulla ? Non ci culla forse lo spazio vuoto ? Non fa sempre più freddo ? Non è sempre notte, e sempre più notte ? Non occorrono lanterne in pieno giorno ? Non sentiamo nulla del rumore dei becchini che stanno seppellendo Dio ? Non sentiamo l’odore della putrefazione di Dio ? Eppure gli dei stanno decomponendosi ! Dio è morto ! E noi l’abbiamo ucciso ! Come troveremo pace, noi più assassini di ogni assassino ? Ciò che vi era di più sacro e di più potente, il padrone del mondo, ha perso tutto il suo sangue sotto i nostri coltelli. Chi ci monderà di questo sangue ? Con quale acqua potremo rendercene puri ? Quale festa sacrificale, quale rito purificatore dovremo istituire ? La grandezza di questa cosa non è forse troppo grande per noi ? Non dovremo divenire Dei noi stessi per esserne all’altezza ? Mai ci fu fatto più grande, e chiunque nascerà dopo di noi apparterrà per ciò stesso a una storia più alta di ogni altra trascorsa”.

Quante volte l’uomo ha annunciato al mondo la morte di Dio ? Tante : ogni qualvolta - volendo impiegare la drammatica espressione formulata da Albert Camus - ha “denunciato in Dio il padre della morte e il supremo scandalo”. L’uomo ha attentato ed attenta alla vita di Dio ogni qualvolta prova ad eliminare la morte, il dolore e l’ingiustizia dal mondo.

NICHILISMO E MODERNITÀ

Sull’orizzonte della Modernità si stagliava - annuncia Alain de Benoist - “l’eclisse del sacro”. Al Dio Padre delle Sacre Scritture si andava sostituendo “l’anonimo e impersonale Dio delle macchine e dei crogioli”. Sembrava - scrive Nietzsche con tono sarcastico - finalmente, possibile “il cercar di dissolvere il mito ; il porre al posto di una consolazione metafisica una consonanza terrena,....il credere a una correzione del mondo per mezzo del sapere, a una vita guidata dalla scienza”. Ma il parricidio appena compiuto - “che Dio è morto, che la fede nel Dio cristiano è divenuta inaccettabile - comincia già a gettare le sue prime ombre sull’ Europa”.

L’illuminismo aveva emancipato l’uomo occidentale dal suo stato di minorità. Egli aveva acquistato la totale consapevolezza delle proprie capacità di modificare la natura. Poteva farsi artefice del proprio destino. Ma, paradossalmente, proprio per effetto di queste nuove libertà, ora, egli era assalito dall’angoscia di essere solo davanti alla “eterna piaga dell’esistenza”, e di fronte all’ignoto della morte.

Evaso dalla prigione del sacro Piano provvidenzialistico che gli garantiva la salvezza eterna, egli precipitava in una “immensità indifferente” dalla quale - scrive Monod - gli sembrava di essere “emerso per caso”. “Il divenire del mondo”, decifrabile attraverso una visione teleologicamente orientata, ora appariva - secondo Weber - come un’ ”infinità priva di senso” se osservato con le lenti delle scienze naturali. Lenti fatte per indagare sulle cause efficienti, ma inadatte per scrutare le cause finali. “Se Dio, come causa ultrasensibile e come fine di ogni realtà - argomenta Heidegger, citando Nietzsche - è morto, se il mondo ultrasensibile delle idee ha perduto la sua forza normativa, e soprattutto la sua forza di risveglio e di elevazione, non resta più nulla a cui l’uomo possa attenersi, secondo cui possa regolarsi....Nulla significa qui : assenza di un mondo ultrasensibile e vincolante”.

”Morte di Dio” e “disincanto del mondo” sono, quindi, due diverse formulazioni per descrivere lo stesso fenomeno : il processo di secolarizzazione si era spinto fino alla dissacrazione della Trascendenza. Aveva frantumato l’unità fra l’Essere e il Valore. Aveva scosso l’Occidente provocando quel sismo spirituale che, con drammatica espressione, Henry Corbin ha indicato come “catastrofe metafisica”. Ed è a questo punto che, nella storia dell’Occidente, “il nichilismo - avverte Nietzsche - il più inquietante degli ospiti, batte alla porta”. Dal “deserto” (nota) del nichilismo la Terra Promessa risultava irraggiungibile, mentre cresceva la sete di Assoluto. Diventava necessario - nota Cioran - trovare “un residuo metafisico...un’apparenza d’assoluto, in mancanza del quale nessuno potrebbe sopravvivere”.

Ripercorrere a ritroso i passi compiuti per uscire dal deserto risultava impossibile. Ormai non si poteva più negare la Ragione. Ma la Ragione era in grado di elaborare una scienza dei fini ? Hegel fornì una risposta affermativa. Ridotta la metafisica alla sola dimensione gnoseologica, egli fondava un modello di scienza che derivava le sue conoscenze esclusivamente dalle strutture razionali della mente umana, indipendentemente dall’esperienza empirica. Per cui tutto ciò che era razionale si tramutava in reale, e per ciò stesso conoscibile. Quindi la filosofia diventava scienza e poteva produrre ”una conoscenza del non mondano, di ciò che è eterno”. L’immanentizzazione della metafisica consentiva ad Hegel di sostituire al Dio trascendente del cristianesimo un Dio immanente : lo Spirito. Un Dio, questo, che si sarebbe realizzato secondo un ineluttabile dover - essere e che s’incarnava nella Storia. Una Storia, che, regolata dalle Leggi della dialettica,” non rappresenta altro - secondo Hegel che il piano della provvidenza”. Un piano nel quale anche il Male svolgeva una funzione necessaria. Hegel ricostruiva il processo storico come svolgimento di razionalità e necessità. Egli collocava la Parusia dopo la risoluzione delle necessarie contraddizioni storiche. Ogni tappa di questo divenire era, quindi, inevitabile. Tutto era già scritto nella Storia.

Hegel ristabiliva, così, nel divenire del mondo l’immanenza dello Spirito. Indicava un fine ultimo assegnando un telos immanente alla storia universale. Forniva una giustificazione del Male.

La filosofia di Hegel soccorreva un Dio agonizzante, essa aveva i caratteri di una diversa forma di “teodicea” che si limitava a “ritardare” l’avanzata del processo di secolarizzazione, certo non poteva risacralizzare l’Occidente. La filosofia Hegeliana non indicava l’uscita dal deserto del nichilismo. Forse di quel deserto costituiva un’oasi. Un’oasi alla quale, però poteva risultare pericoloso abbeverarsi. Le sue acque contenevano i veleni di un altro genere di nichilismo :”il cinismo, spiega Camus - la divinizzazione della storia e della materia, il terrore individuale o il delitto di Stato, queste conseguenze smisurate nasceranno allora interamente armate, da un’equivoca concezione del mondo che affida alla sola storia il compito di produrre i valori e la verità. Se nulla può essere chiaramente concepito prima che la verità, alla fine dei tempi, sia stata messa alla luce, ogni azione è arbitraria, la forza finisce per regnare.” Per cui “uccidere o asservire” diventerà la via da seguire per gli eredi di Hegel che crederanno di aver svelato la verità, di aver risolto “l’enigma della Storia”.

Marx si abbeverava all’oasi dello storicismo Hegeliano e ne restava contaminato. Egli comprendeva che se fosse riuscito nella straordinaria impresa di svelare il divenire della Storia, di indicarne il fine ultimo e di fornire gli strumenti operativi per la sua realizzazione, poteva essere proprio lui il “nuovo salvatore” che l’umanità attendeva per uscire dal deserto del nichilismo, sorto per effetto dell’impetuoso sviluppo del processo di secolarizzazione. Egli faceva propria la struttura teorica della dialettica hegeliana, ma era necessario conferirle una dimensione operativa. Essa doveva essere “raddrizzata....rimessa a reggersi sui piedi.” Se fino ad allora i filosofi si erano limitati ad interpretare il mondo, ora essi dovevano anche operare per la sua trasformazione. La filosofia doveva individuare la radice di tutte le ingiustizie del mondo e fornire gli strumenti operativi per estirparla. Essa doveva essere contemporaneamente conoscenza scientifica e prassi salvifica.

Marx individuava proprio negli elementi costitutivi della modernità le cause di tutti i mali. La modernità aveva esaltato e scatenato gli aspetti più perversi dell’animo umano in quanto aveva scisso l’uomo dalla Natura, dagli altri uomini e dalla sua stessa intima essenza divina. L’istituzionalizzazione della proprietà privata costituiva il peccato originale che aveva provocato la Caduta dell’umanità nel “tempo della corruzione universale”.

Il mercato, la logica catallattica e la libera concorrenza avevano ridotto la società in “un deserto popolato da bestie feroci”. Il Parlamento non era altro che “un ciarlatoio nazionale” e “la democrazia rappresentava “una contraddizione intrinseca, un falso, una semplice ipocrisia”.

Insomma secondo Marx, la proprietà privata, il mercato e la democrazia avevano generato “ l’ innaturalità della vita moderna”. Per ricomporre l’unità originaria perduta, per risacralizzare il mondo era necessario, quindi, sopprimere gli elementi profanatori, primo fra tutti la proprietà privata. Marx assegnava questa funzione soteriologica al comunismo. “Il comunismo - infatti - si sa già come reintegrazione e ritorno dell’uomo a se stesso, soppressione dell’umana autoalienazione.....il comunismo è la positiva soppressione della proprietà privata quale autoalienazione dell’uomo, però reale appropriazione dell’umana essenza da parte dell’uomo e per l’uomo ; è il ritorno completo, consapevole, compiuto all’interno di tutta la ricchezza dello sviluppo storico, dell’uomo per sé quale uomo sociale, cioè dell’uomo umano. Questo comunismo è, in quanto naturalismo, umanismo, e, in quanto compiuto umanismo, naturalismo. Esso è la verace soluzione del contrasto dell’uomo con la natura e con l’uomo, la verace soluzione del conflitto fra esistenza ed essenza, fra oggettivazione e affermazione soggettiva, fra libertà e necessità, fra individuo e genere. E’ il risolto enigma della storia e si sa come tale soluzione”.

E’ evidente che il socialismo scientifico costituiva contemporaneamente una teoria e una prassi. Infatti esso era stato concepito da Marx “non solo come autocoscienza che l’assoluto ha di se stesso , ma - spiega Luciano Pellicani - anche come un sapere capace di modificare la statuto ontologico della realtà, prassi rivoluzionaria nel senso più pieno e radicale della parola : vale a dire capovolgimento del mondo capovolto”. Marx affidava alla prassi rivoluzionaria il compito di condurre l’uomo fuori dal deserto del nichilismo verso “l’ultima forma di organizzazione dell’umana famiglia” : il comunismo, appunto, che il filosofo di Treviri descriveva come il “Paradiso in terra”.

TOTALITARISMO E MORTE DI DIO

Per effetto della teodicea storicistica marxiana i tentativi di risacralizzazione del mondo hanno assunto, durante la prima metà del ventesimo secolo, una forma “criptica” : essi non sono stati condotti in nome di Dio, ma per volontà della Storia da coloro che ritenevano di averne risolto “l’enigma”. L’antica forma di conoscenza sacra - la gnosi - assunte le sembianze di una superiore “scienza profana”, ha promesso - negli scritti di Bucharin - la “resurrezione dell’umanità”.

“La gnosi - spiega Pellicani - questa tentazione permanente dello spirito umano, che nasce dall’ardente desiderio di possedere un sapere capace di risolvere tutti gli enigmi del mondo e di indicare il metodo per porre fine allo scandalo del male, a partire dal momento in cui il disincanto ha tolto ogni plausibilità al pensiero mitico - religioso è stata, per così dire, costretta ad assumere forme criptiche. E’ accaduto che coloro che ho chiamato gli orfani di Dio hanno cercato una soddisfazione surrogatoria dei loro bisogni metafisici rimasti scoperti dal progressivo ritirarsi del sacro dalla scena ; e lo hanno fatto elaborando teorie nelle quali l’umanità appare un Dio degradato in marcia verso il suo originario stato di perfezione. La reazione romantica contro l’illuminismo, da Rousseau sino all’idealismo tedesco, è stata essenzialmente un disperato tentativo di eliminare la spaventosa solitudine in cui si sono venuti a trovare gli intellettuali abbandonati dalla fede ma non dal desiderio di assoluto, riallacciando l’Antica Alleanza fra l’uomo e il mondo. E’ così riemersa la gnosi sotto forma di filosofie della storia, le quali, grazie all’immanentizzazione del escaton giudiaco-cristiano -- il millenario regno di Dio -- hanno riattualizzato la visione provvidenzialistica della realtà”.

I progetti che hanno animato l’azione degli orfani di Dio sono stati nella loro sostanza, nuove “strutture di fede”, “nuove religioni”, anche se si sono presentati come il contrario di una religione. La loro azione muoveva verso una sorta di futuro remoto : gli obiettivi da perseguire erano la risacralizzazione di tutto ciò che era stato consacrato e la restaurazione di un mitico ordine sociale esente dal male. Quel preciso ordine, del quale non esistono testimonianze storiche, ma che essi hanno indicato come preesistente allo stato di corruzione generale prodotto dal processo di secolarizzazione.

Lo scontro fra il progetto gnostico, nelle sue varie forme in cui si è manifestato attraverso i secoli, e l’avanzata della modernità ha radici antiche. Esso non è stato che la manifestazione più cruenta ed esasperata di quel conflitto fra le due tradizioni - il razionalismo greco ed il messianesimo giudiaco - cristiano, che, come si è visto, da circa duemila anni ha animato le vicende dell’Occidente. Un dualismo che si è materializzato in uno scontro titanico e crudele : Nel corso dei secoli ci siamo trovati di fronte all’identico programma pantoclastico dei movimenti millenaristici che, sotto diverse spoglie, dal Basso Medioevo sino all’età contemporanea sono apparsi sulla scena della storia. Un programma che, muovendo dalla nostalgia dell’unità perduta, contemplava : la volontà di rovesciamento dell’esistente, l’aspirazione a un ordine totalmente altro, la necessità di una Guerra Santa per estirpare le radici del male dal mondo. Esso prometteva, inoltre, una salvezza terrena e collettiva. E dichiarava di voler purificare il mondo eliminando le cause della sua corruzione. Prima, fra tutte, la proprietà privata. Fonte, questa, della satanica cupidigia e, quindi, di tutte le ingiustizie. Una purificazione radicale, da condurre con ogni mezzo, compreso l’uso sistematico del terrore. Lo gnosticismo rivoluzionario traccia la sua parabola storica dalle lotte dei movimenti ereticali del IV secolo d. C. fino al “grande fallimento” dell’esperimento sovietico.

Il momento cruciale per la storia dello gnosticismo è rappresentato dall’ “ esperimento giacobino”. Esso ha costituito l’anello di congiunzione tra il passato ed il futuro del fenomeno rivoluzionario. Il movimento giacobino è stato - secondo Carlyle - “lo sforzo supremo, dopo diciotto secoli di preparazione per realizzare la religione cristiana”. Ed altresì, tale movimento è stato eletto quale modello a cui ispirarsi da tutti i movimenti rivoluzionari del XX secolo, decisi a radere al suolo la società moderna .

Il primo passo verso la trasformazione dell’esperimento giacobino nel paradigma della rivoluzione permanente è stato compiuto dai babuvisti. Essi auspicavano una rivoluzione molto più radicale che distruggesse irreversibilmente alla radice tutte le istituzioni del passato ed affermasse quella che Babeuf definiva come “religione della pura eguaglianza”. Dal babuvismo al socialismo il passo è breve.

Nel contesto qui sinteticamente descritto, inserito nella parabola dello gnosticismo rivoluzionario, il socialismo non è riducibile esclusivamente ad una manifestazione di risentimento delle vittime della Grande Trasformazione, ma appare in tutto il suo significato : la sua meta consiste nel superamento dell’alienazione e la creazione di una nuova religiosità immanente e priva di trascendenza della comunità umana e della storia”.

Nel variegato panorama delle famiglie socialiste quella che, più delle altre, può essere iscritta a pieno titolo nella tradizione dello gnosticismo rivoluzionario è certamente quella marx - leninista. Lenin riusciva nella titanica impresa di rovesciare l’ordine capitalistico, e di istituzionalizzare il primo dominio totalitario. Il totalitarismo leninista, inoltre nel corso del nostro secolo, ha ispirato le scelte rivoluzionarie del proletariato esterno alla civiltà occidentale in risposta all’aggressione culturale della “modernità invasora”, come l’ha descritta Ortega Y Gasset.

Nel solco tracciato da Lenin hanno preso vita, tra gli altri, il comunismo cinese, quello vietnamita e quello cambogiano. Anche il totalitarismo nazista, pur considerando le specificità storiche ed ideologiche che lo hanno caratterizzato, può essere “compreso” nella parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario. In questo significato, Norman Cohn ha sostenuto che il bolscevismo e nazionalsocialismo hanno rappresentato gli ultimi avatara del millenarismo giudiaco - cristiano.

Totalitarismo e rivoluzionarismo hanno costituito i due aspetti indisgiungibili di quel progetto metapolitico che ha animato il XX secolo : erigere la Città dell’uomo, divinizzata, sulle macerie della Città di Dio, irrimediabilmente devastata dalla catastrofe culturale prodotta dall’avanzata della modernità .

La “sindrome totalitaria” è stata una fuga dalla società aperta, dai suoi insostenibili effetti disgregatori ed anomici, verso una società chiusa, immobile, sacra. Tutte le rivoluzioni del XX secolo, anche se condotte in nome di una superiore forma di progresso dell’umanità, non sono state altro che disperati tentativi di arrestare l’avanzata della modernità.

Tentativi disperati, questi, in quanto, puntualmente, l’esito finale indotto dal rovesciamento violento dell’ordine esistente, lungi dall’edificare il promesso Regno Della Libertà e della Felicità, hanno edificato universi concentrazionari dominati dal terrore e dalla paura.

Possiamo ipotizzare che la parabola dello gnosticismo rivoluzionario si sia finalmente esaurita ? Possiamo sperare che l’espiazione del senso di colpa per aver “ ucciso Dio “ non spinga più “ gli orfani” a massacrarsi ? Forse. Non è da escludere. Si può formulare l’ipotesi che l’Occidente non partorirà più “orfani di Dio”. Visto che le nuove generazioni non potranno sentirsi orfane di un padre che hanno appena intravisto : giusto il tempo di uno spot pubblicitario.

L’uomo del prossimo secolo, che inaugurerà il nuovo millennio, sarà una creatura che ha rimosso il passato e che rifiuta di volgere il suo sguardo al futuro. L’Uomo Nuovo potrà assumere i connotati dell’ “uomo istantaneo”.

“ Credo che stiamo per entrare in un altro tempo - avverte Octavio Paz - un tempo che ancora non svela la sua forma. Il tempo che sta per venire si definisce con un adesso e un qui. Il presente non ci proietta in nessun al di là, in nessuna variopinta eternità dell’altro mondo, in nessun astratto paradiso della “fine della storia”, ma nel midollo, nel centro invisibile del tempo. Qui e ora. Tempo carnale, tempo mortale”.

Ludovico Martello

domenica 5 luglio 2009

Caccia al killer del suv

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/esteri/srial-killer-carolina/srial-killer-carolina/srial-killer-carolina.html


WASHINGTON - E' il "serial killer del suv". Uccide a sangue freddo nel South Carolina, a Gaffney, cittadina di 50 mila abitanti, terrorizzata da un un uomo sulla quarantina, alto con i capelli brizzolati, che si muove su un suv grigio argento. Avvicina le sue vittime, già cinque in una settimana, e spara. Ha ucciso una donna di 83 anni, sua figlia di 50, un agricoltore di 63, un uomo di 48 e sua figlia di 15, l'ultima vittima in ordine di tempo. Cento agenti cercano l'assassino. un serial killer c'era già stato in passato. La cittadina della contea Cherokee ricorda ancora la serie di omicidi di Lee Roy Martin negli anni 1967-1968. Soprannominato lo "strangolatore di Gaffney', l'uomo venne condannato all'ergastolo per l'omicidio di 4 donne e fu accoltellato a morte dal compagno di cella nel maggio 1972.

giovedì 21 maggio 2009

Irlanda: Rapporto shock su abusi fatti da religiosi cattolici

ci risiamo...

http://ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_963576715.html


LONDRA - "Centinaia" di preti e suore cattolici irlandesi sono stati coinvolti in abusi sessuali e fisici ai danni di minori in istituzioni pubbliche in Irlanda: lo afferma il rapporto della Child Abuse Commission, che ha condotto la più grande indagine di sempre sugli ordini religiosi irlandesi. Lo scrive la stampa britannica. Il rapporto (3.500 pagine) ha raccolto le testimonianze di circa 2.500 vittime di questi abusi tra gli anni '40 e '80; oltre 100 istituzioni gestite da ordini religiosi - riformatori, scuole "per ragazzi difficili" e case che ospitavano disabili - sono state indagate. Nel 2003, un rapporto ad interim pubblicò le testimonianze di 700 uomini e donne che raccontarono di essere stati picchiati in ogni parte del corpo con ogni tipo di oggetto. Altri raccontarono di essere stati violentati, alcuni da varie persone contemporaneamente. Alcuni degli abusi risalgono a 60 anni fa e molti dei presunti colpevoli sono morti, sottolinea il Daily Mail. La commissione fu creata nel 2000 dal premier Bertie Ahern dopo che un documentario tv fece emergere la lunga storia delle violenze ai danni di minori nelle istituzioni gestite da ordini religiosi.

martedì 5 maggio 2009

Gli «esodi transcontinentali»: un dramma dello “sviluppo”

http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=2887113780018527144&postID=6109364254077854183

di Simone Jacca - da lucidamente.com

Lo scorso 24 aprile, presso la libreria Coop Ambasciatori di Bologna, Maurizio Pallante ha presentato il suo ultimo lavoro: Decrescita e migrazioni (Edizioni per la decrescita felice, pp. 78, € 8,00). L’evento ha riscosso un notevole successo di pubblico che si è mostrato fortemente interessato anche nella fase di dibattito successiva alla presentazione. Ideatore del Movimento della Decrescita felice e fondatore del Comitato per l’uso razionale dell’energia, Pallante ci ha rilasciato un’intervista nella quale, oltre a spiegarci il significato del saggio, ci ha illustrato i presupposti su cui si basa la teorizzazione della decrescita e le sue possibili applicazioni nella società moderna.Dottor Pallante, perché gli immigrati emigrano?Innanzi tutto esistono due tipi diversi di migrazione.La prima è quella locale, che riguarda il trasferimento dalle campagne alla città. È un fenomeno in continua crescita, iniziato in Italia negli anni del boom economico e della massiccia industrializzazione del paese. Nel 2006, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli abitanti delle aree urbane hanno superato la metà della popolazione mondiale, e si stima che in tempi brevi raggiungeranno i due terzi. Questo fenomeno è frutto di una necessità intrinseca della crescita. Un sistema economico fondato sull’incremento continuo del prodotto interno lordo ha la necessità di aumentare in continuazione il numero dei produttori e consumatori di merci. Di conseguenza tende a indurre i contadini ad abbandonare le campagne e l’autoproduzione dei beni per trasferirsi nelle aree urbane dove si produce e si consuma.Poi c’è un fenomeno globale dell’immigrazione. Mi riferisco agli esodi transcontinentali che, mai come negli ultimi anni, hanno visto milioni di persone trasferirsi dai cosiddetti paesi “sottosviluppati” ai paesi occidentali. Questo fatto è profondamente legato all’idea di progresso e innovazione. Tutto ciò che è vecchio è arretrato e va in disuso. Il nuovo, la novità, invece, rappresentano la modernità, il miglioramento, il benessere. Si potevano, dunque, facilmente ipotizzare le conseguenze drammatiche che avrebbero arrecato le immagini di ragazze che ballavano seminude, di automobili di lusso, di supermercati e coca cola rimbalzate sui teleschermi delle antenne paraboliche dei paesi dell’Est europeo.A questo si aggiunge il neocolonialismo attuato della potenze occidentali negli ultimi decenni, in primis gli Stati Uniti. Non potendo più controllare direttamente le risorse del Terzo mondo, si è passati alla fase del divide et impera, che consiste nell’appropriarsi, indirettamente, a prezzi bassissimi, delle merci prodotte nei paesi poveri. I metodi sono vari e variegati: sostenendo fazioni nelle lotte tribali tramite la fornitura d’armi, istigando a guerre locali, appoggiando i colpi di stato, demolendo le culture tradizionali, etc… Tutto ciò porta all’occidentalizzazione in versione miserevole dei paesi “poveri” e alla conseguente migrazione di massa nei paesi “ricchi”.Cosa comporta il fenomeno dell’immigrazione?Le migrazioni generano sofferenza, lacerazioni e insicurezza sociale.L’immigrato sa che viene a vivere in una società fondata sulla crescita della produzione e dell’acquisto di merci, dove conti e sei considerato in base alla disponibilità economica che dimostri di avere attraverso gli oggetti che compri. Per questo motivo una componente non marginale di essi è disponibile a delinquere, come delinque chiunque non abbia nulla da perdere o non abbia altro scopo nella vita se non il denaro. Una prova ulteriore è fornita dal fatto che la maggior parte dei reati commessi da immigrati sono effettivamente compiuti da clandestini, e cioè a persone senza lavoro. Questo significa che non è l’immigrato che stupra, ruba, trasgredisce, bensì è il povero che commette tali nefandezze.La risposta da parte dei politici è vacua. Da destra a sinistra. La destra propone l’espulsione degli immigrati, sbandierando i principi di ordine e sicurezza, senza voler ammettere il contributo effettivo degli stranieri al ciclo produttivo del paese. La sinistra si erge a partito dei poveri e in nome della giustizia sociale punta all’immigrazione come forza vitale per l’aumento produttivo del paese, perché se l’economia cresce ce n’è di più per tutti.Nessuno però pone la questione sul perché arrivano gli immigrati, e su come si possa evitare questo fenomeno, che, al di là della questione umana, rimane un elemento di profonda instabilità sociale.Gli immigrati sono un peso per il nostro paese?Assolutamente no.Secondo uno studio della Cgia di Mestre (associazioni artigiani piccole imprese), riportato dal quotidiano la Repubblica il 31 maggio 2008, il lavoro nero svolto dai 700 mila immigrati, che hanno presentato domanda per regolarizzare la loro posizione, vale circa 30 miliardi di euro, cioè il 2% del pil, che si aggiunge al contributo del 9,2% apportato dai 2,5 milioni di immigrati regolari. Per rendere questi numeri più leggibili, quel 2% di pil del lavoro clandestino è pari all’intero introito derivante dal flusso turistico nel nostro paese. Ciò vuol dire che se non ci fossero i clandestini sarebbe come se non ci fossero i turisti.Poi ci sono le badanti: chiodo fisso dei politici di centro-sinistra per dimostrare la necessità di accogliere immigrati clandestini e regolarizzarli. Questo argomento, toccando il tema più da un punto di vista socio-assistenziale che produttivo, ha attirato l’attenzione anche della Chiesa, che ha costantemente messo in evidenza i vantaggi economici dei flussi migratori. Ultimamente persino la Lega ha inserito le badanti come eccezione nel suo decreto di espulsione degli immigrati clandestini.A questo proposito Michele Serra ha scritto su la Repubblica: «Può darsi che gli imprenditori, che godono assai dell’apporto di manodopera immigrata, affidino poi il voto ai partiti più duramente isolazionisti, perché, evidentemente, contano sull’elasticità di un mercato del lavoro del quale sanno di essere la parte più forte. Ma la prospettiva di vedere sparire, per un rimpatrio forzato o per altre tagliole burocratiche, la persona che assiste i genitori è qualcosa che fa davvero crollare il fragile equilibrio del nostro castello sociale, fondato sulla indipendenza e la libertà degli individui in età produttiva».Cosa propone la Decrescita felice?Mangiare frutta di stagione, o coltivare in un orticello o sul proprio balcone fa innanzitutto molto bene. Inoltre innesca una serie di processi economici e sociali di grande portata. Contribuisce a ridurre il consumo di fonti fossili nel settore dei trasporti, il numero dei camion che intasano le strade, l’effetto serra, i fatturati delle società monopolistiche multinazionali della grande distribuzione e del settore agroalimentare, frenando la loro espansione territoriale a scapito delle foreste e dei piccoli contadini del Sud del mondo. Uno stile di vita improntato alla decrescita contrasta i processi che costringono a emigrare.La decrescita, la valorizzazione delle economie fondate sulle filiere corte e sull’autoproduzione capovolgerebbe il rapporto tra Nord e Sud del mondo. Non sarebbe più il Nord, mercificato e omologato, ad avere il ruolo da modello da imitare, ma il Sud, dove sono sopravvissute la cultura, il sapere e il saper fare, uniche strade possibili per invertire la tendenza che sta conducendo l’umanità all’autodistruzione.

venerdì 24 aprile 2009

In coda per ascoltare Amato e le altre star della Biennale

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/biennaledemocrazia/200904articoli/10291girata.asp

In coda per ascoltare Amato e le altre star della Biennale
MARCO CASTELNUOVO
TORINO
Dicono che la politica non interessi più. E invece. La dimostrazione ieri a Torino in piazza Carignano, davanti al maxischermo che non riporta, come al solito, le partite dei Mondiali, ma la lectio di Gustavo Zagrebelsky la mattina o la prolusione di Giuliano Amato nel pomeriggio o la lectio di Alain Touraine la sera. Ad ascoltare ragazzi che prendono appunti, donne in bicicletta che si fermano, anziane che appoggiano i sacchetti della spesa. Persone, insomma. In fondo, è questa l’essenza della democrazia.

Lo spiega bene Giuliano Amato, per nulla sorpreso dalla gente in coda che aspetta, se mai riuscirà, di accaparrarsi un posto dentro il teatro dove l’ex premier discuterà di democrazia deliberatva con il sociologo norvegese Jon Elster e il professore americano John Gastil. Non proprio due vip che trascinano le folle. «Per me non è certo una novità - dice Amato mentre saluta la gente in fila composta -. Anche al festival dell’Economia di Trento, a quello del Diritto di Piacenza o della Letteratura a Mantova, vedo le stesse scene. C’è sempre tanta gente, e di anno in anno sempre di più, in piazza a seguire. Dove le persone possono conoscere, imparare, discutere, ecco che la politica torna a essere passione».

In fondo, è il cuore stesso del tema affrontato da Amato con Elster e Gastil: la democrazia deliberativa. Dove per «deliberativa» non si intende «che decide», quindi non è «volontà del popolo», ma «discussione». Si fa spesso confusione sulla democrazia deliberativa. Per molti politici è utile per fare digerire meglio decisioni già prese (per esempio, la Tav) o quando, davanti a questioni problematiche, si fa fatica a raggiungere una soluzione soddisfacente e si tende così a procrastinarla (il testamento biologico).

Per Gastil il ragionamento va rovesciato: «Il dibattito pubblico deve assicurare che ogni partecipante abbia adeguate occasioni di espressione, che i partecipanti si capiscano reciprocamente e mostrino la dovuta considerazione gli uni per gli altri. Il dibattito dovrà essere deliberativo, cioè stabilire una solida base informativa, elencare in ordine di priorità i valori chiave, identificare un ventaglio di soluzioni, studiare attentamente vantaggi, svantaggi e compromessi tra le tante scelte possibili e infine raggiungere la decisione migliore».
Il segno più evidente di quanto si sta raccontando tra i velluti del Teatro Carignano rimbalza sui porfidi della piazza. Le persone che guardano al maxischermo cominciano a discuterne, a dialogare.

Per Giancarlo Bosetti, direttore di Reset e moderatore del dibattito, basta questo a decretare il successo: «L’ideale di una cittadinanza che discute con competenza è lontano dalla democrazia reale. La democrazia deliberativa cerca di migliorare le conoscenze dell’opinione pubblica e alzare la qualità del dibattito».

Teoria e prassi si mescolano, per la soddisfazione di Amato: «Quando la politica si fa comunicazione e i cittadini diventano tifosi, allora la rappresentazione non può che essere quella che leggiamo sui giornali. Ma il pensiero e i dilemmi dell’uomo non possono certo ridursi alla polemica quotidiana. Le persone hanno bisogno di capire, di conoscere, d’imparare. Per dare un giudizio, che si riflette nel voto, nella militanza, o in altro, in modo più cosciente». Nel mondo esempi di democrazia deliberativa ce ne sono moltissimi, dagli Stati Uniti all’Australia. In Italia ci sono esperimenti in Lazio e in Toscana. E a Torino, evidentemente. A partire da questa piazza.

lunedì 6 aprile 2009

Orsenna: amori unici vs amori multipli

http://dweb.repubblica.it/dweb/2009/03/28/culturaespettacoli/culturaespettacoli/071lov63971.html

Cultura e Spettacoli
Amori unici vs amori multipli
Domande Perché desideriamo l'assoluto ma viviamo pluristorie? Per Erik Orsenna è una questione di fantasmi. E canzonette
di Laura Lamanda

Ricominciamo ogni volta con lo stesso entusiasmo. Perché quando amiamo, speriamo che duri. Certo, deve durare bene: se non succede, ci laceriamo nei dubbi. Le crisi, quando scoppiano, non risolvono mai nulla. Le spazza via un nuovo amore, o la sete di futuro. Così i rapporti si susseguono, eppure vorremmo la semplicità di un amore unico. Cosa ce ne allontana? Dove il nostro destino è impazzito? Anche Erik Orsenna, premio Goncourt e membro dell'Academie française, nonché ex consigliere culturale di Mitterrand, ci ha perso il sonno, cercando risposte in una "machine à penser": un romanzo. Il suo La canzone dei mille rimpianti, in uscita il 9 aprile da Ponte alle Grazie, individua ipotesi, avventurandosi con grazia nei labirinti emotivi di un personaggio desideroso di avere un amore unico (come riesce al fratello rivale), ma incapace di fermare la successione di incontri e traslochi. Poi, quando approda a un rapporto così intenso da neutralizzare routine e mania della separazione, viene defraudato di questo tesoro dal destino. Così, guidato dalla necessità di superare il lutto, inizia un'inchiesta su di sé, sull'amore e sull'arte di stare nel presente, contando sull'appoggio di fantasmi benevoli e di un'ironia a tratti scatenata. A quest'ironia Orsenna ha abituato da tempo i suoi lettori anche per raccontare temi serissimi, quali gli intrighi di palazzo o la vita presidenziale. Intervistato in esclusiva da D, dice subito di evitare domande su un tema che ricorre nel libro: la morte della sua compagna. Ma non è necessario parlarne per raccontare quest'autobiografia fantastica, che fa riflessioni sull'amore che riguardano pure noi, e ha un tocco lieve anche quando affronta il dolore. "Sarà perché, fondamentalmente, ho una concezione della vita molto gioiosa. Vivere è un gioco. Finirà male. Pazienza. Ora divertiamoci. Per me riso e lacrime, gravità e divertimento sono indissociabili. Sono affetto da gioia inconsolabile", spiega. Il suo romanzo è, in effetti, permeato di slanci e curiosità. Eppure racconta un mondo popolato di fantasmi. "È così: ne siamo circondati!", assicura. E non appartengono solo a persone scomparse, ma anche ad amori svaniti, incontri per i quali è mancato il coraggio, relazioni sgretolate. Se li sappiamo trattare, i fantasmi danno profondità ai nostri giorni. "Vivere con loro significa essere "connessi", sentire la complessità del momento, dove presente e passato si mischiano. Se li allontaniamo, ci priviamo di risonanze e armonie". La ricettività ai fantasmi può essere favorita. Aiuta l'amore svanito tra i genitori che aleggia per casa, ma anche certi spettacoli naturali: "Io mi sono perfezionato in Bretagna, in riva a un mare popolato di leggende, e spesso in tempesta (le tempeste sono un'ottima porta per i fantasmi). Ho proseguito in Africa, dove il mondo dei vivi è unito a quello dei morti, le risate al pianto, la città alla campagna. È un universo dove gli spiriti hanno il loro posto". Assegnare agli spiriti un posto significa anche tenerli a bada. "Per esempio, io chiedo al fantasma di un vecchio amore che cosa pensa di un mio nuovo incontro. È giusto chiedere consigli. Ma poi con loro ci vuole equilibrio. Se ce ne lasciamo invadere, ci chiudiamo in universi senza vita. E sbarriamo la strada al futuro". Questo pericolo è tutt'altro che remoto, e può dare vita a disturbi molto concreti, come a quello della persistenza retinica, che il protagonista del romanzo si fa inutilmente curare dall'oculista. Rischia di succedere anche a noi, se permettiamo a un vecchio amore di continuare ad abitarci. Può colonizzarci lo sguardo, impedendoci la visione corretta di quanto ci circonda. In particolare, la persistenza retinica può ostacolare un nuovo amore, magari proprio quello che aspettiamo da sempre. "Per evitare questo, quando i fantasmi mi tormentano, accusandomi di voler dimenticare, contrattacco: "Oh, non penserete di incatenarmi al passato!". Voglio essere fedele al futuro. Così, appena un rimpianto mi si avvicina, io gli tiro il collo! Così, quando voglio fare un viaggio lo faccio, quando voglio provare un mestiere lo provo, quando incontro una donna le chiedo se vuole rivedermi. Nove volte su dieci risponde di no, e allora non ho rimpianti. Una volta dice di sì e io sono felice". Ma non è così semplice. A furia di tirare il collo ai rimpianti, di dare appuntamenti e tentare, si rischia infatti di incappare in un altro nemico dei sentimenti: l'andanza. È quella frenesia di vivere, quella malattia di futuro, che ci rende sempre un po' altrove, distanti dal nostro interlocutore, come al di là del presente. "Chi soffre di andanza ha come unica vocazione la curiosità. È reso folle dalla domanda: perché no? Perché no un viaggio o un'impresa? Come rispondere con un no alla domanda perché no?". Se cediamo all'andanza, cadiamo nel tranello della dislocazione della felicità: abbiamo difficoltà a immaginarla realizzabile oggi. Siamo convinti che arriverà domani, altrove. E, ancora, ci circondiamo di fantasmi. "I progetti sono i fantasmi dell'avvenire", avverte Orsenna. Così proiettati in avanti, rischiamo a nostra volta di diventare fantasmi per gli altri. "I miei figli, frustrati dalle mie assenze, a un certo punto avevano messo a tavola un manichino di filo di ferro con la mia faccia disegnata su un pallone. In questo modo, dicevano, un po' di me sarebbe stato con loro, perché tanto io o ero in viaggio, e allora non c'ero, o stavo scrivendo un libro, e allora c'ero ancora meno. Istruttivo". L'andanza è una malattia frequente, diffusa fin dal Rinascimento. Il romanzo riferisce che ne soffrì anche Carlo V: passò 21 dei suoi 25 anni di potere fuori della Spagna, in viaggio. Si dice che amasse ascoltare una canzone dal titolo Mille rimpianti. L'amore per le canzoni è un tratto distintivo di chi soffre di andanza. "Con i miei genitori andavo ad ascoltare cantautori poi diventati celebri, come Brassens e Brel. Le canzoni, come le fotografie, sono delle porte molto efficaci per entrare nell'universo dei fantasmi del futuro". Se pensiamo di avere una propensione all'andanza, perciò, moderiamo il consumo di canzoni d'amore. Brevi per natura, stimolano il gusto del cambiamento e del diverso a ogni costo, e favoriscono la tendenza a incatenare gli incontri. In più, raccontando amori complicati, o anche disperati, rafforzano l'idea che le storie finiscano male, e incoraggiano l'inclinazione a troncarle. Meglio ascoltare la musica classica come fa il protagonista del romanzo. O studiare danza. Orsenna l'ha provata. È stata la scrittura, però, a dargli i risultati più soddisfacenti: "Scrivo dalle sei alle nove del mattino, nel prolungamento della notte, in continuità con i sogni, e in una libertà totale. Il giorno e il mondo reale arrivano dopo. Queste tre ore di scrittura sono come le ore di meditazione per i religiosi. Proteggono dalla follia, perché aiutano a ricollegare assieme tutte le cose viste e vissute. Se non scrivessi sarei completamente esploso, disperso nella bulimia di sapere e di fare". Arginati i fantasmi e controllata l'andanza, resta sempre il problema di come arrivare all'amore unico. Inutile consumarsi nell'invidia per quelli che già lo vivono. "Forse hanno avuto fortuna da subito, e magari anche il merito di agire poi con cura estrema. Però può anche essere che non si siano ascoltati tutta una vita pur di restare dov'erano: a volte l'amore unico racconta il terrore di rimettersi in gioco e di perdere un certo comfort". Perciò, se ci siamo dispersi in amori improbabili, possiamo sempre essere orgogliosi del nostro coraggio di cambiare. Forti di questa qualità, dobbiamo solo aspettare che il sentimento appropriato ci investa. Generalmente è annunciato da una frase: "Ecco, se mi vuole è lui/lei". Se l'amore unico non è certo, è così indiscutibilmente probabile. "Nella vita accade che, proprio mentre si è affascinati da mille attività ed esseri, ci si manifesta d'un tratto il sentimento della preferenza. Allora preferiamo viaggiare all'interno di una persona, piuttosto che continuare a incontrarne ancora un'altra, e poi un'altra, e un'altra ancora. Preferiamo essere con questa persona e farle tutte le carezze possibili. Andare a cercare ancora non ci interessa più. Amare è preferire. Il desiderio diventa più importante dei desideri. Quando amiamo, in conclusione, ci si impone il desiderio al singolare". Ma poi, come fare in modo che la situazione resti preferibile a lungo? Forse tentando una cortesia che mai prima, lacerati tra passato e futuro, eravamo stati in grado di offrire: la cortesia di essere persone del presente. "Questa è un'operazione molto difficile. Si tratta di ostinarsi a restare nel momento, respingendo ogni possibile attacco dal passato o dal futuro". Riuscire in questo sforzo di concentrazione è di vitale importanza. Sembra infatti che le persone del presente siano quelle con cui la vita è più gradevole. Forse perché, come spiega il romanzo, "hanno una gentilezza che potrebbe sembrare banale, e invece è una rarità: la gentilezza di esserci. Esserci quando ti parlano, quando assaggiano un cibo, quando si arrabbiano, essere lì e non altrove quando fanno l'amore con te".

sabato 21 marzo 2009

La società dello spettacolo G.E. Debord

da wikipedia


Guy Ernest Debord (Parigi, 28 dicembre 1931 – Champot/Bellevue-la-Montagne, 30 novembre 1994) è stato uno scrittore, regista e filosofo francese, tra i fondatori dell'Internazionale Lettrista e dell'Internazionale Situazionista.


Il pensiero di Debord sviluppa essenzialmente i concetti di alienazione e reificazione, già centrali nelle riflessioni di Karl Marx, ma reinterpretati alla luce delle trasformazioni della società europea nel secondo dopoguerra. Lo sviluppo dell'economia nell'età contemporanea, con l'emergere dei nuovi fenomeni sociali del consumismo e della centralità dei mass media, avrebbe segnato infatti una nuova fase nella storia dell'oppressione della società capitalista:
« La prima fase del dominio dell’economia sulla vita sociale aveva determinato nella definizione di ogni realizzazione umana un’evidente degradazione dell’essere in avere. La fase presente dell’occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell’economia conduce a uno slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire, da cui ogni “avere” effettivo deve trarre il suo prestigio immediato e la sua funzione ultima[1] »


Ciò che aliena l'uomo, ciò che lo allontana dal libero sviluppo delle sue facoltà naturali non è più, come accadeva ai tempi di Marx, l'oppressione diretta del padrone ed il feticismo delle merci, bensì è lo spettacolo, che Debord identifica come
« un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini[2] »


Una forma di assoggettamento psicologico totale, in cui ogni singolo individuo è isolato dagli altri ed assiste nella più totale passività allo svilupparsi di
« un discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo[3] »


Lo spettacolo, di cui i mass media sono solo una delle molte espressioni, è parte fondante della società contemporanea, ed il responsabile della perdita da parte del singolo di ogni tipo di individualità, personalità, creatività umane: la passività e la contemplazione sono ciò che caratterizza l'attuale condizione umana. Ciò che rende lo spettacolo ingannevole e negativo è il fatto che esso rappresenta il dominio di una parte della società, l'economia, su ogni altro aspetto della società stessa; la mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana rompe quell'unità che caratterizza la condizione umana propriamente detta:
« Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio[4] »


Proprio in risposta alla frammentazione ed alla passività della società dello spettacolo, il programma dell'Internazionale Situazionista si propone di rivendicare l'autonomia dell'esperienza individuale attraverso la creazione di situazioni, momenti di aggregazione ed esperienza artistica e culturale grazie ai quali l'individuo può ritrovare la sua condizione di soggetto attivo nella realtà. In questo senso l'approccio situazionista all'arte si richiama fortemente alle avanguardie del primo Novecento, in particolare il Dadaismo ed il Surrealismo, nel loro provocatorio rifiuto dell'arte tradizionale.