non mi viene da ridere e neanche da piangere...
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9249
Al via il processo d’appello per l’omicidio del banchiere. E intanto spuntano nuove indagini tra Roma, il Vaticano e Palermo.
Si aprirà a Roma il 20 ottobre prossimo il processo d’appello per l’ormai accertato omicidio del banchiere Roberto Calvi e a sostenere l’accusa sarà ancora il pubblico ministero Luca Tescaroli applicato per questo caso alla procura generale capitolina.Il processo di primo grado si era concluso con l’assoluzione per i 5 imputati: Pippo Calò, Emanuela Kleinzig, Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi e Silvano Vittor, ma aveva decretato dopo più di vent’anni una verità ormai incontrovertibile: Roberto Calvi non si è suicidato quel 18 giugno del 1982, è stato ucciso.
Nonostante il lunghissimo arco di tempo il pm Tescaroli era riuscito a ricostruire con dovizia di particolari gli spostamenti che avevano condotto il presidente dell’Ambrosiano a Londra dove invece di vedere consolidate le ultime speranze di salvarsi aveva trovato la morte.
Tuttavia la monumentale mole di documenti e perizie prodotti dall’accusa non era stata ritenuta sufficiente dai giudici di primo grado per accogliere le richieste del pubblico ministero che però aveva subito proposto appello al fine di accertare quella che oggi appare non solo una verità processuale ma anche storica.
L’omicidio di Calvi, così come la morte per avvelenamento di Michele Sindona, sono infatti l’ultimo atto di un complicato intreccio di massoneria, politica, affarismo e mafia che ha profonde radici nel progresso di emancipazione economica del nostro Paese e negli equilibri di potere tuttora esistenti.
Al centro di questo grumo eversivo, questo sì, vi è un protagonista d’eccezione che nonostante le abili e raffinatissime tecniche di maquillage ritorna sempre agli onori della cronaca e soprattutto nelle vicende giudiziarie più delicate: lo IOR, la banca vaticana.
Allo stato gli inquirenti non sanno se le nuove, inedite dichiarazioni del figlio di Don Vito Ciancimino, Massimo, sui denari mafiosi che attraverso il padre transitavano nelle cassette di sicurezza protette dai bastioni di Nicolo V, dopo essere stati distribuiti ai politici della corrente andreottiana in Sicilia e a Provenzano, sfoceranno in un nuovo processo o andranno ad arricchire il faldone d’appello.
Tescaroli infatti ha voluto interrogare Massimo Ciancimino in merito all’intervista da lui rilasciata al giornalista di Panorama Gian Luigi Nuzzi e pubblicata nel suo ultimo libro Mafia Spa (basato sul ritrovamento eccezionale dell’archivio segreto di Monsignor Dardozzi uno dei tre membri del Vaticano a far parte della Commissione bilaterale costituita dallo Stato italiano per accertare la verità sull’Ambrosiano ndr) nella quale racconta come la banca vaticana soddisfacesse appieno anche le esigenze dei mafiosi.
“Allo Ior – risponde Ciancimino a Nuzzi – i movimenti finanziari verso stati esteri erano molto più economici di altri canali, come i classici “spalloni”. Si poteva operare nella totale riservatezza, lasciando una minima offerta alla banca del papa. (…) Mio padre mi ripeteva che queste cassette erano impenetrabili perché era impossibile poter esercitare una rogatoria all’interno della banca dello Stato del Vaticano …”.
Il figlio più piccolo di Don Vito poi fa riferimento a parti della maxi tangente Enimont che avrebbero imboccato le stesse vie di riciclaggio del denaro accumulato illecitamente dal padre e dai suoi soci.
Della madre di tutte le tangenti il libro di Nuzzi, in un generale silenzio da parte dei media e delle parti interessate, riscrive sostanzialmente la storia. E anche se per via della prescrizione non si potranno riaprire nuovi processi, come ci ha spiegato l’autore in una lunga intervista che pubblicheremo assieme ad un’ampia recensione del libro nel prossimo numero cartaceo della nuova ANTIMAFIADuemila, vi sono ancora molti aspetti da indagare del sistema criminale e tangentizio con il quale si è governato e si governa ancora il nostro Paese.
Il semplice fatto che una delle cassette di sicurezza di Ciancimino presso lo Ior sia stata chiusa solo di recente, per ammissione del figlio, la dice lunga su quanto i metodi, i canali e i personaggi siano cambiati poco e niente in tutti questi anni.
L’iscrizione nel registro degli indagati in questi giorni, proprio in seguito alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, del senatore Carlo Vizzini già condannato in primo grado per la tangente Enimont e prescritto in appello, lo dimostrerebbe. Il senatore di Forza Italia, che si è proclamato estraneo ai fatti e si è dimesso immediatamente dalla Commissione Antimafia di cui era membro, avrebbe ricevuto in contanti circa un milione di euro proventi della società Gas Sirco, nel cui atto costitutivo, datato 31 gennaio 1972, il suo nome compariva assieme a quello del tributarista Gianni Lapis, già condannato in primo grado per aver riciclato i soldi del vecchio sindaco di Palermo di cui era prestanome.
La movimentazione di denaro tramite i paradisi fiscali, Ior in testa, rappresenta per le indagini sulla morte di Calvi e non solo, un tassello fondamentale.
Il pm Tescaroli infatti è ancora in attesa di ricevere risposta alla richiesta di rogatoria presentata nel 2005 allo stato di Bahamas dove grazie all’intervento del ministero degli esteri britannico la polizia di Scotland Yard ha individuato a Nassau alcuni conti correnti in cui sarebbero confluiti molti dei soldi spariti dall’Ambrosiano. A causa dei quali Calvi sarebbe stato ucciso per mano della mafia siciliana ma su mandato congiunto con altri di cui non conservava solo i miliardi ma anche delicati segreti.
Tra i mandanti investigati da Tescaroli vi era anche il sempiterno venerabile Licio Gelli la cui posizione, sebbene processualmente archiviata, lascia aperti numerosi buchi neri sulla reale posta in gioco in quegli anni.
Trame, misteri, depistaggi, omissioni sono i tratti della vera storia di questa nostra Italia parallela di cui la maggior parte dei cittadini è assolutamente ignara.
Ma la Verità, prima o poi, diceva qualcuno, da sotto il moggio viene alla Luce.
La pubblicazione dell’archivio Dardozzi, le dichiarazioni di Ciancimino e la voglia della gente di sapere, ormai sempre più manifesta, sono un primo importante segnale.
lunedì 22 giugno 2009
Il timone della crisi nel secolo post-americano
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9246
Intervista di Giulietto Chiesa alle «Izvestija», a cura di Ivan Antonov
Al recente International Economic Forum si sono tenute molte discussioni. Una delle controversie più inattese si è avuta nella sessione intitolata “Prospettive di evoluzione dei sistemi politici”. Si tratta delle considerazioni piuttosto insospettabili formulate da un analista veterano della CNN, Bill Schneider (vedi nel BOX in fondo all’articolo, NdT).
Una risposta gli viene data da un famoso scrittore e politico, Giulietto Chiesa. In un’intervista con Ivan Antonov delle «Izvestija», Chiesa spiega la sua visione dell’America nel mondo contemporaneo.
Domanda: Uno dei suoi interlocutori, Bill Schneider, ha detto che, a suo parere, la crisi da un punto di vista globale non cambierà nulla, e gli USA resteranno ancora il centro in cui si prendono le decisioni. Cosa ne pensa di questo punto?
Risposta: Credo che pensare che tutto rimarrà come prima sia una grande illusione, un autoinganno. Che potrebbe costare molto caro non solo agli americani, ma a tutti noi. Al contrario, io vedo che il presidente Obama, forse più di molti suoi collaboratori e di qualsiasi rappresentante dell’élite americana, capisce che la situazione è cambiata radicalmente. E io spero che questo possa continuare, perché i grafici che ho citato lo dicono in modo assolutamente ovvio. Il centro di gravità dell’economia finanziaria internazionale è slittato verso l’Asia. Le tre banche più grandi su scala internazionale sono cinesi. La loro capitalizzazione totale supera la capitalizzazione delle restanti fra le 20 banche più ricche. Non vedere ciò significa essere ciechi. Ritengo che l’impero americano sia finito. Abbiamo solo bisogno di capirlo, ci vuole tempo per realizzare questa cosa. Capire cosa succederà nei prossimi due o tre anni. Giusto per citare un esempio: i cinesi hanno accumulato più di 2 trilioni di dollari USA. Sono nelle mani dei cinesi, ribadisco. Li manterranno tranquilli finché il dollaro, per esempio, non si svaluterà. Ma siccome il dollaro sta cominciando a svalutarsi seriamente (cosa contro cui ritengo che Obama non possa far nulla) la Cina sta cominciando a preoccuparsi, ed è già un giocatore di prima grandezza nell’arena internazionale. In più, sembra, ci sono altri paesi – Brasile, India – oltre alla Russia, senza dimenticare l’Unione europea. Ci sono pochi giganti, che sono chiamati a proteggere i propri interessi. Già ora l’intero Occidente non è in un “unico calderone”, ci sono interessi diversi. E gli USA non possono prendere decisioni senza tener conto di queste preoccupazioni. Quando dico “la fine dell’Impero”, intendo dire proprio questo. L’imperatore non esiste, se deve negoziare con i subordinati. Per gli americani risulta difficilissimo lasciarsi alle spalle il precedente modo di pensare.
D.: Se al momento della crisi il mondo fosse stato multipolare, gli attuali sconvolgimenti sarebbero stati evitati o almeno mitigati?
R.: Penso che potremo evitare le peggiori conseguenze se il mondo da questo momento in poi sarà multipolare. Per me è un fatto abbastanza ovvio che le banche americane abbiano avuto un controllo pressoché totale del mondo finanziario internazionale. Questo non è iniziato con Bush, ma molto prima, con il collasso dell’Unione sovietica e l’avvento al potere di Clinton. Poi c’è stata una netta svolta. Dopo di ciò, gli USA hanno mollato il timone. A Greenspan e altre banche mondiali dell’Occidente, comprese le banche in Europa e Giappone, in accordo. In seguito a questo, abbiamo scoperto che gli USA in mondo indipendente, tramite l’uso del dollaro come moneta di riserva di tutto il mondo, hanno creato un’enorme massa di liquidità. Senza controllo. Preparavano la tragedia con le proprie mani. Se non erro, in base a certe valutazioni, delle stime realistiche, sono stati creati artificialmente 700 trilioni di dollari USA. Se ci fosse stato un controllo internazionale, la situazione sarebbe stata completamente diversa.
D.: Le viene attribuita la frase “La democrazia sta nell’informazione”. Coma pensa che sia ora la situazione dal punto di vista della democrazia in occidente, più in generale nel mondo?
R.: Rispondo che siamo fuori dalla democrazia in Occidente, praticamente ovunque. Perché la maggior parte delle informazioni di valore che sono assolutamente necessarie per la nostra vita mancano a milioni e milioni di persone. Non parlo dei cosiddetti “risparmiatori”, forze d’investimento. Intendo i normali cittadini della strada. Essi non sanno nulla di quali decisioni vengono prese, perché vengano prese. Se sapessero, almeno in parte, potrebbero proteggere se stessi. Un semplice esempio: siamo stati trasformati in consumatori. Nel senso più largo. Intendo a opera dell’intera corrente mainstream: intrattenimento, pubblicità, l’intera struttura del mondo virtuale. Se sapessimo cosa succede, forse, dovremmo organizzare le nostre vite collettive in una maniera diversa. Siamo persuasi che sia possibile uno sviluppo economico illimitato, ma si è riconosciuto che la cosa non era realistica. Le nostre fortune sono state arraffate da un piccolo gruppo di persone che si è appropriato di un enorme potere. E l’informazione è potere. La mia risposta, certo, è che chi ha nelle sue mani l’informazione ha il potere. La maggior parte delle persone nel mondo non sa nulla di ciò che sta succedendo, il che si traduce per loro in zero potere.
D.: Ha fiducia nel nuovo presidente degli Stati Uniti? Può portare il suo Paese e il mondo a migliorare?
R.: Lo dico sinceramente, senza nascondimenti. Ho l’impressione che le parole pronunciate da Obama non siano finte. Anche i giri di parole che usa indicano che è un uomo sincero. Ha compreso qualcosa di nuovo. In breve, il livello intellettuale è di due o tre ordini di grandezza più elevato rispetto a quello dei precedenti presidenti. È una cosa evidente. Tuttavia, il suo potere è troppo limitato. Credo che egli sia salito al potere in America in un momento grave e senza precedenti, cosicché il suo potenziale non è emerso visibilmente e non è chiaro quanto possa fare. Non posso dire che questa sia una valutazione scettica. Mi baso sulla mia esperienza russa e sovietica. Quando in Urss ci fu Gorbaciov, lo osservai attentamente, così come faccio ora con Obama. A quel tempo molti non credettero a Mikhail Sergeevich nella convinzione che fosse un inganno e che sarebbe stato la continuazione del vecchio. Al contrario, vedevo che era dieci volte più in gamba rispetto all’ambiente in cui operava. Certo, Gorbaciov è stato sconfitto, ha fatto molti errori, ma ciononostante è stato un innovatore. Un grandissimo riformatore. Perciò, nel fare uso di questa esperienza russa, penso che non occorra presumere che tutto continui come prima. Durante una crisi, specie su una così larga scala come ora, ci sono persone capaci di far girare il timone. Talvolta risulta poi che non lo sanno proprio fare, ma la cosa più importante è che capiscano la situazione, cioè possano cercare di cambiarla per il meglio.
BOX:
Cosa ha detto Bill Schneider nel suo discorso?
«Abbiamo determinato una crisi economica e lo facciamo ogni 30 anni».
«L’America perderà il suo status di unica superpotenza mondiale? La mia risposta è chiara. No».
«Dopo il crollo dell’Unione sovietica è arrivato il “decennio d’oro” degli Stati Uniti, paragonabile forse agli anni venti del mondo nel secolo precedente».
«L’unico valore che difenderemo senza riguardi per il paese e il governo: i diritti umani».
«Ritengo che una regola rimarrà sempre la stessa. Questa regola: finché gli Stati Uniti non fanno qualcosa, non succederà nulla.»
Traduzione a cura di Anna Mele per Megachip
Intervista di Giulietto Chiesa alle «Izvestija», a cura di Ivan Antonov
Al recente International Economic Forum si sono tenute molte discussioni. Una delle controversie più inattese si è avuta nella sessione intitolata “Prospettive di evoluzione dei sistemi politici”. Si tratta delle considerazioni piuttosto insospettabili formulate da un analista veterano della CNN, Bill Schneider (vedi nel BOX in fondo all’articolo, NdT).
Una risposta gli viene data da un famoso scrittore e politico, Giulietto Chiesa. In un’intervista con Ivan Antonov delle «Izvestija», Chiesa spiega la sua visione dell’America nel mondo contemporaneo.
Domanda: Uno dei suoi interlocutori, Bill Schneider, ha detto che, a suo parere, la crisi da un punto di vista globale non cambierà nulla, e gli USA resteranno ancora il centro in cui si prendono le decisioni. Cosa ne pensa di questo punto?
Risposta: Credo che pensare che tutto rimarrà come prima sia una grande illusione, un autoinganno. Che potrebbe costare molto caro non solo agli americani, ma a tutti noi. Al contrario, io vedo che il presidente Obama, forse più di molti suoi collaboratori e di qualsiasi rappresentante dell’élite americana, capisce che la situazione è cambiata radicalmente. E io spero che questo possa continuare, perché i grafici che ho citato lo dicono in modo assolutamente ovvio. Il centro di gravità dell’economia finanziaria internazionale è slittato verso l’Asia. Le tre banche più grandi su scala internazionale sono cinesi. La loro capitalizzazione totale supera la capitalizzazione delle restanti fra le 20 banche più ricche. Non vedere ciò significa essere ciechi. Ritengo che l’impero americano sia finito. Abbiamo solo bisogno di capirlo, ci vuole tempo per realizzare questa cosa. Capire cosa succederà nei prossimi due o tre anni. Giusto per citare un esempio: i cinesi hanno accumulato più di 2 trilioni di dollari USA. Sono nelle mani dei cinesi, ribadisco. Li manterranno tranquilli finché il dollaro, per esempio, non si svaluterà. Ma siccome il dollaro sta cominciando a svalutarsi seriamente (cosa contro cui ritengo che Obama non possa far nulla) la Cina sta cominciando a preoccuparsi, ed è già un giocatore di prima grandezza nell’arena internazionale. In più, sembra, ci sono altri paesi – Brasile, India – oltre alla Russia, senza dimenticare l’Unione europea. Ci sono pochi giganti, che sono chiamati a proteggere i propri interessi. Già ora l’intero Occidente non è in un “unico calderone”, ci sono interessi diversi. E gli USA non possono prendere decisioni senza tener conto di queste preoccupazioni. Quando dico “la fine dell’Impero”, intendo dire proprio questo. L’imperatore non esiste, se deve negoziare con i subordinati. Per gli americani risulta difficilissimo lasciarsi alle spalle il precedente modo di pensare.
D.: Se al momento della crisi il mondo fosse stato multipolare, gli attuali sconvolgimenti sarebbero stati evitati o almeno mitigati?
R.: Penso che potremo evitare le peggiori conseguenze se il mondo da questo momento in poi sarà multipolare. Per me è un fatto abbastanza ovvio che le banche americane abbiano avuto un controllo pressoché totale del mondo finanziario internazionale. Questo non è iniziato con Bush, ma molto prima, con il collasso dell’Unione sovietica e l’avvento al potere di Clinton. Poi c’è stata una netta svolta. Dopo di ciò, gli USA hanno mollato il timone. A Greenspan e altre banche mondiali dell’Occidente, comprese le banche in Europa e Giappone, in accordo. In seguito a questo, abbiamo scoperto che gli USA in mondo indipendente, tramite l’uso del dollaro come moneta di riserva di tutto il mondo, hanno creato un’enorme massa di liquidità. Senza controllo. Preparavano la tragedia con le proprie mani. Se non erro, in base a certe valutazioni, delle stime realistiche, sono stati creati artificialmente 700 trilioni di dollari USA. Se ci fosse stato un controllo internazionale, la situazione sarebbe stata completamente diversa.
D.: Le viene attribuita la frase “La democrazia sta nell’informazione”. Coma pensa che sia ora la situazione dal punto di vista della democrazia in occidente, più in generale nel mondo?
R.: Rispondo che siamo fuori dalla democrazia in Occidente, praticamente ovunque. Perché la maggior parte delle informazioni di valore che sono assolutamente necessarie per la nostra vita mancano a milioni e milioni di persone. Non parlo dei cosiddetti “risparmiatori”, forze d’investimento. Intendo i normali cittadini della strada. Essi non sanno nulla di quali decisioni vengono prese, perché vengano prese. Se sapessero, almeno in parte, potrebbero proteggere se stessi. Un semplice esempio: siamo stati trasformati in consumatori. Nel senso più largo. Intendo a opera dell’intera corrente mainstream: intrattenimento, pubblicità, l’intera struttura del mondo virtuale. Se sapessimo cosa succede, forse, dovremmo organizzare le nostre vite collettive in una maniera diversa. Siamo persuasi che sia possibile uno sviluppo economico illimitato, ma si è riconosciuto che la cosa non era realistica. Le nostre fortune sono state arraffate da un piccolo gruppo di persone che si è appropriato di un enorme potere. E l’informazione è potere. La mia risposta, certo, è che chi ha nelle sue mani l’informazione ha il potere. La maggior parte delle persone nel mondo non sa nulla di ciò che sta succedendo, il che si traduce per loro in zero potere.
D.: Ha fiducia nel nuovo presidente degli Stati Uniti? Può portare il suo Paese e il mondo a migliorare?
R.: Lo dico sinceramente, senza nascondimenti. Ho l’impressione che le parole pronunciate da Obama non siano finte. Anche i giri di parole che usa indicano che è un uomo sincero. Ha compreso qualcosa di nuovo. In breve, il livello intellettuale è di due o tre ordini di grandezza più elevato rispetto a quello dei precedenti presidenti. È una cosa evidente. Tuttavia, il suo potere è troppo limitato. Credo che egli sia salito al potere in America in un momento grave e senza precedenti, cosicché il suo potenziale non è emerso visibilmente e non è chiaro quanto possa fare. Non posso dire che questa sia una valutazione scettica. Mi baso sulla mia esperienza russa e sovietica. Quando in Urss ci fu Gorbaciov, lo osservai attentamente, così come faccio ora con Obama. A quel tempo molti non credettero a Mikhail Sergeevich nella convinzione che fosse un inganno e che sarebbe stato la continuazione del vecchio. Al contrario, vedevo che era dieci volte più in gamba rispetto all’ambiente in cui operava. Certo, Gorbaciov è stato sconfitto, ha fatto molti errori, ma ciononostante è stato un innovatore. Un grandissimo riformatore. Perciò, nel fare uso di questa esperienza russa, penso che non occorra presumere che tutto continui come prima. Durante una crisi, specie su una così larga scala come ora, ci sono persone capaci di far girare il timone. Talvolta risulta poi che non lo sanno proprio fare, ma la cosa più importante è che capiscano la situazione, cioè possano cercare di cambiarla per il meglio.
BOX:
Cosa ha detto Bill Schneider nel suo discorso?
«Abbiamo determinato una crisi economica e lo facciamo ogni 30 anni».
«L’America perderà il suo status di unica superpotenza mondiale? La mia risposta è chiara. No».
«Dopo il crollo dell’Unione sovietica è arrivato il “decennio d’oro” degli Stati Uniti, paragonabile forse agli anni venti del mondo nel secolo precedente».
«L’unico valore che difenderemo senza riguardi per il paese e il governo: i diritti umani».
«Ritengo che una regola rimarrà sempre la stessa. Questa regola: finché gli Stati Uniti non fanno qualcosa, non succederà nulla.»
Traduzione a cura di Anna Mele per Megachip
De Gennaro & C
http://www.unita.it/rubriche/Travaglio
Topolanek, Bocchino, Pompa & F.lli
Siccome «nomina sunt consequentia rerum», sulla scena degli scandali berlusconiani, dopo Topolanek, irrompe l’on. Bocchino: «In questa vicenda ci sono apparati dello Stato fuori controllo». Non ce l’ha con l’apparato riproduttivo di Al Tappone, già devastato da un editoriale di Feltri, ansioso di far sparire l’arma del delitto («facendo strame della privacy, affermo che Silvio è senza prostata… e buonanotte al sesso. La scienza fa miracoli tranne uno: quello»). No, Bocchino ce l’ha coi servizi segreti, ovviamente deviati: «Dovrebbero occuparsi della sicurezza del premier, scortarlo, proteggerlo». Invece colludono coi nemici della Nazione: tipo il fotografo Zappadu che, secondo l’autorevole Il Giornale, ha «rapporti coi servizi». Tesi suggestiva, anche perché Al Tappone ha governato 8 anni su 15 e ha sempre trafficato coi servizi. E l’altro giorno ne ha riuniti i capi a Palazzo Chigi: c’erano il coordinatore Gianni De Gennaro, a suo tempo confermato da Al Tappone a capo della polizia nonostante i fattacci del G8 di Genova, o forse proprio per quelli (ora è imputato per induzione alla falsa testimonianza dell’ex questore); e l’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari, sebbene sia imputato a Milano per il sequestro di Abu Omar e a Perugia per peculato con Pio Pompa (avrebbero spiato «presunte opinioni politiche, contatti e iniziative di magistrati, funzionari dello Stato, associazioni di magistrati anche europei, giornalisti e parlamentari»), o forse proprio per questo. Dal che si deduce che cosa intendano lorsignori per «servizi deviati»: quelli che lavorano per lo Stato.
Topolanek, Bocchino, Pompa & F.lli
Siccome «nomina sunt consequentia rerum», sulla scena degli scandali berlusconiani, dopo Topolanek, irrompe l’on. Bocchino: «In questa vicenda ci sono apparati dello Stato fuori controllo». Non ce l’ha con l’apparato riproduttivo di Al Tappone, già devastato da un editoriale di Feltri, ansioso di far sparire l’arma del delitto («facendo strame della privacy, affermo che Silvio è senza prostata… e buonanotte al sesso. La scienza fa miracoli tranne uno: quello»). No, Bocchino ce l’ha coi servizi segreti, ovviamente deviati: «Dovrebbero occuparsi della sicurezza del premier, scortarlo, proteggerlo». Invece colludono coi nemici della Nazione: tipo il fotografo Zappadu che, secondo l’autorevole Il Giornale, ha «rapporti coi servizi». Tesi suggestiva, anche perché Al Tappone ha governato 8 anni su 15 e ha sempre trafficato coi servizi. E l’altro giorno ne ha riuniti i capi a Palazzo Chigi: c’erano il coordinatore Gianni De Gennaro, a suo tempo confermato da Al Tappone a capo della polizia nonostante i fattacci del G8 di Genova, o forse proprio per quelli (ora è imputato per induzione alla falsa testimonianza dell’ex questore); e l’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari, sebbene sia imputato a Milano per il sequestro di Abu Omar e a Perugia per peculato con Pio Pompa (avrebbero spiato «presunte opinioni politiche, contatti e iniziative di magistrati, funzionari dello Stato, associazioni di magistrati anche europei, giornalisti e parlamentari»), o forse proprio per questo. Dal che si deduce che cosa intendano lorsignori per «servizi deviati»: quelli che lavorano per lo Stato.
sabato 20 giugno 2009
La dictadura pasiva de Berlusconi
http://www.elpais.com/articulo/opinion/dictadura/pasiva/Berlusconi/elpepiopi/20090616elpepiopi_42/Tes/
La dictadura pasiva de Berlusconi
El entusiasmo europeísta de las primeras elecciones al Parlamento de Estrasburgo se ha diluido con el paso de los años. Tal y como vimos en los comicios del 7 de junio, el auge de los euroescépticos y la derecha ha tenido lugar en las elecciones europeas con el menor índice de participación. Esta tendencia no me parece sorprendente, aunque no estaría de más preguntarse los porqués. Lo que sí me resulta extraño son los resultados italianos. ¿Cómo un país sometido por Il Cavaliere puede -después de numerosos escándalos sexuales y judiciales- continuar creyendo fervientemente en él? ¿Acaso la mano negra de Berlusconi ha censurado las polémicas imágenes en su monopolizado mundo de los medios de comunicación?
Supongo que, al igual que en el affaire Mills y muchos otros, el primer ministro italiano ha hecho acopio de su gran poder, y los italianos están mal informados. Mientras que en todos los países de la Unión Europea se hablaba del caso Noemi y su cariñoso apelativo a Berlusconi, me imagino a las televisiones italianas inundadas con la mejor programacióntelebasura, para poder así desviar la atención de la sociedad.
Si esto es así, estamos ante una dictadura pasiva y silenciosa, pero no por ello menos peligrosa. El hecho de que un personaje oscuro como Il Cavaliere tenga el poder absoluto de los medios de comunicación de su país debería ser objeto de debate en la Europa democrática y libre que nos están vendiendo los políticos.
ARGI GRAU VAVROVA - Barcelona - 16/06/2009
La dittature passiva di Berlusconi (traduzione M. Carboni)
L’entusiasmo delle prime elezioni al parlamento di Strasburgo si è diluito con il passare degli anni. Così come abbiamo visto, nei comizi del 7 giugno il trionfo degli euroscettici e delle destre hanno avuto luogo nelle elezioni con la minor affluenza. Questa tendenza non mi sembra sorprendente, per quanto non sarebbe superfluo chiedersi perché. Quelli che mi sembrano strani sono i risultati in Italia. Come può un paese sottomesso al Cavaliere, dopo i numerosi scandali sessuali e giudiziari, credere ancora in lui così fervidamente? Non sarà la mano negra di Berlusconi riuscita a censurare le polemiche immagini nel suo mondo mediatico monopolizzato da lui?
Suppongo che anche per l’affare Mills Berlusconi abbia fatto uso del suo grande potere, e gli Italiani saranno male informati. Mentre in tutti i paesi dell’Unione Europea non si parla d’altro che del caso Noemi, e del affettuso nomignolo con cui chiama Berlusconi, mi immagino le televisioni italiane inondate con la migliore programmazione di tv spazzatura, per potere così sviare l’attenzione della società.
Se la situazione è questa, siamo di fronte a una dittatura passiva e silenziosa, ma non per questo meno pericolosa. Il fatto che un personaggio oscuro come il Cavaliere detenga il potere assoluto dei mezzi di comunicazione, dovrebbe essere oggetto di dibattito nell’Europa democratica e libera che i nostri politici ci stanno vendendo.
La dictadura pasiva de Berlusconi
El entusiasmo europeísta de las primeras elecciones al Parlamento de Estrasburgo se ha diluido con el paso de los años. Tal y como vimos en los comicios del 7 de junio, el auge de los euroescépticos y la derecha ha tenido lugar en las elecciones europeas con el menor índice de participación. Esta tendencia no me parece sorprendente, aunque no estaría de más preguntarse los porqués. Lo que sí me resulta extraño son los resultados italianos. ¿Cómo un país sometido por Il Cavaliere puede -después de numerosos escándalos sexuales y judiciales- continuar creyendo fervientemente en él? ¿Acaso la mano negra de Berlusconi ha censurado las polémicas imágenes en su monopolizado mundo de los medios de comunicación?
Supongo que, al igual que en el affaire Mills y muchos otros, el primer ministro italiano ha hecho acopio de su gran poder, y los italianos están mal informados. Mientras que en todos los países de la Unión Europea se hablaba del caso Noemi y su cariñoso apelativo a Berlusconi, me imagino a las televisiones italianas inundadas con la mejor programacióntelebasura, para poder así desviar la atención de la sociedad.
Si esto es así, estamos ante una dictadura pasiva y silenciosa, pero no por ello menos peligrosa. El hecho de que un personaje oscuro como Il Cavaliere tenga el poder absoluto de los medios de comunicación de su país debería ser objeto de debate en la Europa democrática y libre que nos están vendiendo los políticos.
ARGI GRAU VAVROVA - Barcelona - 16/06/2009
La dittature passiva di Berlusconi (traduzione M. Carboni)
L’entusiasmo delle prime elezioni al parlamento di Strasburgo si è diluito con il passare degli anni. Così come abbiamo visto, nei comizi del 7 giugno il trionfo degli euroscettici e delle destre hanno avuto luogo nelle elezioni con la minor affluenza. Questa tendenza non mi sembra sorprendente, per quanto non sarebbe superfluo chiedersi perché. Quelli che mi sembrano strani sono i risultati in Italia. Come può un paese sottomesso al Cavaliere, dopo i numerosi scandali sessuali e giudiziari, credere ancora in lui così fervidamente? Non sarà la mano negra di Berlusconi riuscita a censurare le polemiche immagini nel suo mondo mediatico monopolizzato da lui?
Suppongo che anche per l’affare Mills Berlusconi abbia fatto uso del suo grande potere, e gli Italiani saranno male informati. Mentre in tutti i paesi dell’Unione Europea non si parla d’altro che del caso Noemi, e del affettuso nomignolo con cui chiama Berlusconi, mi immagino le televisioni italiane inondate con la migliore programmazione di tv spazzatura, per potere così sviare l’attenzione della società.
Se la situazione è questa, siamo di fronte a una dittatura passiva e silenziosa, ma non per questo meno pericolosa. Il fatto che un personaggio oscuro come il Cavaliere detenga il potere assoluto dei mezzi di comunicazione, dovrebbe essere oggetto di dibattito nell’Europa democratica e libera che i nostri politici ci stanno vendendo.
giovedì 18 giugno 2009
Keynes a Pechino
http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/keynes-a-pechino/
Rosario Patalano - 09 Aprile 2009
In un recente intervento, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese (People’s Bank of China), ha rilanciato ancora una volta il tema della riforma del sistema monetario internazionale, proponendo l’istituzione di una moneta mondiale (global currency) svincolata da qualsiasi rapporto con una entità statale emittente. Qualche giorno prima il premier cinese Weng Jiabao aveva espresso preoccupazione sulla crescita del debito pubblico americano. Se le due dichiarazioni si leggono sinotticamente l’interpretazione è univoca: i cinesi temono il collasso del dollaro e sono terrorizzati dall’idea di polverizzare i proventi dei loro surplus commerciali, investiti, come è noto, prevalentemente in titoli di stato USA (Treasury Bond), dei quali sono diventati il maggior detentore.
Che Pechino stia ormai elaborando da tempo una strategia di uscita dalla dipendenza dal dollaro è noto (dal 2005 lo yuan renmimbi è ancorato ad un paniere di monete e non più alla sola divisa Usa), ma è una novità che la Cina abbia indicato con estrema chiarezza le linee di riforma dell’ordine monetario internazionale che proporrà in sede internazionale, dichiarando di puntare alla costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale e affidata interamente al controllo del Fondo Monetario Internazionale (IMF), opportunamente rinnovato e potenziato. Una posizione che spiazza la proposta di riforma oggi più accreditata, avanzata qualche anno fa dal premio Nobel Ernest Mundell che punta alla costituzione di una moneta internazionale “paniere” (basket currency), indicata come DEY (dollaro, euro, yen), che dovrebbe essere composta da diverse monete con la partecipazione essenziale di quelle oggi dominanti (appunto dollaro, euro, yen), e che dovrebbe essere istituita con un percorso istituzionale simile a quello che ha caratterizzato la nascita dell’euro, cioè individuando, in una prima fase di attuazione, bande di oscillazione controllate tra le tre monete aderenti, per poi giungere nella fase finale alla definizione di parità fisse. L’assetto dell’ordine monetario internazionale, secondo questa proposta di Mundell, dovrebbe prevedere l’esistenza di un nucleo di monete forti legate tra loro da accordi di currency peg (cambio fisso) intorno al quale si muoverebbe una periferia di divise più deboli mantenute entro bande di oscillazione più o meno ristrette (con meccanismi di parità mobile - Crawling peg – o di fluttuazione manovrata Manged floating). L’approdo definitivo dovrebbe essere l’istituzione dell’INTOR, una moneta paniere mondiale basata per il 50% sulle cinque divise più forti (il cui peso verrebbe così ripartito: 22,5 % dollaro USA, 14,5% euro, 7,5% yen, 5,5% sterlina inglese) e per il 50% legata all’oro. Accordi di cambio fisso generalizzati regolerebbero poi il rapporto tra l’INTOR e le altre monete. L’INTOR sarebbe sostanzialmente controllato dai paesi con maggior peso economico e quindi ricondotta agli interessi di specifiche sovranità nazionali. Per questo non sfuggirebbe al noto Dilemma di Triffin, secondo cui il paese che emette moneta internazionale deve accettare crescenti disavanzi delle partite correnti al fine di soddisfare la domanda mondiale di moneta di riserva, ma nello stesso tempo i crescenti deficit indeboliscono la fiducia nella solidità della moneta nazionale usata come standard internazionale. Pertanto: o il sistema monetario internazionale crolla per una crisi di fiducia nella moneta di riserva internazionale, o l’economia mondiale si trova di fronte ad una grave deflazione per l’insufficienza di mezzi di pagamento internazionali. La proposta di Mundell non elimina questa contraddizione, ma la divide tra diversi centri di responsabilità, configurando soltanto la prospettiva una politica monetaria internazionale più condivisa. Il peso del 50% del valore dell’INTOR affidato all’oro, aggraverebbe inoltre la situazione, in quanto reintrodurrebbe nel sistema monetario internazionale tutti i problemi legati all’uso di una moneta merce (commodity money) con fluttuazioni del suo valore che finiscono per essere esogenamente determinate.
La soluzione per evitare le contraddizioni generate dall’uso di una moneta nazionale come standard internazionale fu fornita dallo stesso Triffin già all’inizio degli anni Sessanta (quando con estrema lucidità aveva previsto la fine del sistema basato sulla convertibilità aurea del dollaro) con la proposta di istituire una moneta mondiale indipendente da ogni sovranità nazionale sul modello del bancor, l’unità di conto che Keynes aveva definito nel suo piano presentato alla conferenza di Bretton Woods (1944), che appunto doveva configurarsi come una moneta sovranazionale.
Per il governatore Zhou Xiaochuan, il modello ideale di moneta mondiale, “capace di rimanere stabile nel lungo periodo”, resta ancora il bancor keynesiano, ma riproporre la sua attuazione in tempi brevi, richiederebbe una coraggiosa e “straordinaria visione politica” che oggi non è ancora maturata. E allora Zhou Xiaochuan propone un percorso intermedio, di breve periodo, che punti ad una riforma dei diritti speciali di prelievo (DSP, Special Drawing Right, SDR nell’acronimo inglese). Istituiti nel 1969 per individuare uno strumento di liquidità internazionale alternativo al dollaro, proprio sulla base della critica di Triffin, i DSP sono particolari unità di conto, il cui valore è basato su un basket delle cinque principali valute (secondo i seguenti pesi: 45% dollaro USA, 29% euro, 15% yen, 11% sterlina inglese) e sono assegnati a ciascuno dei 185 paesi aderenti all’IMF in proporzione alle loro quote di partecipazione. Il legame dei DSP con le monete che ne costituiscono il valore è solo indiretto, poiché la loro esistenza è determinata soltanto in base ad un accordo associativo (le quote di partecipazione). La loro gestione è affidata alle autorità dell’IMF che così dispongono di uno strumento di liquidità internazionale interamente sotto il loro controllo e che è utilizzabile per correggere gli squilibri tra i paesi membri. Qualsiasi paese dell’IMF che registri un deficit può cedere i DSP di cui è in possesso ad un altro paese che è obbligato ad accettali, cedendo in cambio propria valuta. Entro certi limiti (pari a tre volte la quota netta assegnata) gli squilibri commerciali possono essere corretti da un paese senza far ricorso alle riserve accumulate o all’indebitamento estero e i DSP nella sostanza hanno lo stesso ruolo che riveste un’apertura di credito da parte di una banca. Con la loro istituzione l’IMF accettò sostanzialmente il principio che la creazione e la gestione della liquidità internazionale non possono essere affidate interamente alle politiche dei paesi che per determinate circostanze si trovano ad emettere la moneta accettata come riserva internazionale, ma devono essere governate da istituzioni internazionali che rispondono ad una logica di cooperazione.
Zhou Xiaochuan riconosce che i DSP possono costituire, per le caratteristiche che posseggono, il nucleo da cui è possibile gradualmente sviluppare un vera e propria moneta mondiale (nello stesso senso si è espressa recentemente anche una Commissione di Esperti dell’Onu). Per raggiungere questo scopo egli propone innanzitutto di consentire ai privati l’uso dei DSP come mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali e finanziarie, abolendo la regola restrittiva che fino ad oggi ha impedito la loro trasformazione in una vera e propria moneta internazionale. Per questa limitazione i DSP rappresentano attualmente soltanto l’1% delle riserve in valuta dei paesi membri dell’IMF. Propone poi l’approvazione immediata del cosiddetto IV Emendamento al Trattato costitutivo dell’IMF (Articles of Agreement), proposto nel 1997, durante la crisi “asiatica”, che prevede il raddoppio dei DSP in circolazione (portandoli al valore nominale di 42,8 miliardi) e la loro utilizzazione su criteri paritari da parte di tutti i membri (attualmente i paesi che hanno aderito all’IMF dopo il 1981, circa un quinto del totale, ne sono rimasti esclusi. La proposta è stata già in parte recepita dal recente vertice londinese dei G20). Un ulteriore passo dovrebbe essere la creazione di assetti finanziari denominati in DSP per incentivare la loro utilizzazione. Ovviamente l’istituzione dei nuovi DSP sarebbe accompagnata da una riforma dei pesi con i quali attualmente è calcolato il loro valore. Per Zhou Xiaochuan è necessario innanzitutto allargare il paniere di riferimento includendo “le monete di tutte le maggiori economie”, e senza dirlo direttamente il governatore della People’s Bank of China di fatto candida la divisa cinese, lo yuan renmimbi, ad assumere un ruolo fondamentale nel nuovo sistema monetario internazionale. L’IMF dovrebbe poi accentuare il suo carattere di deposito (pool) di riserve monetarie utilizzabili dai vari paesi per far fronte ai propri squilibri senza far ricorso al mercato dei cambi, evitando così di generare instabilità sistemica. Insomma l’IMF in prospettiva dovrebbe assumere il ruolo di una stanza di compensazione (così come Keynes stesso aveva inizialmente proposto), dotata di una propria unità di conto, i DSP appunto, utilizzata esclusivamente per le transazioni internazionali. Sarebbe così superata quella che Zhou Xiaochuan definisce una situazione eccezionale, poiché l’uso di una moneta fiduciaria sotto il controllo e la responsabilità di un’unica autorità statale, così come avviene dal 1971 (data della dichiarazione di inconvertibilità del dollaro) costituisce un evento unico nella storia monetaria.
È evidente che con questa proposta la Cina intende assumersi un ruolo decisivo nel nuovo ordine monetario internazionale, senza però passare attraverso le incertezze del mercato dei cambi. Da sempre, infatti, le autorità cinesi temono che l’abbandono del controllo politico del cambio possa incentivare attività di speculazione portando alla destabilizzazione della loro l’economia. Del resto hanno fino ad ora avuto ragione, visto che l’economia cinese è rimasta immune dall’ultima tempesta valutaria che nel 1997-1998 ha colpito l’Est asiatico e la Russia.
Il peso che i cinesi ormai ricoprono nell’economia mondiale e il ruolo che essi hanno assunto, come principali detentori di riserve valutarie internazionali (1950 miliardi di dollari), rendono estremamente rilevanti queste affermazioni per le scelte sul futuro assetto dell’ordine monetario internazionale.
Rosario Patalano - 09 Aprile 2009
In un recente intervento, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese (People’s Bank of China), ha rilanciato ancora una volta il tema della riforma del sistema monetario internazionale, proponendo l’istituzione di una moneta mondiale (global currency) svincolata da qualsiasi rapporto con una entità statale emittente. Qualche giorno prima il premier cinese Weng Jiabao aveva espresso preoccupazione sulla crescita del debito pubblico americano. Se le due dichiarazioni si leggono sinotticamente l’interpretazione è univoca: i cinesi temono il collasso del dollaro e sono terrorizzati dall’idea di polverizzare i proventi dei loro surplus commerciali, investiti, come è noto, prevalentemente in titoli di stato USA (Treasury Bond), dei quali sono diventati il maggior detentore.
Che Pechino stia ormai elaborando da tempo una strategia di uscita dalla dipendenza dal dollaro è noto (dal 2005 lo yuan renmimbi è ancorato ad un paniere di monete e non più alla sola divisa Usa), ma è una novità che la Cina abbia indicato con estrema chiarezza le linee di riforma dell’ordine monetario internazionale che proporrà in sede internazionale, dichiarando di puntare alla costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale e affidata interamente al controllo del Fondo Monetario Internazionale (IMF), opportunamente rinnovato e potenziato. Una posizione che spiazza la proposta di riforma oggi più accreditata, avanzata qualche anno fa dal premio Nobel Ernest Mundell che punta alla costituzione di una moneta internazionale “paniere” (basket currency), indicata come DEY (dollaro, euro, yen), che dovrebbe essere composta da diverse monete con la partecipazione essenziale di quelle oggi dominanti (appunto dollaro, euro, yen), e che dovrebbe essere istituita con un percorso istituzionale simile a quello che ha caratterizzato la nascita dell’euro, cioè individuando, in una prima fase di attuazione, bande di oscillazione controllate tra le tre monete aderenti, per poi giungere nella fase finale alla definizione di parità fisse. L’assetto dell’ordine monetario internazionale, secondo questa proposta di Mundell, dovrebbe prevedere l’esistenza di un nucleo di monete forti legate tra loro da accordi di currency peg (cambio fisso) intorno al quale si muoverebbe una periferia di divise più deboli mantenute entro bande di oscillazione più o meno ristrette (con meccanismi di parità mobile - Crawling peg – o di fluttuazione manovrata Manged floating). L’approdo definitivo dovrebbe essere l’istituzione dell’INTOR, una moneta paniere mondiale basata per il 50% sulle cinque divise più forti (il cui peso verrebbe così ripartito: 22,5 % dollaro USA, 14,5% euro, 7,5% yen, 5,5% sterlina inglese) e per il 50% legata all’oro. Accordi di cambio fisso generalizzati regolerebbero poi il rapporto tra l’INTOR e le altre monete. L’INTOR sarebbe sostanzialmente controllato dai paesi con maggior peso economico e quindi ricondotta agli interessi di specifiche sovranità nazionali. Per questo non sfuggirebbe al noto Dilemma di Triffin, secondo cui il paese che emette moneta internazionale deve accettare crescenti disavanzi delle partite correnti al fine di soddisfare la domanda mondiale di moneta di riserva, ma nello stesso tempo i crescenti deficit indeboliscono la fiducia nella solidità della moneta nazionale usata come standard internazionale. Pertanto: o il sistema monetario internazionale crolla per una crisi di fiducia nella moneta di riserva internazionale, o l’economia mondiale si trova di fronte ad una grave deflazione per l’insufficienza di mezzi di pagamento internazionali. La proposta di Mundell non elimina questa contraddizione, ma la divide tra diversi centri di responsabilità, configurando soltanto la prospettiva una politica monetaria internazionale più condivisa. Il peso del 50% del valore dell’INTOR affidato all’oro, aggraverebbe inoltre la situazione, in quanto reintrodurrebbe nel sistema monetario internazionale tutti i problemi legati all’uso di una moneta merce (commodity money) con fluttuazioni del suo valore che finiscono per essere esogenamente determinate.
La soluzione per evitare le contraddizioni generate dall’uso di una moneta nazionale come standard internazionale fu fornita dallo stesso Triffin già all’inizio degli anni Sessanta (quando con estrema lucidità aveva previsto la fine del sistema basato sulla convertibilità aurea del dollaro) con la proposta di istituire una moneta mondiale indipendente da ogni sovranità nazionale sul modello del bancor, l’unità di conto che Keynes aveva definito nel suo piano presentato alla conferenza di Bretton Woods (1944), che appunto doveva configurarsi come una moneta sovranazionale.
Per il governatore Zhou Xiaochuan, il modello ideale di moneta mondiale, “capace di rimanere stabile nel lungo periodo”, resta ancora il bancor keynesiano, ma riproporre la sua attuazione in tempi brevi, richiederebbe una coraggiosa e “straordinaria visione politica” che oggi non è ancora maturata. E allora Zhou Xiaochuan propone un percorso intermedio, di breve periodo, che punti ad una riforma dei diritti speciali di prelievo (DSP, Special Drawing Right, SDR nell’acronimo inglese). Istituiti nel 1969 per individuare uno strumento di liquidità internazionale alternativo al dollaro, proprio sulla base della critica di Triffin, i DSP sono particolari unità di conto, il cui valore è basato su un basket delle cinque principali valute (secondo i seguenti pesi: 45% dollaro USA, 29% euro, 15% yen, 11% sterlina inglese) e sono assegnati a ciascuno dei 185 paesi aderenti all’IMF in proporzione alle loro quote di partecipazione. Il legame dei DSP con le monete che ne costituiscono il valore è solo indiretto, poiché la loro esistenza è determinata soltanto in base ad un accordo associativo (le quote di partecipazione). La loro gestione è affidata alle autorità dell’IMF che così dispongono di uno strumento di liquidità internazionale interamente sotto il loro controllo e che è utilizzabile per correggere gli squilibri tra i paesi membri. Qualsiasi paese dell’IMF che registri un deficit può cedere i DSP di cui è in possesso ad un altro paese che è obbligato ad accettali, cedendo in cambio propria valuta. Entro certi limiti (pari a tre volte la quota netta assegnata) gli squilibri commerciali possono essere corretti da un paese senza far ricorso alle riserve accumulate o all’indebitamento estero e i DSP nella sostanza hanno lo stesso ruolo che riveste un’apertura di credito da parte di una banca. Con la loro istituzione l’IMF accettò sostanzialmente il principio che la creazione e la gestione della liquidità internazionale non possono essere affidate interamente alle politiche dei paesi che per determinate circostanze si trovano ad emettere la moneta accettata come riserva internazionale, ma devono essere governate da istituzioni internazionali che rispondono ad una logica di cooperazione.
Zhou Xiaochuan riconosce che i DSP possono costituire, per le caratteristiche che posseggono, il nucleo da cui è possibile gradualmente sviluppare un vera e propria moneta mondiale (nello stesso senso si è espressa recentemente anche una Commissione di Esperti dell’Onu). Per raggiungere questo scopo egli propone innanzitutto di consentire ai privati l’uso dei DSP come mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali e finanziarie, abolendo la regola restrittiva che fino ad oggi ha impedito la loro trasformazione in una vera e propria moneta internazionale. Per questa limitazione i DSP rappresentano attualmente soltanto l’1% delle riserve in valuta dei paesi membri dell’IMF. Propone poi l’approvazione immediata del cosiddetto IV Emendamento al Trattato costitutivo dell’IMF (Articles of Agreement), proposto nel 1997, durante la crisi “asiatica”, che prevede il raddoppio dei DSP in circolazione (portandoli al valore nominale di 42,8 miliardi) e la loro utilizzazione su criteri paritari da parte di tutti i membri (attualmente i paesi che hanno aderito all’IMF dopo il 1981, circa un quinto del totale, ne sono rimasti esclusi. La proposta è stata già in parte recepita dal recente vertice londinese dei G20). Un ulteriore passo dovrebbe essere la creazione di assetti finanziari denominati in DSP per incentivare la loro utilizzazione. Ovviamente l’istituzione dei nuovi DSP sarebbe accompagnata da una riforma dei pesi con i quali attualmente è calcolato il loro valore. Per Zhou Xiaochuan è necessario innanzitutto allargare il paniere di riferimento includendo “le monete di tutte le maggiori economie”, e senza dirlo direttamente il governatore della People’s Bank of China di fatto candida la divisa cinese, lo yuan renmimbi, ad assumere un ruolo fondamentale nel nuovo sistema monetario internazionale. L’IMF dovrebbe poi accentuare il suo carattere di deposito (pool) di riserve monetarie utilizzabili dai vari paesi per far fronte ai propri squilibri senza far ricorso al mercato dei cambi, evitando così di generare instabilità sistemica. Insomma l’IMF in prospettiva dovrebbe assumere il ruolo di una stanza di compensazione (così come Keynes stesso aveva inizialmente proposto), dotata di una propria unità di conto, i DSP appunto, utilizzata esclusivamente per le transazioni internazionali. Sarebbe così superata quella che Zhou Xiaochuan definisce una situazione eccezionale, poiché l’uso di una moneta fiduciaria sotto il controllo e la responsabilità di un’unica autorità statale, così come avviene dal 1971 (data della dichiarazione di inconvertibilità del dollaro) costituisce un evento unico nella storia monetaria.
È evidente che con questa proposta la Cina intende assumersi un ruolo decisivo nel nuovo ordine monetario internazionale, senza però passare attraverso le incertezze del mercato dei cambi. Da sempre, infatti, le autorità cinesi temono che l’abbandono del controllo politico del cambio possa incentivare attività di speculazione portando alla destabilizzazione della loro l’economia. Del resto hanno fino ad ora avuto ragione, visto che l’economia cinese è rimasta immune dall’ultima tempesta valutaria che nel 1997-1998 ha colpito l’Est asiatico e la Russia.
Il peso che i cinesi ormai ricoprono nell’economia mondiale e il ruolo che essi hanno assunto, come principali detentori di riserve valutarie internazionali (1950 miliardi di dollari), rendono estremamente rilevanti queste affermazioni per le scelte sul futuro assetto dell’ordine monetario internazionale.
mercoledì 17 giugno 2009
Io se fossi dio - G.Gaber - Anni affollati 1982
Io se fossi Dio
e io potrei anche esserlo
sennò non vedo chi.
Io se fossi Dio
non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
non sarei mica un dilettante
sarei sempre presente.
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
o meglio ancora a criticare
appunto cosa fa la gente.
Per esempio il piccolo borghese
com’è noioso
non commette mai peccati grossi
non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto, poverino, è troppo misero e meschino
e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sveda
lui pensa che l’errore piccolino
non lo conti o non lo veda.
Per questo
io se fossi Dio
preferirei il secolo passato
se fossi Dio
rimpiangerei il furore antico
dove si odiava e poi si amava
e si ammazzava il nemico.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
non sarei così coglione
a credere solo ai palpiti del cuore
o solo agli alambicchi della ragione.
Io se fossi Dio
sarei sicuramente molto intero e molto distaccato
come dovreste essere voi.
Io se fossi Dio
non sarei mica stato a risparmiare
avrei fatto un uomo migliore.
Sì, vabbe’, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino.
Io se fossi Dio
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti non è mica normale che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna
che viene da dire
“Ma dopo come fa a essere così carogna?”
Io se fossi Dio
non sarei ridotto come voi
e se lo fossi io certo morirei per qualcosa di importante.
Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente
non capita sempre
e anche l’avventuriero più spinto
muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.
Io se fossi Dio
farei quello che voglio
non sarei certo permissivo
bastonerei mio figlio
sarei severo e giusto
stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto
e se potessi
anche gli africanisti e l’Asia
e poi gli americani e i russi
bastonerei la militanza come la misticanza
e prenderei a schiaffi
i volteriani, i ladri
gli stupidi e i bigotti
perché Dio è violento!
E gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro tutti.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Finora abbiamo scherzato.
Ma va a finire che uno
prima o poi ci piglia gusto
e con la scusa di Dio tira fuori
tutto quello che gli sembra giusto.
E a te ragazza
che mi dici che non è vero
che il piccolo borghese è solo un po’ coglione
che quell’uomo è proprio un delinquente
un mascalzone, un porco in tutti i sensi, una canaglia
e che ha tentato pure di violentare sua figlia.
Io come Dio inventato
come Dio fittizio
prendo coraggio e sparo il mio giudizio e dico:
speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo, cara figlia.
Così per i giornali diventa
un bravo padre di famiglia.
Io se fossi Dio
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti
che certamente non sono brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere
e di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento.
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti
e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.
Sì, vabbe’, lo ammetto
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia
ma io se fossi Dio
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia.
Ma io non sono ancora
del regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente
nel regno dei cieli non vorrei ministri
né gente di partito tra le palle
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo
e tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo
che sian untuosi democristiani
o grigi compagni del Pci.
Son nati proprio brutti
o perlomeno tutti finiscono così.
Io se fossi Dio
dall’alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare Platone
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
che scivola sulle parole
anche quando non sembra o non lo vuole.
Compagno radicale
la parola compagno non so chi te l’ha data
ma in fondo ti sta bene
tanto ormai è squalificata
compagno radicale
cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino
ti muovi proprio bene in questo gran casino
e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio
dall’altra si riempiono le galere
di gente che non c’entra un cazzo.
Compagno radicale
tu occupati pure di diritti civili
e di idiozia che fa democrazia
e preparaci pure un altro referendum
questa volta per sapere
dov’è che i cani devono pisciare.
Compagni socialisti
ma sì, anche voi insinuanti, astuti e tondi
compagni socialisti
con le vostre spensierate alleanze
di destra, di sinistra, di centro
coi vostri uomini aggiornati
nuovi di fuori e vecchi di dentro
compagni socialisti, fatevi avanti
che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti
fatevi avanti col mito del progresso
e con la vostra schifosa ambiguità
ringraziate la dilagante imbecillità.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
non avrei proprio più pazienza
inventerei di nuovo una morale
e farei suonare le trombe per il Giudizio universale.
Voi mi direte: perché è così parziale
il mio personalissimo Giudizio universale?
Perché non suonano le mie trombe
per gli attentati, i rapimenti
i giovani drogati e per le bombe.
Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.
Io come Dio, non è che non ne ho voglia
io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili
o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili
ma come uomo come sono e fui
ho parlato di noi, comuni mortali
quegli altri non li capisco
mi spavento, non mi sembrano uguali.
Di loro posso dire solamente
che dalle masse sono riusciti ad ottenere
lo stupido pietismo per il carabiniere
di loro posso dire solamente
che mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente.
Io come uomo posso dire solo ciò che sento
cioè solo l’immagine del grande smarrimento.
Però se fossi Dio
sarei anche invulnerabile e perfetto
allora non avrei paura affatto
così potrei gridare, e griderei senza ritegno
che è una porcheria
che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia.
Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili:
di noi posso parlare perché so chi siamo
e forse facciamo più schifo che spavento
di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.
Ma io se fossi Dio
non mi farei fregare da questo sgomento
e nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio
perché a Dio i martiri
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.
E se al mio Dio che ancora si accalora
gli fa rabbia chi spara
gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque
se gli ha sparato un brigatista
diventa l’unico statista.
Io se fossi Dio
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana
è il responsabile maggiore
di vent’anni di cancrena italiana.
Io se fossi Dio
un Dio incosciente, enormemente saggio
c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era.
Ma in fondo tutto questo è stupido
perché logicamente
io se fossi Dio
la Terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi
in questo scontro quotidiano.
Io se fossi Dio
non mi interesserei di odio e di vendetta
e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono.
E allora
va a finire che se fossi Dio
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io.
e io potrei anche esserlo
sennò non vedo chi.
Io se fossi Dio
non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
non sarei mica un dilettante
sarei sempre presente.
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
o meglio ancora a criticare
appunto cosa fa la gente.
Per esempio il piccolo borghese
com’è noioso
non commette mai peccati grossi
non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto, poverino, è troppo misero e meschino
e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sveda
lui pensa che l’errore piccolino
non lo conti o non lo veda.
Per questo
io se fossi Dio
preferirei il secolo passato
se fossi Dio
rimpiangerei il furore antico
dove si odiava e poi si amava
e si ammazzava il nemico.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
non sarei così coglione
a credere solo ai palpiti del cuore
o solo agli alambicchi della ragione.
Io se fossi Dio
sarei sicuramente molto intero e molto distaccato
come dovreste essere voi.
Io se fossi Dio
non sarei mica stato a risparmiare
avrei fatto un uomo migliore.
Sì, vabbe’, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino.
Io se fossi Dio
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti non è mica normale che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna
che viene da dire
“Ma dopo come fa a essere così carogna?”
Io se fossi Dio
non sarei ridotto come voi
e se lo fossi io certo morirei per qualcosa di importante.
Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente
non capita sempre
e anche l’avventuriero più spinto
muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.
Io se fossi Dio
farei quello che voglio
non sarei certo permissivo
bastonerei mio figlio
sarei severo e giusto
stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto
e se potessi
anche gli africanisti e l’Asia
e poi gli americani e i russi
bastonerei la militanza come la misticanza
e prenderei a schiaffi
i volteriani, i ladri
gli stupidi e i bigotti
perché Dio è violento!
E gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro tutti.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Finora abbiamo scherzato.
Ma va a finire che uno
prima o poi ci piglia gusto
e con la scusa di Dio tira fuori
tutto quello che gli sembra giusto.
E a te ragazza
che mi dici che non è vero
che il piccolo borghese è solo un po’ coglione
che quell’uomo è proprio un delinquente
un mascalzone, un porco in tutti i sensi, una canaglia
e che ha tentato pure di violentare sua figlia.
Io come Dio inventato
come Dio fittizio
prendo coraggio e sparo il mio giudizio e dico:
speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo, cara figlia.
Così per i giornali diventa
un bravo padre di famiglia.
Io se fossi Dio
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti
che certamente non sono brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere
e di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento.
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti
e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.
Sì, vabbe’, lo ammetto
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia
ma io se fossi Dio
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia.
Ma io non sono ancora
del regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente
nel regno dei cieli non vorrei ministri
né gente di partito tra le palle
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo
e tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo
che sian untuosi democristiani
o grigi compagni del Pci.
Son nati proprio brutti
o perlomeno tutti finiscono così.
Io se fossi Dio
dall’alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare Platone
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
che scivola sulle parole
anche quando non sembra o non lo vuole.
Compagno radicale
la parola compagno non so chi te l’ha data
ma in fondo ti sta bene
tanto ormai è squalificata
compagno radicale
cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino
ti muovi proprio bene in questo gran casino
e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio
dall’altra si riempiono le galere
di gente che non c’entra un cazzo.
Compagno radicale
tu occupati pure di diritti civili
e di idiozia che fa democrazia
e preparaci pure un altro referendum
questa volta per sapere
dov’è che i cani devono pisciare.
Compagni socialisti
ma sì, anche voi insinuanti, astuti e tondi
compagni socialisti
con le vostre spensierate alleanze
di destra, di sinistra, di centro
coi vostri uomini aggiornati
nuovi di fuori e vecchi di dentro
compagni socialisti, fatevi avanti
che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti
fatevi avanti col mito del progresso
e con la vostra schifosa ambiguità
ringraziate la dilagante imbecillità.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
non avrei proprio più pazienza
inventerei di nuovo una morale
e farei suonare le trombe per il Giudizio universale.
Voi mi direte: perché è così parziale
il mio personalissimo Giudizio universale?
Perché non suonano le mie trombe
per gli attentati, i rapimenti
i giovani drogati e per le bombe.
Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.
Io come Dio, non è che non ne ho voglia
io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili
o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili
ma come uomo come sono e fui
ho parlato di noi, comuni mortali
quegli altri non li capisco
mi spavento, non mi sembrano uguali.
Di loro posso dire solamente
che dalle masse sono riusciti ad ottenere
lo stupido pietismo per il carabiniere
di loro posso dire solamente
che mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente.
Io come uomo posso dire solo ciò che sento
cioè solo l’immagine del grande smarrimento.
Però se fossi Dio
sarei anche invulnerabile e perfetto
allora non avrei paura affatto
così potrei gridare, e griderei senza ritegno
che è una porcheria
che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia.
Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili:
di noi posso parlare perché so chi siamo
e forse facciamo più schifo che spavento
di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.
Ma io se fossi Dio
non mi farei fregare da questo sgomento
e nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio
perché a Dio i martiri
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.
E se al mio Dio che ancora si accalora
gli fa rabbia chi spara
gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque
se gli ha sparato un brigatista
diventa l’unico statista.
Io se fossi Dio
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana
è il responsabile maggiore
di vent’anni di cancrena italiana.
Io se fossi Dio
un Dio incosciente, enormemente saggio
c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era.
Ma in fondo tutto questo è stupido
perché logicamente
io se fossi Dio
la Terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi
in questo scontro quotidiano.
Io se fossi Dio
non mi interesserei di odio e di vendetta
e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono.
E allora
va a finire che se fossi Dio
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io.
L’operazione Peter Pan nella cattiva memoria di Miami
http://www.siporcuba.it/cna-peterpan.htm
di Ángel Rodríguez Álvarez
Servizio speciale dell’AIN
Sebbene sembri incredibile, è assolutamente certo: a Miami verrà dedicato il Giorno di Ringraziamento a festeggiare, cena e ballo compresi, l’Operazione Peter Pan iniziata all’Avana 47 anni fa.
Il grado di irrealtà e inganno in cui vivono non pochi dei cubani fuggiti agli Stati Uniti nei primi anni dopo il trionfo della Rivoluzione nel 1959, l’offre uno degli organizzatori della festa quando qualifica questa azione controrivoluzionaria come “sinonimo di libertà, sacrificio, perseveranza e amore”.
Per una caratterizzazione oggettiva dell’operazione Pedro Pan, per dirlo in spagnolo, basta esporre i fatti come sono successi.
Gli aggettivi giusti sgorgano a fiotti. Tra il 1960 e il 1962, 14mila bambini cubani sono stati consegnati dai loro genitori a organizzazioni “di carità” create all’effetto per venire portati negli Stati Uniti, dove sarebbero alloggiati per tempo indeterminato in case di sconosciuti e orfanotrofi.
Non è niente difficile immaginare il calvario di quei bambini, separati bruscamente dai loro genitori e altri parenti, portati in un paese sconosciuto in mani anche estranee e senza la minima idea di quando si sarebbero rincontrati con i loro genitori.
Molti di questi ragazzi hanno raccontato e riflesso in libri e film quegli amari ricordi, l’infinita angoscia e l’infinita solitudine che li ha invasi quando si sono scoperti nel centro di un episodio totalmente fuori dalla portata della loro comprensione.
Quel dramma, le cui conseguenze psicologiche non sono state mai superati da molti, ha fatto parte di una delle tante menzogne orchestrate contro la Rivoluzione cubana tramite l’azione centrata di criminali e ladri legati alla tirannia abbattuta, di elementi del clero cattolico, di sfruttatori creoli che avevano perso i suoi privilegi, tutti quanti patrocinati dall’Ambasciata americana all’Avana.
Il coordinatore dell’operazione è stato monsignore Bryan O. Walsh, sacerdote d’origine irlandese appartenente alla Diocesi di Miami, strettamente legato all’Agenzia Centrale dei Servizi Segreti, come è state comprovato fededegnamente.
Coloro che hanno concepito questo piano hanno avuto presente il logico clima d’incertezza esistente tra i borghesi e i piccoli borghesi, provocato dal processo di cambiamenti sociali ed economici iniziato all’Isola. A questo hanno aggiunto fuoco con la colossale campagna mediale organizzata dal Nord a scopo di creare le condizioni per rendere credibile qualsiasi falsità in questo segmento della popolazione.
La campagna di terrore è stata iniziata il 26 ottobre 1960 con le trasmissioni di Radio Swan nelle quali rendevano noti frammenti di una falsa e mai concepita Legge della Patria Potestà, in virtù della quale i bambini sarebbero stati separati dai loro genitori e inviati in Russia per lavare loro il cervello e convertirli al comunismo.
In quell’escalation sono arrivati al punto di stampare la legge e distribuirla tra coloro propensi a credere la più fantasiosa e colossale menzogna.
I primi cinque bambini sono arrivati a Miami il 26 dicembre 1960. Così è cominciato un penoso esodo infantile, aggravato in ottobre del 1962 quando il governo Usa ha eliminato unilateralmente i voli diretti da Cuba.
All’Isola sono rimasti migliaia di genitori ai quali erano stati promessi visti e che aspettavano ansiosi, ogni giorno, un pronto rincontro che in alcuni casi è ritardato vari anni.
Peter Pan merita di venire ricordato, ma come un atto di estrema crudeltà e un esempio della capacità, ancora vigente, di mentire, manipolare e sfruttare i sentimenti di amore dei simili per recuperare privilegi e meschini interessi.
di Ángel Rodríguez Álvarez
Servizio speciale dell’AIN
Sebbene sembri incredibile, è assolutamente certo: a Miami verrà dedicato il Giorno di Ringraziamento a festeggiare, cena e ballo compresi, l’Operazione Peter Pan iniziata all’Avana 47 anni fa.
Il grado di irrealtà e inganno in cui vivono non pochi dei cubani fuggiti agli Stati Uniti nei primi anni dopo il trionfo della Rivoluzione nel 1959, l’offre uno degli organizzatori della festa quando qualifica questa azione controrivoluzionaria come “sinonimo di libertà, sacrificio, perseveranza e amore”.
Per una caratterizzazione oggettiva dell’operazione Pedro Pan, per dirlo in spagnolo, basta esporre i fatti come sono successi.
Gli aggettivi giusti sgorgano a fiotti. Tra il 1960 e il 1962, 14mila bambini cubani sono stati consegnati dai loro genitori a organizzazioni “di carità” create all’effetto per venire portati negli Stati Uniti, dove sarebbero alloggiati per tempo indeterminato in case di sconosciuti e orfanotrofi.
Non è niente difficile immaginare il calvario di quei bambini, separati bruscamente dai loro genitori e altri parenti, portati in un paese sconosciuto in mani anche estranee e senza la minima idea di quando si sarebbero rincontrati con i loro genitori.
Molti di questi ragazzi hanno raccontato e riflesso in libri e film quegli amari ricordi, l’infinita angoscia e l’infinita solitudine che li ha invasi quando si sono scoperti nel centro di un episodio totalmente fuori dalla portata della loro comprensione.
Quel dramma, le cui conseguenze psicologiche non sono state mai superati da molti, ha fatto parte di una delle tante menzogne orchestrate contro la Rivoluzione cubana tramite l’azione centrata di criminali e ladri legati alla tirannia abbattuta, di elementi del clero cattolico, di sfruttatori creoli che avevano perso i suoi privilegi, tutti quanti patrocinati dall’Ambasciata americana all’Avana.
Il coordinatore dell’operazione è stato monsignore Bryan O. Walsh, sacerdote d’origine irlandese appartenente alla Diocesi di Miami, strettamente legato all’Agenzia Centrale dei Servizi Segreti, come è state comprovato fededegnamente.
Coloro che hanno concepito questo piano hanno avuto presente il logico clima d’incertezza esistente tra i borghesi e i piccoli borghesi, provocato dal processo di cambiamenti sociali ed economici iniziato all’Isola. A questo hanno aggiunto fuoco con la colossale campagna mediale organizzata dal Nord a scopo di creare le condizioni per rendere credibile qualsiasi falsità in questo segmento della popolazione.
La campagna di terrore è stata iniziata il 26 ottobre 1960 con le trasmissioni di Radio Swan nelle quali rendevano noti frammenti di una falsa e mai concepita Legge della Patria Potestà, in virtù della quale i bambini sarebbero stati separati dai loro genitori e inviati in Russia per lavare loro il cervello e convertirli al comunismo.
In quell’escalation sono arrivati al punto di stampare la legge e distribuirla tra coloro propensi a credere la più fantasiosa e colossale menzogna.
I primi cinque bambini sono arrivati a Miami il 26 dicembre 1960. Così è cominciato un penoso esodo infantile, aggravato in ottobre del 1962 quando il governo Usa ha eliminato unilateralmente i voli diretti da Cuba.
All’Isola sono rimasti migliaia di genitori ai quali erano stati promessi visti e che aspettavano ansiosi, ogni giorno, un pronto rincontro che in alcuni casi è ritardato vari anni.
Peter Pan merita di venire ricordato, ma come un atto di estrema crudeltà e un esempio della capacità, ancora vigente, di mentire, manipolare e sfruttare i sentimenti di amore dei simili per recuperare privilegi e meschini interessi.
Iscriviti a:
Post (Atom)