venerdì 18 settembre 2009

Caso B - Sarkozy è l’uomo politico che Berlusconi vorrebbe essere

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Jeff Israely: «Sarkozy è l’uomo politico che Berlusconi vorrebbe essere»

Intervista con il giornalista 41enne americano, corrispondente per l’Europa meridionale del Time, che oggi vive a Parigi. Ha appena pubblicato Stai a vedere che ho un figlio italiano. Un riassunto della mentalità italiana? «Giocare al pareggio». Parliamo di Saviano, di Sarkozy e, ovviamente, di Berlusconi.

Se sei un italiano all’estero devi portare il fardello delle battute sul Paese: mafia, pasta, mamma, simulazioni nel calcio, Chiesa, bella vita... Tutti immortali e tutti più o meno veri. Negli ultimi quindici anni questo concentrato di luoghi comuni è incarnato in Berlusconi, cosa che scatena tutta una serie di burle che vanno dal compatimento, al giudizio, fino alla messa in discussione della stessa democrazia del sistema italiano. L’immigrato si difende dallo stereotipo ma, al tempo stesso, il suo assestamento all’estero avviene sull’identità nazionale. In altri termini: mai sentita tanto italiana da quando in Italia non vivo più. Banale quanto reale.

Per caso capito sul libro – Stai a vedere che ho un figlio italiano (Mondadori 2009)– di un personaggio del quale leggevo gli articoli ripresi da Internazionale: Jeff Israely è un giornalista americano, corrispondente prima dell’Associated Press e del Boston Globe, poi per il Time dall’Italia, dove ha vissuto per dieci anni, sposato un’italiana e fatto due figli. Una conversazione dove confronta l’Italia e gli Usa, gli Usa e l’Europa.

«Non si vive di solo pane, e neanche di deliziose bruschette»

Nel descrivere la moglie usa il termine “grazia europea”. E che sarà mai? «(Mondadori, Strade Blu)(Mondadori, Strade Blu)Intelligenza, il talento semplicemente nel vivere e saper stare con la gente. L’insieme di culture dalle quali siete formati risalta nella quotidianità. Diciamo che se la prospettiva americana è l’ambizione, voi avete una “grazia” nello stare nel presente». Lusinghiero: che è un po’ l’effetto del libro. Ti fa sentire orgoglioso e deluso (ma non imbarazzato) della tua appartenenza nazionale. Se si tratta, invece, di descrivere gli italiani, parla di “soft power”: «È il modo in cui riescono a farsi amare con le cose più belle: la simpatia, il cibo, l’umorismo, la cultura. Il rovescio della medaglia è che quest’abilità di “fare simpatia” spesso loro basta». Vista da New York e da un Paese dove l’immobilismo è sconosciuto, questa inettitudine al rischio, che diventa un continuo «giocare per il pareggio», ha come risultato la persuasione che «non si deve rischiare, che le cose debbano stare come sono». Detto in altri termini: «Non si vive di solo pane, e neanche di deliziose bruschette».

Caso Sud, caso Saviano, caso Italia

Da un anno, grazie ad una promozione della moglie e a un’occasione al Time, Israely e la famiglia si sono trasferiti a Parigi, anche perché se i figli fossero «un po’ meno italiani» non sarebbe poi un male. Ho l’occasione di incontrarlo in un bistrot Marais, nel quale ho la pessima idea di scegliere il tavolo vicino alla porta: il più freddo e rumoroso. Torniamo all’immobilismo . È visibile nei grandi scandali della società italiana: storie che i media passano per mesi, dibattiti infiniti, urla... e poi tutto resta com’è. Questo vale per il terrorismo degli anni Settanta, per la politica e in ultimo, il “caso Saviano”. «Eh... effettivamente Saviano ha scritto un bellissimo libro e fa bene a fare quello che fa – andare in giro per far capire il mondo della criminalità organizzata e il Sud – ma c’è il rischio che il sud e le mafie vengano ridotti a Saviano». Nonostante la letteratura sulle “Mafie” abbia tradizione antica, «pare che questo in Italia sia l’unico modo di parlare delle cose: tutto è un caso. Il “caso Saviano” andrà avanti. Ma il vero problema è il “caso Sud”, non quello Saviano».

Berlusconi e la democrazia

Per un corrispondente in Italia Berlusconi, più Mafia e Papa – a cui Israely ha dedicato un libro, Benedetto XVI. L'alba di un nuovo papato, con Gianni Giansanti (WhiteStar 2007) – sono il pane quotidiano: «Noi giornalisti stranieri abbiamo cercato di capire se Berlusconi significa qualcosa per il resto dell’Occidente: un personaggio mediatico, hollywoodiano, che si può paragonare a Ronald Reagan o a Schwarzenegger. Mentre Schwarzenegger ora fa il governatore più o meno serio, e Reagan è considerato uno dei grandi uomini politici del Ventesimo secolo, al punto che pochi ricordano che fosse un attore, Berlusconi è al quindicesimo anno in politica e sembra più che mai un comico. Allo stesso tempo, il sistema politico e il Paese sono nelle sue mani. La cultura e la mentalità italiane sono state cambiate da Berlusconi. Io sono americano: non criticherei Berlusconi per aver portato la “cultura del privato” nel mondo televisivo. Il problema è che poi si è buttato in politica, continuando a fare anche il resto».

Molti, in Italia e all’estero, mettono in dubbio, per questo, i fondamenti democratici dello Stato italiano. Israely argomenta sorridendo, e mi viene in mente che assomiglia Peter Sellers: «L’Italia resta una democrazia, ma da studiare. È un po’ bloccata, soprattutto da un sistema di informazione lungi dall’essere “perfettamente democratico”. Sicuramente dipende da Berlusconi, ma prima di lui la Rai era lottizzata dalla politica. C’è una parte dell’elettorato disinteressata dalla politica e lui riesce a comunicare in modo semplice, con battute a volte “tremende”. Il fenomeno Berlusconi non è solo il conflitto d’interessi: capisce qualcosa della comunicazione, nel senso più generale della parola».

E visto che siamo in Francia, e i paragoni tra Sarkozy e Berlusconi (così come le discussioni su chi sia peggio) si sprecano, mi ci avventuro: «Dopo dieci anni in Italia, la Francia ti dà un’idea di cosa potrebbe essere l’Italia con una spinta in più verso il futuro, verso il mondo. Un paragone Berlusconi-Sarkozy? Si potrebbe dire che Sarkozy è la versione riuscita dell’uomo politico che Berlusconi vorrebbe essere. Sarkozy non sta forse cercando di rifare la Francia a sua immagine e di far entrare il “sarkozysmo” nella mentalità della gente? Ma ha ancora molto da fare per raggiungere il Cavaliere!». Comunque c’è ancora molto da capire su Berlusconi: «Volevo scrivere un libro su di lui ma è troppo presto forse. Per capire cosa è successo devo aspettare che la sua avventura, almeno politica, sia finita. Ma forse, non è successo niente...».

Ci sono un paio di personaggi sui quali non posso esimermi dal chiedere un'opinione:

Giuliano Ferrara: «Ferrara è un bene che ci sia, e la stessa cosa vale per Sgarbi. Tra l’altro per capire l’Italia basterebbe studiare la biografia di Ferrara. Il buono di queste persone è che riportano il dibattito sulle questioni reali come, ad esempio, l’aborto. In Italia non c’è un dibattito reale sull’aborto. Neanche i vescovi dicono “dobbiamo cancellare la 194” ma parlano di procreazione assistita. Se il centro sinistra fosse un centro sinistra serio Ferrara sarebbe un bene perché tirerebbe fuori i problemi veri».

Gianfranco Fini: «Tutti gli italiani si chiedono “che pensa veramente Fini? È ancora fascista?” Il punto non è tanto quello che pensa, ma quello che dice pubblicamente e l’operazione di “pulizia” che ha fatto. Si tratta di un’operazione di “cambiamento” della propria linea storica. Credo che non si possa chiedere ad un personaggio pubblico di fare di più. Bisogna considerare che la gente lo ascolta. Quando dice che “Mussolini non è stato il più grande statista del Ventesimo secolo” si deve capire che la sua gente lo guarda e che questo ha un impatto. Le affermazioni pubbliche sono quelle veramente importanti, e lui sono sette anni che lo sta facendo. Ma il problema di Fini è lo stesso della politica italiana: gioca per il pareggio. Stuzzica Berlusconi, ma poi ci crea un partito unico. Berlusconi è ingombrate sia per la destra che per la sinistra. E Fini non ha ancora capito come gestire Berlusconi. Sembra però sia bravo a gestire i suoi».

Caso B - dove l’impossibile diventa realtà

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Fine giugno 2009. In Italia impazza da un paio di mesi – ormai stancamente, a dire il vero – il Papigate, ovvero lo scandalo personale e sessuale, ma in fin dei conti mai veramente politico, di un premier che, a detta della sua quasi ex moglie, Veronica Lario, «frequenta le minorenni». Inchiesta sul tracollo di un Paese.

Anche quando la barca sembrerebbe affondare – perché in realtà non affonda mai, sondaggi alla mano – Berlusconi non perde il vizio di trattare le donne, siano escort o ministre, come delle prede: «Non ho mai pagato una donna. Non ho mai capito che soddisfazione ci sia se non c'è il piacere della conquista», dichiara ai giornali per smentire la escort Patrizia D'Addario che ha, da poco, rivelato di aver passato una notte con lui proprio mentre Barack Obama veniva eletto Presidente degli Stati Uniti. Qualche giorno fa, in pieno torpore agostano, Berlusconi rilancia: «I giornali continuano a dire che odio le donne. Se c'è qualcosa che adoro sono le donne, anche ministre». Non ne dubitavamo. Ma gli exploit di Berlusconi – ormai noiosissimi déjà vu, ammettiamolo, buoni solo per una conversazione sotto l'ombrellone – forse aiutano a capire qualcosa di un Paese sempre più impazzito e stanco, dove l'impossibile è da tempo diventato realtà.
Viviamo in una “videocracy”

Il Papigate è un fenomeno che va ben al di là del folklore berlusconiano, è una rivoluzione antropologica e culturale, come hanno raccontato nei loro documentari Erik Gandini, autore di Videocracy, e il tandem Lorella Zanardo Marco Malfi Chindemi, regista de Il corpo delle donne. I corpi femminili, sui media italiani, sono dappertutto e spesso gli stessi: giovani, ammiccanti, rilucenti, esibiti, curati fino all'ossessione, adulati ma anche ridicolizzati, e chi non ci ride su, secondo l’opinione dominante, è per forza invidioso o frustrato. Per il quotidiano di centrodestra Libero, la ex moglie di Berlusconi è una «velina ingrata» perché ha accusato pubblicamente il marito, e le giovani precarie che affollano le redazioni dei giornali durante l’estate lo spunto per distrazioni pseudoletterarie. Dai media alla politica, poi, la distanza è breve. C’era una volta l’Italia di Nilde Iotti e Tina Merlin, quella di oggi è piena di categorie socioprofessionali sconosciute in altri paesi: veline, meteorine, letterine e letteronze, ovvero showgirl di varia specie, ormai assunte a vere e proprie icone pop e spesso prestate alla politica, anche con grande successo di popolarità, dopo un sapiente restyling.

Dai calendari sexy alla politica

Il caso più celebre è il Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, passata in un paio d'anni da un calendario senza veli di Max all'elogio di «Dio, patria e famiglia» e di «Roma culla della cristianità». Ugualmente anticonformista, almeno per i corridoi di Bruxelles, il cursus honorum della neoeuroparlamentare Barbara Matera, classe 1981, ex attrice di fiction televisive, annunciatrice RAI e prefinalista al concorso di Miss Italia. Scarno il curriculum pubblicato sul suo sito istituzionale, tristemente deserte le pagine sulla sua attività politica. Una cosa è certa, però, a 28 anni suonati Matera si sta per laureare: «Nel 2009, ultimati gli esami universitari, accetta la candidatura al Parlamento Europeo nelle liste del Popolo della Libertà per il Collegio Sud. Discuterà una tesi di laurea sulla Riforma della Scuola Media in Italia». Degna di nota anche Francesca Pascale, ex collaboratrice del programma Telecafone in onda su una TV locale – ormai di culto la sua performance nel video «Se abbassi la mutanda si alza l'auditel» –, ideatrice del comitato in rosa «Silvio ci manchi» – Silvio Berlusconi, ovviamente, ai tempi in cui era all’opposizione – e oggi consigliere provinciale a Napoli per il PDL nonché collaboratrice dell'ufficio stampa del Ministero per i Beni culturali.
«Non essere docili, ripartiamo da qui»

Insomma, sembra che ci sia davvero di che ribellarsi. In tutto questo bailamme dove sono finite le donne? E le femministe? Se lo sono chiesti in molti, a partire dalle dirette interessate. Dopo il j’accuse lanciato dalle pagine dell'Unità dalla politologa Nadia Urbinati («Bisogna ripartire da capo. Dalle cose essenziali. Lanciare un appello, per esempio. Alcune donne si preparano a farlo: lanciare appelli non è un modo vecchio di agire. È nuovo, oggi. Non essere docili, ripartiamo da qui») e gli interventi di scrittrici, attrici e docenti universitarie, ultimo dei quali quello di Chiara Volpato sul New York Times (26 agosto), il dibattito sembra almeno riaperto. È sempre lo stesso, però: autoreferenziale, fatto di appelli e controappelli, appunto, qualche conferenza e poco altro.

I gruppi femministi sono numerosi e molto attivi, in Italia, ma faticano a fare rete e, se ci riescono, non intercettano molti consensi tra le nuove generazioni. Mancano non solo luoghi di aggregazione – con qualche eccezione, come la Casa internazionale delle donne di Roma –, ma soprattutto un nuovo modo di fare politica, più strutturato e meno di testimonianza, e quindi attento alla mobilitazione e al reclutamento di nuove attiviste con strumenti vecchi e nuovi, inclusi i social networks. Parafrasando Kissinger, viene da chiedersi: «Dove devo chiamare se voglio parlare con il movimento delle donne?»

Caso B - una triste commedia all’italiana

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Scandali sessuali, infami battute sulle donne, una noncuranza imbarazzante: il premier italiano non smette di far parlare di sé. Scambio di opinioni tra un ragazzo e una ragazza su questa triste commedia che è diventata l’Italia.

Alessandro, 29 anni, romano d'adozione, dopo anni di studi in scienze della comunicazione, film, dischi, viaggi e concerti macinati, deve ancora trovare la propria strada nella vita. Per ora lavora come giornalista free lance.

«Se si dovesse tenere, in Europa, un concorso per scegliere il politico più sessista, vincerebbe senza dubbio Silvio Berlusconi». Parola del Guardian, quotidiano inglese che da mesi prosegue nelle inchieste sulle «attività morali» del premier italiano. Tanto che anche il Times ha consigliato al Presidente del Consiglio «una clinica per dipendenze sessuali». Pudicizia o meno, ciò che interessa gli italiani – ma soprattutto le italiane – è ben altro.
Innanzitutto quanto ci sia di lecito o illecito nell’inchiesta sul presunto giro di squillo messo in piedi dall’imprenditore Gianpaolo Tarantini. Sulla vita privata dovrebbe esserci meno da indagare. Ciò che irrita è l’atteggiamento di Berlusconi: arrogante, volgare, gallo tra galline, macho abbronzato in cerca di prede su una spiaggia assolata. Non proprio quel che s’immagina di una figura istituzionale. La vita privata dovrebbe rimanere tale, ovvio. Meno il comportamento verso un intero universo, quello femminile.
Purtroppo pare che questo status sia quello vincente. Perché Berlusconi rappresenta, da oltre dieci anni, il modello decadente della società italiana: arrivista, furbetto, ruffiano, “muscoloso”, tanto elegante quanto cafone. Perfetta descrizione di un qualsiasi italiano lobotomizzato da programmi televisivi e mode effimere. È così per il rapporto con le donne: s’invocano la parità, le quote rosa, ma restano pur sempre considerate come “oggetti”. Per mero piacere personale.
Chi ha votato e tuttora sostiene il partito del leader, pensa che i suoi comportamenti sessisti non siano in fondo malvagi. Chi non ha mai tradito la moglie? Che male c’è se poi si torna all’ovile? Anzi, più si batte il chiodo e si tiene alto il nome del maschio italico, più si è “cool”. Tanti vorrebbero essere come lui. E lo sono. Perché si truccano da persone perbene invocando come modelli la famiglia, la patria, la sicurezza. Vantano le proprie conquiste, per giudicare “puttana” l’equivalente femminile di un atteggiamento identico.
Il dramma antropologico dell’Italia anno di grazia 2009 è davvero tremendo.


Giulia, 30 anni, ha studiato Storia dell’Arte a Venezia. «Espatriata a Berlino, posso vedere il mio Paese meglio da lontano perché qui in Germania non c'è una censura così forte, o perlomeno si è fuori dal caos anestetizzante dell'anticultura predominante in Italia».
Quello di Berlusconi è da sempre un atteggiamento apertamente sessista. Ma è comunque lecito interessarsi alla sua vita privata? Direi di sì, visto che il casting per entrare in politica non prevede meritocrazie, ma sembra avvenire in altre sedi e canali, fra cui Villa Certosa, la televisione, e forse le lenzuola di un celebre lettone. Se il capo del Governo si fa inoltre portavoce di antichi valori, quali la famiglia e la fede, la questione diventa di natura morale e, di conseguenza, assume rilevanza pubblica. Pena, la decadenza oramai in atto di un’intera nazione.
Predicare bene e razzolare male è un’antica tradizione che in Italia sembra non generare disappunto. Ma, all’estero, la nostra immagine si fa sempre più pietosa. Dal Daily Telegraph sono giunte a tutti gli italiani accuse di sesso-dipendenza. Ecco che il fenomeno Berlusconi trascina l’intera nazione nello stereotipo del Casanova, instancabile satiro alla ricerca di ninfe da disvelare. Come difenderci se anche il tipo di donna che predomina nella nostra televisione è quella, raccapricciante e impudica, presentata nel documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi? Dopo anni di lotte, ed un diritto al voto conquistato ahimè appena una sessantina d’anni fa, veniamo rappresentate da un raggelante «ciarpame senza pudore» secondo Veronica Lario, che arriva persino a dettar legge, e non in senso metaforico. L’assuefazione al sessismo è un fenomeno pericoloso e non riguarda solo Berlusconi. Ci rendiamo davvero conto di, in che misura, ogni volta che una donna diviene oggetto di “battute” più o meno gravi, questo non venga percepito come un atto di razzismo sessista? E le continue affermazioni imbarazzanti e lesive del premier? Non si tratta d’innocue bagatelle, ma di un esempio comportamentale offerto ad intere generazioni. Ricordate la sua affermazione in merito agli stupri? «Servirebbero tanti soldati quante sono le belle donne italiane». L’elenco delle sue gaffe sarebbe lungo, ma la pazienza per giustificarle è terminata.

Italia 2009: anno della decadenza o di una rivoluzione culturale? Ribelliamoci.

Caso B - Il corpo delle donne

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Il documentario Il corpo delle donne, in circolazione dalla primavera 2009, ha ottenuto, in pochi mesi, una straordinaria diffusione in rete, grazie alla sua critica intelligente e spietata della Tv italiana. Intervista ad una delle sue autrici, Lorella Zanardo.

Antologia di brani tratti dalla tv italiana, pubblica e privata, Il Corpo delle donne è dedicato all’immagine e al ruolo della donna: ne risulta un quadro raggelante. L’autrice di questo saggio visivo, Lorella Zanardo, imprenditrice ma ormai soprattutto consulente e docente sulle tematiche legate al femminismo, ci ha raccontato con passione il suo impegno: una campagna di sensibilizzazione al tema del rispetto della differenza di genere e dei diritti espressi nel terzo articolo della Costituzione italiana. Come far sì che tutto questo prezioso lavoro non si affievolisca, rivelandosi solo una moda passeggera? Continuando la militanza quotidiana, forte del consenso raccolto in rete, ma anche attraverso un progetto educativo, Nuovi occhi per la TV, rivolto a scuole ed educatori consultabile sul suo sito ufficiale.

La situazione Italiana è unica, oppure vi sono altri paesi europei in cui l’immagine e il ruolo delle donne è in pericolo?

Tutto parte dal concetto di differenza di genere, di pari opportunità. In altri paesi del Nord Europa, come l’Inghilterra, da tempo, questo è stato assimilato come diritto costituzionale, quindi non se ne discute. In un Paese come la Francia si è creato un’associazionismo femminile molto forte che ha contrastato eventuali “cadute” nel rispetto della dignità femminile, così come anche in Spagna dove, peraltro, vi sono forti problemi di violenza sulle donne. L’Italia e la Grecia sono state invece definite dal Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) Paesi in cui il tema delle pari opportunità è «in resistenza». Cioè, si tratta di una problematica degna di essere trattata a livelli istituzionali, poiché ritenuta di scarso valore e non minacciosa per le istituzioni politiche esistenti. E lo vediamo anche da come viene affrontata in politica.
Nel corso della tua carriera d’imprenditrice hai incontrato donne come quelle presentate nel documentario, che hanno assunto atteggiamenti maschili, lontani dalle naturali caratteristiche femminili?

Lorella ZanardoLorella Zanardo | (foto © "Il Corpo delle Donne" gruppo Facebook Questo è quello che ho visto di più! Io mi sono salvata perché ho sempre avuto un orgoglio innato, derivatomi probabilmente da mia madre, ma ho lavorato in un ambiente in cui ho visto, con dolore, moltissime donne abdicare alle qualità dell’indole femminile per poter far carriera. Le perdono, perché allora lavorare ed essere sole in un ambiente di maschi era difficile, ma adesso è diverso; è ora che noi donne ci prendiamo la responsabilità di affermare le nostre qualità, proprie all’esser donne, all’interno delle organizzazioni. Ne ha bisogno la società come ne hanno molto bisogno anche gli uomini.
La Presidentessa dell’India Pratibha Patil quando è stata nominata ha detto che le donne devono diventare responsabili dello sviluppo sostenibile della terra, e ha dato un messaggio enorme. Ecco, io mi muovo per quello. Voglio occuparmi dello sviluppo sostenibile del mondo, e dobbiamo tutte prendere coscienza che siamo chiamate a questo. Mi sento però prima costretta a occuparmi delle miserie della televisione per fare pulizia.
Qual è la strategia migliore per portare avanti una militanza concreta ed efficace?

Io credo molto alle campagne di advocacy. Ovvero, sensibilizzare i cittadini con un blog, dei siti, dei documentari, e crearsi una piattaforma di consenso abbastanza solida, per esempio in rete, per poi trattare con le aziende televisive o con le grosse agenzie pubblicitarie. Funziona, ed in America è una pratica molto diffusa. Non sono minacce, anzi; sono trattative educate ma ferme, che rientrano nell’interesse di tutti. L’acqua Rocchetta, ad esempio, ha ritirato la pubblicità nella quale la modella Cristina Chiabotto gareggia contro una ragazza “normale” per sapere a chi stava meglio un abitino succinto, perché si è resa conto che stava diventando un danno per il prodotto stesso. E non è l’unico riscontro positivo della nostra campagna di sensibilizzazione.
Come combattere lo sconforto che deriva da immagini di escort ed aspiranti attrici che, pavoneggiandosi, percorrono passerelle un tempo storiche come quella del Festival del Cinema di Venezia? Non hai la sensazione di essere davanti a una catena degenerativa impossibile da frenare?

Lo sconforto ce l’abbiamo tutti e voi giovani, secondo me, avete tutto il diritto di essere molto arrabbiate. Io ero a Venezia e, lì, quando ho visto che le uniche scene di delirio sono state per Briatore in ciabatte e la Gregoraci in mutande ho pensato al Lido, a Silvana Mangano, a Luchino Visconti…. Insomma, non ha senso raccontarsi che la situazione sia facile. Cesare Lanza, autore di quasi tutte le trasmissioni riprese nel documentario, ospitato come me in una trasmissione del giornalista Gad Lerner, mi ha detto: «Lei ha un atteggiamento da missionaria, non si rende conto che l’Italia vuole vedere questi programmi?» Che l’Italia voglia questi programmi credo sia vero; ma che l’Italia voglia questi programmi perché sono venticinque anni che gli facciamo vedere solo questo credo sia ancora più vero. Io ritengo che la TV abbia un dovere educativo. Negli anni Sessanta, quando era ritenuta una delle tre televisioni migliori al mondo, nel programma Non è mai troppo tardi, il mitico maestro Manzi insegnò la lingua italiana a una nazione frammentata che nel dopoguerra parlava in dialetto. Non dimentichiamo che oggi l’80% della gente che guarda la TV, la usa come unico mezzo d’informazione. Penso che se avessimo almeno la rete pubblica che rispetta il suo ruolo educativo, le cose cambierebbero. Ma ci vuole tempo.

Nel mondo dell’economia ci hanno inculcato questa idea dei tempi brevi, dell’avere tutto e subito. In realtà non è affatto così: bisogna avere molta pazienza. Quando porto avanti la mia militanza quotidiana sono assolutamente certa che le cose cambieranno, ma so che non sarà a breve. Dobbiamo modificare il nostro atteggiamento: è nella fatica del percorso che dobbiamo trovare un senso. Ci potrebbe essere una soddisfazione davvero forte anche per voi, generazione di trentenni, nel sentirvi fautori del cambiamento di questo Paese.

Il mondo cerca affannosamente un'alternativa al petrolio

è un articolo del Sole24ore... ora lo allego.. poi ci rifletto...

Il mondo cerca affannosamente un'alternativa al petrolio. Dovrebbe fare tutto ciò che è plausibile per promuovere le energie alternative, ma anche questo non ha senso. Ci sono pressioni finanziarie, politiche e tecniche, oltre che vincoli temporali, che costringeranno a scelte difficili: le soluzioni dovranno andare nel senso di ottenere le maggiori riduzioni possibili di emissioni al minor costo e nel minor tempo possibile.

Le macchine a idrogeno, la fusione fredda e altre tecnologie ipotetiche potranno anche sembrare accattivanti, ma rischiano di distogliere risorse preziose da idee che sono già ora raggiungibili e che sono efficienti sul piano dei costi. È divertente l'ipotesi di poter alimentare la propria automobile con gli scarti delle liposuzioni, ma questo non significa che sia il caso di sovvenzionarla.

In questi anni, l'idea di combustibili rinnovabili è parsa meravigliosa: le lobby agricole hanno convinto i paesi europei e gli Stati Uniti a varare programmi davvero ambiziosi per promuovere le alternative agricole alla benzina. Fino a questo momento, le cure (per lo più etanolo derivato dal granturco negli Usa e biodiesel ottenuto dall'olio di palma, dalla soia e dalla colza in Europa) si sono rivelate peggiori delle malattie. Siamo ancora in tempo per scegliere una via realmente alternativa. Ma faremmo meglio a darci una mossa, cominciando ad abbattere i sette falsi miti sulle energie rinnovabili.

1) Bisogna azzerare la dipendenza dal petrolio
I combustibili fossili stanno producendo sfracelli sul clima e lo status quo è insostenibile. Attualmente il mondo scientifico concorda sulla necessità, per il bene del pianeta, di ridurre le emissioni di gas serra di oltre il 25% da oggi al 2020, e di oltre l'80% da ora al 2050. Anche se di mezzo non ci fossero le sorti del pianeta, mettere fine alla dipendenza dal petrolio e dal carbone servirebbe anche a ridurre l'influenza globale dei "petro-banditi" e la vulnerabilità alle impennate dei prezzi dell'energia. Le persone ragionevoli possono non essere d'accordo con l'idea che i governi devono scegliere fra soluzioni vincenti e soluzioni perdenti. Ma perché non accettare almeno il concetto che i governi non devono dare la priorità alle soluzioni perdenti? Purtroppo è quello che sta succedendo. Il mondo si sta affannando a promuovere combustibili alternativi che di fatto accelereranno il riscaldamento globale, per non parlare di una fonte energetica alternativa che rischia di vanificare gli sforzi per fermare il riscaldamento globale.

2) Gli effetti perversi causati dalla deforestazione
Nel 2007, i ricercatori hanno riconosciuto gli effetti perversi in termini di deforestazione provocati dai biocombustibili. Ci vorranno quattrocento anni di utilizzo dei biocombustibili per "ripagare" l'anidride carbonica emessa con la bonifica delle torbiere finalizzata alla coltivazione della palma da olio. I danni indiretti rischiano di essere altrettanto devastanti: in un pianeta affamato, se si usano per i biocombustibili le piantagioni destinate al consumo alimentare, bisognerà trovare un altro luogo per gli alimenti. Ad esempio, i profitti dell'etanolo stanno spingendo i coltivatori di soia statunitensi a passare al granturco, e i coltivatori brasiliani di soia, per coprire l'ammanco di soia, si stanno espandendo sui terreni da pascolo, e gli allevatori brasiliani, a loro volta, invadono la foresta amazzonica. La richiesta di biocombustibili fa crescere la domanda di cereali spingendo i prezzi e rendendo profittevole saccheggiare la natura.

La deforestazione pesa per il 20% sulle emissioni globali: a meno che il mondo non riesca a eliminare le emissioni provenienti da tutte le altre fonti, bisognerà salvaguardare le foreste. Ciò significa limitare l'impatto ecologico dell'agricoltura: è un compito impegnativo considerata la crescita della popolazione; è un compito impossibile se vasti terreni agricoli vengono convertiti alla produzione di piante utilizzate per produrre mediocri quantità di combustibile. Se gli Usa destinassero il loro intero raccolto di granturco all'etanolo, servirebbe a rimpiazzare solo un quinto della benzina consumata nel paese.

I cereali necessari per riempire il serbatoio di un Suv di etanolo basterebbero a nutrire una persona affamata per un anno: produrre biocombustibili scatena un costante rialzo dei prezzi dei prodotti alimentari e tante rivolte per il cibo nei paesi poveri. Nonostante questo, gli Stati Uniti, in dieci anni, hanno quintuplicato la produzione di etanolo; prevedono di quintuplicarla ancora nel prossimo decennio. Così ci saranno più soldi per i sovvenzionatissimi agricoltori americani, ma anche più malnutrizione, più deforestazione e più emissioni.

3) Biocombustibili di seconda generazione
La normativa americana, pur offrendo un sostegno generoso all'etanolo da granturco, include nuovi ingenti fondi per i biocombustibili di seconda generazione, come l'etanolo cellulosico, derivato dal panico verga, erbaccia della prateria. Sarebbero meno distruttivi dell'etanolo da granturco (per produrlo servono trattori e fertilizzanti). Anche l'etanolo di prima generazione derivato dalla canna da zucchero - in Brasile fornisce metà del carburante per trasporti - è più ecologico dell'etanolo da granturco. Studi recenti indicano che qualunque biocombustibile che abbia bisogno di terreni agricoli per essere coltivato sarebbe comunque peggiore della benzina, quanto a effetti sul riscaldamento globale. Un disastro meno disastroso dell'etanolo da granturco resta comunque un disastro.

I biocombustibili derivati da alghe, spazzatura, scarti agricoli o da altre fonti potrebbero rivelarsi utili: per produrli non ci sarebbe bisogno di terreni, o al limite solo di terreni generici. Ogni volta pare che manchino parecchi anni per giungere a un loro sviluppo commerciale su larga scala. Alcuni scienziati, poi, sono fiduciosi riguardo alla possibilità di usare erbe perenni a crescita rapida, come il miscanthus, per convertire la luce del sole in energia. Per ora i terreni agricoli sembrano particolarmente indicati per produrre il cibo di cui abbiamo bisogno e per immagazzinare il carbonio che serve per salvarci; non sembrano indicati per generare carburante. Nuovi studi suggeriscono che se vogliamo convertire le biomasse in energia, la cosa migliore è trasformarle in elettricità. E allora che cosa dobbiamo usare in auto e camion? Nel breve termine ...benzina. Semplicemente, dobbiamo usarne meno.

Invece di regolamentare i biocombustibili e sovvenzionare l'etanolo, i governi devono fissare parametri di efficienza energetica per fare in modo che il miliardo di automobilisti emetta meno gas di scarico. I sussidi vanno destinati al trasporto pubblico, alle piste ciclabili, alle ferrovie, al telelavoro, al car sharing e ad iniziative che inducano gli automobilisti a rinunciare all'auto. I politici devono smetterla di sovvenzionare progetti che non portano a nulla, di promulgare misure che comportano parcheggi in eccesso e limitano la concentrazione abitativa. Nessuna di queste misure è allettante come l'invenzione di un nuovo carburante magico, ma questi sono atti realizzabili e riducono le emissioni. Sul medio termine, il mondo ha bisogno di macchine elettriche, unica risposta alla dipendenza petrolifera che non sia collocata in un futuro distante decenni. Già ora la produzione di energia elettrica causa più emissioni del petrolio, il che significa che bisogna dare una risposta anche alla dipendenza dal carbone.

4) Non basta progettare nuove centrali nucleari
L'energia atomica è a emissioni zero: tanti politici, e perfino qualche ambientalista, l'hanno sposata come alternativa a carbone e gas naturale. Negli Usa, che ricavano il 20% dell'energia elettrica dalle centrali nucleari, le società di servizi pubblici stanno pensando a nuovi reattori per la prima volta dopo il disastro di Three Mile Island, nonostante i timori per incidenti o attacchi terroristici e la mancanza di un sito di stoccaggio per le scorie radioattive. Russia, Cina e India si preparano a rilanciare l'atomo. L'energia nucleare non risolve la crisi. La prima ragione è la tempistica: l'Occidente ha bisogno di operare tagli importanti delle emissioni nei prossimi dieci anni. Il primo nuovo reattore negli Usa sarà pronto nel 2017. Nel resto del mondo, gran parte dei discorsi sul nucleare sono rimasti tali: non c'è alcun paese occidentale che abbia più di un impianto nucleare in costruzione, e, nei prossimi dieci anni, decine di sedi esistenti diventeranno obsolete: è impossibile che il nucleare possa intaccare anche minimamente le emissioni derivanti dalla produzione di energia elettrica prima del 2020.

Poi, ci sono i costi. In teoria, per le centrali nucleari servono molti denari per la costruzione, ma meno per la gestione. In realtà, si stanno rivelando molto costose da edificare. L'esperto Amory Lovins ha calcolato che le nuove centrali nucleari costeranno tre volte di più di una centrale eolica (e questo prima che i prezzi di costruzione esplodessero per varie ragioni: la stretta creditizia globale, l'atrofizzazione della forza lavoro nel settore e un restringimento dell'offerta causato dal monopolio mondiale di una società giapponese per la fucinatura dei reattori). Un nuovo impianto in Finlandia è già in forte ritardo e ha sforato il budget. Ecco perché, di recente, il Canada e diversi stati americani hanno accantonato i piani per la costruzione di nuove centrali; ecco perché Moody's ha appena avvertito le società di servizi pubblici che rischiano il declassamento se cercheranno di dotarsi di nuovi reattori; ecco perché le energie rinnovabili hanno attirato 71 miliardi di dollari di capitali privati in tutto il mondo nel 2007, mentre il nucleare ha attirato zero dollari.

I produttori di energia nucleare negli Usa stanno cercando di convincere i politici ad aggiungere alle facilitazioni già esistenti (garanzie sui prestiti, sgravi fiscali, sovvenzioni dirette e altre gentili concessioni che beneficiano il settore dalla culla alla tomba), altre elargizioni. Costruire i reattori non ha molto senso a meno che non sia qualcun altro a pagare.
Ecco perché la spinta più forte per il nucleare viene da paesi dove l'energia gode di finanziamenti pubblici. Si parla di sanzioni: se il mondo vuole colpire l'economia iraniana, forse bisognerebbe lasciare che i mullah si costruiscano le loro centrali nucleari. A differenza dei biocombustibili, il nucleare non aggrava il riscaldamento globale. Un'espansione nucleare, come il recente piano dei repubblicani americani, che vogliono cento nuove centrali da oggi al 2030, costerebbe migliaia di miliardi di dollari garantendo vantaggi modesti in un futuro lontano.

La lobby del nucleare ha un solo argomento forte dalla sua: se il carbone è troppo sporco e il nucleare è troppo costoso, come produrremo il succo che ci serve per tirare avanti? L'eolico va alla grande ed è in crescita: lo scorso anno quasi metà della nuova energia prodotta negli Usa è venuto dall'eolico; nel 2007 la sua capacità globale è cresciuta di un terzo. Nonostante abbia decuplicato la produzione di watt a livello mondiale in un decennio (ora il primo produttore è la Cina e anche l'Europa ha imboccato quella via), l'energia eolica rappresenta ancora meno del 2% dell'elettricità mondiale. Anche il solare e il geotermico sono tecnologie magnifiche e inesauribili, ma restano trascurabili a livello globale. Una famiglia americana mediamente possiede 26 apparecchi che funzionano con l'energia e il resto del mondo si sta mettendo in pari: il dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti prevede che il consumo di elettricità a livello mondiale per il 2030 sarà cresciuto del 77 per cento. Come soddisfare questa domanda senza rimettere seriamente mano al nucleare? Non possiamo.

5) I risparmi di tutti per salvare il salvabile
Alcune ricette per risolvere la crisi energetica sono migliori di altre: vanno esplorate a fondo e con impegno prima di sperimentare modelli decisamente inferiori. C'è solo una risorsa energetica rinnovabile più pulita, economica e abbondante delle altre, che non provoca deforestazione e non richiede procedure di sicurezza, che non dipende dal tempo e che non richiede anni per realizzarla o portarla sul mercato. È l'efficienza: significa sprecare meno energia, usare meno energia per avere la birra fredda come prima, la doccia calda come prima e la fabbrica produttiva come prima. Non è una vecchia brontolona che ti assilla per dirti di farti la doccia con l'acqua più fredda, di spegnere le luci, di abbassare il termostato, di guidare meno, di volare meno, di comprare meno roba, di mangiare meno carne, di rinunciare al McDonald's e di cambiare il tuo comportamento per risparmiare energia. Fare di meno con meno si chiama risparmio. Efficienza significa fare di più o fare lo stesso con meno. Non richiede grandi sforzi o sacrifici, ma elettrodomestici più efficienti, un'illuminazione più efficiente, fabbriche più efficienti ed edifici e veicoli più efficienti: fattori che potrebbero eliminare fra un quinto e un terzo dei consumi energetici mondiali senza sopportare nessuna privazione reale.

L'efficienza non è sexy. L'idea che possiamo usare meno energia senza troppa fatica non è molto in sintonia con l'odierna cultura del more is better. Il modo migliore per evitare che le centrali nucleari ci prendano in contropiede, diano più potere ai petro-dittatori o mettano in pericolo il pianeta è innanzitutto non costruirle. I "negawatt" risparmiati grazie a misure per il miglioramento dell'efficienza energetica generalmente costano fra uno e cinque centesimi di dollaro per kilowattora, contro costi previsti fra i 12 e i 30 centesimi per kilowattora per le nuove centrali nucleari. Gli americani, in particolare, e gli esseri umani, in generale, sprecano quantità incredibili di energia. Le centrali elettriche Usa scialacquano abbastanza energia da alimentare il Giappone; gli scaldabagni, i motori industriali e gli edifici americani sono ridicolmente inefficienti, come anche le automobili. Solo il 4% dell'energia usata per alimentare la lampadina a incandescenza produce luce: il resto viene sprecato. Secondo le previsioni, nei prossimi quindici anni la Cina costruirà più metri quadri di immobili di quanti ne hanno costruiti gli Stati Uniti in tutta la storia: là non esiste alcun parametro di edilizia verde o esperienza in materia.


Noi sappiamo già che fissare parametri di efficienza energetica può fare meraviglie: è già servito a ridurre i consumi energetici americani da livelli astronomici a medie semplicemente alte. Ad esempio, grazie ai regolamenti federali, i moderni frigoriferi americani usano tre volte meno energia dei modelli degli anni Settanta, pur essendo più grandi e tecnologicamente più raffinati.
I principali ostacoli all'efficienza sono gli incentivi perversi con cui molte società di servizi pubblici si trovano a fare i conti: fanno più soldi se vendono più energia, e quindi devono costruire nuove centrali. In California e nel Nord-Ovest Pacifico (gli stati Usa e le province canadesi della costa nordoccidentale) i profitti delle società di servizi pubblici sono stati scorporati dalle vendite di energia elettrica, permettendo alle aziende di aiutare i clienti a risparmiare energia senza arrecare danno agli azionisti. Così, in quell'area l'impiego energetico procapite rimane stabile da trent'anni, mentre nel resto degli Stati Uniti è cresciuto del 50 per cento. Se le società di servizi pubblici in tutto il mondo potessero fare soldi aiutando i loro clienti a usare meno energia, il dipartimento dell'Energia americano non pubblicherebbe cifre tanto inquietanti.

6) Serve una rivoluzione tecnologica
Sul lungo periodo è difficile pensare (in assenza di scoperte rivoluzionarie) che riusciremo a ridurre le emissioni dell'80% entro il 2050, considerando che la popolazione mondiale aumenta e i paesi in via di sviluppo crescono. Perciò un programma Apollo per le tecnologie pulite, modellato sul progetto Manhattan, è un'idea sensata. Bisogna imporre un prezzo alle emissioni per far capire agli operatori di mercato e agli innovatori che è necessario promuovere attività a basso livello di emissioni: il programma di scambi di quote di emissioni dell'Unione europea dopo una partenza titubante sembra funzionare bene. I capitali privati che già si riversano sul settore delle energie rinnovabili potrebbero riuscire un giorno a produrre un pannello solare a buon mercato, o un carburante sintetico, o una batteria superpotente, o una centrale a carbone realmente pulita. A un certo punto, dopo che avremo spremuto tutti i "negawatt" e i "negabarili" possibili, ci servirà qualcosa di nuovo.

Disponiamo già di tutta la tecnologia necessaria per cominciare a ridurre le emissioni tagliando i consumi. Anche solo mantenendo stabile la domanda di energia elettrica, possiamo sottrarre un megawatt di elettricità ricavata dal carbone ogni volta che aggiungiamo un megawatt di elettricità ricavata dal vento. Con una rete intelligente, con regole per l'edilizia verde e parametri di efficienza energetica rigorosi per qualsiasi cosa, dalle lampadine ai televisori al plasma alle batterie di server, possiamo fare di più che limitarci a mantenere la domanda stabile. Al Gore ha un piano ragionevolmente plausibile per un'energia a zero emissioni di qui al 2020: l'ex vicepresidente americano pensa a un decremento della domanda del 28% attraverso l'efficienza, sommato a incrementi altrettanto ambiziosi dell'offerta di energia eolica, solare e geotermica. Per raggiungere i nostri traguardi del 2020 non è necessario ridurre a zero l'impiego di combustibili fossili. Basta che ne usiamo meno. Se qualcuno avrà un'idea migliore da oggi al 2020, benissimo! Per il momento, concentriamoci sulle soluzioni che consentono di tagliare più emissioni possibile al minor costo possibile.

7) Iniziamo cambiando i nostri stili di vita
In questo periodo, è politicamente scorretto suggerire che diventare più verdi possa comportare correzioni anche minime al nostro stile di vita, ma affrontiamo la realtà. Jimmy Carter aveva ragione. Non moriremo mica se abbassiamo il riscaldamento e indossiamo un maglione. L'efficienza è una droga miracolosa, ma il risparmio è ancora meglio: una Prius consuma meno benzina, ma una Prius parcheggiata in garage mentre tu ti sposti in bici non ne consuma affatto. Anche le più efficienti fra le asciugatrici consumano più energia dello stendino dei panni.
Fare di più con meno è un ottimo inizio, ma per arrivare all'obbiettivo dell'80% di emissioni in meno il mondo industrializzato potrebbe, occasionalmente, dover fare di meno con meno. Forse dovremo disattivare qualche cornice digitale, sostituire in alcuni casi il viaggio d'affari con la teleconferenza, e andarci piano con i condizionatori. Se questa è una verità scomoda, è meno scomoda delle migliaia di miliardi di dollari che costano i nuovi reattori, della dipendenza perpetua da petro-stati ostili o di un pianeta in affanno.

Dopo tutto, i paesi in via di sviluppo hanno il diritto di crescere. I loro cittadini sono comprensibilmente smaniosi di mangiare più carne, guidare più automobili e vivere in case più belle. Non sembra equo che il mondo industrializzato dica: fate quello che diciamo, non quello che abbiamo fatto in passato. Ma se i paesi in via di sviluppo seguiranno, per giungere alla prosperità, la strada dello spreco già percorsa dai paesi industrializzati, la terra che tutti condividiamo non reggerà. Perciò dobbiamo cambiare modo di comportarci. A quel punto potremo almeno dire: fate quello che facciamo, non quello che abbiamo fatto in passato.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

giovedì 17 settembre 2009

Scudo, la svolta annunciata - Obama abbandona il progetto Bush

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/esteri/obama-presidenza-11/obama-scudo-spaziale/obama-scudo-spaziale.html

Il Wall Street Journal conferma: l'amministrazione Usa rinuncia
a costruire un sistema antimissile in Polonia e Repubblica Ceca

WASHINGTON - L'amministrazione di Barack Obama intende accantonare il progetto, messo a punto sotto la precedente Presidenza Usa di George W. Bush, per un ampliamento all'Europa dell'Est del sistema nazionale di difesa anti-missilistica, il cosiddetto 'scudo', attraverso l'installazione di batterie di intercettori in Polonia e di una stazione radar di primo avvistamento nella Repubblica Ceca. Lo scrive oggi il quotidiano finanziario 'The Wall Street Journal', che fa riferimento a proprie anonime fonti governative, sia in carica sia passate.

"Gli Stati Uniti - spiegano le fonti anonime sul giornale - fondano la loro decisione sulla valutazione secondo cui il programma dell'Iran per dotarsi di missili a lunga gittata non ha compiuto progressi tanto rapidi quanto era stato stimato anteriormente, riducendo così la portata della minaccia per il territorio continentale statunitense e per le principali capitali europee". Si tratta, è sottolineato nell'articolo, di una mossa prevedibilmente destinata a "placare la Russia", ma anche a "inasprire il dibattito sulla sicurezza in Europa".

Mosca è sempre stata una fiera oppositrice del piano di estensione dello 'scudo anti-missile' promosso da Bush, ritenuto un'iniziativa volta proprio contro il Cremlino. "Le conclusioni, che si prevede saranno completate per l'inizio della prossima settimana al termine di un periodo di analisi di sessanta giorni ordinato dal presidente Obama, costituiranno", prosegue il 'Wall Street Journal', "un'essenziale inversione di tendenza rispetto all'amministrazione di Bush che, prima di lasciare l'incarico lo scorso gennaio, premette aggressivamente per intraprendere la costruzione del segmento est-europeo del sistema".

Ufficialmente, l'ampliamento dello 'scudo' all'Europa orientale avrebbe dovuto avere una funzione protettiva, e dissuasiva, nei confronti di eventuali atti di aggressione da parte di 'Stati-canaglia' quali la Corea del Nord o, per l'appunto, lo stesso Iran.
(17 settembre 2009)

Reddito base e disoccupazione

Repubblica di mercoledì 16 settembre 2009, pagina 33
Gallino Luciano

Sul fronte dell'occupazione la crisi ci consegna, uno scenario con alcuni tratti decisamente negativi. Sindacati e Confindustria sono d'accordo nel prevedere che nei prossimi mesi i disoccupati continueranno ad aumentare. Tolta una minoranza che troverà abbastanza presto un lavoro decentemente retribuito, in linea con la qualifica professionale posseduta, nel 2010 e dopo la loro massa si dividerà in tre gruppi quelli che per vivere dovranno accettare un lavoro mal pagato, al disotto delle loro qualifiche e titoli di studio; i disoccupati di lunga durata, che dovranno aspettare anni prima di trovare un posto; infine quelli, soprattutto gli over 40, che un lavoro non lo troveranno mai più. Questo perché dopo le ristrutturazioni aziendali imposte o favorite dalla crisi, la produttività crescerà; ma insieme con essa aumenterà il numero di persone che dal punto di vista della produzione appaiono semplicemente superflue.Dinanzi a un tale scenario, che riguarda milioni di persone, la riforma degli ammortizzatori sociali di cui si parla equivale a proporre a un malato il cui stato si aggrava giorno per giorno di prendere un'aspirina in più. Quale sistema di sostegno al reddito detti ammortizzatori, concepiti quarant'anni fa, appaiono oggi del tutto inadeguati. Occorre sostituirli con un sistema completamente diverso, capace di generare effetti benefici in diversi ambiti della vita sociale che il sistema in vigore non sfiora nemmeno. Un sistema di sostegno al reddito che dopo una lunga eclissi sta riprendendo posto nell'agenda politica di diversi paesi, dal Brasile alla Germania, è il reddito base, denominazio ne internazionale che si è ormai affermata in luogo di reddito garantito , reddito di cittadinanza e altri.In sintesi l'idea di reddito base rappresenta un tentativo di allentare, se non abolire, il legame che esiste tra il reddito eillavorosalariato. Poichéilavoro tende a scomparire, male persone con i loro diritti e bisogni no, occorre trovare il modo di distribuire un reddito anche a chi non lavora. Nella forma idealeilreddito base dovrebbe quindi consistere in una somma bastante per condurre una vita decente, versata regolarmente dallo stato o un ente locale o altra comunità politica al singolo individuo, senza che questo debba soddisfare alcuna condizione. Non importasesiapoveroono, sepossa dimostrare quando sia disoccupato di cercare attivamente lavoro, e nemmeno se lavori o no. Nel caso in cui lavori il reddito base si aggiungerebbe al salario, ma la somma dei due comporterebbé ovviamente un maggior onere fiscale, o l'impegno a svolgere un certo numero di ore di volontarlato. Uno dei benefici del reddito base incondizionato, su cui insistono spesso i suoi proponenti, va visto nella libertà che conferisce alla persona disoccupata di cercare a lungo un lavoro, senza doverne accertare per disperazione uno con una paga da fame e al disotto del proprio titolo di studio. Questo è anche unvantaggio per l'economia in generale. Infatti il laureato in fisica che in mancanza di meglio fail bagnino, o la biologa che lavora da commessa in'un outlet, rappresentano un investimento di decine di migliaia di euro in formazione gettato al vento. MasÒprat tutto il reddito base viene visto come un mezzo efficace per combattere insienie sia la povertà, sia il pi insidioso nemico della stabilità e della democrazia nelle società contemporanee: l'insicurezza socio-economica. In realtà l'idea di reddito base ha più di due secoli.
E stata proposta tra i primi da Thomas Paine, lo scrittore politico inglese trasferitosi in America, in un saggio del 1795. E' comparsa e scomparsa ripetutamente nel dibattito interno dei partiti di sinistra europei per tutto il Novecento. In Usa, una commissione nominata dal presidente Johnson pubblicò nel 1969 un rapporto in cui raccomandava di sostituire gran parte delle leggi anti-povertà con un programma che fornisse a tutti gli americani un reddito annuale garantito. Non si trattava propriamente di un reddito base incondizionato, poiché era subordinato al bisogno economico. Tuttavia gli argomenti della commissione, a partire da quello per cui non si possono dividere i poveri tra coloro che vogliono lavorare e coloro che non lo vogliono, erano assai prossimi a quelli che da sempre adducono i fautori delredditobase. La legge sul reddito garantito venne bocciata al Senato per pochi voti, dopo essere stata approvata dalla Camera. In Francia ampie discussioni hanno sollevato dagli anni 80 in poi le proposte di André Gorz, dal reddito sociale garantito sino all'ultimadi un reddito incondizionato d'esistenza . Ma è nell'ultimo decennio che si sono moltiplicati, in tema di basic income, i testi dovuti a studiosi di differenti paesi e istituzioni. In primo piano quelli pubblicati da dirigenti dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel cui consiglio siedono, varicordato, i rappresentanti di governi, imprenditori e sindacati.
La massa di studi oggi disponibilihaallungato l'elenco di argomenti a favore del reddito base, che due studiosi ispanici hanno compendiato di recente in una battuta: il reddito base vabene durante il boom, ma diventa essenziale con la crisi. Soprattutto ha tolto peso a molti argomenti contro, pur non facendoli sicuramente scomparire. Essa mostra che ditale forma di sostegno al reddito esistono molti modelli diversi, alcuni proposti in passato addirittura da economisti liberali come Miiton Friedman, Fredrich ayek, erbert Simon; altri invece pi vicini al pensiero socialista in tema di sicurezza socio-economica. Le ricerche condotte su casi locali attestano che il reddito base non conduce affatto alla formazione di masse crescenti di oziosi, né che esso quando il suo ammontare sia congruo favorisce l'offerta di bassi salari da parte delle imprese. Calcoli approfonditi mostrano inoltre come il suo costo possa esser reso sostenibile, tenendo conto che il reddito base non sarebbe un'aggiunta, bensl sostituirebbe gli ammortizzatori sociali in vigore da noi la cassa integrazione e i piani di mobilità, il sussidio di disoccupazione e i pre-pensionamenti, oltre a varie indennità che costano comunque miliardi l'anno. Infine nessuno pensa di proporre l'introduzione secca del reddito base come fosse un nuovo articolo del codice della strada. Occorrono studi, periodi di sperimentazione, locali, verifiche sui costi effettivi e sulle conseguenze che esso avrebbe sul mercato del lavoro, applicazioni graduali. Soprattutto occorrerebbe un'ampia discussione in sede politica.In Germania un simile compito lo sta svolgendo Die Linke, il partito nato da pochi annia sinistra dello Spdcheha conseguito un notevole successo alle ultime amministrative. Die Linke ha fondato una comunità federale di lavoro sul tema del reddito base incondizionato che conta migliaia di aderenti, e lo ha inserito a pieno titolo nel programma per le prossime elezioni politiche. La 2 settimana del reddito base (14-20 settembre 2009), che essa appoggia, ha riscosso il consenso di 223 organizzazioni non governative, comprese alcune svizzere e austriache. Da noi, ad onta del meritorio impegno del Basic Income Network Italia, nato da vari anni, la discussione è circoscritta a pochi addetti ai lavori. Se quel che resta dei partiti di sinistra, o del centro-sinistra, volessero proporre ai propri elettori di discutere di qualche autentica riforma, l'idea di reddito base come forma di sostegno al reddito resa necessaria dalla crisi e dalla moltiplicazione delle persone che diventano economicamente superflue, potrebbe essere un buon candidato.