giovedì 26 febbraio 2009

Usa, una voragine da 2 trilioni di dollari

http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/esteri/obama-presidenza-4/roubini-crisi/roubini-crisi.html


di NOURIEL ROUBINI

UN anno fa avevo previsto che le perdite delle istituzioni finanziarie statunitensi avrebbero raggiunto un totale di almeno un trilione di dollari, senza escludere la possibilità di arrivare anche a due trilioni di dollari. In quel periodo economisti e politici erano concordi nel ritenere sbagliate per eccesso queste stime.

Si pensava che in totale le perdite sui mutui subprime non avrebbero superato i 200 miliardi di dollari. Come avevo sottolineato, in un contesto che vede gli Stati Uniti e l'economia globale scivolare sulla china di una grave recessione, le perdite delle banche non si potevano limitare ai mutui subprime, ma tendevano ad estendersi ad altre forme di prestiti ipotecari (near-prime e prime), alle carte di credito, al settore immobiliare commerciale, a crediti di vario tipo (in favore di studenti, di imprese commerciali e industriali o per l'acquisto di automobili), ai corporate bond, ai titoli sovrani o emessi da stati ed enti locali, oltre che a tutti gli asset di copertura dei suddetti prestiti. Ma di fatto, da allora i write-down delle banche Usa hanno oltrepassato la soglia di un trilione di dollari (la cifra da me indicata come previsione minima delle perdite), e a questo punto istituzioni quali l'Fmi e la Goldman Sachs prevedono perdite per oltre due trilioni.

Se qualcuno continua a ritenere esagerata questa cifra, vorrei far notare che secondo le ultime valutazioni di Rge Monitor, il mio istituto di ricerca e consulenza, la cifra complessiva delle perdite sui prestiti concessi dagli istituti finanziari Usa, cui vanno aggiunte quelle risultanti dal calo del valore di mercato degli asset in loro possesso (ad esempio i titoli garantiti da mutui ipotecari) potrebbe arrivare addirittura a 3,6 trilioni.

Le banche Usa e gli intermediari sono esposti per la metà circa di questa somma, cioè per 1,8 trilioni di dollari. Il resto è distribuito tra altre istituzioni finanziarie, sia negli Usa che altrove. L'autunno scorso il capitale a copertura degli asset bancari era di appena 1,4 trilioni, per cui il sistema bancario Usa risultava in rosso per 400 milioni di dollari; e anche dopo gli interventi di ricapitalizzazione ad opera del governo e del settore privato, la sua riserva di capitale è praticamente pari a zero.

Servirebbero altri 1,5 trilioni di dollari per riportare il capitale delle banche al livello pre-crisi: solo così si potrà superare la stretta del credito, e rilanciare i prestiti al settore privato. In altri termini, il sistema bancario Usa è di fatto insolvente nel suo complesso, al pari di gran parte del sistema bancario britannico e di molte banche dell'Europa continentale.
Per il risanamento di un sistema bancario che deve far fronte all'attuale crisi sistemica le ipotesi sono fondamentalmente quattro: la ricapitalizzazione delle banche, con il contemporaneo acquisto dei loro titoli tossici da parte di una "bad bank" governativa; la ricapitalizzazione, accompagnata da garanzie governative - dopo un'iniziale perdita delle banche - degli asset tossici; l'acquisto da parte di privati degli asset tossici con garanzia governativa (l'attuale piano del governo Usa); e infine la pura e semplice nazionalizzazione - chiamandola magari con un altro nome (come ad esempio "government receivership") in caso di rifiuto di questo termine scabroso - delle banche insolventi, da rivendere poi al settore privato una volta risanate.

Di queste quattro opzioni, le prime tre presentano gravi inconvenienti. Nel caso della "bad bank", il governo rischierebbe di pagare prezzi troppo alti per i titoli tossici, sul cui vero valore non vi sono certezze. Anche l'ipotesi della garanzia potrebbe implicare un esborso statale eccessivo ( nel senso di una garanzia troppo elevata, per la quale il governo non percepirebbe un corrispettivo adeguato.

La soluzione della "bad bank" comporterebbe un ulteriore problema: il governo si troverebbe a dover gestire tutti i titoli tossici acquistati senza disporre delle necessarie competenze tecniche. Quanto all'idea - invero molto macchinosa, avanzata dal Tesoro - che propone di stralciare i titoli tossici dai bilanci delle banche, fornendo al tempo stesso garanzie da parte del governo - è apparsa subito complicata e poco trasparente, tanto che è bastato il suo annuncio a provocare una reazione nettamente negativa dei mercati.

Paradossalmente, la nazionalizzazione potrebbe rivelarsi come la soluzione più favorevole dal punto di vista del mercato: verrebbero infatti esclusi dalle istituzioni palesemente insolventi sia gli azionisti comuni che i detentori di azioni privilegiate, e in caso di insolvenza molto estesa anche i creditori non garantiti, assicurando al tempo stesso ai contribuenti un compenso adeguato. In questo modo si risolverebbe anche il problema della gestione dei bad asset delle banche, rivendendo la maggior parte dei titoli e dei depositi - con una garanzia da parte del governo - a nuovi azionisti privati, una volta risanati i titoli tossici (come nella soluzione adottata per il fallimento della IndyMac Bank).

La nazionalizzazione risolverebbe oltre tutto anche il problema delle banche che rivestono un'importanza sistemica, "too big to fail" - cioè troppo grosse per poter fallire - e che quindi il governo deve necessariamente soccorrere, a un costo molto elevato per i contribuenti. Oggi di fatto il problema si è ulteriormente aggravato, poiché le soluzioni finora adottate hanno indotto le banche più deboli a rilevarne altre ancora più malridotte.

Le fusioni tra "banche zombie" ricordano un po' il comportamento degli ubriachi che cercano di aiutarsi l'un l'altro a rimanere in piedi: lo dimostrano le operazioni con cui JPMorgan, Wells Fargo e Bank of Americ hanno rilevato rispettivamente Bear Stearns e Wa Mu, Wachovia, Countrywide e Merril Lynch. Con la nazionalizzazione il governo toglierebbe di mezzo queste mostruosità finanziarie, per creare banche più piccole ma solide da rivendere a investitori privati.
E' questa la soluzione che all'inizio degli anni '90 ha permesso alla Svezia di risolvere la sua crisi bancaria. Al contrario, l'attuale politica degli Usa e della Gran Bretagna rischia di generare, come è avvenuto in Giappone, una serie di "banche zombie", che in mancanza di un vero risanamento perpetuerebbero il congelamento del credito. Il Giappone ha pagato la sua incapacità di risanare il proprio sistema bancario con un decennio di crisi molto vicina alla depressione. In mancanza di interventi adeguati, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e molti altri Paesi corrono un rischio analogo: quello di una recessione o di una vera e propria deflazione che potrebbe protrarsi per vari anni.

Copyright: Project Syndicate, 2008. www. project syndicate. org (traduzione di Elisabetta Horvat)

(26 febbraio 2009)

Obama, finanziaria "verde"

... si comincia....


http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/esteri/obama-presidenza-4/finanziaria-2009/finanziaria-2009.html

Il deficit raggiungerà 1.750 miliardi di dollari nel 2009, livello più alto dal dopoguerra
Più pressione fiscale sulle fasce alte di reddito, scambi con le imprese per le emissioni di C02
Obama, finanziaria "verde"
fondo da 634 miliardi per la sanità
Il presidente intende mantenere la promessa elettorale di estendere la copertura
a tutti gli americani. Duecento miliardi di dollari per finanziare le missioni militari all'estero

WASHINGTON - Tasse più alte per le classi abbienti, un fondo pluriennale per riformare la sanità, introiti "verdi" dagli scambi con le emissioni di C02 per finanziare gli aiuti fiscali al ceto medio-basso. Sono alcuni dei punti cardine della finanziaria presentata oggi dal presidente Barack Obama. Ma anche la promessa di dimezzare il deficit, che nel 2009 arriverà a 1.750 miliardi di dollari, il 12,3% dell'economia Usa: livello più alto mai raggiunto dal dopoguerra. Obama non nasconde tutta la gravità della recessione in atto e dichiara che intende "offrire chiarezza su come viene speso ogni singolo dollaro dei contribuenti americani".
E neanche intende aggravare il già grave deficit Usa: "E' un processo che richiederà tempo - ha detto Obama - ma soltanto in questi ultimi 30 giorni abbiamo identificato riduzioni del deficit pari a 2mila miliardi, che ci aiuteranno a diminuire della metà il nostro deficit entro la fine del mio primo mandato". Il presidente ha citato in particolare risparmi per 20 milioni ammodernando i programmi e riducendo la burocrazia per l'agricoltura, per 200 milioni abbandonando i programmi per ripulire le miniere abbandonate, oltre a tagli per svariati programmi nella pubblica istruzione sopprimendo alcuni programmi di controllo simili a quelli già esistenti in ben 13 agenzie governative. Senza dare maggiore dettagli, Obama ha parlato di risparmi per quasi 50 miliardi riducendo sussidi eccessivi e scappatoie fiscali.
Per il presidente Barack Obama occorrono rinunce per uscire dalla crisi: "Dovremo rinunciare a cose che ci piacciono ma che non ci possiamo permettere". Il presidente Usa ha precisato che anche a livello di governo "sarà necessario tagliare cose che non ci servono per pagare quelle che servono", ma che non è disposto a rinunciare ali programmi che "rendono l'America forte".
Il previsto aumento del gettito fiscale, unito a una riforma dell'efficienza del servizio Medicare, aiuterebbe a creare un fondo decennale da 634 miliardi di dollari per la sanità. Obama ha così confermato la promessa fatta durante tutta la sua campagna elettorale: estendere progressivamente la copertura sanitaria a tutti i cittadini americani. Attualmente circa 46 milioni di americani sono invece esclusi da qualsiasi forma di assistenza.
Una prima misura in questa direzione, ha spiegato Obama, è un sussidio, in vigore da oggi, che aiuterà sette milioni di americani che hanno perso il lavoro a conservare la mutua che avevano prima del licenziamento. La misura è compresa nel pacchetto di stimolo: espande una estensione temporanea di un programma che consente ai neo-disoccupati di tenere la vecchia mutua se la pagano di tasca propria. La nuova misura abbassa i costi di circa due terzi per un anno. "Sette milioni di americani avranno una cosa in meno di cui preoccuparsi quando vanno a dormire", ha detto Obama.
Il disegno di legge di bilancio include inoltre centinaia di miliardi di dollari di introiti da un sistema di scambio di emissioni di gas. Gli introiti dal sistema saranno spalmati su diversi anni a partire dal 2012. Obama vuole aiutare la lotta al cambiamento climatico riducendo le emissioni di gas serra come l'anidride carbonica (CO2) dalle grandi industrie e permettendo loro di commerciare i "diritti a inquinare" (il cosiddetto sistema "taglia e vendi"). E' prevista anche un'estensione oltre il 2010 dello sconto fiscale di 400 dollari all'anno previsto dal piano di stimolo approvato due settimane fa.
Per quanto riguarda le missioni militari all'estero, il presidente americano prevede una spesa pari a 663,7 miliardi di dollari per la difesa, cifra che include il costo delle guerre in Iraq e in Afghanistan (circa 130 miliardi), ossia un aumento di circa l'1,5% rispetto allo scorso anno. Nell'anno fiscale 2009 la cifra stanziata per i due conflitti era stata di 141 miliardi di dollari.
(26 febbraio 2009)

domenica 15 febbraio 2009

filmato da Davos

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8696

Demagogia

http://it.wikipedia.org/wiki/Demagogia

Demagogia è un termine di origine lingua greca e latina (composto di demos, "popolo", e ago,is,aegi,actum,agere, "condurre, trascinare") che indica un comportamento politico incline ad assecondare le aspettative della gente, sulla base della percezione delle loro necessità. Di frequente uso nel dizionario politico, con accezione dispregiativa indica il comportamento di colui che utilizza frasi retoriche ed esprime promesse inconsistenti per accaparrarsi il favore dell'elettorato, facendo spesso leva su sentimenti irrazionali, ed alimentando la paura o l'odio nei confronti del nemico o dell'avversario politico. In altri termini, la demagogia è l'attività del politico che, in vista del proprio favore, spinge il popolo a fare qualcosa contro il suo stesso interesse, sviando la percezione delle necessità reali.

Platone come anche Aristotele indicavano la demagogia come una forma di governo che deriva dalla degenerazione della democrazia e che sarebbe preludio della tirannide o dell'anarchia.

Simone Weil

Abbiamo di fronte soltanto cose individuali e concrete eppure per conoscere usiamo termini universali e astratti.

venerdì 13 febbraio 2009

Quella lettera a mamma e papà

http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/eluana-englaro-5/lettera-eluana/lettera-eluana.html

PALUZZA - Chissà che cosa ne direbbe Eluana, si chiedevano in molti ieri, al cimitero tra le montagne, dove un semplice prete cantava in friulano "Perdone las nostes tristeries", Perdona i nostri peccati. Un documento per sapere come la pensava Eluana c'è: un po' della voce e dei pensieri di questa ragazza, diventata donna senza saperlo, si levano dagli atti giudiziari della causa civile, da un verbale lasciato a impolverarsi negli archivi del tribunale. È la lettera di Natale a mamma e papà, del 1991, appena poche settimane prima dello schianto. È la sua ultima traccia scritta su questa terra.

"Ciao grandi", scrive Eluana. Ciao, cari genitori, "vi volevo ringraziare per tutto quello che mi avete donato, insegnato e trasmesso in questi lunghi ventun'anni trascorsi insieme. Sì perché abbiamo avuto tante divergenze e tanti piccoli grossi problemi, ma li abbiamo superati grazie al bene che ci vogliamo".
Presto ci sarebbe stato l'incidente, poi tutto quanto ormai sappiamo e, forse, stra-sappiamo, di questi diciassette anni. Ma, frase dopo frase, seguendo che cosa diceva "Eluanina" sembra di capire meglio che un po' di forza per andare sino in fondo papà Beppino l'ha trovata proprio in questo "cristallo", come l'ha chiamata. La sua Eluana l'ha accompagnato sempre, non sfondandosi le scarpe tra le scalinate dei palazzi di giustizia e l'odore delle corsie delle cliniche, ma con il ricordo di come era, con la suggestione di come sono fatti e di come parlano di sé i giovani, a vent'anni. Come forse sono stati tanti di noi: magari un po' confusi, a volte incerti, ma sicuri di saper trovare una via, se abbiamo avuto la fortuna dell'incontro con qualcuno - genitori, maestri, professori, preti, esempi, letture - in grado di aiutarci a scegliere le scarpe giuste.
"Sai tu papi, ogni tanto dici - continua Eluana - che non siamo una famiglia perfetta e hai ragione perché siamo super. Perfetto è un aggettivo che sminuisce la nostra unione. Voglio vedere quali altre famiglie dopo grosse "tempeste e bufere", come accade ogni tanto tra noi, subito dopo torna il cielo sereno e splende un sole così forte da scaldarci sino in fondo, come simbolo della pace ritrovata".
"Non vi scambierei per nulla al mondo - prosegue la lettera - perché Dio quando vi ha creato ha buttato lo stampino. Come al solito la più fortunata sono stata io, perché ho ricevuto da Dio voi. Il più bel regalo del mondo. Quindi vi sbagliate di grosso quando pensate di non essere dei buoni genitori. Penso che finalmente il tempo ve ne ha dato una dimostrazione".
No, davvero, purtroppo non è andata così, povera ragazza. E chissà quante volte, anche con questa lettera in mano, il papà ha proiettato nel cuore e nella testa l'immagine di lei che sarebbe andata a guadagnarsi il pane, a cercarsi un sogno, a inseguire un pezzettino di felicità, chissà come. Il tempo è stato crudele, invece, con Eluana, con Sati, con Beppino. Come succede a tanta gente.
Ma Eluana, in quei giorni di canti di Natale e luminarie che chiudevano il '91, non era triste. Era un po' "incasinata", aveva cambiato facoltà, ma cari genitori, dice loro, "dopo tutto nessuno nasce imparato". E, nelle sue frasi non si percepiscono insicurezza, o disamore, anzi sono gravide di sentimenti: "Io - scrive Eluana ai "grandi" - ci tengo molto a voi, siete gli unici punti fermi della mia vita "spericolata"! Spero di non deludervi mai, perché vi posso assicurare che ne soffrirei io più di voi, poiché per voi oltre a provare un grande amore nutro anche una grande stima. Sì, voi due oltre ad essere dei perfetti genitori, siete anche due buone persone, mi avete insegnato la bontà e la generosità, ma soprattutto dei grandi valori, quali il rispetto verso se stessi e gli altri e il piacere di avere una famiglia salda, calda, affettuosa sulla quale si può sempre contare. Sì, perché noi tre assieme formiamo un nucleo molto forte basato sul rispetto e l'aiuto reciproco. Bravi! L'unica cosa che vi posso dire è che vi voglio un mondo di bene e che siete due persone veramente in gamba e... spero un giorno di diventare brava come voi. Con affetto, la vostra bambina! Eluana".
Non sembrano - nucleo, reciproco soccorso e rispetto - le parole di Beppino? Parole che s'inseguono tra una vita e l'altra, parole tra genitori e figli, insegnamenti, libertà. E non ci sarebbe bisogno di aggiungere nulla, forse anzi è già troppo. Però c'è un però. Quando papà Beppino ha saputo che stavamo leggendo questa lettera compresa nelle carte giudiziarie ha voluto parlarci e, per la prima e unica volta, ha chiesto un favore: "Buttatela via, che v'interessa di quello che una figlia dice ai genitori?, che cosa cambia saperlo? Contano altri atti giudiziari", eccetera.
Un po' aveva ragione, ma un po' ha anche torto: e oggi, con Eluana che riposa accanto ai vecchi nonni, è venuto il momento di ricordare a chi non ha avuto misericordia che cos'è l'amore dentro una famiglia e che cos'è la piccola grande verità. Tanto, le chiacchiere, le maldicenze, le perversioni se le porta già via il vento, soprattutto il vento che soffia forte, quassù, dove un prete di montagna ha ricordato semplicemente che non si prega mai "contro".

(13 febbraio 2009)

giovedì 12 febbraio 2009

Perché ho il diritto di scegliere la mia morte

Perché ho il diritto di scegliere la mia morte
di UMBERTO ECO

BENCHE' il problema mi turbasse molto, e forse proprio per questo, ho cercato negli ultimi mesi di non pronunciare alcun giudizio o opinione sul caso Englaro, per molte e sensate ragioni, ma anzitutto perché non volevo partecipare alla canea di chi stava sfruttando per ragioni ideologiche, da una parte e dall'altra, la vicenda di una sventurata ragazza e della sua famiglia.

Quando il presidente del Consiglio ha preso pretesto dal caso per tentare uno dei suoi ormai reiterati attacchi alla Costituzione, sono intervenuto con Libertà e Giustizia, in piazza, e mi sono unito agli appelli alla vigilanza. Ma nelle poche interviste che non ho potuto evitare ho sempre detto che le poche centinaia di persone che erano con me davanti a palazzo di Giustizia a Milano non erano lì a manifestare sul caso Englaro, perché ero pronto a scommettere che se si fosse fatta la conta si sarebbe visto che metà la pensavano in un modo e metà nell'altro, ma per protestare contro l'attacco al presidente della Repubblica, attentato bonapartista (ringrazio Ezio Mauro per aver rievocato questo precedente) su cui tutti erano d'accordo.
Adesso, sfogliando le gazzette, mi rendo conto come sia difficile dividere questi due problemi e quanta sottigliezza politologica, giuridica e (permettetemi) morale ci voglia a capire quanto i due problemi siano diversi. Ma cosa si può pretendere da chi, come accadeva secoli fa con Terenzio e gli orsi, ha preferito il Grande Fratello alla discussione su questi casi?
Così mi sono trovato citato tra coloro che sul caso Englaro avevano idee chiare e decise. Intervengo per dire che non le avevo, altrimenti le avrei espresse. Solo che, ora che la ragazza è morta, forse si può parlare di questi problemi senza temere di far sciacallaggio su un corpo in sofferenza.
In effetti non intendo parlare della morte di Eluana Englaro. Voglio piuttosto parlare della mia morte, e ammetterete che in questo caso ho qualche diritto all'esternazione.
Dovendo parlare della morte mia, e non di quella altrui, non posso non citare alcuni aspetti della mia vita, tra cui il fatto che qualche anno fa ho scritto un romanzo intitolato La misteriosa fiamma della regina Loana, dove il protagonista, dopo un primo incidente cerebrale per cui perdeva la memoria, cadeva nuovamente in coma.
Non so se scrivendo volessi affermare qualcosa di scientificamente valido o cercassi solo un pretesto narrativo, ma fatto sta che ho impiegato più di cento pagine a far monologare il mio personaggio ormai in coma (non avevo allora calcolato se ridotto a vegetale, imputato di morte cerebrale o in coma eventualmente reversibile - segno che non avevo precise preoccupazioni scientifiche).
In ogni caso il personaggio, in quello stato che chiamerò di "vita sospesa", pensava, ricordava, desiderava, si commuoveva. Sapeva benissimo che probabilmente i suoi cari lo credevano ridotto allo stato di una rapa, o al massimo di un cagnolino dormiente, ma si accorgeva che i medici sanno pochissimo di quanto succede nel nostro funzionamento mentale, e che forse dove essi vedono un encefalogramma piatto noi continuiamo a pensare, che so, coi rognoni, col cuore, coi reni, col pancreas...
Questa era la mia finzione letteraria (per calmare coloro che dall'eccezionale si attendono tutto, dirò che alla fine il mio personaggio sprofondava nel buio) ma devo dire che se l'avevo pensata era perché un poco ci credevo. Non sono sicuro che là dove gli strumenti scientifici di oggi vedono solo una terra piatta, e una assenza di anima, ci sia del tutto assenza di pensiero - e lo dico con sereno materialismo, non perché ritenga che un'anima sopravviva alla morte delle nostre cellule ma perché non mi sento di escludere che - morte e definitivamente alcune cellule - altre non sopravvivano e prendano il controllo della situazione, testimoniando di una straordinaria plasticità non del nostro cervello (questo ormai lo sanno tutti) ma del nostro corpo.
Insomma, siccome sospetto che quando si è sani si pensi anche con l'alluce, allora perché no quando il cervello non dà segni di vita?
Non farei una comunicazione in merito a un congresso scientifico, ma in qualche modo ci credo. Visto che c'è gente che crede al cornetto rosso lasciatemi credere a questo.
Ora che cosa vorrei, se se mi trovassi in una situazione del genere?
A cercare proprio col lanternino tutte le possibilità credo proprio che esse si riducano a tre. Prima possibilità, sopravviverei come una rapa, senza coscienza, senza poter dire "io", reagendo al massimo a qualche modificazione dell'umidità atmosferica, come se fossi una colonnina di mercurio. In effetti a queste condizioni non sarei più "io", ma appunto una rapa e non vedo perché dovrei preoccuparmi di me.
La seconda possibilità è che in quello stato si riviva tutto il proprio passato, si torni all'infanzia, si abbiano visioni e si realizzino quelli che in vita erano stati i nostri desideri, insomma si viva una sorta di sogno paradisiaco. È un poco quel che accade al personaggio del mio romanzo, ma poi purtroppo anche lui cala nelle tenebre.
La terza ipotesi è la più angosciante, è che in quella vita sospesa ci si interroghi su cosa faranno e penseranno di noi i nostri cari, si riviva col cuore in gola gli ultimi momenti di coscienza, si tema per l'orrido futuro che ci attende, o addirittura ci si consumi come ha fatto mia madre negli ultimi dieci anni che è sopravvissuta a mio padre, raccontando a noi figli, ogni volta che poteva, come era stata orribile la notte in cui mio padre era stato colto da infarto, e se non fosse stata colpa sua che aveva preparato una cena forse troppo pesante. Questo sarebbe l'inferno - e ho accolto quasi con sollievo la morte di mia madre perché sapevo che stava uscendo da quell'inferno.
Adesso facciamo una botta di conti alla Pascal. Di tre possibilità solo una è gradevole, le altre due sono negative. In termini di roulette (e sui grandi numeri, tipo diciassette anni di vita sospesa) si è già perso in partenza. Ma il problema non è questo. Io sono pronto a dichiarare che, nel caso incorra nell'incidente della vita sospesa, desidero che non si protraggano le cure (anche se potrei perdere alcuni istanti o millenni di paradiso) per evitare tensioni, disperazione, false speranze, traumi e (permettetemi) spese insostenibili ai miei cari. Ma chi sono io per distruggere la vita a una, due, tre o più persone per la remota possibilità di avere qualche istante o qualche anno di paradiso virtuale?
Io ho il diritto di scegliere la mia morte per il bene degli altri. Guarda caso, è quello che mi ha sempre insegnato la morale, e non solo quella laica, ma anche quella delle religioni, è quello che mi hanno insegnato da piccolo, che Pietro Micca ha fatto bene a dare fuoco alle polveri per salvare tutti i torinesi, che Salvo D'Acquisto ha fatto bene ad accusarsi di un crimine non commesso, andando incontro alla fucilazione, per salvare un intero paese, che è eroe chi si strappa la lingua e accetta la morte sicura per non tradire e mandare a morte i compagni, che è santo chi accetta l'inevitabile lebbra per baciare le piaghe al lebbroso.
E dopo che mi avete insegnato tutto questo non volete che io sottoscriva alla sospensione di una vita sospesa per amore delle persone che amo? Ma dove è finita la morale - e quella eroica, e quella che mi avete insegnato, che caratterizza la santità?
Ecco perché, turbato a manifestare la sia pur minima idea sulla morte di Eluana (non sono, maledizione, fatti miei, ma dei genitori che l'hanno amata più di quanto l'abbia amata Berlusconi, che ha sinistramente fantasmato sulle sue mestruazioni) non ho esitazioni a pronunciare la mia opinione circa la mia morte. E all'amore che una morte può incarnare. "Laudato s' mi Signore, per sora nostra Morte corporale, - da la quale nullu homo vivente po' skappare: - guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; - beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, - ka la morte secunda no 'l farrà male".

(12 febbraio 2009)