martedì 4 novembre 2008

Se vince Obama

http://www.liberazione.it/
Se vince Obama,
il figlio degli schiavi...

Jason Reed/REUTERS
Piero Sansonetti
Dopodomani, martedì, si vota negli Stati Uniti e probabilmente si decide molto, moltissimo sul futuro dell'America, e parecchio anche sul futuro del pianeta. Non tutte le elezioni americane sono uguali. Alcune contano di più, alcune di meno. Questa conta moltissimo, come quella del '32, quando vinse Roosevelt, come quella del '60, quando vinse Kennedy, come quella della svolta a destra, nell'80, quando vinse Reagan. Sapete tutti come stanno le cose. Si sfidano due candidati, uno bianco, ex militare, repubblicano, conservatore, molto amante del mercato, e convinto che la guerra sia spesso una buona opzione. Si chiama McCain è uno dei pochissimi, forse l'unico eroe del disgraziatissimo conflitto del Vietnam. L'altro candidato è nero, ha un papà africano, è giovane, è liberal, ha una idea più pacifica delle relazioni internazionali ed è un po' meno innamorato del mercato. Si chiama Obama, è - in tutta la storia degli Stati Uniti - il terzo nero che è riuscito ad entrare nel Senato, vera e propria roccaforte dell'America bianca; ed è il primo che è riuscito a superare tute le diffidenze razziali e a vincere le primarie democratiche e dunque a giungere a un passo della presidenza.
Noi sappiamo cosa succederà se vincerà McCain. E ne siamo, francamente, terrorizzati. McCain è un personaggio più "pulito" moralmente di George W. Bush, che era un po' un ritratto della corruzione e della degenerazione politica. Ma McCain, proprio perché, forse, più autonomo e di personalità più spiccata, davvero è pericolosissimo. Punterà a ristabilire il prestigio distrutto e la forza svanita degli Stati Uniti nel mondo. Lo farà con l'unico strumento che padroneggia: l'esercito, la guerra.
Se vincerà Obama, non sappiamo ancora che presidente sarà. Però siamo sicuri di due o tre cose. Che per la prima volta nella storia dell'umanità, un nero, un afroamericano siederà sul tetto del potere del mondo. «Vendicando», se possiamo dire così, la barbarie atroce - lo schiavismo - sulla quale nacque la grande civiltà americana e la sua egemonia su tutto l'Occidente. E siamo sicuri che cercherà di affrontare la crisi economica, rivalutando quelle idee e quei mezzi (l'intervento dello Stato in economia, lo sviluppo del welfare, etc) che il reaganismo aveva spazzato via. Se vince Obama il reaganismo è definitivamente seppellito. Quasi un trentennio di storia di capitalismo moderno si concludono. Cioè scompare la forma di capitalismo che meglio hanno conosciuto le ultime generazioni. E si apre una grande sfida. Vengono in superficie le grandi domande: è giusto accumulare ricchezze in poche mani? Fino a che punto è lecito? E' giusto redistribuire? Quanto può decidere lo Stato su questi temi? E' ragionevole pensare a un mondo non più rigidamente diviso tra ricchi e poveri? Il mercato può essere ridimensionato?
Non sappiamo se Obama, in caso di vittoria, troverà le risposte. E' già molto pensare che si porrà queste domande.

La riscossa di Vittorio Veneto?

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La riscossa di Vittorio Veneto?
E' una pura
invenzione

Lorenzo Del Boca*
Nemmeno la storia della prima guerra mondiale ce l'hanno raccontata giusta. I libri di scuola stentano a mettere in evidenza che l'Italia di quel periodo si barcamenava fra coalizioni avversarie tentando di raccattare qualche utile, con il risultato di apparire un paese di piccoli imbrogli. Alla vigilia della dichiarazione di guerra, per un mese, si trovò alleata contemporaneamente con gli austro-ungarici e con i francesi e gli inglesi che già si massacravano sulle loro frontiere.
Il nostro esercito le aveva prese anche da Menelik ed era del tutto evidente che non si trovava nelle condizioni di affrontare una guerra. Vittorio Emanuele III restava un re piccolo-piccolo cui avevano dovuto accorciare la sciabola perché non risultasse più lunga delle sue gambe corte.
Chi percorre la selva di memoriali dell'epoca s'imbatte, a ogni passo, nella questione dei cappotti che non c'erano. Mancavano i fucili; mancavano gli automezzi; mancavano i rifornimenti alimentari e non c'erano medicine. Ma, soprattutto, mancavano le idee. Di presunzione, gli ufficiali degli alti comandi ne disponevano in abbondanza e se fossero stati in grado di ottenere risultati proporzionali all'arroganza che esibivano avrebbero conquistato il pianeta. In realtà, riuscirono soltanto a trasformare le prime linee in un lager dove gli uomini ai loro ordini furono sottoposti a ogni genere di prevaricazioni anche psicologiche. I soldati potevano soltanto soffrire, dannarsi e morire.
Al fronte ci mandarono vagonate di operai e contadini che non erano guerrieri e che la guerra non volevano...

lunedì 3 novembre 2008

Il declino del sindacato

http://www.nuvole.it/index.php?option=com_content&view=article&id=300:il-declino-del-sindacato-fra-crisi-di-rappresentanza-e-sfide-future-intervista-a-luciano-gallino&catid=69:numero-34&Itemid=61


Il declino del sindacato tra crisi di rappresentanza e sfide future


Intervista a Luciano Gallino

di Marina D’Agati*1

Che i sindacati stiano perdendo iscritti, forza e influenza nella maggior parte delle economie industrializzate è un fenomeno sotto gli occhi di tutti. Da più parti ci si interroga sul ruolo del sindacato nell’ambito del quadro politico-istituzionale del nostro Paese e dei nuovi scenari internazionali: su com’è e come dovrebbe essere, sullo spazio che gli è proprio nella società, sui rapporti con la politica e con le istituzioni, sul modello organizzativo ad esso più consono per svolgere al meglio la sua funzione. Con Luciano Gallino, Professore emerito e già ordinario di Sociologia presso l’Università degli Studi di Torino nonché autore di numerose ricerche nel campo della sociologia del lavoro e dell'industria, proviamo ad affrontare alcuni nodi cruciali della questione sindacale oggi, con un occhio rivolto al futuro.

D – Prof. Gallino, la globalizzazione e i cambiamenti nei sistemi di produzione hanno mutato il ruolo del sindacato? Con quali modalità?

R - Sicuramente il ruolo del sindacato è mutato con i cambiamenti nei sistemi di produzione, con la frammentazione della produzione in catene internazionali di produzione o, come si usa dire, di creazione del valore.

Quando uno stesso prodotto – che può essere un prodotto anche di non grande contenuto tecnologico – viene fabbricato in dieci o dodici fabbriche che stanno in dieci o dodici paesi differenti è chiaro che il ruolo del sindacato cambia. Questo è un dato che non emerge mai nel dibattito sulla produttività. Sembra che la produttività consista nel fatto che la gente tra quattro mura lavora più o meno svelta o più o meno efficacemente. Di fatto la gente tra quattro mura lavora a un segmento della produzione, completa certe operazioni che sono state cominciate da altri e andranno poi ancora da qualche altra parte, e in genere nessuno fra quelli che lavorano sa bene dove. In queste condizioni è chiaro che il ruolo del sindacato è profondamente mutato e sarebbe molto importante una maggiore internazionalizzazione dei sindacati. Esiste a dire il vero una federazione europea dei sindacati, esiste l’International Labour Organization, ci sono i sindacati di alcuni settori come il tessile, l’abbigliamento, l’automobile, che fanno accordi internazionali.

I sindacati internazionali sono molto deboli, c’è un enorme terreno scoperto, forse le centrali sindacali potrebbero fare di più per cercare di internazionalizzare il sindacato in una misura prossima alla internazionalizzazione della produzione, e ciò vale sia per i beni che per i servizi, perchè il sindacato possa recuperare quel ruolo che nacque storicamente quando i produttori stavano tutti fra quattro mura. Il sindacato ha perso moltissimo terreno rispetto alla trasformazione della produzione, rispetto alla globalizzazione, che è stata ed è in prevalenza una nuova e influentissima forma di politica del lavoro, che ha fatto di tutto per far perdere terreno al sindacato.

D - Il declino dei sindacati era inevitabile oppure i sindacati sono stati (e sono) incapaci di adeguarsi ai cambiamenti della società?

R - Il declino dei sindacati certo non era inevitabile anche se è vero che i sindacati sono stati e sono in grandi difficoltà a adeguarsi ai cambiamenti della società. Bisogna tenere presente che dalla fine degli anni ‘70 i sindacati, a partire dal Regno Unito con la Thatcher e poi dagli Stati Uniti con Reagan, sono stati oggetto di attacchi senza precedenti sul piano politico, economico e mediatico. Si è veramente sparato a zero sui sindacati e come risultato i sindacati hanno perso decine di punti di iscritti. Oggi negli Stati Uniti i sindacati hanno un certo peso nel settore pubblico mentre nell’industria e nei servizi privati le adesioni raggiungono il 10%, nel migliore dei casi. In Europa, al seguito della Gran Bretagna, i sindacati sono stati messi sotto attacco in molti paesi, come ad esempio in Francia e in Germania. Ci sono stati un certo numero di attacchi senza precedenti. In Francia quando si parla di sindacato si usano ormai termini come arretrato, superato, obsoleto, roba da museo.

D - Finiremo così anche qui?

R - La spinta è quella, l’attacco al sindacato c’è anche qui. Mi pare che le strutture siano un po’ più solide che non altrove. I sindacati d’altra parte non sono scomparsi nemmeno in Francia o in Germania. In Francia nel pubblico sono in grado di organizzare uno sciopero di trenta giorni dall’oggi al domani. E anche in Germania non scherzano. Ma sicuramente anche da noi sono stati molto indeboliti dall’attacco politico delle riforme del mercato del lavoro, come in Francia e in Germania.

In Francia ci sono testi e leggi sulla “modernisation du droit du travail” e quando si parla di “modernisation du droit du travail” vuol dire sta per accadere qualcosa di sgradevole. E non si è mai visto un articolo che dice che l’autore delle leggi francesi era il responsabile delle risorse umane della Renault e il signor Hartz era il capo del personale della Volkswagen. Quando dei grandi paesi mettono in mano a rappresentanti delle imprese le riforme del mercato del lavoro vuol dire che la politica ha deciso di attaccare il sindacato e di indebolirlo il più possibile.

D - Quanto il sindacato è rappresentativo dell’insieme dei lavoratori e quanto invece si limita a difendere i cosiddetti “insider”?

R - Io credo che il sindacato sia rappresentativo dei lavoratori che lavorano e su questo si è speculato molto. La difesa dei cosiddetti insider è essenziale per la protezione degli outsider, perché altrimenti gli outsiderentrerebbero nel mercato del lavoro a 700 euro al mese, con contratti di un mese e mezzo, 65 ore di lavoro settimanali e cose del genere. Quindi è un po’ è sciocco o un po’ è malintenzionato l’attacco posto su questo piano; poi è chiaro che un’organizzazione difende i propri membri.

D - La normativa europea che prevede il prolungamento dell’orario di lavoro quale effetto può avere sul sindacato?

R- Questo è un aspetto dell’attacco al sindacato. Quando i ministri del lavoro si sono riuniti per dire che l’orario può essere prolungato fino a 60 ore – fino a 65 se si considerano i tempi di sosta e di pausa – il Commissario degli affari sociali ha dimostrato un gran senso dell’umorismo definendo questo un “grande progresso”. Perché in effetti c’è una direttiva europea sull’orario di lavoro che permette in astratto allo Stato di portare l’orario di lavoro a 78 ore; tale direttiva dice che i lavoratori hanno diritto ad almeno 11 ore consecutive di riposo, ergo si può lavorare 13 ore al giorno, inoltre hanno diritto ad almeno 24 ore consecutive di riposo: possono perciò lavorare 6 giorni, e 6 per 13 fa 78. Quel commissario ha detto che lavorare solo 60-65 ore, rispetto alle 78 ore settimanali a cui si potrebbe arrivare, è un progresso! In Gran Bretagna ci si sta avvicinando a tale limite con la clausola opting out per cui anche se l’orario normale rimane, per esempio, di 42 ore, il singolo può optare per lavorare molto di più. Con i ritocchi apportati in primavera nell’ultima riunione dai ministri del lavoro – o dai ministri degli affari sociali, come si chiamano in altri paesi – in realtà la cosiddetta libertà individuale nella scelta dell’opting out è sparita perché c’è il vincolo dei contratti nazionali e di quelli di categoria; esistono quindi clausole che di fatto valgono per circa il 90% dei lavoratori, in seguito alle quali non si può uscire dal vincolo dei contratti di categoria; se allora, secondo il contratto di categoria, si deve lavorare, per esempio, 58 ore, non c’è più scelta e si devono lavorare 58 ore. In passato si poteva dire “No, io lavoro le mie 40 ore”. Ora, se entra in vigore un contratto o un accordo internazionale, secondo cui l’orario passa, per esempio, da 40 a 55 ore, questo si applica a tutti, e non solo a chi ha optato per un orario più lungo.

D - Mentre si verifica una crisi della rappresentanza sindacale, si sviluppano enti bilaterali, patronati fiscali, eccetera: il sindacato rischia di diventare un sindacato di servizi?

R - Sì, la spinta è in questa direzione. Personalmente sono un po’ scettico perché ritengo che la funzione fondamentale del sindacato sia quella di trasformare un’oggettiva debolezza di fronte all’impresa in un minimo di forza attraverso l’organizzazione, la solidarietà, ecc. Però non bisogna nemmeno dimenticare che i sindacati si sono sviluppati, e sono cresciuti, in forma di, o attorno a casse di mutuo soccorso. Già a metà dell’Ottocento c’erano casse che avevano la funzione di sostenere qualcuno che aveva un incidente, si ammalava, perdeva il posto, ecc. Questa era una funzione che poi è stata fatta propria dallo Stato sociale. Se per servizi non intendiamo semplicemente compilare la dichiarazione dei redditi e cose simili, ma intendiamo anche forme di solidarietà e di sostegno, questo fa parte della storia del sindacato. Naturalmente oggi parlare del sindacato come società di mutuo soccorso vuol dire avere rinunciato di fatto allo Stato sociale o cercare di demolire la funzione dello Stato sociale in quanto ente che ha assorbito a livello collettivo, nazionale, la funzione del mutuo soccorso. Questo è uno degli obiettivi della politica contemporanea.

D - Il legame del sindacato con i partiti, un tempo forte, si è oggi indebolito. Come può essere interpretato questo indebolimento? E’ un elemento di forza o di debolezza per il sindacato?

R - Ma… i partiti sono scomparsi e questo è certamente un elemento di debolezza per il sindacato, perché anche un dialogo conflittuale, anche un confronto, è meglio dell’assenza. Attualmente la debolezza sta da ambedue le parti perché i partiti – parliamo delle grosse formazioni – non sanno più bene che cosa vogliono, insomma non hanno più un modello di società verso cui puntare e attorno al quale organizzare consenso. E anche per il sindacato questo indubbiamente pesa molto perché un conto è dire “Non vogliamo la società esistente, ne vogliamo un’altra” e un conto è non avere alcun riferimento.

D - Quale deve essere il rapporto tra il sindacato e la politica?

Oggi siamo di fronte a un mondo del lavoro sempre più parcellizzato, in cui a un’allergia padronale alla contrattazione sindacale fa da contrappunto un sempre più diffuso individualismo. Se alla politica può essere chiesto di indicare la strada per la costruzione di un nuovo e migliore mondo del lavoro, al sindacato si deve chiedere di lottare per affermare i propri principi o di adattarsi alla realtà del nostro tempo al fine di tutelare i lavoratori?

R - Il rapporto del sindacato con la politica dovrebbe essere mediato, come di fatto è stato per decenni se non per generazioni, da un’idea di società, da un modello di convivenza che poi la politica persegue per quanto ne è possibile realizzare. Il sindacato procede lungo un’altra strada. Però il rapporto dovrebbe essere attorno a un’idea di società in cui si dovrebbe vivere, in cui dovrebbero crescere i figli e i nipoti. In qualche misura questo c’è ancora ma siamo ormai ai minimi termini e non credo che ciò sia dovuto principalmente alla parcellizzazione del mondo del lavoro. C’è un attacco che è anche culturale e mediatico per cui “Il sindacato non ha nulla a che fare con la politica”. Penso che trovare un punto di incontro e di dialogo sarà molto difficile: probabilmente ci vorranno decenni perché non si vedono le basi della ricostruzione. E l’assenza di un modello in cui riconoscersi, in cui credere, e su cui litigare, è sicuramente anche alla base dell’individualismo. L’individualismo, poi, ha un alleato nella frammentazione della produzione, nella riduzione della dimensione delle imprese. È anche un progetto culturale e politico di primissimo piano che da ormai una trentina d’anni spinge in direzione del “ciascuno per sé”. Anche le forme del mercato del lavoro vanno tutte in questa direzione. I tedeschi evidentemente non hanno gran senso dell’umorismo: in una delle leggi Hartz si chiede agli individui e alle famiglie di concepirsi come società anonime, di pensare e agire come una Gesellschaft, quindi fare i bilanci con entrate e uscite, il corso delle azioni, eccetera. Tutto ciò è tragicamente divertente.

Anche da noi le cosiddette “riforme” del mercato del lavoro, sono andate tutte in direzione dell’individualizzazione: a ciascuno il suo contratto. La legge 30 e soprattutto il suo decreto attuativo, il 276, va precisamente in quella direzione. Il che significa che la giovane o il giovane con buone competenze professionali, che ha buoni agganci famigliari, ecc., per qualche anno può trovarsi molto bene perché può spuntare fior di contratti ma poi potrà trovarsi in difficoltà. Però la spinta è in questa direzione. Per smontare, per analizzare, per indagare su questo progetto culturale, politico ed economico – che ha anche componenti etiche – si è fatto poco. E si è fatto pochissimo nella scuola e nelle Università; semmai si è teorizzato che andava bene così.

D - Il sindacato cosa può fare in un contesto di questo genere? È chiaro che incontra enormi difficoltà…

R - Quando parlo con qualche dirigente sindacale di queste cose mi dice “Ma, io debbo chiudere i contratti in un’azienda o due al giorno, chi con 20, chi con 50, chi con 200 dipendenti” oppure “Non riesco assolutamente a farlo”. Il sindacato è sicuramente oberato da assillanti vicende economiche, industriali, infinite riunioni, vertenze. Detto questo, visto che il sindacato ha anche delle scuole, ha delle riviste, ha dei centri studi, avrebbe potuto far molto di più per analizzare e combattere questa cultura individualistica, che vuol dire anche cultura del consumo, cultura del privato, cultura delle privatizzazioni. Il sindacato non ha fatto molto per far capire che le privatizzazioni non sono per niente un fatto economico ma sono un grosso fatto politico e che ogni azienda pubblica, municipale per esempio, che viene privatizzata significa un pezzo di democrazia, un pezzo di politica, sottratto alla discussione, sottratto al libero confronto tra le parti. Lo scriveva Hannah Arendt almeno una cinquantina di anni fa.

D - Il sindacato non fa molto: perché non vuole o perché non riesce?

R - Certamente ci sono tante idee, tante posizioni diverse. Il sindacato ha grossi problemi di democrazia interna – mi riferisco un po’ più alla Cigl che non agli altri. Ma pesa anche sul sindacato la cultura dell’individualismo e della globalizzazione come fatto inevitabile, vista come la legge di gravità contro la quale non c’è nulla da fare. Ed è questa la cultura che ha travolto il centrosinistra e anche nel sindacato ha pesato molto. In qualche caso mi sono trovato a fare degli interventi a convegni con dirigenti Cgil e mi sembrava di sentire parlare qualcuno del centrodestra, tanto erano ormai calati nell’idea che non ci sono alternative al modello attualmente in auge. Mi pare che da qualche mese le cose stiano un po’ cambiando, che sia un po’ cresciuto il coefficiente di attrito.

Però sta di fatto che la politica sindacale non ha conseguito grandi successi negli ultimi anni. In parte per proprie debolezze ma anche per gli attacchi di cui abbiamo parlato. Poi le persone sul lavoro sono, in una certa misura, opportuniste: se vedono che da un sindacato ottengono miglioramenti di orario o di condizioni di lavoro, o un premio mensile un po’ più alto, ecc., per un po’ lo votano, almeno finché serve. L’adesione ideologica al sindacato sicuramente è molto diminuita. Una volta si votava la Cgil non perché spuntava dieci mila lire al mese in più, ma perché era la Cgil, ed era il futuro dei lavoratori, era la solidarietà. Era un’identità. Gli insuccessi dei sindacati, la loro perdita di forza sono anche la conseguenza di un maggior opportunismo spicciolo. C’è chi alle elezioni magari vota Rifondazione però sul posto di lavoro vota Uil, Cisl e perfino UGL, se in un particolare contesto lavorativo ha risolto un qualche problema. Come c’è gente nella Fiom che vota a destra, non essendoci un modello di società di riferimento a cui guardare.

D - Il protocollo del 1992 e gli accordi del 1993 possono essere considerati la fonte dei problemi del sindacato in Italia?

R - Non credo possano essere considerati “la” fonte ma una delle fonti sì. Gli accordi del ’93 hanno rappresentato un’apertura al lavoro flessibile, che poi ha trovato attuazione nel pacchetto Treu del 1997. Si è trattato dell’inizio di un percorso di resa, di un allentamento di quello che era stato, invece, il progresso nelle condizioni di lavoro ispirate dall’idea che il lavoro non è una merce.

D - Gli accordi del ‘92-‘93 hanno aperto anche un periodo di forte moderazione salariale?

R - Certamente la moderazione salariale dal 1993 a oggi ha fatto sì che in questi quindici anni si siano persi circa 3 punti, 3.5 punti di PIL, trasferiti dal lavoro dipendente alle rendite e ai profitti. Sull’arco di 25 anni i punti di PIL persi sono più di 8. Questo è avvenuto anche in altri paesi, come in Francia e in Germania. A questo proposito in Germania c’è adesso una grossa polemica – sostenuta anche da studi mi pare molto seri – sul fatto che la moderazione salariale ha giovato alle esportazioni tedesche, ma ha giovato pochissimo ai lavoratori. Il numero dei lavoratori poveri in Germania – dove “povero” significa percepire due terzi o meno del salario mediano – ha superato il 22% del totale dei lavoratori dipendenti. Un dato recente ci dice che i “mini jobs” sono quasi 5 milioni, e circa 2 milioni sono i lavori da 800 euro, o meno, al mese. Questo è uno dei frutti della moderazione salariale. I tedeschi sono fra i primi esportatori del mondo e ciò significa anche posti di lavoro; però il costo è molto elevato. Il sindacato, sotto il ricatto permanente delle delocalizzazioni, è stato sicuramente indebolito dalle riforme del mercato del lavoro in Germania come altrove. Bisogna essere a un tavolo di trattative per capire quanto sia dura questa situazione.

D - La contrattazione di secondo livello è uno strumento per i lavoratori che vogliono vedere premiato il merito o è un boomerang che depotenzia i contratti nazionali e rischia di lasciare i lavoratori alla mercé dei datori di lavoro?

R - La contrattazione di secondo livello è uno strumento che può essere utile a fronte di realtà produttive estremamente diversificate. Però va solidamente inquadrata in una contrattazione di primo livello che dovrebbe avere in modo esplicito la funzione di distribuzione e redistribuzione del reddito perché è con la contrattazione di primo livello – e non con quella di secondo livello – che si perdono o si guadagnano punti di PIL a favore del lavoro o dei profitti. Invece, sembra che il sindacato abbia paura di parlarne: si dovrebbe dire “Abbiamo perso 3 punti e mezzo in 15 anni, non ne vogliamo perdere altri e anzi ne vogliamo recuperare almeno una parte”. Un punto di PIL sono 15 miliardi l’anno. Insomma c’è stato un trasferimento di reddito dal basso verso l’alto e il sindacato dovrebbe parlare di più di questo.

La proposta di Confindustria per la riforma del modello contrattuale va precisamente nella direzione di indebolire ulteriormente il contratto nazionale. Non so se lo facciano in modo consapevole ma certamente hanno dei consulenti economisti e credo che si rendano conto che è nella contrattazione di primo livello che si gioca la ripartizione del reddito, non in quella di secondo livello. La Confindustria è stata bravissima nell’occultare il problema, nel far finta che non ci sia e quindi continuare nella stessa direzione. Mi pare che la Cgil si sia un po’ mossa in questi ultimi tempi con un po’ più di conflittualità di quanto non avesse fatto anche solo sei mesi fa.

Il protocollo del 23 luglio 2007 era davvero brutto, era esangue; lo hanno firmato tutti, perché ciascuno ne ricavava qualche piccolo vantaggio. Forse la Cgil di oggi non lo firmerebbe. La presa di posizione di Epifani oggi mi pare abbastanza interessante come segno di un po’ più di dialettica.

D - Prospettive future: quali strade dovrebbero percorrere i sindacati per difendere e rafforzare il proprio ruolo?

R - Tenuto conto che dalla loro parte hanno dei giuristi molto bravi, i sindacati dovrebbero far molto di più sul piano della legislazione del lavoro. Perché fino a quando si discute se modificare dei commi del decreto attuativo 276 per ridurre un po’ i lavoratori a progetto si parla davvero di minuzie. È chiaro che una legge non si può fare dall’oggi al domani, però il sindacato dovrebbe mettere sul piatto una nuova e robusta legge sul lavoro nel suo complesso. C’era la proposta Alleva già di qualche anno fa che poteva essere un buon punto di inizio anche se, a mio avviso, questa ha un’ottica un po’ ristretta perché non collega il fatto che le condizioni di lavoro qui sono legate non solo alle condizioni di lavoro in Germania ma anche a quelle di India e Cina. Ma non se ne è fatto nulla. Insomma, si giochicchia attorno ai dettagli della legge 30 mentre un intero sistema andrebbe rimesso in discussione magari con proposte e iniziative che non saranno votabili domattina ma che, tuttavia, potrebbero far discutere, aprire nuove prospettive, mostrare che la scena non è quella che oggi viene regolarmente presentata.

D - I sindacati oggi non sembrano essere in grado di affrontare i cambiamenti nelle relazioni industriali che derivano dalla crescente finanziarizzazione dell’economia. Quali strategie possono adottare i sindacati di fronte a tali cambiamenti?

R - Il problema è che non solo i sindacati non sono in grado di affrontare i problemi della finanziarizzazione ma sembra che nessuno sia in grado di farlo.

Sto scrivendo un altro libro che continua un po’ L’impresa irresponsabile (ndr. Torino, Einaudi, 2005), ma è specificamente sul sistema finanziario, sugli investitori istituzionali. Ho impiegato almeno due anni per capirne qualcosa talmente è intricato, talmente è opaco. Trichet, Sarkozy, Tremonti, ecc. dicono “Ci vuole più trasparenza sui mercati”… Ma per piacere! È stato fatto il possibile e l’impossibile per rendere opaca tutta l’attività bancaria, tutta l’attività economica, tutta l’attività finanziaria e voi parlate di trasparenza. Sicuramente, da questo punto di vista, i sindacati sono molto indietro. E hanno anche pochi dalla loro parte in grado di aiutarli. Di economisti che abbiano affrontato in modo un po’ approfondito la questione della finanziarizzazione in Italia ce ne sono proprio pochi, mentre sarebbero necessari gruppi di studiosi, perché la questione è tremendamente complicata. Però, certamente, non dovrebbe essere soltanto Marchionne a dire “L’economia finanziaria ha perso ogni rapporto con l’economia reale”. Dovrebbero dirlo anche i sindacati con analisi e controproposte.

Il sindacato è rimasto indietro di parecchi anni. Però quando lo faccio presente ai sindacalisti, quelli mi fanno notare che devono fare contrattazione, cercare di evitare licenziamenti nelle imprese in crisi, ecc. È un mestiere molto assorbente. Però sta il fatto che anche a livello di istituti e di riviste sindacali il livello è basso. Vien da chiedersi: “Dove sono gli universitari che danno una mano ai sindacati?”. Tra i giuristi, tra i giuslavoristi, qualcuno qualcosa fa. Però tra gli economisti sono veramente pochi e anche nei centri dove un po’ si studia certamente qualcosa di più si potrebbe fare. Uno che al mattino alle 7 e 30 è già a far contrattazione e torna a casa alle 11.00 di sera avrebbe bisogno di cinque pagine di sintesi su che cosa significhi la finanziarizzazione della Fiat. Insomma, ci vorrebbe un po’ di produzione di questo tipo.

D - Samuelson ha detto agli italiani “Voi non vi rendete conto ma i vostri sindacati sono il gioiello della corona”. Invece, oggi quasi tutti dicono “Come si starebbe bene senza sindacati, che sono ormai solo un elemento di disturbo”. Un mondo senza sindacati come lo vedrebbe?

R - Il sindacato sembra un po’ un carro di pionieri circondato dagli indiani: chi è che non spara sul sindacato? – perché “è vecchio, obsoleto, non serve più”, eccetera. Anche una grossa fetta del centrosinistra. Non è che non sia giusto e doveroso criticare il sindacato. Il problema è che non ci si rende conto della solitudine in cui il sindacato è stato ad arte confinato. Un mondo senza sindacato vorrebbe dire il mondo del contratto individuale. Alcuni, con buona professionalità, giovinezza, energia, disponibilità a fare 60 ore a settimana (che sono tra quelli che pensano che il sindacato sia un elemento di disturbo) se la potranno cavare anche bene; per milioni di altri un mondo senza sindacato vuol dire un ritorno all’Italia del 1950. All’epoca l’Italia aveva il 41% di lavoratori addetti all’agricoltura e, tra questi, metà erano braccianti a giornata che lavoravano, in media, 160 giorni l’anno. Tutti chiamati a giornata. Era l’Italia dei caporali.

Le conquiste del sindacato non devono mai essere date per scontate. Oggi siamo ancora su un livello piuttosto alto. Sebbene le condizioni siano peggiorate, appaiono ottimali rispetto al lavoratore americano medio, per il quale le condizioni di lavoro, di vita, di protezione sociale – che un’infinità di persone anche da noi vorrebbero smantellare, a cominciare dalla privatizzazione di ospedali e sanità – sono un miraggio. Anche il centrosinistra non ha scherzato: la cultura dominante è quella.

domenica 2 novembre 2008

Il paradosso thailandese

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8204

di Enrico Sabatino - Megachip

In Thailandia le tensioni politiche degli ultimi mesi sono giunte ormai a un punto morto. La situazione e' in completo stallo e non sembra esserci in vista una via d'uscita che risolva alla radice i problemi di un sistema politico giunto al capolinea. Ma fondamentalmente, agli occhi di un osservatore occidentale, cio' che sta accadendo a Bangkok negli ultimi mesi si sta rivelando un enorme paradosso che continua a crescere man mano che passano i giorni.

Da oltre due mesi infatti i militanti del PAD (People's Alliance for Democracy), in gran parte membri dell'elite economica e della classe medio-alta di Bangkok, si sono asserragliati nel palazzo del governo e non hanno assolutamente intenzione di uscire fino a quando anche questo esecutivo, in carica da poco piu' di un mese, non si dimettera' come il precedente.

Ma anche in questo caso, la soluzione non e' affatto dietro l'angolo perche' il partito di maggioranza relativa - il PPP legato all'ex premier in esilio Thaksin Shinawatra estromesso dal potere con il golpe militare del settembre 2006 - ripeterebbe cio' che ha gia' fatto nel settembre scorso dopo le dimissioni del premier Samak Sundaravej: scegliere un'altra persona all'interno del partito e metterlo alla guida del governo di coalizione.

Si ritornerebbe quindi di nuovo al punto di partenza perche' il PAD e', come due anni fa, a favore di un golpe militare che dia il potere nelle mani del Re affinche' scelga la persona giusta per guidare il Paese. Ma il PAD propone anche un nuovo sistema elettorale che preveda solo una certa percentuale, minoritaria, di parlamentari eletti direttamente dal popolo mentre la maggior parte deve essere scelta da un commissione di cosiddetti saggi, composta da membri del mondo accademico, imprenditoriale e militare.

Il PAD sostiene infatti che l'attuale modello democratico a suffragio universale non funziona in quanto la maggioranza della popolazione in Thailandia vive nel nord del Paese ed e' prevalentemente povera e dedita all'agricoltura. Facile quindi da corrompere per comprarne il voto. E il bacino elettorale di Thaksin Shinawatra e' proprio nel nord rurale e povero del Paese. Quindi, secondo il PAD, il partito di Thaksin uscira' sempre vittorioso dalle urne, ed ecco il perche' di quella proposta di legge elettorale non proprio consona ai canoni democratici occidentali.

Il paradosso dell'attuale situazione politica thailandese risiede poi anche nel fatto che ormai da due mesi il governo e' costretto a riunirsi nell'ex aeroporto internazionale di Don Muang per via dell'occupazione della Government House da parte del PAD. Viene da ridere al solo immaginare un'analoga scena in Italia con centinaia di persone che occupano Palazzo Chigi per mesi e Berlusconi che deve presiedere il Consiglio dei Ministri a Ciampino o in Malpensa.

Comunque il 7 Ottobre scorso la polizia ha cercato di disperdere i militanti del PAD che avevano "sigillato" il Parlamento in occasione del primo discorso in aula dell'attuale premier Somchai, cognato di Thaksin Shinawatra. Somchai e' riuscito a lasciare il parlamento solo con l'ausilio di un elicottero, mentre per ore i deputati sono rimasti bloccati in aula. Nel frattempo all'esterno si scatenavano violenti scontri tra polizia e PAD con un bilancio finale di due morti tra i militanti del PAD e 400 feriti circa da ambo le parti. Altro fattore paradossale e' che i medici di alcuni ospedali della capitale si sono addirittura rifiutati di prestare le cure mediche ai poliziotti feriti, in aperto sostegno politico al PAD.

Le vittime degli scontri sono state una ragazza e un ex poliziotto che si era unito al movimento antigovernativo. E ad assistere alla cerimonia funebre di cremazione delle due vittime c'erano anche la Regina e il Capo delle Forze Armate, il Generale Anupong Paojinda. Un altro segnale del paradosso thailandese e un evidente messaggio di sostegno alle proteste da parte della Casa Reale e delle Forze Armate che non hanno infatti risparmiato critiche alla polizia per l'uso sconsiderato di gas lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Il capo della polizia si e' dovuto scusare pubblicamente, insieme al premier.

Se si pensa all'Italia e ai fatti di Genova nel 2001 viene solo da ridere. E l'Italia e' riconosciuta nel mondo come uno stabile Paese democratico, mentre la Thailandia ha una lunga tradizione di colpi di Stato e sanguinose repressioni delle proteste politiche.

Un ulteriore segno della situazione paradossale in cui e' precipitata la Thailandia si e' avuto qualche giorno fa quando lo stesso Gen. Anupong Paojinda ha invitato il premier ad assumersi la piena responsabilita' per gli scontri del 7 Ottobre e a dimettersi, aggiungendo pero' che non ha alcuna intenzione di attuare un golpe. Ma il premier Somchai, che e' anche ministro della Difesa, ha ovviamente ignorato la "richiesta".

Il quadro e' inoltre ingarbugliato dal fatto che, a differenza del 2006, ora le Forze Armate non sembrano cosi' compatte e unite nello schierarsi a fianco delle proteste, cosi' come la polizia non e' cosi' compatta a sostegno del governo. E col passare dei giorni anche i sostenitori del governo - l'UDD, United Front of Democracy against Dictatorship - si sono organizzati, presidiano una piazza di Bangkok e, come i militanti del PAD, godono del sostegno di membri della polizia e delle Forze Armate. Entrambi i movimenti hanno infatti i rispettivi servizi d'ordine che ogni giorno si allenano al combattimento corpo a corpo anche con l'uso di bastoni, guidati da ex membri della polizia ed esercito.

Difficile dire che piega prenderanno gli eventi in quanto la situazione si sta sempre piu' complicando col passare dei giorni, diventando un vero e proprio enigma impossibile da sciogliere. Ma gli analisti politici, i professori universitari e gli opinionisti dei maggiori quotidiani sembrano concordare sul fatto che e' ormai solo una questione di tempo prima di vedere per l'ennesima volta i carri armati sfilare nelle strade di Bangkok.

Questa eventualita' pero', a differenza del 2006, non sara' priva di pesanti conseguenze. L'UDD ha gia' promesso di bersagliare i cingolati con bottiglie molotov. Ma pistole e bombe a mano sono gia' da tempo nelle mani di entrambi i gruppi.

Quindi un intervento dei militari slocchera' di sicuro l'attuale impasse ma puo' aprire ben altri scenari, imprevedibili e di sicuro sanguinosi.

http://enricosabatino.blogspot.com/

Libertà di stampa

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8154

di Ennio Remondino, Megachip - da Dnews

Non è la prosperità economica ma la pace a garantire la libertà di stampa. Lo scopre l'organizzazione Reporters sans frontières , nella classifica mondiale di quest'anno. 173 i paesi sotto esame, con molti risultati sorprendenti e alcune conferme. Partiamo dal peggio: “Il trio infernale” -giornalisticamente parlando- di Turkmenistan (171esimo), Corea del Nord (172esima), Eritrea (173esima).

Il mondo del dopo 11 settembre lascia le grandi democrazie sulla difensiva, con tentazioni che nel nome della sicurezza minacciano le libertà civili. Sovente, autoritarismo dietro lo schermo delle guerre dichiarate in nome della lotta contro il terrorismo. Emblematiche, a questo proposito la situazione di Stati Uniti e Israele. Doppia classifica per loro: punteggio di “democrazia stampa” interna ed esterna. Gli Usa ottengono un onorevole 41esimo posti sul territorio americano, ma finiscono a 119 (dopo l'Angola e subito prima dell'amica Georgia) sui territori da loro controllati fuori delle frontiere nazionali. Situazione analoga per Israele (46esimo sul territorio israeliano, 149esimo fuori delle frontiere nazionali), dove, per la prima volta dal 2003, un giornalista palestinese è stato ucciso dall'esercito israeliano.

Altra minaccia, i tabù religiosi o politici, in espansione, mentre, contemporaneamente le organizzazioni internazionali, l'ONU per prima, perdono lentamente la loro autorità sugli Stati membri. Novità consolatoria, i progressi di piccoli Paesi economicamente deboli, che garantiscono comunque alla loro popolazione il diritto di non essere della stessa opinione del governo e di esprimerlo pubblicamente. Accade soprattutto nella nostra Europa, sia quella dell'Unione sia la parte vicina. Prima considerazione. La testa di classifica, il meglio mondiale della libertà di stampa, sta tutto al nord del nostro continente: Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Estonia, Finlandia, Irlanda. Fuori del “medagliere” ma con risultati sorprendenti, le “neo comunitarie” Slovacchia (7° posto) e Repubblica Ceca (16°). Qualche sorpresa, non del tutto piacevole, la classifica dei “sei grandi” dell'Unione, democrazie e potenze economiche guida: Germania 20° posto, Gran Bretagna 23°, la Francia di Sarkosy al 35° (battuta da Slovenia e Grecia), Spagna 36° e l'Italia in coda (44° posto), superata persino da Bosnia-Herzegovina e Macedonia. I problemi nostri riguardano la pluralità nelle emittenti televisive (tanto per non fare sempre il nome di Berlusconi) ed oggi anche l'intervento di qualche pezzo di magistratura che, incurante dei vincoli della Corte di giustizia europea, ordina perquisizioni contro giornali e giornalisti sulle loro fonti.

Maglie nere dell'Unione, Polonia, Romania e Bulgaria. Sguardo di curiosità dovuto per i nostri vicini balcanici, sempre in bilico tra ammissione o esclusione dall'Unione. Ben classificate, abbiamo visto, Bosnia e Macedonia (si parla di libertà di informazione e non certo di stabilità politica e sviluppo economico), mentre a seguire l'Italia troviamo la Croazia (46°), il Montenegro a 53, il Kosovo (in classifica come Stato indipendente) 58°, con Belgrado che rosica sia per l'inclusione del Kosovo sia per il suo 64° posto. Anche in Serbia, qualche problema con l'utilizzo della televisione pubblica. Fanalino di coda balcanico, dopo lo Zambia e prima della Guinea, l'Albania cui l'Italia investe tanta attenzione e si assume tante responsabilità.

Io sono io e voi non siete un c....

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8160

di Marco Ferri - Megachip

Il capo del governo italiano ha detto che se gli studenti continuano a protestare contro i tagli alla scuola, lui gli manda la polizia. Ha anche detto che i giornalisti la devono piantare di creare “ansia” dalle pagine dei giornali, dai microfoni del telegiornali. Giorni fa, il ministro dell'istruzione ha detto che lei quelli che protestano proprio non li capisce.

Il ministro delle pari opportunità ha querelato una donna che di mestiere fa satira, perché non gradisce essere presa in giro. Il ministro della funzione pubblica non ammette critiche, per lui gli impiegati pubblici sono “fannulloni”. Va in giro per tutti i talk show a dirlo e ridirlo.

Da quando si è insediato il nuovo governo è diventata una prassi consolidata procedere per decreto legge e poi imporre il voto di fiducia. Così succede che prima non si vuole far discutere il Parlamento, poi non si accettano né critiche, né proteste né che di queste si occupino i giornali.

Questi atteggiamenti sono legittimi e legittimati dal fatto che il capo del governo risulta gradito a oltre il 60% degli intervistati, secondo più di un recente sondaggio d'opinione. E'quanto ha apertamente dichiarato il capo del governo italiano durante un convegno di industriali a Napoli.

Come si spiega questo diffuso atteggiamento di decisionismo burbero?

Secondo Raffaele Simone, linguista di reputazione internazionale, questi atteggiamenti appartengono alla dottrina politica di quella che ha definito “Neodestra” italiana. In “Il mostro mite” (Garzanti, 2008), Raffaele Simone postula questa dottrina, mettendo a confronto il linguaggio dottrinale con quello colloquiale:

a) postulato di superiorità (“io sono il primo, tu non sei nessuno”);

b) postulato di proprietà (“questo è mio e nessuno me lo tocca”);

c) postulato di libertà (“io faccio quel che voglio e come voglio”);

d) postulato di non-intrusione dell'altro (“non ti immischiare negli affari miei”);

e) postulato di superiorità del privato sul pubblico (“delle cose di tutti faccio quello che voglio”).

Se ascoltate con attenzione le parole che vengono organizzate in discorsi dagli esponenti del governo, sia che si tratti di un intervento a un convegno, a una conferenza stampa, piuttosto che davanti ai microfoni di un cronista, vi accorgerete come questi postulati vengono continuamente riproposti, sia in forma “dottrinale” che in quella colloquiale, che in genere è la preferita, perché ben si presta a essere citata su un giornale o al telegiornale. A volte ci si spinge troppo in là, e allora pronta arriva la smentita, che è in realtà il talento di dire due volte esattamente la stessa cosa, una volta affermandola, una volta negando non la cosa in sé, quanto l'interpretazione che ne è stata data.

La domanda che spesso ci poniamo è perché sia possibile che questo modo di condurre la politica abbia successo, come dimostrano i sondaggi. “Quella che (i postulati della Neodestra) descrivono è una società aggressiva, egoistica e pericolosa”, scrive Raffaele Simone in “Il mostro mite”.

In effetti, viviamo tempi precari: reduci dalla grande paura del terrorismo islamico, inaugurato con l'Attacco alle Torri Gemelle, coinvolti nella “guerra preventiva” e nel timore di attentati nelle nostre città, siamo attualmente spaventati dalla globalizzazione finanziaria ed economica e dalle grandi migrazioni, siamo molto preoccupati per il tenore e lo stile di vita, allertati dai pericoli di un' imminente e grave recessione economica.

Il decisionismo burbero fa leva sulla semplice constatazione che un “popolo spaventato si governa meglio”? In effetti, temiamo di perdere qualcosa (lo stipendio, il posto di lavoro, la casa, la vacanza, l'auto, l'i-phon) che consideravamo un diritto di proprietà. Ragion per cui, senza mezzi termini diamo credito, apertamente o in modo più defilato a chi si candida a proteggere grandi o piccoli possessi acquisiti, grandi o piccoli privilegi. Poiché meno si ha, più l'eventualità di una perdita è sinonimo di disastro, ecco che il ceto medio ( medio perché ha qualcosa in più delle classi basse, e molto di meno di chi possiede di più), sentendosi molto minacciato tende a premiare col suo consenso governi come quello che abbiamo in Italia in questi mesi e che sembra intenzionato a durare a lungo.

L'attuale governo ha restituito la parte residua dell'Ici, ha fatto sparire “la monnezza” a Napoli, ha reso invisibili le prostitute, ha spinto in periferia i campi nomadi, punisce i “fannulloni” nel pubblico impiego. Fin qui tutto sembrava filare liscio. Quando ha deciso di tagliare i costi alla scuola, qualcosa si è inceppato.

Complice fortuito l'arrivo della bolla speculativa dei mutui, l'operazione di “risparmio” ideata dal ministro Tremonti e vestita da riforma dalla ministro Gelmini non ha avuto successo.

Il mondo della scuola si è ribellato: genitori e scolari, studenti e insegnanti, professori, prèsidi di facoltà e addirittura rettori di atenei hanno detto no. “La crisi non la paghiamo noi” si è letto sugli striscioni di migliaia di manifestanti in tutta Italia. Questa idea, semplice e comprensibile a tutti, ha fatto breccia fino a preoccupare seriamente il governo, come dimostra la minaccia far intervenire la polizia nelle scuole e nelle università: il pericolo avvertito è che scolari, studenti, genitori, insegnanti, prèsidi e rettori, facenti per lo più parte del ceto medio, possano rappresentare il punto critico di rottura del consenso fin qui incassato dalla coalizione di governo.

Bisogna aggiungere che la protesta nelle scuole ha trovato una prima saldatura il 17 ottobre, quando si è svolto lo sciopero generale contro il governo, indetto dai sindacati di base e a Roma sono sfilati in 350 mila. Anche qui l'occasione è stata forse fortuita, fatto sta che contro quella giornata si è scagliato il capo del governo a Napoli, durante il già citato intervento al convegno degli industriali italiani.

Anche l'opposizione parlamentare sta tentando di intercettare il malumore e il dissenso che dal mondo della scuola potrebbe contagiare la disapprovazione nei confronti del governo da parte dei ceti medi.

La manifestazione del 25 ottobre prossimo potrebbe essere un banco di prova, anche se per stessa ammissione dei dirigenti del Pd la protesta nelle scuole ha preso il via al di là e al di fuori delle organizzazioni di partito e anche se la data della manifestazione era stata decisa molto prima la nascita delle protesta (un altro caso fortuito con gli avvenimenti in corso).

Quali chances ha il centrosinistra italiano di tornare, dopo la sconfitta elettorale dello scorso aprile a rappresentare una concreta attrattiva sulla scena politica?

Abbiamo visto i postulati della dottrina della Neodestra, così come ce li ha proposti Raffaele Simone in “Il mostro mite”. Il quale ci propone quelli riferibili alla sinistra (che qui, per brevità propongo in “forma colloquiale”):

a) al “io sono il primo, tu non sei nessuno” si oppone “non siamo tutti uguali, ma dobbiamo diventarlo”;

b) al “questo è mio e nessuno me lo tocca” si oppone “entro certi limiti la mia proprietà può essere ridistribuita ad altri”;

c) al “io faccio quel che voglio e come voglio” si oppone “i diritti dei singoli non possono sminuire il bene pubblico”;

d) al “non ti immischiare negli affari miei” si oppone “gli interessi dei singoli possono essere limitati dall'interesse di tutti”;

e) al “delle cose di tutti faccio quel che voglio” si oppone “sebbene i privati abbiano prerogative e diritti definiti, il pubblico è preminente”.

Anche in questo caso, come si notava poco fa a proposito degli esponenti della Neodestra, se ascoltate con attenzione le parole che vengono organizzate in discorsi dagli esponenti dell'opposizione, sia che si tratti di un intervento ad un convegno, a una conferenza stampa, piuttosto che davanti ai microfoni di un cronista, vi accorgerete come questi postulati vengono continuamente riproposti, sia in forma “dottrinale” che in quella colloquiale.

La domanda è: sono attrattivi, possono essere condivisi dai ceti medi, che come si sa sono la base elettorale che elegge o manda a casa i governi nei paesi occidentali?

Non ci possono essere dubbi: la risposta è no. A meno che la congiuntura economica non spinga fino in fondo le contraddizioni che sta vivendo il ceto medio, che non affiori la netta sensazione di essere stati sfruttati sfacciatamente dalle banche e dalle finanziarie, che il possesso dei risparmi gli sia stato soffiato via dalle tasche, che lo stipendio è troppo basso, le spese troppo alte, le tutele evanescenti, che se una volta anche l'operaio voleva il figlio dottore, oggi anche il dottore ha un figlio precario.

In un certo senso e fatte le debite proporzioni è il senso della sfida alla Casa Bianca da parte di Barak Obama. Tra qualche giorno saremo in grado di vedere i neo-cons, la Neodestra americana può essere battuta.

Durante un recente dibattito televisivo, a un vice ministro che lo interrompeva col piglio tipico del politico della Neodestra, Eugenio Scalfari ha detto: “Lei non migliora mai, eh!?”. Ecco: se in un prossimo futuro le parole del fondatore di Repubblica dovessero anche solo venire in mente a milioni di elettori, allora, forse, si aprirà una nuova stagione politica.

La nuova stagione economica e sociale è già qui: la Neodestra non sa bene che pesci prendere, l'opposizione sconta forti ritardi sulla tabella di marcia delle contraddizioni politiche e sociali. A quanto pare, gli unici che al momento hanno le idee chiare sono gli studenti italiani: è contro quel“Non pagheremo noi la crisi”che si minaccia di mandare addosso la polizia. Beh, buona giornata.

(*)I sovrani del mondo vecchio

C'era una volta un Re che dal palazzo
emanò ai popoli quest'editto:
- Io sono io, e voi non siete un cazzo,
signori vassalli imbroglioni, e state zitti.

Io rendo diritto lo storto e storto il diritto:
posso vendervi tutti a un tanto al mazzo:
Io, se vi faccio impiccare, non vi faccio un torto,
perché la vita e la roba Io ve le do in affitto.

Chi abita in questo mondo senza il titolo
o di Papa, o di Re, o d'Imperatore,
quello non può avere mai voce in capitolo -.

Con quest'editto andò il boia per corriere,
interrogando tutti sull'argomento;
e, tutti risposero:
E' vero, è vero.

(Trilussa)

(marco.ferri@marco-ferri.com)

Caschi, passamontagna e bastoni


Lo schifo successo a Genova non ha insegnato nulla

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8213

di Curzio Maltese - da la Repubblica

E quando passa Cossiga un anziano docente urla: "Contento ora?" Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos. La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti. AVEVA l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile.

Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.

Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.

Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.

Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un' intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".

È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.

Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.

A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".