giovedì 20 agosto 2009

Firmata l'intesa Svizzera-Usa

Hai visto mai che cambia qualcosa... anche in italia?
http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/economia/segreto-bancario/nomi-ubs/nomi-ubs.html
Firmata l'intesa Svizzera-Usa da Ubs i nomi di 4.450 clienti
Nessuna multa per la banca svizzera, che precisa: "Il segreto bancario resta intatto"
Infatti emergeranno solo le identità di chi ha commesso reati fiscali. Titolo a picco, -2,7%
BERNA - E' stato firmato l'accordo raggiunto la scorsa settimana tra la Svizzera e gli Stati Uniti per il contenzioso fiscale riguardante i clienti di banca Ubs. Ubs fornirà alle autorità fiscali statunitensi i nomi circa di 4.450 clienti (e informazioni su almeno 10.000 conti). In compenso non dovrà pagare alcuna multa. Lo ha comunicato il presidente della Confederazione Hans-Rudolf Merz. L'intesa permette di mantenere intatto il segreto bancario e di non violare le leggi svizzere: infatti non verranno svelati in modo indiscriminato i nomi dei 52.000 clienti americani titolari di conti Ubs, ma solo di coloro che hanno commesso un reato fiscale, al momento stimati appunto in circa 4.450. L'intesa ha messo sotto pressione il titolo Ubs, che nei minuti successivi all'annuncio dell'accordo ha perso il 2,7%. Il governo svizzero, in serata, ha deciso di vendere la propria quota in Ubs con effetto immediato.

Le autorità Usa erano pronte a intraprendere una causa civile per costringere Ubs a rivelare i nomi di 52.000 clienti americani sospettati di reati fiscali. Per tre volte di seguito un giudice della Florida, Alan Gold, aveva concesso rinvii del processo per permettere una soluzione extragiudiziale. Ai negoziati hanno partecipato anche rappresentanti delle autorità elvetiche per assicurare che l'intesa non violasse le disposizioni svizzere relative al segreto bancario.

Secondo gli avvocati di alcuni dei clienti statunitensi i cui nomi potrebbero essere svelati, scrive il Wall Street Journal, i titolari dei conti 'sospetti' potrebbero comunque presentare ricorso a un tribunale svizzero.
I nomi, si legge nel comunicato pubblicato dal sito della banca, verranno comunicati sulla base di una richiesta presentata dall'Irs (Internal Revenue Service, il fisco statunitense, ndr) all'Amministrazione Federale delle Contribuzioni (il fisco svizzero, ndr), "ai sensi dell'esistente Trattato di doppia imposizione tra gli Stati Uniti e la Svizzera".

I titolari dei conti nel mirino, si legge ancora nel comunicato di Ubs, verranno incoraggiati "a beneficiare della prassi di dichiarazione volontaria dell'Irs". Per tali dichiarazioni volontarie, precisa Douglas Shulman, commissario dell'Irs, i cittadini Usa che hanno conti bancari esteri non dichiarati con Ubs hanno tempo fino al prossimo 23 settembre. "Ci attendiamo molte dichiarazioni volontarie, ma scaduto questo termine non ci saranno più scuse", ha detto Shulman.

"A un certo punto in questi conti protetti dal segreto bancario c'erano fino a 18 miliardi di dollari", ha aggiunto il commissario Irs, precisando che però molti di questi soldi sono stati spostati e che alcuni conti sono stati chiusi. "L'evasione fiscale è il reato che perseguiremo, per noi è la priorità numero uno. Perseguiremo anche coloro che hanno fornito intermediazioni ai fini di evasione - aggiunge Shulman - L'accordo ci consente anche di ricevere informazioni anche sugli evasori off-shore. Dal governo svizzero ci attendiamo piena collaborazione".

La banca inizierà a consegnare le informazioni al fisco americano in settembre, ha detto il ministro delle Finanze svizzero, Hans-Rudolf Merz, sottolineando che nonostante l'accordo "la legge svizzera e il segreto bancario restano intatti". Merz, spiegando i dettagli dell'accordo raggiunto con gli Usa, ha invitato le banche a concentrarsi sui "valori tradizionali".

"Quest'accordo aiuta a risolvere una delle questioni più pressanti per Ubs. - commenta il presidente del consiglio d'amministrazione della banca, Kaspar Villiger - Sono fiducioso che l'accordo consentirà alla banca di continuare nel processo di ricostruzione della sua reputazione puntando su una solida performance e sul servizio ai clienti. Ubs è lieta che si possano raggiungere gli obiettivi di scambio d'informazioni dell'accordo nei termini di legge ai sensi degli esistenti trattati tra la Svizzera e gli Stati Uniti".
(19 agosto 2009)

Così l'artista ha venduto la sua vita a un milionario

http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/persone/pittore-francese/pittore-francese/pittore-francese.html?ref=hpspr1

Il sessantacinquenne pittore francese Christian Boltanski sarà filmato giorno e notte per otto anni. Un ricco australiano ha comprato il diritto a osservarlo. Lo pagherà solo se arriverà vivo alla fine di GABRIELE ROMAGNOLI

C'è un uomo che ha venduto a un altro la propria vita (e la propria morte). Minuto per minuto, in diretta, per i prossimi otto anni, salvo "fermo immagine" anticipato. Ha firmato un contratto che è una scommessa.

Avviato un progetto che può essere considerato, a seconda dei punti di vista, una versione privata del "Grande fratello", l'estremo tentativo di annullare il confine tra vita e arte o, come suggerisce il suo ideatore, "una partita con il diavolo".

Il venditore della propria vita è Christian Boltanski, uno dei più noti artisti contemporanei francesi. Il compratore è un milionario che vive in Tasmania. In una intervista a Le Monde Boltanski racconta che il suo acquirente ha fatto fortuna con il gioco, ha sfruttato una straordinaria mente matematica per sbancare i casinò, a cui gli è stato vietato l'accesso. Con il denaro vinto ha cominciato a collezionare opere d'arte e avrebbe voluto possederne anche una di Boltanski. Che ha rilanciato: perché accontentarsi dell'arte quando si può avere l'artista?

Il patto funziona così: dal primo gennaio 2010 quattro telecamere lo filmeranno in ogni momento, trasmettendo le immagini sullo schermo installato in una grotta in Tasmania, nella proprietà del milionario. Quello potrà sedersi e avere il privilegio di guardare Boltanski dipingere (quando ancora lo fa), ma anche dormire, mangiare e fare qualunque altra cosa un essere umano non può evitar di fare per otto anni. La visione non potrà essere interrotta, non sarà possibile rivedere ciò che è trascorso: nella sua sovrapposizione alla vita l'arte non è più cristallizzabile, non può essere messa in cornice, diventa un flusso, una perdita continua, sopravvive soltanto nella memoria. Questo è in realtà da tempo il perno attorno al quale ruota l'opera di Boltanski: stiamo tutti scomparendo, le nostre facce sono collage di persone scomparse (abbiamo il naso di nostro nonno, lo sguardo di nostra madre). La nostra vita è una fotografia in camera oscura sottoposta a un procedimento contrario: immersa nel liquido del tempo svanisce in una nebbia lattiginosa.
Quel che trasforma il contratto in una scommessa è una clausola riguardante l'eventualità, non remota, della morte dell'artista. Boltanski ha 65 anni, che arrivi a 73 non è detto, ne è consapevole. Nel periodo in cui sarà filmato riceverà un vitalizio e gli sarà pagata un'assicurazione sulla vita. Il beneficiario è il milionario tasmaniano. L'eventualità della morte di Boltanski entro il 2018 lo risarcirebbe del denaro speso e con gli interessi. Ancora una volta avrebbe battuto il caso o quel che regola, matematicamente o no, l'avvenire. Se invece dovesse sopravvivere, Boltanski avrebbe il premio assicurativo, raddoppiato dal suo contraente, ma soprattutto l'impagabile soddisfazione di aver battuto il diavolo e la morte. Ci sono, in questo progetto inedito sia come videoinstallazione che come gioco d'azzardo, due esiti contemplati e due che vengono sottaciuti.

Prima ipotesi: Boltanski vince. Va oltre il limite esistenziale che gli ha fissato il calcolo matematico di un arricchito presuntuoso, gli lascia la soddisfazione di averlo visto in ogni possibile intimità, di averne spiato qualunque gesto o sguardo. Si prende, in cambio, un pacco di soldi con cui arrivare sereno alla fine e l'orgoglio di aver elevato la quotidianità a una diversa dimensione, commerciale o artistica dipende da chi giudica.

Seconda ipotesi: Boltanski perde. Nella grotta tasmaniana rimane un uomo ancor più ricco di prima, ancor più sicuro di conoscere l'algoritmo del destino, con il diritto di guardare, per giorni, mesi o anni, la vita oltre la vita: uno schermo nero. Poi ci sono due ipotesi che non vengono prese in considerazione apertamente.

La numero tre: il banco perde. Ovvero: Boltanski campa, ma muore il milionario tasmaniano. La trasmissione non si interrompe, le quattro telecamere continuano a filmare un artista che vive, beve acqua o vino, scrive, cancella. Ma nessuno lo vede più. Diventa un'opera d'arte senza pubblico, una vita senza testimoni. Esiste una cosa del genere? Non solo ci si deve domandare se l'albero caduto nella foresta sia davvero caduto quando nessuna telecamera lo ha ripreso, ma se sia caduto quando sia stato ripreso ma nessuno l'abbia visto. E se una vita abbia un significato se non c'è qualcuno, anche dall'altra parte del mondo, a incuriosirsi o addirittura palpitare per quel che le accade.

Poi c'è, inevitabilmente, l'ipotesi numero quattro: che Boltanski, abituato a mischiare nelle sue creazioni il vero e il non vero, smascherando la fallibilità della memoria per celebrarne il trionfo, abbia creato il milionario, la sua biografia, la grotta e tutto il meccanismo per dimostrare che, molto più che un'opera d'arte, la vita è un gioco senza vincitori né vinti e la solitudine un destino che può essere sovvertito soltanto dalla fantasia.

(20 agosto 2009)

mercoledì 19 agosto 2009

Althusser - La crisi del marxismo

Testo dell'intervista "La crisi del marxismo"

Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche
Roma, 30/4/1980


1. Professor Althusser, Lei sta costituendo un centro di studi sulla ricerca sociale: può parlarcene?

Certamente. In primo luogo vorrei sottolineare le difficoltà che si incontrano nella costruzione di un centro di ricerca sui movimenti popolari, le ideologie e le teorie. Il principio che abbiamo addotto è il principio dell’oggettività scientifica, che ci rende liberi dall’asservimento a qualsiasi partito, qualsiasi movimento, qualsiasi chiesa, e del tutto neutrali se non per un fine oggettivo, scientifico. Ciò vuol dire che le cose che troveremo, se le troviamo, saranno provate, saranno dimostrate senza dubbio possibile. Ci rendiamo conto che questo è un lavoro enorme, ma questa è la tendenza lungo la quale ci muoviamo. Ho soltanto due criteri per l’ammissione in questo centro di studi: la prima è la competenza, e la seconda è l’abnegazione al lavoro. Niente altro.

2. Che cosa può dirci a proposito della crisi del marxismo, delle ideologie, dei valori - termini inflazionati di cui si perde il significato anche se rimandano a problemi seri e anche drammatici?

E’ un problema molto importante per me. Io penso che la crisi non c’è, che si usa la parola crisi in due contesti diversi e con due significati differenti: nel primo caso si vuol dire che si ha il sentimento che le cose non vanno bene, cioè si esprime un giudizio di impressione soggettiva. Ma poi c’è un altro uso della parola crisi, ed è un uso ideologico e politico: quando per esempio un partito o un governo parlano della crisi, è per ottenere certi effetti sociali. Particolarmente in Francia, quando parla della crisi Giscard d’Estaing è per ottenere l’austerità. Giscard usa la parola crisi come una parola d’ordine, non una parola scientifica: essa corrisponde a una richiesta politica di austerità. La crisi non esiste, esiste soltanto nella mente di chi la pensa, perché la realtà è sempre come è. Quando si parla di crisi si pensa che ci sia una normalità: questo è del tutto estraneo alla scienza, la normalità non esiste per la scienza.
Ho parlato di una crisi del marxismo in un senso molto preciso, ho detto crisi teorica. Vuol dire che la crisi tocca nel fondo la teoria marxista stessa; ma questo non vuol dire che la teoria marxista sia in crisi, non è in crisi affatto, la crisi passa nella nostra testa. Vuol dire che noi siamo diventati coscienti del fatto che Marx non ha compreso tutto: ha compreso certi meccanismi, ma ci sono altre cose, molto importanti, importantissime, che non ha compreso, e il perché ciò non sia avvenuto è un’altra storia. Resta il fatto che non le ha comprese. Do solo un esempio: Marx non ha compreso cosa è la forza lavoro, di cui ha parlato, ma solo da un punto di vista economico per dimostrare l’estensione dello sfruttamento. Marx non ha detto neanche una parola sul problema della riproduzione della forza lavoro. Dice soltanto che è una merce speciale, e basta. Ma che cosa c’è dietro questa parola, "speciale"? Ci sono tutte le condizioni della vita, c’è la famiglia, ci sono i bambini, c’è la televisione, c’è il teatro, c’è il cinema, c’è il fatto di vivere in quartieri molto poveri, senza distrazione, dove i bambini vanno, così, per le strade e si mettono a rubare o prendono la droga, e così via. Poi c’è il problema, che è drammatico, del surlavoro, quello per cui in fabbrica si lavora 24 ore su 24, ci sono tre o quattro turni, e la gente che lavora di notte deve dormire di giorno, in case dove gli altri lavorano di giorno e dormono di notte, per cui c’è troppo rumore che gli impedisce di dormire. Questo è drammatico!
La crisi del marxismo non poteva scoppiare prima anche a causa della nostra debolezza teorica, della nostra mancanza di immaginazione. In più, lo stalinismo ha pesato molto, perché Stalin ha dato alla teoria marxista una forma dogmatica assoluta, implacabile, e non c’era la possibilità neanche fisica di una riflessione dall’interno. Per fare un esempio, è fisicamente impossibile andare a Mosca a leggere gli archivi della storia del partito comunista bolscevico. E questo esiste anche da altre parti: anche nel Vaticano è impossibile, anche in Francia è impossibile. Devono passare cinquanta anni perché gli storici possano fare il loro lavoro: ci sono delle condizioni incredibili. Non parlo soltanto dei Russi, dappertutto è la stessa cosa.


3. Può parlarci del sindacato e del ruolo che esso in genere ha svolto negli ultimi anni?

Il sindacato, si sa, occupa un posto molto importante nel movimento operaio. Diciamo che alla base ci sono i lavoratori - impiegati, contadini, tutti -, poi esiste il movimento operaio, cioè un movimento popolare, una certa organizzazione per esprimere ciò che la gente ha nella testa. Sopra ci sono le organizzazioni: un movimento non è veramente una organizzazione, è una corrente. Le correnti sono sotto le organizzazioni, poi ci sono le organizzazioni sindacali, e dopo i partiti. Allora i sindacati occupano una posizione molto importante, sono sopra il movimento e sono sotto i partiti. Ha ragione Lenin che parlava di «cinghia di trasmissione», perché i sindacati giocano proprio questo ruolo.
La mia ipotesi è che nel sindacato francese o italiano la situazione è molto simile, tenendo conto che in Italia i sindacati hanno fatto un lavoro che i sindacati francesi non hanno potuto fare ancora, cioè il lavoro nei consigli di fabbrica, il lavoro nei quartieri, per l’alloggio, per la salute, per i trasporti gratuiti come a Bologna per esempio, e così via. Ma, pur tenendo conto di tutto ciò, si può dire che nei sindacati francesi e italiani c’è una contraddizione molto vivace, come dire, molto tesa, tra la presenza burocratica, che domina quasi completamente, e la resistenza degli operai, sindacalisti o no. Questa contraddizione è molto importante da noi in Francia, si gioca attraverso l’opposizione, le difficoltà tra la CGT, che è un sindacato dominato dai comunisti, e la CVT, che è un sindacato di sinistra, non dominato dai socialisti, molto originale, che ha le sue radici nella storia della Chiesa francese - e questo è molto importante, perché il ruolo della Chiesa in Francia è molto incisivo, molto più importante di quanto non lo sia in Italia, perché la Chiesa francese è una Chiesa dal basso, vicina alla gente comune.
Una delle parole d’ordine del sindacato e del movimento socialista, soprattutto in Europa, ripreso anche sembra da Marchais negli ultimi anni, è il termine "autogestione". Io preferirei "autodeterminazione", la parola di De Gaulle, perché la parola "autogestione" significa che si gestisce se stesso. La gestione è una cosa terribile, vuol dire che sei un padrone che deve gestire: che cosa vuol dire gestire? Autodeterminarsi è molto più bello, perché è molto più definito, nell’autogestione ci metti dentro ciò che vuoi, è un sintomo della situazione: quando non si sa ciò che si vuole, allora si usano delle parole che non hanno un senso preciso, questo è assolutamente dimostrato, dappertutto. Per esempio il partito francese parla sempre di avanzate, e secondo il mio parere è un sintomo del fatto che non avanza per niente. Inoltre, la parola "autodeterminazione" non rimanda alla parola "comunismo", mentre la parola "autogestione" non ha finora nessun contenuto, quindi l’autogestione non esiste, al contrario del comunismo, che esiste.

4. Professor Althusser, in che cosa consistono il comunismo e l’anarchismo?

Il comunismo è un modo di produzione dove non esistono né rapporti economici di sfruttamento, né rapporti politici di dominio e di sottomissione, né rapporti ideologici di intimidazione o di pressione e di asservimento ideologico. Da noi in Europa non c’è, non ci sono questi rapporti, in questo momento. Ci sono delle isole di comunismo dappertutto nel mondo: per esempio nella Chiesa, per esempio in certi sindacati, anche in certe cellule del partito comunista. In Francia abbiamo una cellula che è comunista. Non si tratta di rapporti mercantili, né di dominio politico, né di intimidazione ideologica: si tratta di rispettare le regole, perché il comunismo è rispetto dell’uomo. Tra il rispetto e l’amore esiste una grande differenza. Gesù Cristo ha detto: tu devi amare il tuo prossimo. Dà un ordine, l’amore diventa un ordine, l’ordine che coinvolge l’altro. Tu devi amare il prossimo tuo come te stesso: è un ordine. Io non voglio nessun ordine. Salvo rispettare l’altro: questo non è un ordine, questa è una cosa tua. Se ti si dice: tu devi amare l’altro, l’altro diventa coinvolto nel tuo amore, non può scappare, cosa può fare? Tu insisti: i ti devo amare, perché Cristo e la Chiesa me lo chiedono. L’altro cosa fa? Va via. E invece, se hai rispetto dell’altro, allora veramente gli lasci fare ciò che vuole: se lui ti vuole amare, va bene, se lui non ti vuole amare, va bene lo stesso!
Per Lenin tra gli anarchici e i marxisti vi erano nove decimi di identità e un solo decimo di differenza. I comunisti volevano la estinzione dello Stato e gli anarchici il suo abbattimento immediato.
Io sono anarchista sociale, mentre non sono comunista, perché l’anarchismo sociale è al di là del comunismo. La rottura dell’unione tra anarchismo e comunismo è una storia molto drammatica, terribile. E’ dovuta ai rapporti tra Marx e Bakunin, è la storia in cui la personalità di Marx, la personalità negativa di Marx, ha giocato un ruolo prepotente.
Per fortuna siamo - non tutti, ma almeno una parte - anarchisti, perché l’anarchismo è la verità, dico l’anarchismo sociale, non l’egoismo. Nei movimenti comunisti c’è ancora in parte un certo spirito anarchico. Ma naturalmente c’è stata anche una diminuzione di interesse verso questi valori, soprattutto a partire dall’Internazionale del 1964, e dopo. C’è stata una grande battaglia contro gli anarchisti, fatta da Marx e dai suoi amici in condizioni veramente terribili: Marx ha trattato gli anarchisti in un modo ingiusto, mostrando un grande risentimento e una grande mancanza di rispetto nei confronti di Bakunin, un atteggiamento difficile da perdonare!
5. A proposito della libertà, che cosa pensa delle libertà sostanziali e formali nell’Unione Sovietica, nei Paesi del socialismo cosiddetto reale? Perché inoltre è così difficile dare una spiegazione marxista della storia?

Una cosa importante dal punto di vista politico, oggi, è difendere a fondo l’Unione Sovietica, perché è il Paese dove c’è il massimo di libertà. Non di libertà per gli intellettuali, naturalmente, dal momento che non si può condividere in questo campo l’atteggiamento dei dirigenti sovietici. Invece se si guarda agli operai, ai contadini, ai lavoratori in genere, si vede che non si tratta neanche soltanto di libertà: queste persone hanno dei diritti che non si possono trovare in nessuna parte del mondo: diritti sociali, per la sicurezza del lavoro, per il salario, per la salute, per i bambini, per gli studi, per la possibilità di diventare ingegnere, di non rimanere per tutta la vita operaio - come nei nostri Paesi -, e così via. Hanno dei diritti incredibili. E poi una cosa che mi ha stupefatto quando sono andato a Mosca è che la classe operaia ha un potere immenso. Sapete che la polizia non mette mai piede in una fabbrica? Naturalmente si può dire che la forza degli operai in Unione Sovietica è inimmaginabile. Fanno ciò che vogliono: per esempio possono lavorare poco - questa è la ragione della poca produttività sovietica, della scarsa produttività dell’economia sovietica. Il ritmo del lavoro è più lento in Unione Sovietica di quanto non lo sia in nessun Paese del mondo. E quando si vuole costruire un pezzo in fabbrica, i padroni sovietici sono obbligati a chiamare i volontari.
Riguardo a una storia marxista, la difficoltà consiste in una ragione molto semplice: che il pensiero di Marx è un pensiero con vuoti molto importanti, che non ci permette di fare questa storia perché il pensiero di Marx non ci ha dato quasi niente per comprendere la storia. Ci ha dato degli elementi per comprendere il modo di produzione capitalistica, ma non per capire la storia, che ha bisogno di analisi approfondite che Marx non ci ha lasciato.
In primo luogo bisogna capire e accettare che Marx ha detto delle cose giuste e molto importanti, ma anche delle cose false. Solo allora potremo fare la storia del partito comunista. Ma nello stato in cui si trova il pensiero marxista - ossia considerando il marxismo come un pensiero totale, esauriente -, è impossibile fare la storia del movimento operaio, e, quindi, la storia del capitalismo da parte marxista.

6. Parliamo della rivoluzione in Occidente: quali sono le condizioni storiche oggi perché un processo rivoluzionario possa scoppiare in Occidente? Secondo Lei la rivoluzione socialista può scoppiare solo grazie alla crisi del modo di produzione capitalistico?

È una questione molto difficile, che va al di là del nostro centro di ricerca, perché sconfina nel campo delle ipotesi. A mio parere la situazione è bloccata, sia in Italia che in Francia, e più in Italia che in Francia. Lenin ha dato le condizioni generali perché possa verificarsi una rivoluzione: quando quelli che sono in alto non possono più governare e quelli che sono in basso non possono più sopportare di essere governati così Questa è la condizione principale. Ma non è compiuta, non esiste ancora questa condizione, sebbene le persone che sono in alto non sanno più governare, perché le persone che sono in basso - operai, contadini, impiegati, intellettuali, eccetera - sono ancora in grado di sopportare il regime attuale. Basta che venga un tempo in cui non lo sopportano più, e allora scoppia la rivoluzione.
Il modo di pruduzione capitalistico è sempre in crisi, è la definizione che Marx ha dato del capitalismo: per lui la crisi è la condizione normale del capitalismo. Ma so benissimo che, dicendo questa come altre cose, forzo la comprensione di chi ci ascolta, perché la resistenza a uscire fuori dagli schemi è fortissima: quando tu dici delle cose che non sono iscritte in un programma ideologico, sociale, eccetera, susciti paura. E penso che le perplessità non nascano dal fatto che sono stato un lettore di Marx. Si tratta invece del rapporto delle persone con le loro attuali condizioni personali - e queste condizioni sono fissate dalla divisione del lavoro. E’ la cosa fondamentale. E’ più importante del problema delle classi, la divisione del lavoro: un uomo che lavora ed è soddisfatto del suo lavoro si sente realizzato nel suo dominio - se sei sicuro del tuo lavoro tutto va bene, mentre se viene qualcuno a dirti che bisogna riflettere sulla storicità della divisione del lavoro attuale, ossia sul fatto che le attuali condizioni di lavoro potrebbero o dovrebbero cambiare, tu reagisci, perché pensi subito che, se cambia il tuo posto di lavoro, cambierà tutto, non avrai più lavoro, e così via.
All’interno dei partiti comunisti ci sono diverse divisioni: c’è una divisione tra direzione e apparato del partito; poi c’è la divisione tra il partito e il sindacato, e c’è la divisione dentro il partito-sindacato e il movimento popolare; poi c’è la divisione tra il movimento popolare e i lavoratori-contadini, impiegati, intellettuali, e così via. Ma se si vuole capire veramente la divisione che esiste nel partito comunista, la più grande divisione è quella tra la direzione e l’apparato da una parte e i militanti di base dall’altra parte: questa è la vera divisione, non quella tra dirigenti e intellettuali. E allora il compito di un’organizzazione rivoluzionaria dovrebbe essere quello di essere una non organizzazione: Engels parlando dello Stato diceva che deve essere un non Stato. Questo naturalmente pone dei problemi molto gravi e difficili, ma la soluzione c’è sicuramente, perché noi siamo un’organizzazione senza direzione.

7.Professor Althusser, può spiegarci qual è stato il Suo percorso personale e intellettuale?

Sono nato in Algeria, mia madre era figlia di un piccolo contadino povero, un francese che aveva scelto di andare in Algeria come garde forestier, guardia forestale. E mio padre era figlio di un Alsacien, che aveva scelto la Francia nel ’71. Il governo francese li ha deportati tutti in Algeria, così mio padre e mia madre si sono conosciuti. Ho vissuto fino al 1930 in Algeria, dopo, a sei anni, sono andato in Francia, a Marseille, e dopo altri tre anni a Lyon. Poi ho fatto il soldato per un anno, sono stato prigioniero e sono stato mandato in Germania, dove sono rimasto cinque anni. Quindi sono tornato, ho passato l’aggregazione in Filosofia nel 1948, e da allora sono rimasto all’Ecole Supérieure come Professore. Il mio percorso intellettuale e culturale è stato influenzato da due uomini. Uno di questi si chiama Jean Guitton, un filosofo cattolico molto colto, è stato amico di Papa Giovanni XXIII e anche amico intimo di Paolo VI, e mi ha insegnato a scrivere. E l’altro, che era professore di scuola, si chiamava Joseph Urse, ed era un uomo stupendo perché, quando l’ascoltavo, negli anni dal 1936 al ’39, mi spiegava ciò che era avvenuto: la guerra, la sconfitta e il miracolo della sconfitta per Petain, che secondo lui doveva salire al potere. Allora negli anni mi sono detto che, siccome nello stesso tempo ero un cattolico che aveva fondato addirittura un circolo cristiano-cattolico nel liceo dove sono stato, ho avuto la fortuna di avere questi due punti di vista: il punto di vista della Chiesa che dice che si devono considerare con gran rispetto i problemi sociali e studiarli, e poi il punto di vista di questo professore di storia, cattolico anche lui, ma giacobino, che ci spiegava tutto ciò che la borghesia stava facendo, con incredibile perspicacia.
Sono diventato comunista perché sono stato cattolico. Non ho cambiato di fede, si può dire che sono rimasto cristiano nel fondo, anche se non praticante. Ma d’altronde, adesso la Chiesa non chiede alla gente di andare in chiesa! Sono rimasto cattolico, cioè universalista, internazionalista: ho pensato che nel partito comunista c’erano i mezzi più adeguati per la realizzazione della fraternità universale. La mia è stata un’adesione ideologica, non scientifica, non razionale. E poi c’è stata l’influenza di mia moglie, che mi ha insegnato molto: tutto mi è venuto dalla donna, ragion per cui attribuisco un ruolo molto importante, un ruolo predominante al movimento delle donne. Le donne non sanno che capacità hanno, che possibilità hanno di far politica. A proposito di quelle crisi di cui parlavamo prima, oggi si parla anche di crisi del movimento femminile, ma non è una crisi grave: vuol dire che il movimento femminile troverà un nuovo tipo di organizzazione, dei diversi temi di ricerca, e così via.

8. Lei critica il concetto espresso dal termine «socializzazione della politica», cioè il diffondersi sempre di più, nella società civile, delle idee politiche. Perché? A che punto è la filosofia marxista?

Perché si tratta di sapere quale politica si diffonde: se è la politica dei partiti comunisti o di altri partiti delle masse non sono d’accordo. Bisognerebbe, invece di politicizzare le direzioni dei movimenti di base, socializzare le direzioni, cioè sopprimerle, distruggere lo Stato. Ciò non vuol dire distruggere gli uomini, e nemmeno la direzione, ma vuol dire pensare altrimenti l’organizzazione, organizzarla diversamente. Ecco il punto: bisognerebbe con ciò mettere fine a questo stato di cose che esiste tra i dirigenti e i militanti, e che si vive ogni secondo nel partito francese - nel partito italiano non so come vanno le cose su questo punto, ma da noi è terribile, al punto che posso provare che il più grande ostacolo alla conoscenza della realtà sociale in Francia è il partito comunista francese.
Direi che la filosofia marxista non esiste e non può esistere, l’ho già accennato molto tempo fa, quando, due mesi dopo aver pubblicato l’edizione francese di Lire le Capital, ho fatto una breve introduzione all’edizione italiana, e ho capito che nel mio libro era quasi tutto sbagliato e che finalmente si doveva parlare di posizione marxista nella filosofia, ma non di una filosofia marxista. Dico con sicurezza, con un’esperienza di quindici anni, che è impossibile che esista una filosofia marxista, impossibile. Anche il materialismo dialettico è sbagliato.
Il XX Congresso è stato una rettifica delle deviazioni. Hanno criticato un linguaggio, non il culto della personalità. Non una critica delle idee, ma una critica dell’esteriorità. Ma da un punto di vista scientifico è ridicolo prendere il sintomo per la realtà. Quando si procede per rettifiche di errori, spesso la rettifica serve soltanto a perseverare nell’errore, perché quello di riconoscere un errore di tipo ideologico è un problema di massa, e se tu, come intellettuale, scopri un errore, lo rettifichi per conto tuo e ti metti a proclamare che hai capito che c’è un errore e che l’hai rettificato, pretendendo che debbano tutti rettificarlo, sbagli. Bisogna che le persone capiscano da loro le cose, altrimenti si tratta di un ordine venuto dall’alto e non cambia niente. Naturalmente puoi aiutare la gente a capire, anzi tu devi aiutare, ma nonostante ciò esiste un tempo in cui non devi mettere tutto alla luce, perché, se tu metti tutto alla luce, terrorizzi la gente, la gente ha paura. Bisogna che le persone trovino da sé il mezzo per capire le cose: tu intellettuale devi aiutare, ma devi anche riflettere molto sui mezzi che usi per aiutare. E in questo processo di comprensione, oggi hanno un ruolo anche i mezzi di comunicazione di massa, come per esempio questo che stiamo utilizzando adesso, che penso possa aiutare la comprensione della realtà a un certo livello molto leggero, diverso da quello di un libro, per esempio.

9. Lei pensa che gli apparati ideologici di Stato siano strutture molto importanti per il dominio di una classe sulle altre? Secondo Lei sussiste ancora una distinzione tra apparato ideologico e apparato produttivo?

Tutti hanno adoperato il termine «apparato ideologico». Non sapevo che Gramsci usasse il termine «apparato egemonico»: è lo stesso concetto, salvo che qui lo Stato sparisce, mentre per me è importante che lo Stato sia dentro questo concetto di apparato ideologico, perché in esso lo Stato è la cosa più importante di tutte: gli apparati ideologici sono apparati di Stato, anche se dipende naturalmente dalla definizione che tu dai dello Stato. Non bisogna tenersi alla definizione classica di Stato che ha dato Marx, perché Marx non ha veramente compreso a fondo il concetto di Stato. Sì, ha capito che era uno strumento a disposizione della classe dominante, questo è giusto, ma sul funzionamento dello Stato, diciamo sullo spazio dello Stato, non è stato altrettanto perspicace. Sono d’accordo per esempio con Gramsci che, parlando dei giornali, affermava che, pubblici o anche privati che siano, sono sempre apparati di Stato, e precisamente diceva apparati egemonici.
Per quanto riguarda la questione della distinzione tra apparato ideologico e apparato produttivo, ho sempre detto che l’apparato repressivo era anche un apparato ideologico e che un apparato ideologico era anche un apparato repressivo. E’ una questione di sfumature, di dosaggio. Riguardo al rapporto tra apparato ideologico e apparato produttivo, c’è da riflettere e da produrre un’analisi approfondita. Riguardo poi al problema dello Stato in rapporto al terrorismo, non posso dire che ci sia un rapporto tra quest’ultimo e una concezione limitata dello Stato, perché non conosco le cose.

10. Leggendo i libri che trattano della storia del marxismo, Lei viene ricordato soprattutto per aver creato un nuovo termine, la «surdeterminazione». Può piegare questo concetto? Che valore attribuisce inoltre a certi sintomi come la rinascita del liberismo oppure la sfiducia nei partiti all’interno della democrazia rappresentativa?

Questo concetto non l’ho inventato, ma l’ho preso da Freud, che se ne serviva per spiegare che qualsiasi avvenimento nell’insieme della vita viene determinato da più fattori, sopra e sotto la realtà. Ma io l’ho usato in un campo teorico che non ha niente da vedere con Freud, perché penso che non si possono stabilire rapporti tra il pensiero di Freud e il pensiero di Marx, salvo dei rapporti di analogia filosofica, materialistica. Nel mio contesto questo concetto significa che qualsiasi realtà della società, qualsiasi avvenimento della storia non è puro, non è soltanto determinato, ma è sempre surdeterminato o sottodeterminato: ciò vuol dire che non è semplice, ma è plurale, che questo plurale è un plurale in più o in meno della determinazione che tu pensi di pensare, che tu credi di pensare e di avere ottenuto nella tua ricerca. Per esempio, si prenda il caso di Stalin: è un caso molto surdeterminato. La spiegazione che ha dato Kruscev, in altre parole, che Stalin era un pazzo, era diventato pazzo, è una spiegazione determinata. E’ molto evidente che non è sufficiente, che non basta questa spiegazione per capire la personalità e il ruolo di Stalin, ci vogliono altre determinazioni, surdeterminazioni, e sottodeterminazioni, perché quando tu credi di capire la determinazione, non sai dove sei in confronto alla realtà, può darsi che tu sia sotto la realtà e o sopra la realtà, mi spiego? Per comprendere davvero la realtà in tutte le sue sfumature, devi andare al di là o sotto. Dire che si è «sopra la realtà» vuol dire che in generale si è in ritardo sulla realtà. Ma può darsi che in certe occasioni o determinate persone, per esempio poeti o musicisti, filosofi o utopistici, e così via, siano in anticipo sulla realtà. Ancora, noi, qui, siamo sicuramente in ritardo sulla realtà, perché non la conosciamo, ma tentiamo di conoscerla. Siamo sottodeterminati.
Per quanto riguarda la seconda domanda attribuisco alla rinascita del liberismo o alla sfiducia nei partiti all’interno della democrazia rappresentativa un ruolo piuttosto positivo, però molto pericoloso, perché la sfiducia nei partiti può sfociare nel qualunquismo. Ma questa resistenza ai partiti, alla politica fatta dai partiti può essere concepita e anche pensata come modo di resistenza a una pratica politica che è molto scaduta negli ultimi anni. E in questo senso, questo movimento di sfiducia ha un senso positivo, molto positivo, perché è auspicabile che metta in moto un processo di reazione, che può spingere anche verso forme di democrazia più sostanziale. Perciò ho detto che sono anarchico sociale: questo movimento va in questo senso.
Ritornando al concetto di surdeterminazione, Ernst Bloch diceva che il destino degli uomini è quello di essere anacronistici, di vivere sempre prima della loro storia o di vivere la loro storia pensandola come la si doveva pensare venti anni prima o un secolo prima, sebbene lui stesso non fosse in ritardo e parlasse degli altri, non di se stesso.

11. Che ruolo pensa che abbia la cultura cattolica, oggi?

Credo che abbia oggi un ruolo gigantesco. A mio parere la rivoluzione sociale, ossia un cambiamento sociale profondo, dipende oggi dall’alleanza tra i cattolici - non dico la Chiesa, può essere anche la Chiesa; qui intendo però i cattolici del mondo, tutti i religiosi del mondo - e i comunisti. E’ urgente fare l’unità, a tutti i livelli e con tutte le Chiese del mondo: con il cattolicesimo, coi protestanti, coi buddisti, con tutti, perché i religiosi sono persone che hanno una fede, e abbiamo bisogno di gente che ha fede, e inoltre la loro fede è simile alla nostra: loro vogliono una società libera e uguale come noi. Naturalmente loro hanno Dio.
Secondo me non c’è contraddizione tra l’esigenza di conoscere e questa necessità di fede, perché ognuno ha fede: per esempio lo scienziato, per lavorare come lavora - con continuità e abnegazione, ha bisogno di avere fede, crede a ciò che fa e sa ciò che vuole. Questa è la cosa importante: se tu sai ciò che vuoi, ci credi. E quindi, a questo proposito, parlando di me ora, il mio metodo di lavoro e di studio consiste nel tentare di fare ciò che mi sembra la cosa più importante di tutte, direi la parola d’ordine numero uno: cambiare di pensiero. Cambiare il modo di pensare - e poi, in seguito, cambiare il modo di agire - vuol dire cambiare il modo di organizzare, di mobilitare, di far capire le cose, di far agire la gente, di organizzare l’azione, sindacale, politica.

12. Un’ultima domanda. Che cos’è per Lei la politica?

La politica è agire per la libertà e l’uguaglianza. Saper fare politica vuol dire essere cosciente del rapporto reale che esiste fra gli uomini che hanno delle idee sulla politica e gli altri. Una volta io ho usato una metafora di Mao, quella che dice che per saper fare la politica bisogna saper suonare il pianoforte. Un’altra storia che ho raccontato era quella della quercia e dell’asino, una storia molto semplice, che mi han detto che Lenin ha raccontato quando si nascondeva in Svizzera, perchè voleva far capire alla gente che bisogna pensare altrimenti. E la storia è questa: si passa in Russia, nella campagna - in una campagna quasi deserta; c’è un piccolo paese, e di notte, il vecchio Ivan viene svegliato da colpi terribili alla porta della sua casa, si alza, va a vedere e trova un giovane, che si chiama Gregorj, che gli dice: «Mi è successa una cosa terribile, vieni con me a vedere». Il vecchio non vuole andare, ma quando finalmente va, vede al centro del prato dove il giovane lo ha condotto un magnifico albero, una quercia. Allora il giovane dice: «Hanno legato la mia quercia a un asino». E di fatto c’era un asino legato all’albero. Ma il vecchio gli risponde: «Gregorj, sei proprio pazzo, basta cambiare il tuo pensiero». Ossia gli risponde che basta pensare altrimenti: non hanno legato la quercia all’asino, ma hanno legato l’asino alla quercia.

Le democrazie degli altri

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Forme tradizionali di autogoverno politico e democrazia in America latina e Africa sub-sahariana

di Davide Grassi *

* Davide Grassi insegna Scienza politica all’Università di Torino.

In questo breve articolo analizzeremo alcune esperienze tradizionali di autogoverno politico sviluppatesi al di fuori dei paesi occidentali più sviluppati, cercando di capire se, e in quale misura, tali esperienze si possano dire compiutamente democratiche. Una risposta al quesito, per quanto preliminare, dovrebbe poggiare innanzitutto su una definizione possibilmente chiara e condivisa di cosa costituisca una democrazia “genuina”, poi su un’analisi empirica di tipo comparato. Della democrazia offriremo a seguire una definizione che abbraccia sia gli aspetti procedurali che quelli sostanziali. Cercheremo poi di affrontare l’ argomento da un punto di vista empirico: per giungere al nocciolo della questione, esistono esempi contemporanei di autogoverno tradizionale almeno in apparenza democratici, fuori dall’Occidente? E possiamo considerare tali esperienze soddisfacenti, dal punto di vista delle principali libertà e dei diritti propri di una democrazia?

Spesso non si è sufficientemente precisi nel delineare le forme tradizionali di autogoverno politico che assumerebbero natura democratica in contesti non occidentali, rendendo difficile capirne caratteristiche e dinamiche e, di conseguenza, valutarne le potenzialità. Ad esempio, alcuni studiosi di civiltà sub-sahariane fanno riferimento ad esperienze politiche, in genere anteriori alla seconda guerra mondiale, che dimostrerebbero l’esistenza di istituzioni e pratiche affini a quelle democratiche. Sebbene plausibile, l’argomentazione non è sufficiente a suffragare la tesi di una “democrazia africana”. Più realisticamente, si dovrebbe forse parlare di un misto di rudimenti e pratiche democratiche, da un lato, e pratiche e tendenze aristocratiche, autocratiche e/o militariste, con vari gradi di dispotismo, dall’altro. Il colonialismo, insomma, avrebbe scatenato una tale violenza, discriminazione e sfruttamento che gli africani, giovani e vecchi, istruiti e non istruiti, si sono rapidamente dimenticati della violenza e delle pratiche non democratiche dei loro governanti tradizionali. Così il passato viene dipinto come un mondo di felicità, armonia e democrazia.

Una ricognizione empirica accurata, dunque, è importante. In questa sede proporrò, a scopo di prima riflessione, un paio di esempi tratti dall’esperienza politica dell’area sub-sahariana e di quella centroamericana. Non ho, ovviamente, pretese di completezza, ma solo l’intenzione di aprire un dibattito su un tema vasto e di interesse generale.

Iniziamo dall’Africa: in Ghana, Repubblica sudafricana e Botswana, la Camera alta del Parlamento viene denominata House of Chiefs (Camera dei Capi) ed è composta dai capi tribù. In Botswana, ad esempio, tale istituzione, riconosciuta formalmente da una Costituzione di tipo occidentale, è consultiva e competente in materia di diritti e consuetudini delle comunità native, specialmente quelli relativi alla terra. Funziona, inoltre, come tribunale supremo del diritto consuetudinario. L’importanza giurisdizionale della House of Chiefs e dei tribunali locali tradizionali, che ne costituiscono la base, è indiscutibile: l’ottanta percento dei casi penali e il novanta percento di quelli civili sono decisi proprio in queste sedi. L’assemblea rappresenta, insomma, una sintesi tra istituzioni e tradizioni politiche locali e un modello di democrazia occidentale classico: riconosce la centralità dei capi tribù, il loro prestigio sociale e potere politico, nell’ambito di in un sistema giuridico costituzionale di tipo occidentale che, almeno formalmente, conserva la supremazia.

Un secondo esempio riguarda i cosiddetti Consejos asesores indígenas (consigli consultivi indigeni) introdotti in Guatemala all’inizio del decennio in corso, per rafforzare la rappresentanza della maggioranza della popolazione di quel paese, di origine Maya, da sempre politicamente e socialmente emarginata. I Consejos sono composti da rappresentanti delle comunità tradizionali locali, scelti secondo i propri principi, valori, norme e procedure. Ha valore consultivo ed opera localmente. Altra forma di potere politico tradizionale sono le Alcaldias indígenas (municipi indigeni) con sindaci indigeni, eletti dalla comunità. In entrambi i casi si tratta di organizzazioni parallele che convivono con le istituzioni democratiche tradizionali a vari livelli statuali. L’unità di base di tali organi è costituita dalle famiglie nucleari, che sono obbligate a soddisfare gratuitamente una serie di obblighi comunitari, le faenas, a pagare contributi monetari per le opere di infrastruttura e ad assumere vari incarichi politici ad intervalli regolari.

Come valutare tali esperienze di autogoverno, almeno in apparenza “democratico”? Rappresentano una possibile alternativa alla democrazia “nostrana”? In questa sede, come ho anticipato, userò due criteri di valutazione di una democrazia “genuina”, uno procedurale e l’altro sostanziale. Il primo è basato sulla partecipazione e sul contraddittorio politico, cioè sulla presenza de jure e de facto di libertà, trasparenza e lealtà nella competizione elettorale, orientata a designare coloro che governeranno il paese, e di alcune fondamentali libertà politiche e civili. Il secondo invece si centra sulla capacità del governo di garantire un soddisfacente welfare sociale, di salvaguardare e consolidare il “bene comune” della collettività. I due criteri raccolgono il consenso di gran parte di coloro che si occupano di questi temi, che si riconoscono in genere nell’uno o nell’altro (o più spesso in entrambi). Iniziamo dal criterio procedurale. Per semplicità mi limiterò qui a discutere della dimensione della partecipazione al processo decisionale, l’inclusività del sistema politico, che nell’esperienza politica occidentale corrisponde, nella sua forma istituzionale più essenziale, all’universalità del suffragio elettorale.

Nell’Africa sub-Sahariana i limiti della partecipazione alle assemblee di villaggio sono evidenti e riguardano specialmente alcuni ben definiti gruppi sociali: le donne, i giovani, i disabili, gli immigranti e i più poveri hanno sempre palesato grande imbarazzo e difficoltà ad esprimersi liberamente nell’assemblea. Tra i Maya del Guatemala l’appartenenza alla comunità politica locale si basa sulla nozione di “rispetto” che, come si è detto, deriva innanzitutto dal partecipare a una serie di incarichi e lavori assegnati dai capi tradizionali e da espletare gratuitamente. Nonostante la dimensione chiaramente comunitaria di questa forma di associazione politica, e dei valori che la animano, vorrei sottolineare che ciò non impedisce una mancanza di empatia nei confronti di coloro che sono in qualche modo diversi, o semplicemente incapaci di assumere e mantenere il ruolo di “persona rispettata” nella comunità. Ad esempio, chi non lavora non ha diritto al “rispetto” e a esprimere un’opinione. Perde cioé la titolarità dei diritti politici. I valori comunitari, paradossalmente, finiscono con il generare un individualismo duro, con poca comprensione per coloro che, per diversi motivi, non riescono ad accumulare “rispetto”.

Eppure non mancano in questi sistemi elementi, anche robusti, di democraticità. I leader politici tradizionali sono scelti con votazione segreta, dopo una discussione franca ed aperta sui meriti di due o più candidati, in una assemblea generale cui partecipano tutti i "figli della comunità" (il maschile in questo caso non è ovviamente casuale). Con gravi lacune, però. Molto frequentemente tale scelta è influenzata in modo decisivo da un gruppo di anziani, che di fatto rappresentano i maggiorenti del cantone. E se oggi in genere le donne partecipano alle votazioni dell’assemblea, sono ancora rarissimi i casi in cui queste hanno assunto incarichi di governo. In sintesi, in questi esempi di autogoverno politico sviluppatisi in paesi ed ambiti non occidentali, a livello sia locale che nazionale, esiste un grave problema di esclusione dalle decisioni di alcuni gruppi sociali, specie i più deboli. Donne, giovani, disoccupati e poveri non sono spesso ammessi pienamente alla deliberazione e, di fatto, tendono a non partecipare, perpetuando una esclusione che solo di recente, e in forma ancora iniziale, sembra mostrare qualche segno di indebolimento (a dimostrazione che, comunque, anche all’interno di formazioni politiche “tradizionali”, la tradizione stessa è continuamente forgiata e modificata dall’azione e dalla partecipazione dal basso).

Passando al secondo criterio di valutazione, quello “sostanziale”, notiamo che le forme di autogoverno politico tradizionale e non occidentale sono frequentemente giustificate in nome di una maggiore capacità di garantire una più alta giustizia, specie sociale, rispetto alla democrazia “occidentale”, percepita da alcuni come vuota procedura formale, incapace di offrire prestazioni e benefici altrettanto convincenti. La concezione comunitaria, su cui spesso tali governi indigeni si basano, permetterebbe infatti di tutelare beni e risorse della comunità che sarebbe forse più difficile salvaguardare in un ambito e con metodi derivati più direttamente da concezioni e pratiche democratiche “occidentali”. Ad esempio, in Africa sub-sahariana spesso la terra appartiene all’intera tribù e ogni famiglia partecipa alla sua distribuzione: in alcune occasioni, gli organi di autogoverno tradizionale hanno rifiutato la vendita delle terre collettive proprio adducendo la necessità di tutelare le famiglie più povere, che avrebbero in questo modo perso ogni fonte di sostentamento.

Tuttavia, anche da questo punto di vista non mancano aspetti preoccupanti. In Botswana, ad esempio, prevale il diritto consuetudinario, cioè il diritto forgiato e applicato dalle assemblee tradizionali e definitivamente interpretato e fatto valere dalla House of Chiefs. Le risorse fondamentali come la terra e il bestiame sono normalmente distribuite a famiglie e lignaggi attraverso la figura dei rispettivi capi, in genere patriarchi e comunque sempre uomini. Il diritto costituzionale più recente inoltre convive con quello coloniale e con il consuetudinario, con confini spesso difficili da tracciare con chiarezza. In particolare, l’ambito familiare, inclusa la distribuzione della proprietà per successione, è in genere governato dal diritto consuetudinario, anche quando esiste un diritto costituzionale di tipo occidentale (che, di regola, garantisce qualche misura di parità tra i sessi) e nonostante gli obblighi assunti in qualche caso dallo stato con la firma di trattati internazionali che garantiscono tale parità. In Guatemala, per di più, il diritto tradizionale indigeno a volte calpesta principi di libertà e garanzie personali posti a cardine delle democrazie occidentali. Ad esempio, in forza della concezione collettiva dei diritti prevalenti in tali società, i verdetti emessi dai tribunali tradizionali si applicano non solo nei confronti di chi ha commesso un delitto, ma anche dei componenti della sua famiglia. In sintesi, valutando la capacità di alcuni governi retti da forme tradizionali di “democrazia” di assicurare il benessere sociale collettivo ed una giusta distribuzione dei costi e benefici legati all’appartenenza alla comunità politica, è ragionevole concludere che le modalità con cui le risorse materiali e spirituali vengono di fatto distribuite appaiono in molti casi inaccettabili ed ingiuste.

Non possiamo infine non sottolineare che coloro che più sono discriminati nella distribuzione di tali risorse sono quegli stessi gruppi sociali che vengono più o meno sistematicamente esclusi dalla partecipazione al processo deliberativo nella comunità. I due aspetti che vengono spesso utilizzati per interpretare la democrazia, quello procedurale e quello sostanziale, sono forse meno distanti di quanto appaia a prima vista e la loro contrapposizione è almeno in parte artificiosa. La democrazia è una conquista di chi, escluso socialmente e politicamente, lotta per una inclusione più piena nel processo politico. Una più ampia partecipazione politica migliora anche le condizioni economiche e le prospettive di vita dei gruppi in precedenza emarginati: l’emergere del social welfare in Occidente è ovviamente legato al processo di inclusione progressiva della classe operaia e dei partiti politici che la rappresentavano.

Una obiezione, tuttavia, si impone immediatamente. Non abbiamo, nell’analisi che precede, accettato forse un po’ troppo frettolosamente una comparazione superficiale e ingiusta, tra alcuni principi della democrazia occidentale, da un lato, e le pratiche concrete, necessariamente incomplete e insoddisfacenti, delle forme tradizionali di autogoverno non occidentale, dall’altro? Siamo così sicuri, in fin dei conti, che la scarsa partecipazione femminile sia un retaggio di forme tradizionali di autogoverno e non invece una diffusa cultura sociale e politica, che finisce con il coinvolgere anche le più moderne forme di democrazia “occidentale”? Insomma, se modalità tradizionali di pensiero costituiscono l’eredità culturale prevalente in certi paesi, allora le forme, le istituzioni e le pratiche assunte dalla loro politica non possono far altro che ripeterne la sostanza, siano tali forme in apparenza moderne democrazie o più vetuste e tradizionali assemblee di villaggio.

Anche in questo caso possiamo contribuire ad un approfondimento del tema usando gli strumenti della comparazione. La domanda allora sarà, per rimanere all’esempio della partecipazione femminile: esiste un divario significativo di performance su questo tema tra i sistemi politici democratici e quelli più tradizionali, nei paesi che qui ci interessano? In tali paesi, infatti, come si ricorderà queste due forme di governo convivono da un certo tempo. Utilizzeremo alcuni dati sulla presenza femminile nei rami bassi del Parlamento per misurare la partecipazione delle donne nel sistema democratico di tipo “occidentale”, con l’obiettivo di verificare se anche in questo contesto l’esclusione continui ad essere la regola. In Botswana, tale proporzione si aggira attorno al 12 percento, in Guatemala all’11. Una presenza significativa, ma la cui portata complessiva è difficile da valutare. E’ tanto, è poco? Per dare un’idea un po’ più precisa, ricordiamo che in Italia i seggi occupati dalle donne nella Camera dei Deputati sono circa il 20 percento del totale. Certamente più sintomatico appare, a questo fine, il dato della Repubblica sudafricana nella quale, come si ricorderà, vige il sistema delle assemblee di villaggio e della House of Chiefs. In questo paese l’incremento della rappresentanza femminile nella Camera bassa è stato notevole, passando dal 3 percento nel periodo precedente il 1994, segnato dai regimi dell’apartheid, al 33 percento attuale, una delle cifre più alte al mondo. Non mancano pertanto segni che indicano un impatto positivo del sistema politico democratico, che va in qualche misura oltre le culture politiche locali e tradizionali, e una sua capacità di garantire in modo più completo alcuni fondamentali diritti politici e sociali, capacità che sembra latitare in alcune forme tradizionali di partecipazione politica indigena.

In conclusione, gli esempi di autogoverno tradizionale che abbiamo tracciato, pur esibendo alcune componenti democratiche, presentano anche gravi lacune sia negli aspetti procedurali, non consentendo o ostacolando la piena partecipazione di una nutrita schiera di gruppi sociali, che in quelli sostanziali, comportando lesioni anche profonde di diritti relativi al welfare sociale e individuale. Ciò non significa che la democrazia occidentale debba diffondersi nelle sue forme originali, senza che la cultura e i costumi locali possano indicarne modalità e forme alternative. Gli ibridi che ne potranno sorgere alimenteranno per molto tempo accese dispute e controversie sui loro contenuti, che potranno essere ritenuti più o meno genuinamente democratici: il dialogo tra culture che ne risulterà sarà, tuttavia, salutare nel processo di continuo aggiornamento ed evoluzione del modello democratico, processo inevitabile e destinato a perpetuarsi nel tempo.

Per saperne di più

Davidson, B. (1992), The black man’s burden. Africa and the curse of nation-state, Oxford, James Currey.

Ekern, S. (2002), Normatividad y figuras sociales. Una exploración de los contrastes entre el derecho comunitario indígena de Totonicapán, Guatemala, y los derechos humanos, relazione presentata al «Tercero congreso de la red latinoamericana de antropología jurídica», Quetzaltenango, Guatemala, 10 agosto 2002, disponibile al sito web http://www.geocities.com/relaju/Mesa2.doc .

IDEA, International Institute for Democracy and Electoral Assistance, http://www.quotaproject.org/.

Sharma, K. C. (2003), Traditional Leadership and Rural Local Government in Botswana, in D. I. Ray e P. S. Reddy (a cura di), Grass-roots Governance? Chiefs in Africa and the Afro-Caribbean, Calgary, University of Calgary Press, 2003.


Partiti ed emergenza democratica

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Forum di Nuvole del 3/4/2009

con Monica Cerutti, Gianfranco Morgando e Armando Petrini

Questa tavola rotonda con tre importanti dirigenti politici locali dei partiti della sinistra torinese si è svolta il 3/4/2009, proprio all’indomani delle minacciose dichiarazioni di Berlusconi sulla riforma del Parlamento. Monica Cerutti, capogruppo della Sinistra democratica al Comune di Torino, Gianfranco Morgando, segretario regionale del Partito democratico e Armando Petrini, segretario regionale di Rifondazione comunista hanno discusso con la redazione di Nuvole dell’emergenza democratica. Nuvole, per la sua collocazione politica, è interessata ai destini della sinistra e a un confronto fra le sue diverse anime e auspica una ripresa costruttiva del dialogo fra le diverse parti della sinistra (e del centrosinistra). La convergenza di opinioni fra i nostri interlocutori è la prova che non esistono ostacoli insormontabili al dialogo e ci fa ben sperare in una ripresa del confronto sia a livello locale, dove senz’altro è più agevole, sia a livello nazionale. Siamo grati ai nostri tre interlocutori per aver accettato di discutere con noi.

NUVOLE: Considerando l’attuale situazione politica, siamo convinti che si vada delineando una divisione piuttosto netta e anche drammatica. Da una parte ci sono forze che, per quanti errori abbiano potuto compiere in passato, restano tenacemente affezionate alla democrazia: ai principi democratici che sono scolpiti nella Costituzione. Queste forze politiche si sono ultimamente divise, hanno condotto ingloriosamente al fallimento l’esperienza del secondo governo Prodi e dell’Unione, hanno restituito il potere alla destra. Eppure tra loro tuttora sussiste un denominatore comune che è un certo modo d’intendere la democrazia. Sul fronte opposto sta viceversa una coalizione il cui sentimento nei confronti della democrazia è del tutto diverso, così come lo è quello nei riguardi della Costituzione: gli episodi da citare sono troppi, ma anche troppo noti, per attardarsi a rammentarli. Purtroppo questa coalizione governa attualmente questo paese e ciò a nostro avviso configura una condizione di grave emergenza democratica. Dove non è ormai più a rischio unicamente, la democrazia “sostanziale”, o “sociale”, ma è addirittura in pericolo la democrazia “formale”, le stesse procedure democratiche: temiamo siano ormai in pericolo la libertà di pensiero, la libertà di opinione, la libertà di manifestazione. Certo, non è immaginabile una forma di repressione brutale di questi diritti. Il mondo, per com’è fatto, non si presta più al fascismo. Curiosamente però, magari rispettando le forme della democrazia, la libertà di opinione può essere non poco circoscritta. Basta controllare i principali canali televisivi, sottrarre la pubblicità ai giornali non ritenuti amici, stabilire qualche forma di controllo ideologico-culturale nelle scuole e nelle università. Senza reintrodurre il confino e la censura sulla stampa, o il giuramento di fedeltà, si può fare molto per impoverire la democrazia. Abbiamo anche letto di inquietanti ipotesi di chiusura del parlamento – perché è questo che si vagheggia quando si vogliono far votare unicamente i capigruppo. Non c’è da stare allegri. Noi abbiamo dunque qualche domanda da rivolgervi in quanto dirigenti delle principali forze politiche democratiche locali. Condividete questa nostra preoccupazione? Se sì, ritenete che si possa far qualcosa – e cosa - per difendere la democrazia? Non riterreste per caso che sarebbe auspicabile unire le vostre forze e seppellire vecchi attriti, per fronteggiare questa emergenza?

CERUTTI: Penso che un’emergenza democratica esista, anche se non in termini tradizionali: non siamo alla vigilia di un colpo di stato. Credo però che l’emergenza democratica sia centrata soprattutto sul sistema dell’informazione. Si può dire con certezza che in Italia non vi è un sistema dell’informazione “democratico”.

Anche se non è solo un problema italiano - ritengo che si tratti di un’involuzione “culturale” generale – si deve sottolineare come i partiti che sono stati al governo abbiamo sottovalutato questo aspetto. In particolare, è il tema del controllo delle televisioni che è stato del tutto trascurato.

Il controllo quasi totale dei media televisivi ha finito col riflettersi sul tema dei diritti. E si è pian piano messa in discussione la stessa concezione di “cittadinanza”, che per tradizione è costituita da diritti politici, sociali e civili. Insieme ad essa sta subendo un duro attacco la stessa concezione della separazione dei poteri. Si pensi alla sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40, duramente attaccata da membri del Parlamento. La rivendicazione di una sovranità assoluta del Parlamento mette in discussione il ruolo della Corte che è incaricata di difendere i principi costituzionali e quindi il ruolo della Costituzione stessa. Basta questo per dire che esiste un’emergenza democratica. Il mezzo che Berlusconi utilizza, per alterare l’equilibrio tra i poteri dello stato e perseguire il suo disegno autoritario, è il sistema mediatico, sono le televisioni.

Per fortuna il sistema democratico mostra anche qualche segno di resistenza. Il ruolo del Presidente della Camera ad esempio è stato particolarmente rilevante nel caso della sentenza sulla legge 40. E’ sicuramente riuscito a mettere un argine al tentativo di scavalcare la Corte. Quale che sia l’obiettivo vero di Fini - che magari vuole semplicemente costruirsi una sua presentabilità per cariche più importanti - c’è evidentemente qualche elemento che salvaguarda la nostra democrazia.

Ora è certo che la situazione è complessa e che i partiti della sinistra hanno indubbiamente gravissime colpe. In primo luogo non riescono a interpretare le aspettative degli italiani in generale e neanche di coloro che si collocano tradizionalmente a sinistra. Del resto siamo in un momento in cui la politica non riesce a stabilire rapporti con i cittadini. E l’antipolitica in questo momento è molto presente e pesante in Italia e spesso sembra giustificata. Io stessa ho difficoltà a difendere la credibilità della politica e dei politici all’interno delle istituzioni.

Credo che tra le cause della perdita di credibilità delle istituzioni ci sia senz’altro la diminuzione delle competenze dell’assemblee elettive. Si è creato uno sbilanciamento a favore del potere esecutivo che svuota del tutto queste assemblee. I consigli comunali sono molto in difficoltà a esercitare il proprio ruolo di indirizzo e controllo. E questo si riflette in una perdita di appeal delle assemblee elettive. Tant’è che la composizione sociale dei membri delle assemblee legislative registra una crescente descolarizzazione e un legame sempre più diretto con il mondo degli affari, da cui vengono d’altronde la maggior parte dei parlamentari. Si crea così un parlamento che da un lato ha sempre meno potere e dall’altro è composto da persone che sono lì per altro che sostenere il bene comune. Nello stesso consiglio comunale si assiste a dinamiche del tutto simili: svuotamento di competenze e incapacità di esercitare le competenze residue. Da questo punto di vista, si dovrebbe forse aprire anche una riflessione sulle riforme Bassanini. Perché se è vero che hanno giustamente distinto tra funzioni politiche e funzione amministrative, vero è anche che hanno contribuito a una degenerazione nei rapporti tra gli eletti e i dirigenti, dando un ulteriore contributo alla perdita di rilevanza dei primi.

Il centrosinistra dovrebbe discutere del ruolo delle assemblee elettive e delle ricadute negative, per questo aspetto, delle riforme Bassanini.

MORGANDO: Vorrei mettere in luce tre elementi. Il primo elemento riguarda una breve analisi dell’attacco al sistema democratico. Credo che non ci siano dubbi che il pericolo esista, ma non credo che esista nei termini di un pericolo di dittatura. È un fenomeno che dura da alcuni anni e ha caratteristiche tra di loro diverse. Mi pare di poterne individuare tre.

La prima è il progressivo venir meno del ruolo delle assemblee elettive. È emersa in questi giorni - come ricordato prima - una polemica sul funzionamento del parlamento. È dall’inizio degli anni novanta che siamo davanti ad un progressivo indebolimento del ruolo di tutte le assemblee elettive e a un trasferimento del potere decisionale al livello degli apparati esecutivi. Questa è la conseguenza di un’impostazione culturale che privilegia il governo rispetto alla partecipazione democratica. Di questo siamo tutti responsabili.

La seconda caratteristica della crisi della democrazia è la progressiva concentrazione della proprietà degli organi di informazione. Sono rimasto molto impressionato, guardando i tg nei giorni del congresso fondativo del PDL dall’abnorme presenza di quell’evento in programmi condotti e gestiti da giornalisti da cui ci si poteva quantomeno aspettare un atteggiamento critico. E anche questo non è un prodotto di questi giorni, o di questi anni, ma è cominciato almeno agli inizi degli anni novanta. E il dibattito sugli assetti televisivi ha risentito dell’impostazione culturale di cui parlavo prima.

La terza caratteristica riguarda il meccanismo di selezione della classe dirigente. Siamo abituati a criticare la legge elettorale in vigore, ma le cose non erano tanto diverse quando c’era l’uninominale. Quando sono stato eletto nel 1996, nel collegio di Mirafiori, era difficile pensare che in quel collegio il candidato dell’Ulivo o di Rifondazione Comunista potessero perdere. Erano pochi i collegi elettorali di frontiera in cui c’era una competizione reale.

Mi sembrano queste le caratteristiche dell’attacco al sistema democratico: l’accentramento del potere nelle mani dell’esecutivo; l’accentramento della proprietà dei mezzi di comunicazione di massa; l’espropriazione - attraverso le leggi elettorali - delle possibilità di scelta dei cittadini da parte del sistema politico.

Il secondo elemento che vorrei mettere in luce ha a che fare con le ragioni per cui si sono verificate queste condizioni. Mi pare se ne possa individuare una in particolare. Negli anni novanta è esploso il problema del rapporto tra democrazia ed efficienza economica. Si è affermato un filone culturale che sosteneva - e sostiene - che i processi di sviluppo sono favoriti da contesti politici decisionisti, sostanzialmente autoritari. Contesti istituzionali fortemente autoritari, come quello delle tigri asiatiche, sarebbero tendenzialmente più efficienti. E anche in contesti più soft, come Italia o Francia, si sostiene che un accentramento delle decisioni non possa che produrre un miglioramento nel rendimento delle pubbliche amministrazioni. Il tema con cui le forze progressiste devono confrontarsi è questo.

Con una ulteriore complicazione - ed è il terzo elemento che volevo mettere in luce - che riguarda il fatto che tutto questo piace ai cittadini italiani. Piace a una maggioranza di italiani trasversale sia dal punto di vista sociale che politico. In un recente seminario, tenutosi a Roma sul posizionamento elettorale del PD, si è osservata la differenza tra le curve di consenso dei governi dal 2001 al 2008. È assolutamente evidente che la “curva di consenso” migliore è quella dell’attuale governo Berlusconi. Le curve di consenso del primo governo Berlusconi del 2001 e di quello Prodi del 2006 avevano il classico andamento caratterizzato da crescita nei primi mesi e poi riduzione in quelli successivi. La curva dell’ultimo governo Berlusconi, pur mostrando lo stesso andamento, è più positiva. Collego questo dato allo spostamento del consenso dei ceti popolari, come segnalato dal rapporto ITANES. Questo è il problema. Questo governo “autoritario” sta incontrando il consenso della maggioranza degli italiani.

Come possiamo ricostruire allora qualcosa che sia in grado di affrontare questo problema invertendo la tendenza? Bisogna aprire un dibattito franco tra le forze progressiste, che metta a nudo problemi, contraddizioni e che provi a individuare i problemi reali. Ne indico tre:

1. non essere percepiti come coloro che tutelano i garantiti. Questo ha a che fare con problematiche difficili, sulle quali le opinioni sono molto differenti, anche all’interno del PD, a partire dal tema controverso del modello contrattuale;

2. come incrociare gli interessi dei lavoratori con quelli dei produttori, del mondo dell’impresa. È infatti necessario riuscire a costruire una proposta che tenga insieme interessi diversi;

3. come uscire dalla nostalgia fordista, come uscire dall’idea di una società che non c’è più.

PETRINI: Anch’io credo che si possa affermare che siamo di fronte a un’emergenza democratica o comunque a un attacco alla democrazia. Ci sono alcuni segni significativi da questo punto di vista. Certo, con questo si vuole anche coprire la politica fallimentare del governo, spostando l’attenzione altrove. Ma certamente l’aspetto autoritario di questa destra non è irrilevante. L’attacco al parlamento, con l’idea di far votare solo i capigruppo, non è l’unico segno dell’attacco al sistema democratico. C’è l’accordo separato, stipulato con una parte dei sindacati che l’esclusione del maggiore, con cui si vuole attaccare l’esistenza stessa del sindacato. Ci sono le politiche relative all’immigrazione. E sicuramente anche il federalismo obbedisce a questa logica sempre meno democratica.

L’attacco alla democrazia non si sostanzierà nella messa in discussione dei diritti o nel senso di uno scivolamento verso la dittatura. Non penso che succederà questo, ma ritengo che ci possa essere qualcosa di addirittura più pericoloso, qualcosa che può stare all’interno di un modello di “democrazia totalitaria”. E penso che il quadro che si profila abbia radici antiche.

L’attacco alla democrazia ha a che vedere con la “questione sociale”, con una questione “di classe”, posto che questo termine abbia ancora un senso. L’attacco alla democrazia arriva da una cultura di destra, che è non è semplicemente rozza e ademocratica, ma che ha un obiettivo sociale e civile - messo in campo a partire dalla fine del comunismo, dalla fine degli anni ottanta - cioè attaccare lo stato sociale.

Penso che non si possa scindere la questione democratica dalla questione sociale, declinata in questo modo. I punti che ho appena richiamato (accordo separato, politiche di immigrazione) sono pezzi di un attacco alla democrazia attraverso l’attacco ai diritti sociali. Da questo punto di vista diciamo che un vulnus democratico di questi ultimi tempi è stata la legge elettorale per le europee. La legge elettorale fa parte di un quadro di progressivo sgretolamento della rappresentanza. Senza una motivazione plausibile - considerato che le elezioni europee non portano alla formazione di un governo e i gruppi parlamentari sono già definiti - si introduce uno sbarramento che non ha come obiettivo la riduzione della frammentazione o l’aumento dell’efficienza, ma intende colpire soltanto la rappresentanza della sinistra alternativa. Questa legge è l’esempio di come vengano a saldarsi un problema democratico (la rappresentanza di una parte di società) con una questione sociale (nello specifico la parte di società che non viene rappresentata è il mondo del lavoro).

NUVOLE: Forse ci si rende conto che la società è troppo complicata per poterla gestire con le camicie nere o con l’esercito, forse la democrazia è messa così male che il fascismo è diventato superfluo. I segni del degrado sono sempre più evidenti. Uno dei segnali più drammatici è l’imbarbarimento del costume civile. Quando si assaltano i campi nomadi c’è qualcosa che non funziona.

Rispetto a quanto avete detto, vale la pena soffermarsi su una considerazione di Morgando relativa al rapporto tra democrazia politica e governo dell’economia. Si dice che il governo dell’economia ha bisogno di una democrazia efficiente e spesso si identifica l’efficienza con il sistema maggioritario o con la riduzione del numero dei partiti. Questo è quantomeno discutibile. In Italia quando c’era un governo proporzionalista, consociativo, multipartitico abbiamo avuto ottimi risultati economici. Paradossalmente questo paese è in declino vistoso da quando ci sono state le riforme in senso maggioritario. Probabilmente è stata sottovalutata la questione sociale, è mancato il consenso, si è governato gli uni contro gli altri.

Un’altra considerazione riguarda l’idea che questo piaccia alla maggioranza degli italiani, ma forse piace, perché nessuno offre altro. Se tutti dicono le stessa cosa - la personalizzazione dello scontro tra Berlusconi e Veltroni è stata tra due interpretazioni dello stesso modello di democrazia - gli italiani hanno solo questo sul piatto.

Anche la questione dei sondaggi andrebbe affrontata con circospezione. I sondaggi in genere danno risposte preconfezionate. Se si chiede “Vuoi eleggere il presidente della repubblica?” la risposta non può che essere “Sì, certo, voglio eleggere il presidente della repubblica”. Ma se si avviano discussioni più articolate, ci si accorge che le persone hanno idee un po’ diverse, vogliono essere considerate, vogliono contare. L’antipolitica forse non esiste, forse c’è ancora un grande rispetto per la politica. C’è senz’altro una differenza tra il grande rispetto che la gente ha per la politica e il disprezzo che ha per i politici. Il rapporto ITANES segnala gli spostamenti elettorali, che sono minimi anche se hanno degli effetti politici importantissimi. Gli elettori hanno delle teste molto abitudinarie, votano sempre allo stesso modo oppure si arrabbiano e non vanno a votare. Gli spostamenti da sinistra a destra sono marginali.

Che questa involuzione della democrazia non sia anche figlia delle parole che si dicono, del modo di rappresentare e costruire la democrazia? Che non derivi anche da affermazioni del tipo “la democrazia è scelta”, “la democrazia è decisione”? Le persone vogliono anche una democrazia che le ascolti. Persino il rito delle primarie segnala che la politica in fondo interessa. Riformuliamo la domanda in questo modo: la crisi della democrazia è crisi della democrazia in quanto tale o di un certo modo di pensare e raccontare la democrazia? si tratta dunque di ridefinire le scale di priorità? insomma è vero che la gente vuole eleggere il presidente del consiglio, vuole questo tipo di democrazia o l’abbiamo persuasa che questa è la soluzione di tutti i problemi?

PETRINI: Io sono d’accordo quando si dice che alla maggioranza degli italiani piace questo modello perché non gli viene offerto altro. La sinistra in questo momento deve ragionare su un problema di fondo che è quello dell’identità. Credo che la sinistra abbia avuto un rapporto sbagliato col problema dell’identità, alla quale ha rinunciato, che ha inteso in una forma debole, lasciando il campo a chi ha proposto identità molto forti e politicamente avverse e opposte alla nostra. Io penso che sia questo il nodo cruciale, che è culturale e politico. Berlusconi ha saputo costruire un’identità forte, molto solida, e la sinistra ha largamente sottovalutato la capacità di costruzione egemonica di questa destra. Al congresso fondativo del PDL non solo è stata rafforzata ulteriormente la costruzione dell’identità, ma Berlusconi ha persino saputo costruire una storia dell’Italia degli ultimi vent’anni. La destra ha imparato che l’identità ha bisogno di una storia. Mentre la sinistra, in questi anni, ha messo da parte sia la propria storia sia la propria identità, lasciando aperta una prateria non solo a Berlusconi ma anche alla Lega, che anch’essa ha costruito un’identità forte che rende. Persino l’UDC ha fatto un percorso di questo genere, un percorso politico-culturale. Penso che la sinistra debba porsi questo problema e lasciarsi alle spalle una stagione in cui si è interpretata in modo debole l’identità. Nel momento in cui la sinistra ha saputo costruire un progetto forte e chiaro di società, in quei momenti ha saputo incidere sul modello egemonico che sta edificando la destra, mostrando come questo percorso non sia ineluttabile. In due momenti, in particolare, si è resa visibile la possibilità di incidere sul progetto egemonico della destra: quello in cui il sindacato guidato da Cofferati è riuscito ad opporsi al governo, raccogliendo un sentimento diffuso contro la destra; e quello della manifestazione del 20 ottobre del 2007, raccolta attorno a un’identità forte che ha prodotto una grande partecipazione. Queste forze sono state tuttavia disperse per il modo in cui ci siamo presentati alle elezioni politiche, che ha disatteso quel percorso. Non solo per questo, certamente, ma anche per questo.

CERUTTI: Anch’io ritengo che non si propongano progetti alternativi. C’è però da dire che chi vuole lavorare in altre direzioni non ha tanti modi. Si è imposta l’idea che la politica debba risolvere i problemi, come se il “fare” fosse neutro: ci sono i problemi, le soluzioni e queste esistono a prescindere da quelle che possono essere scelte politiche. Questo si innesta in una società che avrà anche molta voglia di partecipare, ma che è fondamentalmente una società individualista in cui la dimensione collettiva non è molto percepita. Io penso che la sinistra debba ragionare sul proprio modello. Più che ricercare il consenso bisogna ragionare sul proprio modello culturale. Il progetto della sinistra arcobaleno era molto carente: non solo dal punto di vista identitario ma anche della proposta. La proposta non era chiara, non vi era un’analisi puntuale della società, del lavoro. La sinistra è carente dal punto di vista dell’analisi dell’evoluzione del ruolo del lavoro nella società. La diffidenza sulle partite iva da parte della sinistra - quando si parla di lavoratori che sono stati costretti ad aprire una partita iva perché sono stati buttati fuori dalla loro realtà - è un problema. Non voglio rincorrere il senso comune, stigmatizzato da Gramsci, ma abbiamo il problema che la società nel tempo è cambiata. Sapendo che, nonostante stia prevalendo un modello individualista, c’è una società che ha voglia di regole, di semplificazioni. Certo, se ci si pone seriamente di fronte alla società riemerge il tema della complessità delle questioni. Molte non possono essere semplificate o ricondotte ad un sì o un no. Invece si tende a semplificare. Anche nelle proposte. Ad esempio la questione della TAV, per cui necessariamente si è Sì TAV o No TAV, per quanto mi riguarda è un falso problema, perché bisogna entrare nel merito. Anche nella questione che riguarda la costruzione del grattacielo di Torino. Una sinistra seria deve entrare nelle cose, deve approfondire e poi saper costruire un proprio modello, modello che al momento mi sembra complicato a vedersi.

Si deve anche ragionare sul modello di sviluppo. Non si può ricercare il consenso senza fare un’analisi effettiva di cosa si vuole mettere in campo. Anche il rimettere in campo una coalizione, come l’Unione di Prodi, bisogna pensarla sulla base di contenuti, di progetti comuni. L’unità è un valore, ma un’unità fatta come la sinistra arcobaleno, in cui si mettono insieme troppe cose diverse non ha tante possibilità. Lo stesso termine “sinistra” ha senso, ma deve essere ridefinito. Siamo in un momento di grande movimento e da qui a qualche mese potranno cambiare le geografie politiche. Ma non si può non ripensare e non tornare a ragionare sul modello di società e sul modello di sviluppo, altrimenti si insegue il consenso di una società che sempre più si fatica a comprendere. Il tema delle partite iva è emblematico di come non si riesca a interpretare una nuova rappresentanza sociale. Si vogliono rappresentare persone, ma queste non si sentono rappresentate da te.

MORGANDO: Dirò due cose che aprono dei problemi più che chiuderli. Voi dite che la situazione attuale piace alla maggioranza degli italiani perché nessuno propone cose diverse. Credo che sia vero. Credo che il nostro problema sia che non possiamo proporre le cose del passato. Dobbiamo proporre qualcosa di nuovo, che faccia i conti con le trasformazioni strutturali che hanno caratterizzato le società moderne. Questo solleva un reale problema. Dobbiamo interrogarci tutti per condividere le analisi sulle trasformazione e poi, naturalmente, provare a costruire una proposta che sia sotto il segno del “progressismo”. Chi mi ha preceduto ha usato il tema dell’identità, declinato sul versante del progetto. È stimolante e anch’io sono convinto che il vero scontro è tra una proposta che guarda soltanto all’immediato - che identifico con la proposta della destra, di Berlusconi, che sollecita le reazioni immediate delle persone - e uno sguardo più di lungo periodo, che non può essere declinato che nei termini di un progetto più generale. Anche questo non chiude il discorso, ma apre delle domande. La mia sensazione è che noi su questo abbiamo delle carte da giocare, perché mi sembra che il centrodestra abbia come elemento caratterizzante quello di guardare semplicemente alla soddisfazione degli interessi immediati e che in questo trovi le ragioni del suo consenso. Abbiamo però difficoltà a giocare queste carte, perché farlo ci impone un cambiamento culturale molto profondo. Ho l’impressione che il tema sia quello di capire come si possa riuscire a lavorare anche sul fronte del cambiamento degli orizzonti culturali di fondo del nostro paese. Per le forze politiche che rappresentavano la stragrande maggioranza degli italiani era del tutto naturale immaginare che la strategia della politica fosse costruire orizzonti di solidarietà. Democristiani e comunisti lo declinavano poi in modi diversi, ma era così: l’orizzonte culturale era questo. Oggi è tutto diverso. Ma perché era così? Perché era l’orizzonte culturale della maggioranza della società italiana. Allo stesso modo, bisogna oggi capire come si possa incidere più nel profondo.

NUVOLE: Dalle indagini che abbiamo a disposizione emerge uno scollamento profondo e sempre più forte fra cittadini e partiti. Ricerche empiriche e sondaggi mostrano frustrazione e rabbia, soprattutto da parte di chi fino a ieri si identificava nei partiti di sinistra. La dinamica è evidente: non siamo soltanto in presenza di un’offensiva della destra, ma anche di una inarrestabile deriva della sinistra. In una situazione così deteriorata, i partiti democratici dovrebbero quantomeno cercare di ricomporre denominatori comuni. Dalla difesa dei diritti civili a quella dei diritti sociali; da una posizione comune sul lavoro a una valorizzazione del ruolo strategico della scuola. E così per molte altre questioni di valore essenziale. Di fronte a un’offensiva antidemocratica dell’ampiezza che registriamo, la ricerca di denominatori comuni può affermarsi solo attraverso un percorso in grado di condurre, se non altro, a una visione condivisa delle linee di trasformazione che si profilano, a un’analisi attenta del cambiamento sociale.

Ma l’aspetto più inquietante è che i partiti di sinistra sembrano avere una straordinaria capacità di isolarsi, di sottrarsi al confronto, perfino nella diagnosi dei problemi da affrontare. C’è uno sforzo, all’interno dei vostri partiti, per mettere al centro dell’iniziativa politica i diritti civili e la tutela dei diritti sociali, sia pure in modo diverso dalle forme tradizionali? Per elaborare il tema del lavoro attraverso una strategia di costruzione di nuovi lavori e nuove modalità per garantire i lavoratori, al di là della ricerca di forme sostenibili di flessibilità? E quanto siete aperti, quanto siete in ascolto delle competenze della società civile, dei cittadini comuni, delle competenze delle comunità professionali, degli esperti, delle università? Ci si aspetterebbe che un partito che si definisce “democratico” cerchi quantomeno di essere democratico, di sviluppare momenti di confronto con comunità professionali che riflettono, piuttosto che con comunità professionali autoreferenziali; che la sinistra “democratica”, in senso lato, sviluppi momenti di confronto non con cittadini auto interessati, ma con esperti, testimoni, cittadini comuni. E qualcosa di non molto diverso ci si potrebbe aspettare anche dai partiti che ancora si rifanno alla tradizione comunista. Per contro, preoccupa e sconcerta che non si veda questa esigenza di ricerca, di apertura, di costruzione di una democrazia capace di sviluppare e regolare il confronto, di costruire elementi di un programma, di un progetto in grado di ricostruire in primo luogo degli argini, e al tempo stesso di prospettare concrete prospettive di cambiamento. È presente, nonostante tutto, una domanda di momenti e spazi di aggregazione in vista di un reale miglioramento della qualità sociale. Ma oggi, se si partecipa a momenti di confronto pubblico organizzati dai partiti, da questi partiti, non si ha certo una sensazione di apertura, di disponibilità alla ricerca e all’ascolto, di assunzione di responsabilità e sviluppo di progettualità sui grandi problemi di rilevanza collettiva. Forse da qui si dovrebbe ripartire.

MORGANDO: Questi sono senz’altro problemi reali. In particolare all’interno del PD siamo impegnati in un complicato lavoro di ricostruzione: siamo abbastanza attivi nell’organizzazione di momenti, di iniziative, di dibattiti, ecc. Il limite di queste iniziative è però quello di servire soltanto alla propaganda di una posizione e non alla ricerca di un confronto.

Se si pensa agli ultimi due mesi le iniziative, principalmente focalizzate sui temi della crisi economica, erano finalizzate a spiegare la posizione del partito e non hanno avuto nessuna capacità di ascoltare le competenze cui si faceva riferimento. La costruzione di relazioni tra partiti e competenze professionali, organizzazioni sociali, comunità concrete è un problema che si risolve soltanto lavorando sul modello di partito. Serve un modello di partito che consenta di avere un rapporto con pezzi di società con una certa continuità. Questo è il problema. Un partito come il PD, che ha avuto un avvio basandosi su un modello leaderistico, ha finito per applicare questo modello anche alle modalità con cui agisce ed elabora il suo programma. Da noi c’è stata una riflessione critica molto importante su questi temi e per certi versi stiamo provando a recuperare un modello di partito tradizionale, che è la condizione per riuscire ad avere nelle articolazioni della società persone che non soltanto condividano le iniziative del partito, ma possano portate nel partito la propria competenza. Il processo di elaborazione di un progetto per un partito non si risolve nelle relazioni diplomatiche con le organizzazioni economiche o sociali. Noi incontriamo queste organizzazioni, ma il problema si risolve solo ripensando il modello organizzativo del partito. Questo “modello” deve ricalcare quello di tipo associativo e deve avere la forza di accogliere dentro il partito persone che vivono nell’esperienza concreta dei mondi professionali, culturali e sociali. In questo vedo il limite dell’esperienza del PD. E la lamentela che sovente viene indirizzata ai dirigenti del partito è una conferma di questo limite. Persone che hanno compiti significativi in organizzazioni sindacali ed economiche lamentano di non essere più all’interno del dibattito del partito. Una volta riuscivano ad incidere, partecipavano al dibattito del partito, alla sua vita. Oggi non accade più.

CERUTTI: La voglia di aprirsi certamente c’è. Tuttavia non si sa bene come fare perché è difficile creare delle occasioni, delle situazioni. “Sinistra democratica” nasce per provare a mettere insieme, per unire quello che c’è a sinistra del PD e non per costruire l’ennesimo partito di sinistra. L’obiettivo principale era quello di far militare coloro che non hanno precedenti esperienze di militanza. Provare ad aprirsi a quella che si chiama - con termini un po’ enfatici - “sinistra diffusa”, che esiste e in questo momento è disorientata, ma che vorrebbe dare un contributo e partecipare. Questo percorso non è così semplice. Stiamo provando a fare alcuni esperimenti. Il programma delle elezioni provinciali, ad esempio, è stato elaborato da alcuni gruppi ai quali sono stati invitati tutti gli iscritti dell’associazione; questo lavoro è stato riassunto da un gruppo più ristretto e ora lo si vuole portare al confronto con vari soggetti della società civile, dai docenti universitari alle comunità professionali, alle organizzazioni socio-economiche ecc. Non sarà questo a risolvere il problema, però è un tentativo che mi sembra vada in questa direzione.

C’è da dire però che spesso si creano dei momenti che vengono disertati e ci si ritrova in pochi e sempre i soliti. Forse siamo noi a sbagliare e li congegniamo male ma - senza necessariamente ridurre tutto a questioni molto pratiche - c‘è da ragionare sugli strumenti dei quali dotarsi. La volontà di chiudersi non c’è. C’è piuttosto il bisogno di aprirsi il più possibile, di rimettere in gioco le proprie idee. Ma se andiamo a costituire una nuova formazione politica è molto importante il modello di cui ci si dota: ha ragione Morgando. Se il momento esterno è solo quello delegato alle primarie - per quanto possano essere più o meno condivise - può essere sì un momento di partecipazione, ma dovrebbe anche essere un momento in cui si dovrebbe ragionare non solo dei candidati ma anche delle idee. In questo senso va letto il nostro tentativo di promuovere le “primarie delle idee”. Anche in questo caso non è così semplice ma la volontà c’è. Questa difficoltà di carattere “operativo” a volte viene interpretata come chiusura, invece è incapacità o mancanza di strumenti di cui dotarsi. Io credo molto nelle possibilità telematiche, di lavorare con la rete. Abbiamo costruito un sito che è certo una piccola cosa, ma è anche un modo per dar conto di quello che succede in consiglio comunale. Se si guarda il sito si notano enormi differenze con quello che si legge sui giornali in cui predomina la logica del “sì” o del “no”.

PETRINI: Io vorrei partire dalla considerazione introduttiva, riferita al rifiuto diffuso dei partiti. Dal mio punto di osservazione penso che si possa dire - brutalizzando e quindi semplificando - che il motivo per cui questo accade a sinistra e non accade a destra è perché a sinistra i partiti non fanno quello che dicono di voler fare, mentre a destra i partiti fanno esattamente quello che dicono di voler fare. E’ una semplificazione brutale, ma secondo me efficace. Questo determina una disaffezione molto forte. Certo ci sono ragioni reali e complesse per cui la sinistra non fa quello che dice di voler fare. Penso però che dovremmo fare autocritica col nostro elettorato, col nostro popolo. Abbiamo detto alla nostra gente - entrando nel governo Prodi - che avremmo fatto cose che poi non abbiamo fatto. Credo che questo valga anche per le altre sinistre, anche per il PD. L’opposizione del PD al governo Berlusconi viene evidentemente riconosciuta in un modo parziale. Si tratta di tornare a fare quello che si dice di voler fare. Che vuol dire? Che bisogna avere cose da fare che siano dentro un progetto. Quando sottolineo il problema dell’identità non voglio certo dire che bisogna tornare alle vecchie identità, o recuperare quelle di un tempo, ma credo che sia fondamentale averne una. Per averla ci vuole un’analisi della società che supporti il progetto politico e quindi è necessario ascoltare, mettere a frutto intelligenze, competenze, analisi.

Io penso che le strade siano due. Ha ragione Morgando quando dice che innanzitutto c’è il problema del modello di partito. Bisogna costruire un modello di partito che sappia autenticamente mettere a frutto - non in modo occasionale e retorico - queste relazioni. L’altro aspetto è però quello dell’iniziativa politica. Tanto più le iniziative politiche sapranno porsi come momento di confronto, di raccolta e di ricchezza di idee, tanto maggiore sarà il vantaggio per tutta la sinistra. Anche Rifondazione Comunista si sta muovendo in questa direzione, anche se con molti limiti, il primo dei quali è relativo alla nostra poca forza. Considerato il contesto, è da sottolineare che abbiamo costruito un’iniziativa, una discussione sull’università e l’abbiamo intitolata “Un’università pubblica di qualità e critica”. Con questo volevamo definire la cornice all’interno della quale si muoveva la nostra iniziativa. Il centro è stato l’ascolto e la discussione con molti che stanno all’interno dell’università. Mi pare che la risposta possa essere proprio questa: un partito che sappia mettere a frutto queste iniziative.

MORGANDO: Voglio aggiungere che se il modello della vita interna di un partito è così importante per la sua capacità di creare un rapporto con la società, non è meno importante per quanto riguarda la possibilità di migliorare la qualità della democrazia. L’idea di democrazia è rappresentata in primo luogo dal modello di democrazia che pratichi dentro il partito. Allora mi sto chiedendo se non sia venuto il tempo di riflettere attorno ad una legge sui partiti…

NUVOLE: Non ci si farà venire in mente Berlusconi…

MORGANDO: Berlusconi ha detto di no! Una legge che individui un modello di partito democratico…

CERUTTI: C’è l’applauso come metodo di votazione del leader…

MORGANDO: L’applauso con cui è stato eletto Berlusconi non è diverso da quello con il quale noi abbiamo eletto Franceschini all’assemblea nazionale! Se avessimo votato in segreto andava così lo stesso, ma …

NUVOLE: E’ evidente che qui c’è un problema di stile, di messaggi che si lanciano, è stato messo il dito nella piaga. Rappresentare la democrazia come un’elezione plebiscitaria fa pensare alle persone che questo sia democratico. Questo è il dramma che stiamo vivendo: continuando a dire che è normale, che la fisiologia democratica è questa, si può spiegare il risultato elettorale come una non sufficiente applicazione di questo modello.

Per quanto riguarda l’emergenza democratica, se vogliamo dire che non ci sarà la “marcia su Roma” siamo d’accordo. Se invece vogliamo dire che non potrà succederà qualcosa di estremamente sgradevole - anche dal punto di vista formale - non ci sono limiti alla provvidenza…. Certo nel breve periodo non succederà nulla alla democrazia elettorale, ma solo perché va benissimo a Berlusconi, quindi perché metterla in discussione? Però forse è il caso di drammatizzare la questa questione.

Un altro punto riguarda le iniziative contingenti. Intanto sono anche iniziative “autocentrate”. Un partito deve farle, però dovrebbe anche fare essenzialmente tre cose:

a) cercare di capire come stanno le cose, con gli strumenti che le scienze sociali mettono a disposizione. Analizzare i rapporti di forza, le trasformazioni politiche ed economiche, definire i vincoli e le opportunità del contesto all’interno del quale si muove;

b) dire che tipo di progetto di società ha in mente;

c) data l’analisi di vincoli e opportunità, elaborare delle politiche pubbliche capaci di catalizzare l’attenzione e il cuore del suo elettorato di riferimento (posto che ve ne sia uno).

I partiti non fanno questo da molto tempo. Ma non solo perché non sono più in grado di strutturare questi tre momenti, ma soprattutto perché hanno preso il primo di questi tre momenti - l’analisi dei rapporti di forza elaborata alla luce di sondaggi contingenti- e ci si sono sdraiati sopra! Trasformare i vincoli in obiettivi è la radice di quello che un tempo si chiamava “opportunismo”. Ed è questo che sta alla base della loro perdita di legittimità. Qualsiasi tattica, accomodamento, concessione, compromesso è legittimo in presenza di una visione autonoma dei fini che ci si propone. Ma se l’unico obiettivo è massimizzare i voti non è necessario essere autonomi. Ed è precisamente questo il criterio a cui si è informata la selezione –avversa – della classe politica, di governo e di opposizione, che incombe come una cappa sul paese. Vincere le elezioni non per varare politiche finalizzate a un progetto di società, ma proporre politiche nella speranza di intercettare voti e con essi cariche di governo e sottogoverno. E’ il politicantismo, il male che sta divorando la sinistra e con essa la democrazia.

PETRINI: Io penso che il rischio democratico vada effettivamente drammatizzato. Sono anche d’accordo sul fatto che in questo momento la democrazia formale regge perché porta un certo risultato e sono d’accordo sul fatto che qualora le cose dovessero mutare ci potrebbe essere un rischio di messa in discussione di alcuni gangli del sistema democratico. Berlusconi non fa neanche mistero di questo…

NUVOLE: Nel 2005 lui si era riscritta la legge elettorale…

PETRINI: Appunto. Prima volevo dire che non mi pare che Berlusconi possa usare l’esercito, non mi pare ci sia questo rischio. Però credo che sia necessario essere molto vigili, molto attenti. Soprattutto se questo rischio lo si lega a un’analisi sociale. Se c’è una crisi così grave, come quella cui assistiamo, il rischio democratico non è dovuto ad un ceto politico che è semplicemente rozzo, che non ha cultura democratica. Questo c’entra, ma la vera ragione è che questa è una risposta a un conflitto sociale che sta crescendo. Fino a che il sistema democratico, così com’è, permette di reggere il conflitto sociale va tutto bene. Quando ciò non sarà più possibile non mi stupirebbe se ci fossero dei cambiamenti preoccupanti.

Sono d’accordo anche sulla seconda parte, che è mancata un’analisi profonda della base. Laddove manca una progettualità autentica, che poggia su un’analisi, e si galleggia sulle cose da fare nell’immediato, inevitabilmente si resta all’interno di una direzione che è “data”. Da questo punto di vista la sconfitta della sinistra è una sconfitta essenzialmente culturale. Noi abbiamo introiettato - dopo la caduta del muro di Berlino - una visione ineluttabile del percorso storico e sociale. Questo modello culturale lo abbiamo introiettato applicando, ciascuno a suo modo, una concezione della politica che è debole, non più attenta al piano dell’analisi. Credo che questo punto sia dirimente. Il modo con cui costruiremo il partito - se lo faremo capace di dedicarsi soltanto alla soluzione del problema immediato o piuttosto anche all’analisi - sarà decisivo.

CERUTTI: Anch’io non credo che siamo alla vigilia di una nuova marcia su Roma, ma la nostra può essere considerata una dittatura mediatica e su questo c’è da preoccuparsi. Ma se c’è da drammatizzare, bisogna alzare i toni non solo a livello sociale e politico, fuori dal parlamento, ma anche all’interno del parlamento. Sicuramente il PD in questo momento non sta facendo un’opposizione durissima all’interno del parlamento. E questo è un problema. È un problema perché i due maggiori partiti nazionali agiscono contrattando. Si è citata prima la questione della legge elettorale con la soglia di sbarramento al 4%. Bene, questo è stato uno degli elementi di contrattazione tra PD e PDL. Insieme alla RAI, insieme al federalismo e altro ancora. Questo non è certo un modo per essere consapevoli della gravità della situazione. Da una parte si dice che Berlusconi è un clerico-fascista e dall’altra poi si contratta tutto. L’astensione sul federalismo fiscale francamente è assai poco comprensibile nell’ottica di salvaguardare un’uniformità nazionale rispetto ad alcuni diritti. La gravità del momento dovrebbe portare a una coerenza di comportamenti.

E qui arrivo al secondo punto. I partiti dovrebbero recuperare una loro credibilità, una loro autorevolezza. Sicuramente sul contenuto e sul progetto. Un tema centrale che è patrimonio della sinistra è quello del valore del pubblico, del lavoro pubblico. Perché il pubblico è un valore. Su questo dovremmo tornare a confrontarci, perché abbiamo visto che determinate politiche, che sono andate in una certa direzione, non hanno portato nessun vantaggio. A partire dal problema dell’acqua. Su questo possiamo arrivare a una posizione comune. Rispetto ai modi serve una coerenza di comportamento che molte volte è proprio difficile da intravedere. Rispetto poi alla questione morale, io credo che i comportamenti politici siano inficiati da una grande arroganza.

MORGANDO: Sono convinto che il tema della qualità della democrazia - e dei suoi rischi - sia oggi una questione su cui è possibile allargare la convergenza oltre il centrosinistra. Nel senso che anche nel centrodestra c’è qualcuno che si pone questo problema, anche nel centrodestra c’è qualcuno che s’interroga sulla deriva dei modelli di democrazia dentro il partito, sulla deriva delle libertà. Alcuni qualche volta si affacciano, anche cautamente, a prese di posizione pubbliche, come Pisanu ad esempio. Credo sia giusto accogliere l’invito a mettere al centro della questione dell’iniziativa e del dibattito politico questo tema. Io sono rimasto molto colpito nel verificare che nell’UDC uno di quelli che erano più convinti nel mantenere un’autonomia del partito ed evitare la confluenza nel centrodestra, dopo le elezioni, era Buttiglione. La motivazione era che la sua concezione di democrazia non corrispondeva a quella di Berlusconi.

Sul secondo tema penso che la difficoltà progettuale e di innovazione che c’è oggi nei partiti del centro sinistra sia anche il prodotto di una difficoltà progettuale che c’è nei retroterra socioculturali di riferimento. La capacità di elaborazione e di proposta dei partiti progressisti - dei partiti di sinistra, come pure di larghi pezzi di cattolicesimo politico - era legata anche a un dibattito che esisteva nella società, nelle organizzazioni sociali economiche, e si autoalimentava anche grazie al confronto con i partiti. Oggi noi cattolici democratici abbiamo difficoltà, ad esempio, nell’elaborazione di una teoria della laicità. Questo credo derivi dal fatto che nel nostro retroterra questo tema non c’è più. Nel passato c’era e contribuiva anche all’elaborazione di posizioni politiche che sapevano farsi carico di questo nodo. Di questo sono molto convinto e penso che, in fondo, il livello di dibattito e di elaborazione della politica sia molto legato al livello di dibattito ed elaborazione che c’è nella società.

NUVOLE: Bisogna però creare i presupposti da cui queste cose nascono. La destra ha finanziato dei think-tank, ha avuto dei momenti che hanno strutturato questo progetto socio-politico. La sinistra invece ha costruito delle pseudo-fondazioni che sono essenzialmente delle organizzazioni elettorali o di corrente, centri di potere, cricche clientelari non luoghi in cui si investono risorse e capacità per un progetto di lunga lena.

In conclusione, dalla discussione sono emersi diversi elementi. C’è un problema grave di legittimità e di farsi ascoltare, di avere un discorso. Il tema della qualità democratica è fondamentale. È così grave che se ne occupano persino quelli di destra, come dice Morgando. La domanda da lasciare forse in sospeso è se non sia il caso di fare un’iniziativa visibile in questa città, un’assemblea cittadina, una sorta di “stati generali della democrazia”. Dobbiamo chiederci se non ci sia la possibilità di mettere insieme degli attori politici, degli intellettuali, per immaginare cosa possa essere un’elaborazione comune, che cosa pensiamo e vogliamo dalla democrazia. E’ chiaro che il riavvicinamento sarà lungo, faticoso anche perchè le elezioni sono state un disastro e l’esperienza del governo di centro sinistra è stata un disastro. Ma ci chiediamo se non si sia in grado di lanciare un progetto politico di discussione pubblica. Se non sia l’ora di fare un discorso e vedere cosa succede. Ci sono delle idee sull’elettorato? E quali? La nostra sollecitazione è questa: riusciamo a fare un’iniziativa politica che ponga al centro dell’attenzione la questione democratica?