sabato 29 marzo 2008

Conferenza di Bretton Woods


http://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Bretton_Woods

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La conferenza di Bretton Woods, che si tenne dal al 22 luglio 1944, stabilì regole per le relazioni commerciali e finanziarie tra i principali paesi industrializzati del mondo.

Gli accordi di Bretton Woods furono il primo esempio nella storia del mondo di un ordine monetario totalmente concordato, pensato per governare i rapporti monetari fra stati nazionali indipendenti.

Mentre ancora non si era spento il secondo conflitto mondiale, si preparò la ricostruzione del capitalismo globale, riunendo 730 delegati provenienti dalle 44 nazioni alleate per la conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite (United Nations Monetary and Financial Conference) al Mount Washington Hotel, nella città di Bretton Woods (New Hampshire). Dopo un acceso dibattito, durato tre settimane, i delegati firmarono gli Accordi di Bretton Woods.

Gli accordi erano un sistema di regole e procedure per regolare la politica monetaria internazionale.

Le caratteristiche principali di Bretton Woods erano due; la prima, l'obbligo per ogni paese di adottare una politica monetaria tesa a stabilizzare il tasso di cambio ad un valore fisso rispetto al dollaro, che veniva così eletto a valuta principale, consentendo solo delle lievi oscillazioni delle altre valute; la seconda, il compito di equilibrare gli squilibri causati dai pagamenti internazionali, assegnato al Fondo Monetario Internazionale (o FMI).

Il piano istituì sia il FMI che la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (detta anche Banca mondiale o World Bank). Queste istituzioni sarebbero diventate operative solo quando un numero sufficiente di paesi avesse ratificato l'accordo. Ciò avvenne nel 1946.

Nel 1947 fu poi firmato il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade - Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio) che si affiancava all'FMI ed alla Banca mondiale con il compito di liberalizzare il commercio internazionale.

I Chicago Boys all’opera

Libero mercato e privatizzazioni: dietro la ricetta di Pinochet gli economisti cileni formati alla scuola di Friedman

di Elena Comelli

http://www.diario.it/home_diario.php?page=spe.11settembre.04.10

La strada più diretta per arrivare a Santiago parte da Vienna e passa per Chicago. Ma l’anno di partenza non è il 1973. È nel settembre del 1923, esattamente mezzo secolo prima, che Friederich von Hayek sbarca a Manhattan con in tasca due lauree dell’università di Vienna – in Economia e in Giurisprudenza – deciso a conseguire un dottorato alla New York University. Tipico prodotto dell’impero austro-ungarico, il ventiquattrenne Friedrich viene da una famiglia di biologi e funzionari governativi, ma è stato travolto come suo cugino Ludwig Wittgenstein dalla Prima guerra mondiale e dal collasso dell’impero mentre camminava spedito verso un’ordinata carriera di botanico. Dopo la guerra, in cui ha combattuto da ufficiale in battaglie dove i suoi uomini «parlavano undici lingue diverse» (secondo il suo stesso resoconto), Friedrich torna a Vienna socialista convinto e decide di mettere le sue competenze al servizio della costruzione di un’organizzazione sociale più giusta, contro ogni nazionalismo. Mentre la vibrante società viennese d’inizio secolo, in cui era cresciuto, si sfalda, Friedrich studia come un matto Economia e Giusrisprudenza, deciso a mollare gli ormeggi appena possibile verso il Nuovo Mondo.
Lo sbarco a New York nel settembre del 1923 è fondamentale per la formazione di Hayek, ma in un certo senso si rivela una falsa partenza: il suo interesse per l’economia si rafforza, ma ben presto gli mancano i soldi per mantenersi ed è costretto a tornare a Vienna. Qui, sotto l’influenza di Ludwig von Mises, esponente di punta della Scuola austriaca del pensiero economico, si converte al liberalismo e all’economia di mercato. Nel 1931, dopo essere stato per anni assistente di Mises, Hayek viene chiamato da Lionel Robbins a insegnare alla London School of Economics, un bastione di sinistra dove però il dipartimento di macroeconomia sta virando su posizioni liberiste, contro il dominante influsso statalista di John Maynard Keynes. Con l’avvicinarsi della Seconda guerra mondiale, Hayek è sempre più preoccupato dallo statalismo e dal nazionalismo rampanti nel Vecchio Continente. In uno dei suoi articoli più profetici, pubblicato in quegli anni, spiega il fallimento delle economie pianificate centralmente con la famosa teoria della conoscenza: chi sta al centro – secondo Hayek – non ha tutte le informazioni necessarie per prendere delle decisioni economiche. Solo il «meraviglioso sistema dei prezzi», spiega, «è un meccanismo perfetto per comunicare informazioni con la velocità del vento anche nelle regioni più remote». Ecco perché in ogni caso bisogna lasciarli fluttuare liberamente.
Questa e altre sue teorie vengono condensate in un libro ferocemente antistatalista, The Road to Serfdom, oggi considerato la pietra angolare del neoliberismo all’austriaca. Ma nel regno di Keynes era impossibile pubblicarlo. È così che si crea per la seconda volta un proficuo cortocircuito fra il rigido ufficiale austroungarico e il Nuovo Mondo, dove tutto è possibile. Nel 1944 il libro di Hayek viene pubblicato dalla Chicago University Press su indicazione di Aaron Director, docente di Economia e genero di Milton Friedman, economista di punta dell’ateneo. Il libro scoppia come una bomba nel mondo accademico e in breve diventa un bestseller. Il giovane Friedman (più tardi consigliere economico di Ronald Reagan e infine premio Nobel per l’economia nel 1976, due anni dopo Hayek), lo legge. Poco dopo il volume finisce avventurosamente fra le mani di una studentessa dell’università di Oxford, Margaret Roberts, non ancora Margaret Thatcher. Keynes lo legge mentre è in viaggio per il vertice di Bretton Woods, dove verrà deciso l’assetto economico del mondo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. In una memorabile lettera al suo acerrimo nemico, lo definisce cavallerescamente «un grande libro», ma ribadisce la sua incrollabile fiducia nella pianificazione centralizzata dell’economia: «Semmai ce ne vorrebbe di più», scrive Keynes, «non certo di meno». E aggiunge: «Se solo potessi indirizzare la tua crociata in questa direzione, eviteresti la figura di Don Chisciotte che stai facendo adesso».
Keynes aveva ragione. Dopo la Prima guerra mondiale e specialmente dopo la Grande Depressione tutto il mondo si era mosso quasi all’unisono verso una maggiore pianificazione centrale dell’economia, a partire dal blocco socialista per arrivare all’America Latina, passando per l’Europa continentale e perfino per il Nord America. Il protezionismo nazionalista dilagava, con dazi altissimi per impedire le importazioni e schermare le industrie locali dalla concorrenza estera, con regolamentazioni sempre più stringenti sui prezzi che portavano al boom del mercato nero, con vaste nazionalizzazioni delle industrie principali e un mercato del lavoro sempre più rigido. Negli anni della guerra la pianificazione centrale era irrinunciabile e il «successo» del sistema stava portando gli alleati a procedere nella stessa direzione anche nel dopoguerra.
In questo contesto, la crociata di Hayek contro lo statalismo e a favore del libero mercato, per un ritorno alla visione classica dell’economia ancorata negli insegnamenti di Adam Smith, sembrava davvero una battaglia contro i mulini a vento. Eppure oggi sappiamo che il vento, all’insaputa di tutti, già allora stava girando nella direzione indicata da Vienna. La globalizzazione, frutto dell’apertura dei mercati locali alla concorrenza internazionale, della deregulation reaganiana, delle liberalizzazioni à la Thatcher e del crollo dell’impero sovietico, discende direttamente dalle teorie di Hayek. E la prima tappa nella nuova direzione, per una serie di coincidenze fortuite, è Santiago. Ma prima ancora di arrivare là, si passa da Chicago.
Hayek abbandona la London School of Economics per l’università di Chicago nel 1950. Gli viene affidata la cattedra di Scienze sociali, che non fa parte del dipartimento di economia, ma l’interazione con gli economisti è vivace e il rapporto con Milton Friedman, diventato nel frattempo il padre del neoliberismo americano, sempre più stretto. È qui che Hayek scrive la sua opera più importante, The Constitution of Liberty, pubblicata nel 1960, dove si afferma che il laissez-faire non è sufficiente ad assicurare un buon funzionamento dell’economia e che il ruolo più importante dello Stato sta proprio nello sviluppo di leggi e regole capaci di assicurare la libera concorrenza. Un’affermazione che oggi sembra banale, ma allora suonava del tutto nuova e rivoluzionaria. Negli stessi anni il Nobel Theodore Schulz, rettore dell’Università di Chicago, e Julio Chana, rettore dell’Università cattolica di Santiago, instaurano un rapporto di collaborazione molto stretto fra i due atenei, aprendo un ponte fra Santiago e Chicago per tutti gli studenti cileni di economia interessati ad ampliare le proprie conoscenze.
Negli anni Sessanta lo stesso canale, che presuppone un importante aiuto economico agli studenti stranieri, viene aperto anche con l’Argentina. Al Harberger, un collega di Friedman che ha dedicato tutta la sua vita al progetto sudamericano, lo descrive così: «Ora i latinos possono andare dappertutto, ma allora non era così. Negli anni Sessanta, mentre a Chicago si potevano trovare anche 40 o 50 studenti sudamericani in corsa per il dottorato su una popolazione complessiva di 150-180 neolaureati, a Harvard ce n’erano forse tre o quattro, al Mit cinque o sei. È la nostra politica delle ammissioni che ha fatto diventare Chicago così importante sulla scena sudamericana: eravamo pronti ad ammettere anche studenti che avrebbero potuto fallire lungo il cammino, mentre le altre grandi università americane ammettono praticamente solo studenti in grado di garantire fin dal primo giorno il raggiungimento di un dottorato al top dei voti». In una decina d’anni, il canale aperto con l’America Latina ha portato a Chicago oltre trecento studenti, di cui in tempi diversi 25 sono diventati ministri, 12 governatori della Banca centrale del proprio Paese e gli altri sono andati via via a riempire tutti gli scaglioni più elevati delle varie istituzioni economiche del continente. A partire dalla fine degli anni Sessanta i cosiddetti Chicago Boys, molto influenzati dall’impostazione neoliberista dell’ateneo di Friedman e Hayek, erano pronti ad agire.
I loro Paesi d’origine non erano certo terre vergini. Fin dagli anni Trenta tutti gli economisti del mondo guardavano con molto interesse al cono Sud del continente americano, compreso John Maynard Keynes, più volte ospite a Buenos Aires del suo allievo Raul Prebitsch, allora governatore della Banca centrale argentina. Le teorie keynesiane di Prebitsch, dal 1950 direttore dell’Ecla (Economic Commission for Latin America), un’emanazione dell’Onu con sede a Santiago, hanno dominato completamente la scena economica sudamericana per quasi mezzo secolo. I leader del continente, pur di opposte tendenze politiche, erano infatti concordi sull’approccio di base sviluppato da Prebitsch, chiamato «dependencia». L’economista argentino divideva il mondo in un centro e una periferia, con il centro nei Paesi industrializzati (Europa e Nord America), dove ha origine l’innovazione tecnologica, e la periferia negli altri Paesi, produttori di materie prime, che nell’interscambio commerciale fra i due contraenti risultano sempre perdenti. Per emancipare i produttori di materie prime dalla dipendenza dai manufatti importati dall’estero – sosteneva Prebitsch – basta ostacolare le importazioni alzando insormontabili barriere commerciali, nazionalizzare la produzione di materie prime e con i proventi delle esportazioni costruire da zero un’industria nazionale. La sua teoria, perfettamente in linea con le impostazioni autarchiche dei fascismi europei, ma anche con la battaglia per l’industrializzazione dell’Unione sovietica, è stata applicata alla lettera dai regimi sudamericani di destra e di sinistra, da Juan Peron a Fidel Castro, passando per Eduardo Frei, presidente cileno dal 1965 al 1970 e nazionalizzatore delle importanti miniere di rame, allora in mani statunitensi.
Dall’Argentina al Cile, dall’Uruguay al Brasile, dal Messico alla Bolivia, uno a uno i confini nazionali venivano inchiavardati da dazi che negli anni Cinquanta e Sessanta raggiungevano livelli del 3-400 per cento, con l’assurda conseguenza di proteggere dalla concorrenza estera impianti produttivi spesso completamente inefficienti e di costringere gli abitanti dell’America Latina a pagare i manufatti locali il doppio o il triplo di quel che avrebbero speso per gli stessi prodotti importati dall’estero. L’inflazione rampante costringeva i governi sudamericani a mettere in circolazione un’enorme massa di denaro e a indebitarsi fino al collo proprio da quegli stessi Stati da cui volevano rendersi indipendenti. La politica di socializzazione dell’apparato produttivo cileno, inaugurata da Salvador Allende nei suoi anni di governo, non è altro che l’applicazione fino alle estreme conseguenze delle teorie di Prebitsch. Le espropriazioni delle industrie, le imposizioni di salari e prezzi fissati dall’alto e più in generale la distribuzione di una ricchezza che non veniva creata – con le conseguenti enormi spinte inflazioniste, il boom del mercato nero e il crescente malcontento di quel 62 per cento della popolazione che non aveva votato Allende – sono l’effetto della diffusa convinzione che le leggi del mercato possano essere semplicemente abolite costruendo un alto muro lungo i confini nazionali.
È in questo contesto particolarmente ostile alla loro impostazione liberale che i Chicago Boys cileni si trovano a operare. Animati dalla convinzione che le teorie di Prebitsch stiano portando il Paese alla rovina, i giovani economisti concepiscono una piattaforma economica per il candidato della destra, Jorge Alessandri, battuto da Allende alle elezioni del 1970. Malgrado la sconfitta, i Chicago Boys continuano a incontrarsi tutti i martedì sera a Santiago e ad aggiornare le loro proposte.
È grazie a questa piattaforma, chiamata «El Ladrillo» (Il mattone) per quanto era diventata voluminosa nel frattempo, che dopo il colpo di stato e dopo un infelice tentativo dei militari di fare da sé, all’inizio del 1975 il gruppo viene contattato da Ricardo Hausmann, un uomo politico legato alla dittatura militare, per chiedere il loro aiuto a rimettere in piedi il libero mercato demolito dai governi precedenti.
Risale a quel periodo anche la visita di Milton Friedman a Santiago, per un giro di conferenze di cinque giorni nel marzo del 1975, che gli è valsa l’accusa infamante di collaborazionismo con il regime di Pinochet. In effetti Friedman in quei giorni fece un discorso intitolato «La fragilità della libertà» all’Università cattolica di Santiago, che infiammò gli animi dell’opposizione per i suoi toni antiautoritari. Nel suo discorso Friedman mise in guardia l’uditorio sulla fragilità della libertà, che viene rapidamente distrutta da ogni tipo di controllo centrale, spiegando che la libertà di espressione politica è il presupposto centrale per il corretto funzionamento di ogni libero mercato. Proprio per questa ragione il padre della scuola neoliberista americana considera a tutt’oggi stupefacente la scelta di Pinochet di affidare ai suoi allievi la gestione dell’economia cilena: «La struttura militare»,così Friedman spiega la sua meraviglia, «si distingue per essere una tipica organizzazione top-down: il generale ordina al colonnello, il colonnello ordina al capitano e così via. Il mercato, invece, è una tipica organizzazione bottom-up. Il cliente entra nel negozio e ordina al dettagliante, il dettagliante invia l’ordine su per la catena fino al produttore e così via. I principi di base dei militari, dunque, sono esattamente il contrario della struttura organizzativa del libero mercato o di una società democratica. È stupefacente che per gestire l’economia i militari cileni abbiano adottato la struttura bottom-up invece della struttura top-down usata fino ad allora».
Pinochet lascia infatti mano libera ai Chicago Boys, tranne su qualche particolare come la privatizzazione delle miniere di rame, cui mette il veto. José Pinera si occupa della privatizzazione del sistema pensionistico, Hernan Buchi di quella del sistema sanitario, Sergio De Castro e Carlos Caceres si alternano al vertice del ministero delle Finanze, Luis Larrain è ministro per la Pianificazione, Patricia Matte per lo Sviluppo, Pablo Ihnen, Carlos Mendez e Martin Costaba gestiscono il bilancio dello Stato, per non citare che i nomi più importanti. La terapia shock comprende la liberalizzazione dei prezzi e del commercio, la privatizzazione del sistema pensionistico e sanitario, l’abbattimento dei dazi e delle restrizioni alla libera circolazione dei capitali e una robusta politica anti-inflazionistica. Di conseguenza esplodono le esportazioni di frutta, vino, prodotti ittici e legname, che diventano gradualmente più importanti del rame, e comincia a svilupparsi un’industria alimentare molto competitiva.
L’effetto immediato è il cosiddetto «miracolo cileno», con una rapida discesa dell’inflazione e una fortissima espansione economica, malgrado l’atmosfera di sanguinosa repressione politica. Ma con il varo della nuova Costituzione, che designa Pinochet al potere per altri otto anni, aumenta l’isolamento internazionale del regime e si cominciano a vedere i primi segnali della crisi. Il peso insostenibile del debito, indotto dal massiccio afflusso di petrodollari dai Paesi arabi in tutto il Sud America dopo gli anni del boom del prezzo del petrolio, porta al fallimento a catena di molte economie sudamericane, a partire dal Messico.
L’improvviso crollo degli investimenti esteri spinge anche il Cile al collasso nel 1982: dopo sei anni di tassi di crescita stratosferici, il prodotto interno lordo cileno perde di colpo il 14 per cento, la disoccupazione schizza al 33 per cento. Ma Pinochet mantiene la barra sulla rotta neoliberista e una decisa svalutazione del peso ridà fiato alle esportazioni, rimettendo in equilibrio la barca già l’anno seguente, mentre il resto dell’America Latina continua a risentire di quella crisi per tutto il decennio (chiamato appunto il «decennio perduto»).
In complesso, sotto la guida dei Chicago Boys l’economia cilena è cresciuta più rapidamente dei suoi vicini, a un ritmo del 5-6 per cento all’anno, ma i salari sono rimasti bassi e le differenze sociali acute. L’eredità più importante di tutta l’operazione resta il radicale cambiamento di direzione rispetto alle politiche del passato, che ha preparato il Cile molto meglio dei suoi vicini alla successiva ondata globalizzatrice.
Coscienti di questo vantaggio competitivo, anche i tre presidenti democratici che si sono succeduti dopo il plebiscito del 1988 hanno mantenuto l’apertura al libero mercato e alla concorrenza internazionale come caratteristica fondamentale delle loro politiche economiche, proseguendo nella scia tracciata ai tempi di Pinochet. Al momento attuale il Cile è indubbiamente l’economia più stabile del Sud America e in anni recenti il suo modello è stato adottato con alterni successi più o meno dappertutto.
Per i Chicago Boys, riciclati in gran parte come consulenti dei vari governi dell’America Latina attraverso l’Istituto per la libertà e lo sviluppo, anche oggi il lavoro non manca.

martedì 19 febbraio 2008

il declino dell'occidente

come non riportare un articolo così...

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=5976

2008, le nubi sul declino del sistema occidentale - 19-2-08

di Davide Rossi - da Aurora

Non è abitudine della nostra rivista riflettere sull'immediata contingenza. Da nove anni uniamo ricerca storica, interessi culturali, capacità di analisi prospettiva verso il futuro. Una serie di avvenimenti tuttavia devono d'esser presi in considerazione. Sarà, non solo per le olimpiadi, l'anno della Cina, alla quale si danno, da parte occidentale, tutte le colpe del pianeta. Ultima in termini di tempo la scarsità di cioccolato prevista per i prossimi mesi.

Sì, perché i cinesi mangian cioccolato e le ditte occidentali non hanno cacao a sufficienza e le coltivazioni mondiali non possono aumentare le produzioni ai ritmi della domanda, a meno che intervenga la piaga del cacao transegenico, il quale come tutti i prodotti ogm alla lunga rende sterili le terre.

Il pianeta è al collasso ambientale, eppure proprio la Cina – che ambisce a raggiungere un livello di consumi pari in media al 25% di quelli di un cittadino europeo, ovvero consumare tre volte meno di noi - è la dimostrazione del totale fallimento del progresso fondato sulla crescita dei consumi. Prima vittima l'Occidente, il quale ha propagandato nella vittoriosa guerra fredda il mito del “consumate di più”.

Eppure nel momento in cui la Cina e l'India vincono sui mercati mondiali, esportano, crescono e i loro cittadini, o almeno una bella fetta di quegli oltre due miliardi di persone, vogliono automobili, carta igienica e cioccolato, il prezzo del petrolio s'infiamma e le riserve si esauriscono e si perdono, come nel caso della Nigeria o dell'Irak, in cui donne e uomini di quelle terre, spesso definiti terroristi, difendono la loro unica ricchezza incendiando i pozzi e impedendo il furto del greggio da parte delle compagnie multinazionali, la deforestazione annienta la Siberia, i produttori di cioccolato annaspano perché la Cina se lo produrrà da sé, acquistando cacao, riducendo per gli occidentali le vendite e aumentando i costi della materia prima.

Tre esempi. Potrebbero essere mille. Il sistema occidentale come lo abbiamo conosciuto e come ce lo hanno insegnato è finito. Le condizioni di vita dei cittadini europei non potranno che peggiorare perché il divario tra noi e il resto del mondo è enorme e il sud del pianeta lo sta riequilibrando con il sudore del suo lavoro, che ambisce ad acqua calda in casa e non ad un secchio di acqua fredda al giorno, mentre ferve corre l'accaparramento dell'oro blu e la sua privatizzazione, ad un'automobile, alla carta igienica, a un po' di cioccolato, …

Il problema è: chi lo dice tutto questo agli europei? Chi spiega che i loro soldi saranno sempre meno e il loro potere di acquisto sarà sempre più basso, che le loro condizioni di vita dovranno orientarsi ad una riduzione dei consumi e, osiamolo dire, peggioreranno? Nel frattempo il presidente - dittatore francese straparla, Zapatero inneggia ad un fantomatico miracolo spagnolo, il nostro buon Prodi ha auspicato e sperato.

La signora Merkel in data 15 gennaio '08 in una conferenza stampa, all'ennesima domanda idiota sulla crescita, azzarda la verità: la crescita è quasi impossibile, la competizione internazionale insostenibile quando i salari europei sono decine di volte più alti di quelli del resto del mondo, la crisi della speculazione finanziaria innescata in estate dal debito statunitense incontenibile, i costi delle materie prime energetiche e alimentari crescono con la domanda, quindi ci saranno sempre meno prodotti e sempre più cari.

Incredibile tanta onestà nelle parole del cancelliere democristiano, almeno complimenti. Il dubbio è se valutare questa dichiarazione sulla crisi, il declino e la fine del sistema occidentale come un buon passo verso nuove politiche sociali in Europa e nuove relazioni internazionali, oppure come un segno drammatico di disperazione, di ammissione del fallimento.

Siamo più inclini a credere ragionevole la seconda ipotesi. Intanto in Italia grandi interessi e interessi malavitosi speculano sull'immondizia, mentre la televisione – attraverso tardive pubblicità progresso - invita a spegnere le luci che non si usano per risparmiare energia, i politici si agitano quando gli studenti di Roma ritengono che la tribuna dell'apertura dell'anno accademico di un ateneo pubblico sia poco adatta per le parole di un uomo che non ha promosso il dialogo come il cardinal Martini, ma ha sospeso decine di teologi.

Pure la Slovenia, che salutiamo per la prima presidenza dell'Unione Europea affidata ad un paese dell'est, si trova obbligata a ripetere le parole dell'incontro inter - governativo di Lisbona di dicembre: “fare dell'Europa la zona più competitiva del mondo”. Assolutamente impossibile. A meno che i salari non scendano alla media mondiale di 30 euro con, al massimo, 10 euro di contributi, francamente ci pare non praticabile. Intanto nelle fabbriche, ad esempio italiane, si muore, come a Torino, dilaniati dal fuoco dopo 12 ore di lavoro, ma gli industriali chiedono il ritorno alle sei giornate lavorative, con un sabato senza straordinari da pagare, come in Francia, dove Sarkozy ha eliminato queste spiacevoli complicazioni, applicando la nuova direttiva Bolkenstein che indirizza verso la contrattazione individuale contro quella collettiva, riducendo in un colpo diritti e salari e ripristinando orari di lavoro “concordati” degni dell'Ottocento. L'inflazione intanto sale, la produzione cala, il prodotto interno lordo non è più un indice credibile, in Italia come in Europa.

La Fiat arranca e finge, non ammettendo che è la succursale europea di una casa automobilistica indiana, la Tata Motors, i cui utili sovrastano di gran lunga quelli della fabbrica degli Agnelli. La scuola, italiana ed europea, versa in acque limacciose, incongrue, defatiganti, disperate. Ma i telegiornali ci spiegano che almeno in Italia il problema sarebbe la grave colpa degli insegnanti che invece di insegnare la competitività insegnano la solidarietà. Proprio un nuovo progetto solidale sarebbe invece il solo che potrebbe attenuare la violenza del collasso.

Violenza che intanto porta disperati e disperati occultamente organizzati a sfogarsi intorno agli stadi e contro gli stranieri. Già, verso questi cittadini che svolgono quei lavori che noi rifiutiamo, pagano le tasse e i cui figli vengono rifiutati dalle scuole materne di Milano. Lo spauracchio è quello della criminalità, la quale certo va sempre combattuta, ma solo il 5% degli stranieri svolge attività criminale, gli altri 95% no, ma a certa stampa piace trovare il nemico nella porta accanto, purché non italiano.

Così cresce la demonizzazione del tema della sicurezza, calano rapine, furti e violenze, i telegiornali diventano la succursale di cronaca nera dei peggio giornalacci. La verità che nessuno dice è che se un anziano subisce una rapina è un dramma perché non ha più nulla in banca, mentre venti anni fa qualche risparmio lo aveva.

Quindi il problema non è quello della “percezione” del problema, come altri giornaloni tanto considerati raccontano, ma della realtà. Perdere oggi la pensione rapinata fuori dalla posta significa trovarsi nella miseria di non saper cosa mangiare sino alla fine del mese. È quindi un problema sociale, non di sicurezza, ma poco importa, l'importante è moltiplicare le espulsioni, anche se i reati li compiono in stragrande maggioranza gli italiani, solo tenendo gli stranieri nel terrore infatti i datori di lavoro potranno continuare a ricattarli, sfruttarli e pagarli pochissimo e male, in fondo – questo sì - è il solo modo per restare competitivi.

L'Europa che dovrebbe difendere i diritti umani diventa così la promotrice di una nuova forma di schiavismo, mascherato, ma presente dietro casa, che si somma allo sfruttamento intensivo, ma sempre meno praticabile, della manodopera in giro per il mondo. A questi mali italiani ed europei, la penisola aggiunge un tessuto industriale composto dalla piccola imprenditoria, sempre più impossibilitata a reggere il confronto sulla produzione di manufatti che altrove si producono a prezzi dieci volte più bassi, siano le mutande in Romania e i caschi per motocicletta in Cina.

In Italia la ricerca e la produzione industriale avanzata e di alta tecnologia è insignificante, quindi quel qualcosa in più che l'Occidente in qualche modo ancora ha, ovvero intelligenze, ricerca, in Italia non esiste. Si legga Luciano Gallino per capire quanto l'Italia non produce nulla che possa essere considerato valore aggiunto.

Il declino dell'Italia è comunque solo più accentuato rispetto al resto dell'Occidente, la retorica assolutamente falsa dei politici europei relativamente alle loro presunte crescite economiche è ridicola. Inutile cercare strade per uscirne, la traiettoria è incorreggibile, eppure una possibilità l'Europa ce l'ha: ammettere il dato irreversibile del declino e sviluppare politiche sociali redistributive che contengano i guasti sociali e la disperazione che sono dietro l'angolo.

Diminuire, contenere e impedire per quanto possibile tutte le operazioni speculative, rivedere la sproporzione tra salari di lavoratori e salari di dirigenti (oggi in proporzione 400 a25 a 1) a partire dal settore pubblico, ma con un sistema fiscale serio che metta ordine anche nel settore privato. Promuovere una nuova politica internazionale basata sulla cooperazione e non sulle operazioni costose, inutili e del tutto fallimentari di esportazione della “democrazia”, che oramai in ogni angolo del pianeta sono ragionevolmente comprese anche da bambini e analfabeti come operazioni di tutela dei nostri interessi occidentali contro quelli degli altri. 1, trenta anni fa

Qualcuno si agiterà di fronte a queste proposte – essenzialmente scandinave e socialdemocratiche – eppure l'alternativa è la barbarie e la rabbia sociale, pronta a manifestarsi nelle forme più inaspettate, deleterie, distruttive. Cavalcare il “tanto peggio tanto meglio” è da sempre sbagliato, assurdo e fallimentare, negare l'evidenza della realtà italiana, europea e planetaria è idiota. Meglio sarebbe agire con coerenza e intelligenza. Ma purtroppo all'orizzonte si vedono solo – nere, nitidissime e inconfondibili - nubi.

domenica 3 febbraio 2008

Ambiente - Alternativa agli inceneritori

Le alternative agli inceneritori

www.beppegrillo.it

Inceneritori, perché no

1. L’incenerimento dei rifiuti li trasforma in nanoparticelle tossiche e diossine
2. L’incenerimento necessita di sostanze come acqua, calce,bicarbonato che aumentano la massa iniziale dei rifiuti
3. Da una tonnellata di rifiuti vengono prodotti fumi e
300 kg di ceneri solide e altre sostanze.
- le ceneri solide vanno smaltite per legge in una discarica per rifiuti tossici nocivi, rifiuti estremamente più pericolosi delle vecchie discariche
- i fumi contengono
30 kg di ceneri volanti cancerogene, 25 kg di gesso
- l’incenerimento produce
650 kg di acque inquinate da depurare
4. Le micro polveri (pm 2 fino a pm 0,1) derivanti dall’incenerimento se inalate dai polmoni giungono al sangue
in 60 secondi e in ogni altro organo in 60 minuti
5. Le patologie derivanti dall’inalazione sono: cancro,malformazioni fetali, Parkinson, Alzheimer, infarto e ictus.
Lo comprovano migliaia di lavori scientifici
6. Gli inceneritori, detti anche termovalorizzatori, sono stati finanziati con il 7% della bolletta dell’Enel associandoli
alle energie rinnovabili insieme ai rifiuti delle raffinerie di petrolio al carbone. Senza tale tassa sarebbero diseconomici. Nell’ultima Finanziaria è stato accordato il finanziamento, ma solo agli inceneritori già costruiti
7. In
Italia ci sono 51 inceneritori, sarebbe opportuno disporre di centraline che analizzino la concentrazione di micro polveri per ognuno di essi, insieme all’aumento delle malattie derivate sul territorio nel lungo periodo
8. I petrolieri, i costruttori di inceneritori e i partiti finanziati alla luce del sole da queste realtà economiche sono gli unici beneficiari dell’incenerimento dei rifiuti
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Riduzione dei rifiuti, raccolta differenziata,

riciclaggio e bioessicazione

1. Riduzione dei rifiuti (Berlino, per fare un esempio, ha ridotto in sei mesi i rifiuti del 50%)
2. Raccolta differenziata porta a porta con tariffa puntuale
3. Riciclo di quanto raccolto in modo differenziato
4. Quanto rimane di rifiuti dopo l’attuazione dei primi tre punti va inviato a impianti per una selezione meccanica delle tipologie dei rimanenti rifiuti indifferenziati. La parte non riciclabile può essere trattata senza bruciarla con in impianti di bioessicazione
5. In
termini economici non conviene bruciare in presenza di unaraccolta differenziata perchè:
- il legno può essere venduto alle aziende per farne truciolato
- il riciclaggio della carta rende più dell’energia che se ne può ricavare
- il riciclaggio della plastica è conveniente. Occorrono 2/3 kg di petrolio per fare un kg di plastica
6. La raccolta differenziata può arrivare al 70% dei rifiuti, il 30% rimanente può ridursi al 15-20% dopo la bioessicazione. Una quantità che è inferiore o equivale agli scarti degli inceneritori. Ma si tratta di materiali inerti e non tossici con minori spese di gestione ed impatti ambientali sanitari.

Se nel settore dei rifiuti non ci fossero le attuali realtà, per legge, di monopoli privati a totalità di capitale pubblico, ma una reale liberalizzazione del mercato, la concorrenza tra le aziende avverrebbe sulla capacità di recupero e l’incenerimento sarebbe superato.

Ambiente - Inceneritori Intervista al professor Paul Connett

dal sito di Beppe Grillo


Intervista al professor Paul Connett

in onda su Radio Popolare venerdì 24 marzo 2006

Paul Connett: 21 anni fa hanno cercato di costruire un inceneritore nella nostra contea nel nord dello stato di New York vicino al confine con il Canada. All'inizio credevo fosse una buona idea, pensavo: “ci sbarazziamo di tutte quelle orrende discariche e produciamo energia dai rifiuti in una struttura che può essere monitorata”. Poi leggendo ho scoperto che bruciando i rifiuti domestici si producono le sostanze più tossiche che l'uomo abbia mai prodotto e poi, ogni 3 tonnellate di spazzatura, resta una tonnellata di cenere molto tossica che da qualche parte andrà pur messa; quindi ho capito che l'inceneritore era la strada sbagliata.
Ho cominciato a lavorare insieme agli altri cittadini che erano contrari e siccome ero professore di chimica sono stato invitato nelle altre comunità dei vari stati americani e poi del mondo per cercare di fermare l'incenerimento. Abbiamo bloccato la costruzione di 300 inceneritori; dal 1996 negli Stati Uniti non ne è più stato costruito uno.

Intervistatrice: E in questi anni ha cercato di diffondere la sua teoria “Rifiuti Zero”. Ce la può spiegare sottolineando in particolare come si possono ridurre progressivamente inceneritori e discariche e di conseguenza l'inquinamento?

Paul Connett: Quello che ho in mente è l'obiettivo finale; credo che la cosa più semplice sia distinguere la teoria del riciclaggio al 100% e la teoria Rifiuti Zero. Da molto tempo diverse comunità cercano di portare al massimo il riciclaggio e il compostaggio dei rifiuti. Per molto tempo noi abbiamo pensato che questo fosse
l'obiettivo numero uno, ma il problema di questo sistema è che nella nostra società ci sono cose che non possono essere riciclate, cose che non possono essere compostate e quindi no possono essere riutilizzate. Finché sarà così non ci sarà mai possibile un riciclaggio al 100% e allora che cosa dice la strategia Rifiuti
Zero? Dice che i cittadini non possono farcela da soli, si devono necessariamente combinare due livelli di responsabilità: quella della comunità nella fase finale del processo e la responsabilità industriale che invece avviene all'inizio del processo. Insomma all'industria dobbiamo dire: “Se non possiamo riutilizzarli, se no
possiamo riciclarli voi quei prodotti non li dovete più fare”. Il messaggio è:

“abbiamo bisogno di un disegno industriale migliore per il 21 secolo”

perché entro la fine di questo secolo dovremmo imparare a vivere in modo sostenibile. I rifiuti coinvolgono chiunque, chiunque produce rifiuti ogni giorno, siamo tutti parte del problema. Ma se seguiamo l'approccio rifiuti zero possiamo diventare tutti parte della soluzione. E allora abbiamo bisogno di una comunità responsabile che separi i rifiuti riciclabili, la frazione umida, che raccolga i sacchi porta a porta, abbiamo bisogno di un'industria responsabile che metta a punto prodotti, confezioni e imballaggi migliori e abbiamo bisogno di una buona leadership, fatta di politici lungimiranti. Purtroppo il vero nemico di questo approccio sostenibile è l'approccio completamente insostenibile dell'incenerimento. Per troppo tempo gli ingeneri,
soprattuto quelli europei, hanno cercato di perfezionare l'incenerimento, hanno cercato di perfezionare una pessima idea. Io dico che se anche esistessero inceneritori sicuri, comunque non avrebbero senso di esistere. Non ha senso nel 21 secolo spendere così tanti soldi per distruggere risorse che dovremmo poter
riutilizzare in futuro. Certo, si può nascondere il problema come fanno in Italia, parlando di termovalorizzatori invece di inceneritori ma il problema resta, se bruci qualcosa poi devi ripartire da zero nel processo produttivo, devi sempre spendere nuovi soldi per l'estrazione delle materie prime, per la produzione e così via; se invece ricicli e riutilizzi non devi incominciare da capo e risparmi il quadruplo di energia. In questo senso la legge italiana che equipara il combustibile derivato dall'incenerimento all'energia pulita e rinnovabile è il massimo ostacolo per il minimo progresso nel problema dei rifiuti. Il governo vi chiede di pagare l'elettricità ricavata dagli inceneritori tre volte tanto quello che costerebbe da
qualsiasi altra fonte, ma paradossalmente questa politica ci fa un favore perché quando propongono di costruire un inceneritore, sul territorio la gente insorge e si organizza ed è qui che entriamo in gioco noi con le nostre proposte alternative che sono migliori per l'ambiente e per l'economia locale.

Intervistatrice: lei parlava prima di tre livelli di responsabilità, parliamo dell'industria, perché le ditte e le grandi multinazionali dovrebbero essere interessate a cambiare i loro processi produttivi?

Paul Connett: Potremmo metterla su un piano umano; queste industrie sono fatte di donne e di uomini che hanno figli e nipoti e dunque hanno tutto l'interesse a garantire loro un buon futuro, ma questo argomento non basta. L'altro vantaggio per le industrie è che la strategia Rifiuti Zero fa risparmiare e sono sicuro che a questo argomento prestano molta più attenzione. Vi faccio un esempio semplice, meraviglioso, la multinazionale Xerox Europe sta usando gli stessi camion che trasportano le nuove stampanti per ritirare quelle vecchie e portarle tutte in un enorme magazzino che si trova in Olanda. Lì le stampanti vengono smontate pulite e in gran parte riutilizzare; non finiscono in discarica. Adesso riescono così a riutilizzare il 95% del materiale, ma la cosa ancora più entusiasmante, soprattuto dal loro punto di vista, è che questo sistema gli fa risparmiare 76 milioni di dollari all'anno ed è questo il messaggio che mi fa essere più ottimista. Le ditte hanno meno costi di produzione, non devono comprare ogni volta materie prime, non devono ricomprare nuove parti, si possono riutilizzare quelle vecchie e hanno meno costi di smaltimento, molto meno costi.

Intervistatrice: e come si può agire sul terzo livello di responsabilità: i politici che fanno le leggi? Prima ha citato la legge delega del ministro Matteoli che incentiva la costruzione di nuovi inceneritori.

Paul Connett: Io credo che il problema sia tutto qui. Le persone più potenti sono quelle che hanno meno tempo per pensare al futuro. Il manager di una grande impresa si limita a far quadrare il fatturato di trimestre in trimestre. Un politico agisce in un arco di tempo finalizzato alla sua rielezione, fa progetti di mesi o al massimo di qualche anno. Quindi, secondo me, noi dobbiamo rivolgerci ai cittadini, alla gente che vota per queste persone, in particolare ai giovani che hanno un immenso interesse per il proprio futuro; vanno educati, ispirati con un approccio creativo di lungo respiro. Alla fine saranno loro i leader o saranno loro ad organizzarsi nelle varie comunità. In questi tempi in tanti paesi soffriamo per la mancanza di politici lungimiranti, ma c'è una cosa su cui bisogna insistere anche se, dall'altra parte, non ci sono politici sensibili al tema ed è questa: sostituire l'incenerimento con un sistema di controllo della frazione secca, i cosiddetti rifiuti residui, affiancato da strutture per la ricerca. Mi spiego meglio. Sappiamo già quanto sia utile riciclare vetro, lattine, plastica eccetera. Sappiamo quanto sia utile compostare l'umido, sappiamo anche come trattare i rifiuti tossici: solventi, batterie, pitture e così via... niente di tutto questo è in discussione. Il problema sta nei rifiuti residui, nei rifiuti solidi urbani appunto, io ho una definizione per questi scarti: “Cattivo disegno industriale”. Quando le industrie fanno prodotti usa e getta, confezioni usa e getta, vogliono toglierseli dai piedi. Vogliono gli inceneritori per farli sparire dopo l'utilizzo. La strategia Rifiuti Zero, invece, vuole renderli visibili al massimo questi rifiuti, allora ci vogliono delle strutture che passino al setaccio quello che entra nelle discariche, non solo quello che esce, in modo che non ci siano rifiuti tossici o organici.

La seconda struttura necessaria è un luogo di ricerca di fronte alla discarica dove le università possano stabilire i loro dipartimenti di disegno industriale o di sviluppo sostenibile. Un laboratorio funzionale alla struttura di controllo con due compiti: esaminare quei materiali non riciclabili e valutare se si possono trasformare in rifiuti riciclabili. Se questo non è possibile, lavorare insieme all'industria in modo che non li produca più e studi delle alternative. Ma perché non si può fare a meno dell'Italia in questo processo? Voi avete i migliori designer al mondo, per secoli avete sviluppato il concetto di bellezza, e perché qualcosa di estetico non può essere anche sostenibile? Il genio e la creatività di Leonardo, di Galileo non sono spariti del tutto. Se l'Italia decidesse di costruire alcune strutture di controllo e ricerca sui rifiuti voi potreste aprire la strada al resto del mondo.
Un'altra frase che uso molto spesso è questa: “un po' di creatività in entrata può far risparmiare milioni di dollari in uscita” e non è una battuta. C'è una ditta di stampanti in Australia,
la Fuji, che ha studiato una piccolissima modifica al toner dell'inchiostro, sostituendo un rullo di plastica, che è l'unica parte che si usura, la ditta può recuperare il resto, la parte magnetica che è anche la più costosa. Quel rullo costa 41 centesimi e ha fatto risparmiare all'azienda, addirittura 40 milioni di dollari. E' questo il miglior esempio che conosca di creatività che faccia risparmiare milioni di dollari. Oppure pensiamo a quei supermercati, esistono anche in Italia, che hanno un sistema di ricarica delle bottiglie d'acqua vuote. Tu vai al supermercato con la tua bottiglia vuota e torni a casa con la stessa bottiglia di nuovo piena. Pensate a quante bottiglie si risparmiano.

Intervistatrice: qual è lo strumento più efficace per far conoscere le vostre proposte? Alcune, come ci ha spiegato, riguardano i comportamenti dei singoli cittadini, altre invece devono riuscire a convincere la classe dirigente, pubblica e privata.

Paul Connett: Sicuramente gli attivisti sono un veicolo fondamentale, la gente che lavora per Greenpeace, per esempio. E' molto più facile intervenire sul territorio se puoi contare su un'organizzazione che ha una valida alternativa da proporre. Ma dall'altro lato le nostre proposte si promuovono da sole, perché l'operazione Rifiuti Zero crea migliaia di posti di lavoro, stimola nuovi interessi attorno al recupero e al riutilizzo dei materiali e questo aspetto può convincere anche i politici meno sensibili allo sviluppo sostenibile. Per esempio, la provincia Canadese della Nuova Scozia non era affatto all'avanguardia nella gestione dei rifiuti o nella coscienza ambientalista. Gli amministratori volevano allargare una discarica e i
cittadini hanno detto no, allora hanno pensato di costruire un inceneritore ad Halyfax, ma anche il governo si è opposto. A quel punto sono intervenuti gli attivisti.

Dal nulla hanno proposto un programma che in 5 anni ha ridotto del 50% i rifiuti destinati alla discarica. Con questo processo hanno creato 3000 nuovi posti di lavoro, 1000 nella raccolta e nella lavorazione dei materiali di scarto, gli altri 2000 nell'industria che progetta prodotti per il mercato, sono quindi riusciti a
catturare il valore aggiunto dei rifiuti. Un inceneritore avrebbe creato al massimo 100 posti di lavoro. La stessa cosa è accaduta a Canberra in Australia, le autorità hanno chiesto “quanti rifiuti volete che finiscano in discarica?” e i cittadini hanno risposto: “zero”, questo è stato l'inizio appunto della campagna Rifiuti Zero.

A Canberra hanno approvato una legge che si chiama “Zero Rifiuti entro il 2010”, la stessa legge è stata adottata da metà dei comuni in Nuova Zelanda e da decine di comuni anche in California. Ci sono molte realtà economiche che stanno davvero dalla nostra parte, se costruisci un inceneritore fai una scelta sbagliata e anche costosa, alla fine ti ritrovi con una tonnellata di cenere tossica che nessuno vuole, ogni tre tonnellate di rifiuti, se invece segui l'approccio Rifiuti Zero converti tre tonnellate di rifiuti in una tonnellata di prodotti riciclabili, una tonnellata di prodotti organici e una tonnellata di educazione, di educazione dei cittadini che imparano a recuperare e di educazione delle industrie che smettono di produrre prodotti che non possono essere riutilizzati.

Intervistatrice: crede davvero che la nostra società sia pronta per una sfida del genere?

Paul Connett: Dobbiamo essere pronti. Non dico sia facile, ma sono sicuro che questa è la giusta direzione. Non pretendiamo di azzerare i rifiuti in una notte. Non pretendiamo di farlo ovunque, la nostra proposta dunque diventa, proviamoci in diverse realtà, troviamo un paese, una città, una metropoli che vogliano sperimentare il sistema Rifiuti Zero, che vogliano essere pionieri e diventare un modello per tutte le altre comunità. Anche l'Italia può fare la sua parte, come dicevo, può analizzare i materiali di scarto e proporre un migliore disegno industriale.

Intervistatrice: Professor Connett we thank you so much for being with us today.

Paul Connett: Thank you very much... Grazie.

Satira Censurata e tecniche di regime

Daniele Luttazzi - Satira Censurata e tecniche di regime
http://it.youtube.com/watch?v=D36gh71ARZ8

domenica 27 gennaio 2008

Uomo: specie in estinzione

12 giugno 1992 - direi che è attualissimo...
http://www.cuba.cu/gobierno/discursos/2007/ita/f310807t.html

Un'importante specie biologica corre il rischio di sparire per la rapida e progressiva liquidazione dalle sue condizioni naturali di vita: l'uomo.
Ora prendiamo coscienza di questo problema quando é quasi tardi per impedirlo.

È necessario segnalare che le società consumistiche sono le fondamentali responsabili dell'atroce distruzione dell'ecosistema. Sono nate dalle antiche metropoli coloniali e dalle politiche imperiali che, a loro volta, hanno generato il ritardo e la povertà che oggi colpiscono l'immensa maggioranza dell'umanità. Con solo il 20% della popolazione mondiale, consumano i due terzi dei metalli ed i tre quarti dell'energia prodotte nel mondo. Hanno avvelenato i mari e i fiumi, hanno inquinato l'aria, hanno indebolito e perforato la cappa di ozono, hanno saturato l'atmosfera di gas che alterano le condizioni climatiche con effetti catastrofici che incominciamo già a soffrire.

I boschi spariscono, i deserti si estendono, migliaia di milioni di tonnellate di terra fertile vanno ogni anno a fermare il mare. Numerose specie si estinguono. La pressione delle popolazioni e la povertà conducono a sforzi disperati per sopravvivere, anche a costo della natura. Non è possibile incolpare di questo i paesi del Terzo Mondo, colonie ieri, nazioni sfruttate e saccheggiate oggi da un ordine economico mondiale ingiusto.

La soluzione non può essere impedire lo sviluppo di coloro che più ne hanno bisogno. La realtà è che tutto ciò che oggi contribuisce al sottosviluppo ed alla povertà costituisce una flagrante violazione dell'ecologia. Decine di milioni di uomini, donne e bambini muoiono ogni anno nel Terzo Mondo in conseguenza di questo, più che in ognuna delle due guerre mondiali. Lo scambio disuguale, il protezionismo ed il debito estero aggrediscono l'ecologia e propiziano la distruzione dell'ecosistema.

Se si vuole salvare l'umanità da questa autodistruzione, bisogna distribuire meglio le ricchezze e le tecnologie disponibili sul pianeta. Meno lusso e meno sperpero in pochi paesi affinché si abbia meno povertà e meno fame su gran parte della Terra. Non più trasferimenti al Terzo Mondo di stili di vita ed abitudini di consumo che rovinano l'ecosistema. Rendiamo più razionale la vita umana. Applichiamo un ordine economico internazionale giusto. Utilizziamo tutta la scienza necessaria per uno sviluppo sostenuto senza inquinamento. Paghiamo il debito ecologico e non il debito estero. Scompaia la fame e non l'uomo.

Quando le supposte minacce del comunismo sono sparite e non rimangono più pretesti per guerre fredde, corse agli armamenti e spese militari, che cosa impedisce di dedicare immediatamente queste risorse a promuovere lo sviluppo del Terzo Mondo e a combattere la minaccia di distruzione ecologica del pianeta?

Cessino gli egoismi, cessino gli egemonismi, cessino l'insensibilità, l'irresponsabilità e l'inganno. Domani sarà troppo tardi per fare ciò che avremmo dovuto fare molto tempo fa.

Grazie.

DISCORSO PRONUNCIATO A RIO DE JANEIRO DAL COMANDANTE IN CAPO Fidel Castro Ruz DURANTE LA CONFERENZA DELLE NAZIONI UNITE SU ECOSISTEMA E SVILUPPO, IL 12 GIUGNO 1992.