venerdì 7 agosto 2009

Tandja si regala di nuovo il Niger

http://www.internazionale.it/home/?p=4941


Dopo aver ottenuto i pieni poteri, ieri il presidente del Niger, Mamadou Tandja, ha fatto adottare, con un referendum, una nuova costituzione che rimove il limite ai mandati presidenziali. In questa maniera Tandja corre il rischio di privare il paese degli aiuti internazionali, ma il Niger è pur sempre il paese dell’uranio e in futuro del petrolio. Dopo aver sciolto il parlamento e la corte costituzionale, ora Tandja (se i primi risultati saranno confermati) potrà estendere il suo mandato almeno fino al 2012. La data non è casuale: coincide con l’avvio di una delle più grandi miniere di uranio nel mondo, il cui funzionamento è stato affidato alla società francese Areva. La Francia, in cambio, ha fatto dono del suo silenzio: durante la sua visita a Niamey, il 27 marzo, Nicolas Sarkozy aveva elogiato la “radici democratiche” del Niger. -
Liberté, Algeria

L'acceleratore non parte Il Big Bang resta un mistero

http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/scienze/acceleratore-ritardi/acceleratore-ritardi/acceleratore-ritardi.html

L'acceleratore non parte Il Big Bang resta un mistero
Quindici anni per costruire il tunnel sotterraneo di 27 km che dovrebbe spiegare l'origine e la costituzione dell'universo. Ma l'inaugurazione, l'estate scorsa, slittò a causa di un esplosione. Ora nuovi ritardi. E gli scienziati fuggonodi
LUIGI BIGNAMI

ROMA - Ci sono voluti 15 anni di lavoro per costruire la più grande e più costosa macchina mai costruita per ricerche scientifiche. Si tratta dell'LHC, Large Hadron Collider, l'acceleratore di particelle più potente al mondo che si trova in una galleria sotterranea di 27 km di circonferenza, posta al confine tra Francia e Svizzera. Lo scorso mese di settembre vi era stata l'inaugurazione e la macchina da 6 miliardi di euro aveva iniziato a lavorare.

Il suo funzionamento avrebbe dato modo ad un gran numero di scienziati di trasformare un sogno in realtà: capire alcuni grandi misteri dell'Universo. Ma un'improvvisa esplosione bloccò la macchina dopo pochi giorni dall'accensione senza permettere alcun esperimento. Prima ancora di immettere tutta l'energia necessaria alle ricerche, infatti, si ebbe una improvvisa perdita di elio, che serve per tenere a bassissime temperature i cavi in niobio e titanio che in tali condizioni perdono ogni resistenza elettrica e diventano superconduttori. Purtroppo però, anche una piccolissima "perturbazione" presente, ad esempio, nelle saldature tra i cavi può causare un aumento di temperatura e la perdita di superconduttività. Ed è quello che è successo il 19 settembre, quando la giunzione tra due magneti vaporizzò in una cascata di scintille liberando l'elio. L'incidente obbligò lo spegnimento della macchina.

Anche se in un primo momento il guaio non sembrava grave, ben presto ci si accorse che si sarebbero dovuti rivedere oltre 5.000 collegamenti. Così dopo alcune date per la ripartenza si arrivò alla "certezza" che si sarebbe di nuovo acceso la macchina il prossimo settembre 2009. Ma ora anche questo appuntamento slitta a fine autunno o a inizio inverno. Sono più del previsto infatti, le prove necessarie prima di ridare il via al tutto. E rimane il mistero di quella esplosione. Tutti i magneti, infatti, erano stati collaudati alle altissime energie richieste dall'LHC e nessuno aveva dato problemi. Perché una volta posti nella macchina qualcuno abbia ceduto è ancora da chiarire. E non è certo che si potrà arrivare ad una spiegazione. Ora comunque quel che è importante è che si ridia il via.

Spiega Steve Myers, responsabile dell'Accelerator Division del Cern al New York Times: "Dopo i test che abbiamo eseguito pensiamo che potremo immettere con facilità 6,5 mila miliardi di elettronvolt, ma per raggiungere i 7mila miliardi di elettronvolt o più, sarebbero necessari ancora numerosi test e quindi ancora molto tempo". Alcuni ricercatori si dicono contenti se si arrivasse anche a soli 4 o 5mila miliardi di elettronvolt, l'importante è partire. Ma così facendo non si otterrebbero i risultati per cui la macchina è stata costruita.

Le alte energie infatti, sono richieste per permettere a particelle atomiche e subatomiche di scontrarsi a velocità prossime a quelle delle luce per ridare vita alle condizioni che si vennero a creare subito dopo il Big Bang. In tal modo si potrebbe trovare il Bosone di Higgs, una delle particelle previste dalle teorie della fisica, ma mai scoperta e che dovrebbe dare un senso alla massa dei corpi. Ma l'LHC dovrebbe togliere un velo anche alla "materia oscura", che compone il 24% dell'Universo, ma di cui non si conosce la composizione, all'esistenza o meno dell'antimateria e alla conferma o meno dell'esistenza di altre dimensioni. Intanto alcuni ricercatori stanno disertando il grande progetto europeo, almeno temporaneamente, e stanno chiedendo di realizzare esperimenti presso la macchina concorrente, seppur meno potente, che si trova negli Stati Uniti, il Tevatron. Migliaia di scienziati avevano puntato tutti i loro finanziamenti sulle ricerche all'LHC, decine di dottorandi avevano scelto di realizzare la loro tesi sui risultati dell'acceleratore, ma ora sono tutti in stand-by almeno fino al prossimo inverno.

giovedì 6 agosto 2009

Il ritorno al nuovo Grande Gioco centroasiatico

http://www.megachipdue.info/tematiche/guerra-e-verita/322-il-ritorno-al-nuovo-grande-gioco-centroasiatico.html

Iran e Russia, scorpioni in una bottiglia
HONG KONG – Nel paese delle meraviglie iraniano le cose si fanno sempre più curiose. Pensate a quello che è successo la scorsa settimana durante le preghiere del venerdì a Teheran, condotte personalmente dall'ex presidente Ayatollah Hashemi Rafsanjani, anche detto “Lo Squalo”, l'uomo più ricco dell'Iran che deve parte delle sue fortune all'Irangate, cioè ai contratti segreti degli anni Ottanta con Israele e gli Stati Uniti per l'acquisto di armamenti.Com'è noto, Rafsanjani sta dietro al raggruppamento conservatore pragmatico Mir-Hossein Mousavi-Mohammad Khatami che ha perso la recente battaglia per il potere – più che le elezioni presidenziali – contro la fazione ultra-conservatrice Ayatollah Khamenei-Mahmud Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione. Durante le preghiere, i sostenitori della fazione egemonica urlavano il solito “Morte all'America”, mentre i conservatori pragmatici se ne sono usciti, per la prima volta, con “Morte alla Russia!” e “Morte alla Cina!”Ops. Diversamente dagli Stati Uniti e dall'Europa Occidentale, sia la Russia che la Cina hanno accettato quasi istantaneamente la contestata rielezione di Ahmadinejad. È questo a renderli nemici dell'Iran? Oppure i conservatori pragmatici non sono stati informati che l'“eurasiomane” Zbig Brzezinksi – che gode dell'attenzione incondizionata del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama – va predicando dagli anni Novanta che è essenziale spezzare l'asse Teheran-Mosca-Pechino e silurare l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organization, SCO)?E non sanno, poi, che i russi e i cinesi – come gli iraniani – sono decisi propugnatori della fine del dollaro come valuta di riserva globale a vantaggio di un paniere (multipolare) di valute, una divisa comune della quale il Presidente russo Dmitrij Medvedev ha avuto l'ardire di presentare un prototipo durante il summit del G-8 svoltosi all'Aquila, in Italia? A proposito, bella monetina. Battuta in Belgio, sfoggia i volti dei capi del G-8 e un motto: “Unità nella diversità”.“Unità nella diversità” non era esattamente quello che ha in mente l'amministrazione Obama quando si parla di Iran e Russia, indipendentemente dai miliardi e miliardi di byte di retorica. Ma partiamo subito dall'energia.L'Iran è il numero due al mondo in termini di riserve dimostrate di petrolio (11,2%) e di gas (15,7%), secondo la Rassegna Statistica dell'Energia Mondiale per il 2008 stilata dalla BP.Se l'Iran optasse per rapporti più distesi con Washington, il Big Oil statunitense si godrebbe la ricchezza energetica del Caspio iraniano. Questo significa che a prescindere dai toni retorici nessuna amministrazione statunitense vorrà mai avere a che fare con un regime iraniano ultra-nazionalista come l'attuale dittatura militare dei mullah.Quello che spaventa concretamente Washington – da George W. Bush a Obama – è la prospettiva di un asse Russia-Iran-Venezuela. Insieme, l'Iran e la Russia possiedono il 17,6% delle riserve petrolifere mondiali dimostrate. Le petro-monarchie del Golfo Persico – controllate de facto da Washington – ne possiedono il 45%. L'asse Mosca-Teheran-Caracas ne controlla il 25%. Se aggiungiamo il 3% del Kazakistan e il 9,5%, dell'Africa, questo nuovo asse è in grado di contrastare più che efficacemente l'egemonia americana nel Medio Oriente arabo. Lo stesso vale per il gas. Aggiungendo l'“asse” agli “stan” dell'Asia Centrale raggiungiamo il 30% della produzione mondiale di gas. Tanto per fare un confronto, l'intero Medio Oriente – Iran compreso – attualmente soddisfa solo il 12,1% della domanda mondiale di gas.
Faccende di PipelineistanUn Iran nucleare metterebbe inevitabilmente il turbo al nuovo emergente mondo multipolare. L'Iran e la Russia stanno di fatto mostrando alla Cine e all'India che non è saggio fare affidamento sulla potenza degli Stati Uniti per controllare il petrolio del Medio Oriente arabo. Tutti questi attori sono ben consapevoli del fatto che l'Iraq è ancora occupato, e che che l'ossessione di Washington è ancora quella di privatizzare le enormi riserve petrolifere dell'Iraq.Come amano sottolineare gli analisti cinesi, quattro potenze emergenti o rinascenti – la Russia, la Cina, l'Iran e l'India – costituiscono dei poli in termini strategici e di civiltà. E tre di esse sono potenze nucleari. Un Iran più sicuro di sé e più assertivo – in grado di gestire l'intero ciclo della tecnologia nucleare – potrebbe tradursi in una maggiore influenza di Iran e Russia in Europa e Asia a scapito di Washington, non solo nella sfera energetica ma anche in quanto promotori di un sistema monetario multipolare.L'intesa è già in corso. Dal 2008 le autorità iraniane sottolineano che prima o poi l'Iran e la Russia avvieranno gli scambi commerciali in rubli. Gazprom è disposta a farsi pagare il petrolio e il gas in rubli anziché in dollari. E il segretariato dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha già capito come andranno le cose ammettendo ormai da un anno che entro il 2020 l'OPEC adotterà l'euro.Non solo l'“asse” Mosca-Teheran-Caracas, ma anche il Qatar e la Norvegia, per esempio, e prima o poi anche gli Emirati Arabi, sono pronti a rompere con il petrodollaro. Non c'è bisogno di dire che la fine del petrodollaro – che sicuramente non avverrà domani – significa la fine del dollaro come valuta di riserva mondiale; la fine di una situazione in cui il mondo paga per gli enormi deficit di bilancio dell'America; e la fine della morsa finanziaria anglo-americana che stringe il mondo dalla seconda metà del XIX secolo.I rapporti energetici tra l'Iran e la Russia sono invece più complessi: li configura infatti come due scorpioni in una bottiglia. Teheran, isolata dall'Occidente, manca degli investimenti stranieri che servono ad ammodernare le sue strutture energetiche risalenti agli anni Settanta. Ecco perché l'Iran non può trarre pienamente vantaggio dallo sfruttamento delle sue ricchezze energetiche del Caspio.Qui vediamo all'opera il Pipelineistan in tutto il suo splendore: gli Stati Uniti, già negli anni Novanta, hanno deciso di buttarsi sul Caspio con tutte le loro forze promuovendo l'oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC) e il gasdotto Baku-Tblisi-Supsa (BTS).Per Gazprom, l'Iran è letteralmente una miniera d'oro. Nel settembre del 2008 il colosso energetico russo ha annunciato che avrebbe esplorato l'enorme giacimento petrolifero di Azadegan-Nord e altri tre giacimenti. La russa Lukoil ha aumentato le prospezioni e Tatneft ha annunciato la propria partecipazione nel Nord. L'amministrazione George W. Bush pensava di indebolire la Russia e di isolare l'Iran in Asia Centrale. Sbagliato: non ha fatto che accelerare la loro cooperazione strategica nel settore energetico.
La prova di forza di PutinNel febbraio del 1995 Mosca si impegnò a terminare la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr. Si trattava di un progetto avviato dallo scià iraniano, colui che si era proclamato “gendarme del Golfo” per conto degli Stati Uniti. Lo scià nel 1974 aveva incaricato la tedesca KWU, ma il progetto era stato bloccato dalla rivoluzione islamica del 1979 e poi colpito gravemente dalle bombe di Saddam Hussein tra il 1984 e il 1988. Così erano entrati in gioco i russi, offrendosi di portare a termine il progetto per 800 milioni di dollari. Nel dicembre del 2001 Mosca cominciò anche a vendere missili a Teheran, un sistema tranquillo per fare un po' di soldi extra offrendo protezione per installazioni strategiche come Bushehr.In Iran Bushehr è una questione immensamente controversa. Avrebbe dovuto essere ultimato entro il 2000. Secondo le autorità iraniane, però, i russi sembrano non aver mai avuto fretta di terminarlo. Ci sono motivi tecnici – il reattore russo è troppo grande per entrare nella struttura già costruita dalla KWU – cui si aggiunge un deficit di tecnologia degli ingegneri nucleari iraniani.Ma le ragioni sono soprattutto geopolitiche. L'ex presidente Vladimir Putin ha usato Bushehr come cruciale pedina diplomatica nella sua doppia partita a scacchi con l'Occidente e con gli iraniani. Fu Putin a lanciare l'idea di arricchire l'uranio per conto dell'Iran in Russia; e sulle mosse strategiche per gestire una crisi nucleare globale abbiamo detto tutto. Ahmadinejad – e soprattutto il Leader Supremo – gli opposero un netto rifiuto. La risposta russa fu quella di temporeggiare, e addirittura di sostenere blandamente altre sanzioni contro Teheran volute dagli Stati Uniti.Teheran capì l'antifona: Putin non era un alleato incondizionato. Dunque nell'agosto del 2006 i russi riuscirono a ottenere un accordo per la costruzione e la supervisione di due nuovi impianti nucleari. Tutto questo significa che la questione nucleare iraniana non può essere risolta senza la Russia. Nello stesso tempo la Russia di Putin sapeva benissimo che un possibile attacco israeliano avrebbe provocato la perdita di un vantaggioso cliente nucleare e una disfatta diplomatica. Medvedev sta attuando la stessa doppia strategia: ripetere ad americani ed europei che la Russia non vuole la proliferazione nucleare in Medio Oriente e ricordare a Teheran che ha più bisogno che mai della Russia.Un'altra caratteristica della strategia scacchistica russa – mai esposta pubblicamente – è mantenere la cooperazione con Teheran per impedire alla Cina di assumere il comando del progetto senza però far infuriare gli americani. Finché il programma nucleare iraniano resterà incompiuto, la Russia potrà sempre svolgere il saggio ruolo di moderatore tra l'Iran e l'Occidente.Lo sviluppo di un programma nucleare civile in Iran è un ottimo affare sia per l'Iran che per la Russia per tutta una serie di ragioni.Innanzitutto sono entrambi militarmente accerchiati. L'Iran è accerchiato strategicamente dagli Stati Uniti in Turchia, Iraq, Arabia Saudita, Bahrein, Pakistan e Afghanistan e dalla potenza navale statunitense nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano. La Russia ha visto la NATO fagocitare i paesi baltici e minacciare di “annettersi” la Georgia e l'Ucraina; la NATO è impegnata in Afghanistan; e gli Stati Uniti sono ancora presenti, in un modo o nell'altro, nell'Asia Centrale.L'Iran e la Russia hanno la stessa strategia nel Mar Caspio. Di fatto si oppongono ai nuovi stati del Caspio: il Kazakistan, il Turkmenistan e l'Azerbaigian.L'Iran e la Russia devono anche affrontare la minaccia dell'Islam fondamentalista sunnita. Qui hanno un tacito accordo: per esempio, Teheran non ha mai fatto nulla per aiutare i ceceni. E poi c'è la questione armena. Un asse de facto Mosca-Teheran-Erevan irrita profondamente gli americani.In questo decennio, infine, l'Iran è diventato il terzo maggiore importatore di armamenti russi dopo la Cina e l'India. Gli armamenti comprendono il sistema anti-missile Tor M-1, che difende le installazioni nucleari iraniane.
Qual è il vostro asse?Grazie a Putin, dunque, l'alleanza Iran-Russia si spiega su tre fronti: nucleare, energia e armamenti.Ci sono delle crepe, in tutto questo? Certo.Primo, Mosca non vuole assolutamente un programma nucleare militare iraniano. Significherebbe “destabilizzazione regionale”. Mosca vede l'Asia Centrale come propria area di influenza, dunque un'influenza dell'Iran nella ragione è considerata alquanto problematica. Per quanto riguarda il Caspio, l'Iran ha bisogno della Russia per una soluzione giuridica soddisfacente (è un mare o un lago? Come ripartirlo tra ciascun paese confinante?)Inoltre la nuova dittatura militare iraniana dei mullah reagirà selvaggiamente se si ritroverà contro la Russia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Significherebbe una rottura delle relazioni economiche – molto negativa per entrambe le parti – ma anche la possibilità che Teheran si metta ad appoggiare l'Islam radicale ovunque, dal Caucaso Meridionale all'Asia Centrale.Nella complessità di queste circostanze, non è poi così impensabile immaginare una sorta di educata Guerra Fredda tra Teheran e Mosca.Dal punto di vista della Russia è ancora una questione di “asse” - che sarebbe costituito da Mosca-Teheran-Erevan-Nuova Delhi e contrasterebbe l'asse spalleggiato dagli Stati Uniti Ankara-Tbilisi-Tel Aviv-Baku. Ma questo è ancora oggetto di accese discussioni, e l'ampio dibattito coinvolge perfino la dirigenza russa. La vecchia guarda, come l'ex primo ministro Evgenij Primakov, pensa che la Russia stia nuovamente diventando una grande potenza e debba coltivare gli ex clienti arabi e l'Iran; ma i cosiddetti “occidentalisti” sono convinti che l'Iran sia soprattutto un peso morto.Potrebbero non aver tutti i torti. Il punto cruciale di quest'asse Mosca-Teheran è l'opportunismo: la necessità di contrastare i piani egemonici degli Stati Uniti. Con la sua politica del “pugno dischiuso” Obama sarà abbastanza scaltro da cercare di ribaltare la situazione oppure sarà costretto dalla lobby israeliana e dal complesso industriale-militare a colpire infine un regime ora universalmente disprezzato in tutto l'Occidente?La Russia – e l'Iran – vogliono assolutamente un mondo multipolare. La nuova dittatura militare dei mullah a Teheran sa che di non potersi permettere l'isolamento. Il cammino verso la ribalta potrebbe dover passare per Mosca. Questo spiega perché l'Iran sta compiendo tanti sforzi diplomatici per entrare nella SCO.Per quanto a Occidente i progressisti possano appoggiare i conservatori pragmatici iraniani – ben lungi dall'essere riformisti – la questione cruciale è sempre che l'Iran è una pedina cruciale per la Russia nella gestione delle sue relazioni con gli Stati Uniti e l'Europa. Indipendentemente dalla sgradevolezza dei toni, tutto indica una tendenza alla “stabilità” in questa arteria vitale nel cuore del Nuovo Grande Gioco.
L'Iran, la Cina e la Nuova Via della Seta
HONG KONG – Ha senso parlare di un asse Pechino-Teheran? Parrebbe di no, sapendo che la richiesta dell'Iran di poter entrare come membro a tutti gli effetti nella SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, è stata seccamente respinta durante il summit del 2008 in Tagikistan.Parrebbe di sì, vedendo come la dittatura militare dei mullah a Teheran e la dirigenza collettiva di Pechino hanno gestito i recenti tumulti – la “rivoluzione verde” di Teheran e la rivolta degli uighuri a Urumqi – risvegliando nell'Occidente lo spauracchio del “dispotismo asiatico”.I rapporti Iran-Cina sono una sorta di gioco delle scatole cinesi. Nella turbolenza gloriosa o terrificante delle loro storie millenarie, quando si vede una Repubblica Islamica che ora si rivela una teocrazia militarizzata e una Repubblica Popolare che di fatto è un'oligarchia capitalista, le cose non sono quello che sembrano.Indipendentemente da ciò che è appena accaduto in Iran, e che ha consolidato l'asse Khamenei-Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione, i rapporti continueranno a evolversi nella prospettiva di uno scontro tra l'iperpotenza statunitense – per quanto in declino – e l'aspirante superpotenza cinese alleata con la rinascente potenza russa.
Sulla stradaL'Iran e la Cina concentrano entrambi la loro attenzione sulla Nuova Via (o le nuove rotte) della Seta in Eurasia. In questo senso sono i tra i più venerabili e antichi compagni (di strada). Il primo incontro tra l'impero dei Parti e la dinastia Han avvenne nel 140 a.C., quando Zhang Qian fu mandato a Bactria (nell'attuale Afghanistan) a stringere accordi con le popolazioni nomadi. Questo portò poi all'espansione della Cina nell'Asia Centrale e agli scambi con l'India.Fu lungo la leggendaria Via della Seta che fiorirono i commerci: seta, porcellana, cavalli, ambra, avorio, incenso. Da viaggiatore seriale sulla Via della Seta ho finito per capire sul campo come i Persiani controllassero la rotta imparando l'arte di coltivare le oasi e diventando così gli intermediari tra la Cina, l'India e l'Occidente.Parallelamente alla rotta terrestre c'era anche una rotta navale: dal Golfo Persico a Canton (oggi Guangzhou). E naturalmente c'era anche una rotta religiosa: i persiani traducevano testi buddisti e e i villaggi persiani nel deserto facevano da zone di sosta per i pellegrini cinesi che si recavano in India. Il Zoroastrismo – religione ufficiale dell'impero sassanide – fu importato in Cina dai Persiani alla fine del VI secolo, e il Manicheismo durante il VII secolo. Seguì la diplomazia: il figlio dell'ultimo imperatore sassanide – in fuga dagli arabi nel 670 d.C. – trovò riparo alla corte Tang. Durante il periodo mongolo l'Islam si diffuse in Cina.L'Iran non è stato mai colonizzato. Ma è stato originariamente teatro privilegiato del Grande Gioco tra l'Impero britannico e la Russia nel XIX secolo e poi durante la Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica nel XX secolo. La Rivoluzione Islamica potrà avere inizialmente incarnato la politica ufficiale di Khomeini: “né Est né Ovest”. Di fatto, però, l'Iran sogna di fare da ponte tra i due.E questo ci conduce al ruolo geopolitico cruciale e ineludibile dell'Iran come epicentro geopolitico dell'Eurasia. La Nuova Via della Seta si traduce in un corridoio energetico – La Griglia della Sicurezza Energetica Asiatica – in cui il Mar Caspio è uno snodo fondamentale, legato al Golfo Persico, dal quale il petrolio viene trasportato verso l'Asia. E per quanto riguarda il gas il gioco porta il nome di Pipelineistan – come nel recente accordo per un gasdotto tra Iran e Pakistan (IP) e nell'interconnessione tra Iran e Turkmenistan, il cui risultato finale è un collegamento diretto tra l'Iran e la Cina.Poi c'è il cosiddetto “corridoio Nord-Sud”, l'ambiziosissimo progetto di un collegamento stradale e ferroviario tra l'Europa e l'India attraverso la Russia, l'Asia Centrale, l'Iran e il Golfo Persico. E il sogno definitivo di una Nuova Via della Seta: una rotta terrestre tra la Cina e il Golfo Persico attraverso l'Asia Centrale (Afghanistan, Tagikistan, Uzbekistan).
L'ampiezza del cerchioCome bastione della fede sciita, accerchiato dai sunniti, l'Iran ora de facto governato da una dittatura teocratica ha ancora la disperata necessità di uscire dall'isolamento. L'ambiente che lo circonda è turbolento: a Ovest un Iraq ancora sotto occupazione, a Nord-Ovest un Caucaso estremamente instabile, fragili “stan” centroasiatici a Nord-Est, i casi disperati di Afghanistan e Pakistan a Est, per non parlare dei vicini nucleari rappresentati da Israele, Russia, Cina, Pakistan e India.Il progresso tecnologico per l'Iran equivale a una completa padronanza di un programma nucleare civile: con il vantaggio aggiunto della possibilità di costruire un ordigno nucleare. Ufficialmente, Teheran ha dichiarato ad infinitum di non avere l'intenzione di possedere una bomba “non islamica”. Pechino comprende la posizione delicata di Teheran e appoggia il suo diritto all'impiego pacifico dell'energia nucleare. A Pechino sarebbe piaciuto vedere Teheran adottare il piano proposto dalla Russia, gli Stati Uniti, l'Europa Occidentale e, naturalmente, la Cina. Soppesando attentamente i propri interessi energetici e i problemi di sicurezza nazionale, l'ultima cosa che Pechino desidera è che Washington serri nuovamente il pugno.Che ne è stato della “guerra globale al terrore” (“global war on terror”, GWOT) dichiarata da George W. Bush dopo l'11 settembre e ora remixata e riproposta da Obama sotto forma di “Operazioni di emergenza di Oltremare” (“Overseas contingency operations”, OCO)? L'obiettivo oscuro e cruciale della GWOT era quello di piantare stabilmente la bandiera di Washington in Asia Centrale. Per quei miseri neo-conservatori la Cina era il nemico geopolitico definitivo, dunque niente era più allettante che cercare di influenzare un gruppetto di paesi asiatici per indurlo a rivoltarsi contro la Cina. Più facile a sognarsi che a dirsi.La contromossa della Cina fu di rovesciare il gioco in Asia Centrale, con l'Iran come pedina chiave. Pechino capì in fretta che l'Iran era una questione di sicurezza nazionale, fondamentale per assicurarsi le immense forniture energetiche che le erano indispensabili.Naturalmente la Cina ha anche bisogno della Russia, o meglio della sua energia e della sua tecnologia. Verosimilmente questa è più un'alleanza di circostanza – per tutti gli ambiziosi obiettivi racchiusi dalla SCO – che un partenariato strategico a lungo termine. La Russia, invocando una serie di ragioni geopolitiche, considera esclusiva la sua relazione con l'Iran. La Cina invita alla moderazione e a non fare i conti senza l'oste. E in un momento in cui l'Iran viene sottoposto a pressioni a vari livelli da parte degli Stati Uniti e della Russia, quale miglior “salvatore” della Cina?Qui entra in scena il Pipelineistan. A prima vista quello tra l'energia iraniana e la tecnologia cinese è un matrimonio ideale. Ma le cose sono più complicate di quel che sembrano.Vittima delle sanzioni degli Stati Uniti, l'Iran per modernizzarsi si è rivolto alla Cina. Ancora una volta gli anni di Bush e Cheney e l'invasione dell'Iraq hanno lanciato un messaggio inconfondibile alla dirigenza collettiva di Pechino. L'offensiva per controllare il petrolio iracheno più le truppe in Afghanistan, a un tiro di schioppo dal Caspio, in aggiunta al pentagoniano “arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale: tutto questo era più che sufficiente a imprimere il messaggio “meno la Cina dipende dall'energia del Medio Oriente arabo dominato dagli Stati Uniti e meglio è”.Dal Medio Oriente arabo veniva il 50% delle importazioni petrolifere della Cina. Presto la Cina divenne il secondo maggior importatore di petrolio dall'Iran dopo il Giappone. E dal fatale 2003 la Cina ha anche cominciato a gestire il ciclo completo prospezione/sfruttamento/raffinazione: dunque la compagnie cinesi stanno investendo pesantemente nel settore petrolifero iraniano, la cui capacità di raffinazione, per esempio, è ridicola. Senza investimenti tempestivi, alcune proiezioni prevedono che l'Iran possa interrompere le esportazioni petrolifere entro il 2020. L'Iran ha anche bisogno di tutto il resto che la Cina è in grado di offrire in settori come i sistemi di trasporto, le telecomunicazioni, l'elettricità e le costruzioni navali.L'Iran ha bisogno della Cina per sviluppare la sua produzione di gas negli enormi giacimenti di Pars e Pars Sud – che si divide con il Qatar – nel Golfo Persico. Non sorprende dunque che la “stabilità” dell'Iran fosse destinata a diventare una questione di sicurezza nazionale per la Cina.
Viva il multipolarismoDunque qual è il motivo del fallito ingresso dell'Iran nella SCO? Considerato che la Cina cerca sempre meticolosamente di migliorare la propria credibilità globale, deve aver considerato vantaggi e svantaggi dell'ingresso dell'Iran, per il quale la SCO e il suo slogan di mutua cooperazione per la stabilità dell'Asia Centrale, come pure i suoi benefici dal punto di vista energetico e della sicurezza, sono inestimabili. La SCO lotta contro il terrorismo islamico e in generale contro il “separatismo”, ma ora si è anche strutturata come organismo economico, con un fondo per lo sviluppo e un consiglio economico multilaterale. Il suo obiettivo è quello di contenere l'influenza americana in Asia Centrale.L'Iran è membro osservatore della SCO dal 2005. Il prossimo anno potrebbe essere cruciale. È in corso una lotta contro il tempo, prima di un disperato attacco israeliano, per far entrare l'Iran nella SCO e nel frattempo negoziare un qualche patto di stabilità con l'amministrazione Barack Obama. Perché tutto vada relativamente liscio l'Iran ha bisogno della Cina: cioè di vendere tanto petrolio e gas quanto ne servono alla Cina a prezzi inferiori a quelli di mercato, accettando gli investimenti cinesi e russi nell'esplorazione e produzione del petrolio del Caspio.E tutto questo mentre l'Iran corteggia l'India. Entrambi i paesi concentrano la loro attenzione sull'Asia Centrale. In Afghanistan l'India sta finanziando la costruzione di una strada da 250 milioni di dollari tra Zaranj, sulconfine iraniano, e Delaram – che è la strada circolare afghana che collega Kabul, Kandahar, Herat e Mazar-i-Sharif. Nuova Delhi vede nell'Iran un mercato importantissimo. L'India è attivamente impegnata nella costruzione di un porto in acque profonde a Chabahar – un gemello del porto di Gwadar costruito nel Belucistan meridionale dalla Cina che sarebbe molto utile all'Afghanistan privo di sbocco sul mare (liberandolo dalle interferenze pakistane).L'Iran ha anche bisogno di vie d'uscita verso Nord – Caucaso e Turchia – per convogliare le sue forniture energetiche dirette in Europa. È una strada in salita. L'Iran deve battersi con strenui rivali nel Caucaso; con l'alleanza Stati Uniti-Turchia messa a punto dalla NATO; con la perpetua Guerra Fredda Stati Uniti-Russia nella regione; e infine, ma ugualmente importante, con la politica energetica della stessa Russia, che non prende neanche lontanamente in considerazione la possibilità di spartire il mercato energetico europeo con l'Iran.Ma ora bisogna tener conto anche degli accordi energetici con la Turchia, dove nel 2002 sono andati al potere gli islamisti moderati dell'AKP. Adesso non è poi così peregrino immaginare la possibilità che l'Iran prossimamente cominci a fornire il gas di cui ha tanto bisogno il costosissimo gasdotto Nabucco dalla Turchia all'Austria, progetto fortemente voluto dagli Stati Uniti.Ma resta il fatto che per Teheran e Pechino l'incursione americana nell'“arco di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale è un'idea odiosa. Entrambe si oppongono all'egemonia statunitense e all'unilateralismo di Bush e Cheney. Come potenze emergenti sono entrambe favorevoli al multipolarismo. E visto che non sono democrazie liberali di stampo occidentale l'empatia è ancora più forte. Pochi hanno mancato di notare le nette analogie nel grado di repressione della “rivoluzione verde” a Teheran e della rivolta degli uighuri nello Xinjiang. Per la Cina un'alleanza strategica con l'Iran si incentra essenzialmente sul Pipelineistan, la Griglia di Sicurezza Energetica Asiatica e la Nuova Via della Seta. Per la Cina è imperativa una soluzione pacifica alla questione nucleare iraniana. Questo condurrebbe alla completa apertura dell'Iran agli (avidi) investimenti europei. Washington lo ammetterà con riluttanza, ma nel Nuovo Grande Gioco in Eurasia è l'asse Teheran-Pechino a dettare il futuro: il multipolarismo.

lunedì 3 agosto 2009

ALLARME ROSSO L' ITALIA SI SFASCIA

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/08/02/allarme-rosso-italia-si-sfascia.html

LE NOTIZIE sono tante ed emergono da vari fronti, ma il loro senso si racchiude in tre parole: implosione, disfacimento, secessione. Tre parole che non riguardano soltanto il governo, i partiti, l' economia, la scuola, il federalismo, l' immigrazione, la sicurezza, il Mezzogiorno, le mafie, ma riguardano l' intero sistema-paese. Riguardano l' Italia. Riguardano le istituzioni e lo Stato. Credo sia il momento di lanciare l' allarme rosso perché i segnali sono univoci: l' Italia, lo Stato italiano sono a rischio di implodere e non è uno scenario collocato in un futuro sia pur prossimo, ma già visibilmente in corso. Bombe a orologeria brillano una dopo l' altra. Alcune sono già esplose. Se le altre non saranno subito disinnescate, se non avrà inizio subito un' inversione virtuosa, tra qualche mese la conflagrazione sarà generale. Stiamo ballando sull' orlo di un vulcano e pochissimi se ne rendono conto. Tra quei pochissimi c' è sicuramente il Capo dello Stato. Se dovessi fare altri nomi significativi sarei molto imbarazzato. Il solo dato confortante è l' esistenza d' una massa cospicua di persone che percepiscono questa situazione di gravissima crisi e vorrebbero contribuire a spegnere gli incendi già appiccati e impedire che i focolai dilaghino; ma non hanno strumenti, non hanno punti di riferimento, hanno perso la fiducia o non sanno su chi riporla. Questa massa di persone, al di là degli schieramenti, della condizione sociale, della geografia, rappresenta un deposito di energie potenziali prezioso, ma purtroppo inerte; un esercito di riserva che nessuno è in grado di schierare; una sorta di vecchia e giovane guardia che se entrasse in linea oggi potrebbe capovolgere gli esiti di questa deriva. Sarebbe un miracolo. Io non credo nei miracoli ma in questo ancora ci spero. * * * Citerò un esempio dell' implosione in corso, tra i tanti che si possono fare: la penosa vicenda del decreto legge anticrisi che siè conclusa ieri dopo settimanee giorni di reiterati strappi istituzionali e costituzionali. Il governo emana un decreto che contiene misure urgenti per fronteggiare la crisi economica. Il presidente della Repubblica, al quale non compete di esaminare il merito di quelle misure ma soltanto la loro urgenza, ravvisa che questo requisito esiste e ne autorizza la presentazione in Parlamento. Il provvedimento di conversione del decreto, che deve compiersi entro 60 giorni, inizia alla Camera dei deputati. Le competenti commissioni lo esaminano ma mentre l' esame è già in corso comincianoa piovere emendamenti di estrema importanza presentati dal governo, sicché la materia da esaminare cambia in continuazione sotto gli occhi dei deputati e del presidente della Camera. Vengono introdotte norme su questioni di grande rilievo tra le quali lo scudo fiscale, la sanatoria per le badanti, spostamenti di risorse e di spese da un capitolo di bilancio ad un altro ed infine un complesso di norme che di fatto tolgono alla Corte dei Conti i poteri effettivi di indagine dei quali dispone. La pioggia degli emendamenti è talmente copiosa da trasformare il decreto in una sorta di "passe-partout" senza alcun riguardo né all' omogeneità delle norme né alla loro urgenza. La lista degli articoli, dei commi e degli allegati si allarga a dismisura. Il presidente della Camera cerca di arginare quel diluvio ma riesce solo ad aprire un ombrellino bucherellato. Alla fine, dopo l' ultimo emendamento inserito mezz' ora prima, il decreto va al voto su cui il governo ha posto la fiduciae passa con una stentata maggioranza, molto minore di quella di cui il governo dispone sulla carta. A questo punto il Capo dello Stato convoca al Quirinale il ministro Tremonti, autore del decreto e di gran parte degli emendamenti che l' hanno trasformato, e in un colloquio di tre ore gli segnala una serie di punti istituzionalmente e costituzionalmente irricevibili. Si augura che il Senato in seconda lettura li emendi, fa capire che in caso contrario rinvierà il decreto alle Camere per un secondo esame come la Costituzione gli dà il potere di fare. Tremonti ascolta, discute, controbatte; alla fine si impegna ad emendare il decreto. Ma poco dopo fa sapere che le correzioni suggerite da Napolitano non avverranno in Senato dove invece il decreto sarà approvato e convertito in legge con (ennesimo) voto di fiducia senza cambiare una sola virgola. La correzione avverrà subito dopo attraverso un decreto-bis (anch' esso da convertire in legge) che modificherà la legge appena approvata. Una procedura macchinosa al limite della Costituzionalità, voluta dal governo per un solo ma decisivo motivo: il timore che la maggioranza al Senato si sfaldi e la legge affondi. Con un nuovo decreto ci saranno invece altri due mesi di tempo. Il Capo dello Stato accetta questa procedura (che ha un precedente che può giustificarla) ma mette una condizione: il nuovo decreto dovrà essere emesso un minuto dopo il passaggio del vecchio decreto al Senato. Napolitano firmerà contemporaneamente la promulgazione della legge e il decreto-bis che la modifica, che è quanto finalmente è avvenuto ieri. Ho motivo di pensare che il presidente della Repubblica avrebbe di gran lunga preferito che gli emendamenti da lui sollecitati fossero decisi dal Senato. Ma ho anche motivo di pensare che a Napolitano stesse più a cuore che la legge fosse emendata piuttosto che la procedura per ottenere quel risultato. La morale che emerge da questa penosa vicenda è la seguente: il governo se ne infischia della Costituzione ed anzi opera in tutte le occasioni per svuotarla usando strumenti di urgenza anche dove l' urgenza non c' è e usandoli in modo da scavalcare filtri ed ostacoli. Si è arrivati al punto che una norma di legge fiscale, quella sul pagamento delle imposte da parte dei terremotati dell' Aquila, sia stata emendata con una circolare della Protezione civile anziché con un provvedimento legislativo perché il governo non si fida più della sua maggioranza se non vincolandola con il voto di fiducia. Questo è solo un esempio che dimostra il marasma istituzionale in cui ci troviamo. * * * La Lega nord è perfettamente consapevole di questo marasma come del resto lo siamo tutti. Ma la Lega non ne è affatto allarmata, anzi lo desidera. La Lega è un piromane che attizza l' incendio. Per mimetismo è spuntato un altro piromane in Sicilia. Se la Lega incendia anche la Sicilia incendierà. Se il governo si schiera con il leghismo di Bossi e di Tremonti, anche i siciliani adotteranno il metodo del ricatto e frantumeranno la maggioranza. Per evitare (per ora) l' incendio generale Berlusconi sgancia a Palermo quattro miliardi e (per ora) il leghismo siciliano rinfodera le armi. Quei 4 miliardi in realtà sono finti, prelevati da risorse già destinate alla Sicilia ma bloccate. Semplicemente sono state sbloccate anche se la cassa non ci sarà fino al 2010. A questo punto entrano in fibrillazione la Calabria, la Basilicata, la Puglia. Ma anche la Liguria, il Veneto, il Piemonte. Perché la Sicilia sì e gli altri no? Berlusconi promette un piano Marshall per il Sud ma se ne riparlerà a settembre e i fondi comunque sono sempre quelli già stanziati ma non disponibili. La cassa ci sarà, a dio piacendo, tra il 2010 e il 2013. Intanto la secessione silenziosa della Lega va avanti. * * * L' esercito italiano è un' espressione "nazionale" e come tale si dà carico di rappresentare il paese nei luoghi dove la pace è minacciata dal terrorismo o da altre emergenze. Ma alla Lega nulla importa che l' Italia sia presente come Stato e chiede il ritiro da tutte le missioni all' estero. Meglio impiegare i soldati per spazzare i rifiuti e per impedire gli sbarchi dei migranti. La scuola ha una missione culturale nazionale ma la Lega se ne infischia anzi non le piace affatto. Comincia col chiedere un esame di dialetto per i docenti destinati al nord, poi ripiega (ripiega?) su la nascita dei docenti nel territorio e su un esame di abilitazione per la storia e il linguaggio locale. Il ministro Gelmini acconsente. La Lega non vuole l' integrazione degli immigrati regolari e cerca di seminarla di ostacoli. Sapete, cari lettori, quanti sono oggi gli immigrati regolari? Sono ormai cinque milioni, una massa di persone eguale agli abitanti del Lazio. Ma non si fermeranno qui. Fanno figli, chiamano a raggiungerli altri membri della famiglia, pagano tasse, reclamano diritti. Quale politica si farà per integrare questo flusso? Quanto costerà? Quanto renderà? Nessuno se ne preoccupa. Così il federalismo. Così la Sanità. Quanto costerà il federalismo? Tremonti non dà cifre perché non le ha. Il costo del federalismo è come il budino: sapremo qual è solo dopo averlo mangiato. Intanto si procede alla cieca perché così vuole la Lega e così vuole Berlusconi che è sotto ricatto: se la Lega lo lasciasse cadrebbe il giorno dopo, anzi quel giorno stesso. Questa è l' implosione, il disfacimento, la secessione silenziosa. Questo è l' allarme rosso che è necessario lanciare. P. S. Ho chiesto domenica scorsa che fine avessero fatto i 35 miliardi di maggiori spese ordinarie fatte dal governo senza che se ne conosca la destinazione e il perché. Ovviamente il ministro dell' Economia non ha risposto. Né, nelle sedi istituzionali, è stato incalzato a rispondere. Ha risposto sulle minori entrate ma non sullo sfondamento sorprendente della spesa ordinaria. Mi permetto di domandare a Casini, a Franceschini, a Bersani, a Di Pietro, a Ferrero: a voi non interessa sapere perché uno sfondamento così sorprendente è avvenuto? La più pesante manovra finanziaria degli ultimi vent' anni fu quella fatta da Giuliano Amato nel 1992: novantamila miliardi di lire. Lo sfondamento della spesa di quest' anno (35 miliardi di euro) è pari a 70 mila miliardi di lire. Nessuno è interessato a capire in quale buco nero e perché sono finiti? -
EUGENIO SCALFARI

domenica 2 agosto 2009

La fine della Mondadori

dalle puntate di Passaparola di Travaglio
http://www.beppegrillo.it/

Testo:
"Buongiorno a tutti. Utilizziamo i passaparola di questo periodo vacanziero per fare degli appuntamenti un po’ più brevi del solito e per dare una sistematina a alcune questioni pendenti, che spesso ricorrono anche nelle vostre domande, nei vostri post, nelle vostre richieste di spiegazioni.
Quella di cui voglio parlarvi oggi è la faccenda Mondadori, perché sta per arrivare a sentenza - non si sa ancora se prima o dopo le ferie - una vicenda che potrebbe chiudere la famosa guerra di Segrate, la guerra che, tra il 1989 e il 1990, contrappose De Benedetti a Berlusconi per il possesso della Mondadori: qualcuno ricorderà come era iniziata, ve la sintetizzo.

Il furto della Mondadori

Nell’89 Berlusconi prende una piccola quota della Mondadori, il mandato che si è dato e che gli ha dato anche Craxi dopo l’occupazione di tutte le televisioni private è quello di mettere le mani anche sul più grande gruppo editoriale italiano che, in quel momento, pubblicava Repubblica, Espresso, Epoca, Panorama, una quindicina di giornali locali, quelli del gruppo Finegil e poi tutto il ramo libri, perché era un gruppo dove la libertà di stampa era una cosa seria e quindi era un gruppo giornalistico e editoriale che faceva le pulci al Caf di Craxi, Andreotti e Forlani e che, conseguentemente, Craxi voleva ricondurre all’obbedienza, come aveva fatto con le televisioni private. Berlusconi speranze di occupare la Mondadori al 100% e neanche di ottenere la maggioranza non ne aveva, perché gli eredi Mondadori, gli eredi di Arnoldo, la famiglia Mondadori Formenton si era già impegnata per iscritto a cedere a De Benedetti la maggioranza azionaria di quelle quote entro il 1990 e quindi Berlusconi avrebbe potuto soltanto avere una quota minoritaria. Ma lui non si perse d’animo e, con le sue solite arti persuasive, per usare un eufemismo, convinse gli eredi Mondadori a promettere per iscritto a lui ciò che avevano appena promesso a De Benedetti. Contenzioso, si decise tra le due parti in lite di affidarlo a un arbitrato, ossia a una soluzione extragiudiziale, i tre arbitri, scelti uno da una parte, uno dall’altra parte e l’altro scelto dal Tribunale, il Presidente del collegio arbitrale, emisero il famoso Lodo Mondadori che dava ragione a De Benedetti e quindi quest’ultimo tornò in possesso della casa editrice. A quel punto Berlusconi rovesciò il tavolo e impugnò il tutto davanti Corte d’Appello di Roma, la Corte d’Appello di Roma, Sezione Civile, fu chiamata a confermare o a bocciare il Lodo e a occuparsene fu chiamato un giudice amico di Cesare Previti, il giudice Vittorio Metta il quale, in una sentenza fulminea, riuscì a ribaltare il Lodo, a cancellarlo e quindi a sfilare la Mondadori dalle mani di De Benedetti e a consegnarla a Berlusconi.
Subito dopo questa sentenza Metta ricevette 420 milioni di lire in contanti provenienti da fondi neri del gruppo Fininvest in Svizzera, a portarli in Italia era stata una complessa operazione finanziaria che aveva coinvolto tutti e tre gli Avvocati della Fininvest: Previti, Pacifico e Acampora.
Il fatto che questa sentenza fosse piuttosto puzzolente derivò anche dal fatto che fu depositata, nei primi giorni del 1990, 24 ore dopo la Camera di Consiglio, ossia il giudice entrò in Camera di Consiglio e ne uscì 24 ore dopo con una sentenza scritta a mano di 180 pagine: è segno che o era meglio di Balzac e era riuscito a scrivere a mano in una sola notte 180 pagine, anzi scusate 169 pagine, oppure quella sentenza l’aveva scritta prima o magari non l’aveva neanche scritta lui e, in effetti, pare che fosse stata scritta o suggerita dagli Avvocati della Fininvest, che poi lo corruppero in cambio di quella sentenza comprata. Risultato: Berlusconi si trova in mano il gruppo Mondadori, spaventa la parte della Democrazia Cristiana che vede con sospetto l’ascesa di Craxi e quindi Andreotti, alla fine, impone al ladro di restituire una parte del maltolto: è un po’ come imporre a uno che ha rubato una macchina di restituire il tubo di scappamento, il cambio e il volante. Berlusconi e soci restituirono Repubblica, L’Espresso e i giornali Finegil, mentre del gruppo Mondadori si tenne tutto il resto dei giornali, compresi Panorama e Epoca, che all’epoca andavano molto forti e poi tutto il ramo libri. Dal 1990 Berlusconi è proprietario di una casa editrice che è stata rubata a De Benedetti con una sentenza comprata: questo è il quadro.

Un miliardo di euro di danni (a spese nostre?)

Molti chiedono: ma perché De Benedetti non l’ha richiesta indietro? E’ possibile che la Cassazione abbia condannato il giudice Metta per corruzione giudiziaria, gli Avvocati Previti, Pacifico e Acampora per averlo corrotto per conto di Berlusconi con soldi di Berlusconi per procacciare la Mondadori a Berlusconi e De Benedetti non chieda la Mondadori indietro? In realtà non è così semplice: non si può chiedere indietro la macchina rubata, anche perché nel frattempo la macchina ha cambiato fisionomia. Sicuramente si possono chiedere i danni e infatti De Benedetti, dopo che la Corte di Cassazione ha stabilito non solo che gli Avvocati di Berlusconi e il giudice Metta erano colpevoli di corruzione, ma la Corte di Cassazione ha anche stabilito - cito testualmente - “il diritto di De Benedetti a avere indietro, in separata causa civile, il danno emergente e il lucro cessante”. E’ evidente, il danno che ti hanno portato via la roba e, nello stesso tempo, il fatto che tu per anni non hai potuto introitare gli utili di un gruppo che sarebbe stato tuo, se quella sentenza non te l’avesse sottratto. “Sotto una molteplicità di profili relativi non solo ai costi di cessione della Mondadori, ma anche ai riflessi della vicenda sul mercato dei titoli azionari”. E’ ovvio che il gruppo Fininvest, avendo un colosso in più nel suo seno, ha potuto prosperare anche dopo la quotazione in borsa di Mediaset nel 1996 e invece De Benedetti, con la sua Finanziaria - la Cir -, si è visto portare via due gioiellini da niente: prima la Mondadori, anzi prima la Sme e poi la Mondadori, sempre per l’intervento di Berlusconi, più o meno pilotato da Craxi.
Questa causa civile è una causa della quale nessuno parla: ne ha parlato Rinaldo Gianola su L’Unità l’altro giorno e era, credo, il primo articolo dopo anni, per dire che la causa c’è e anzi, sta per andare in decisione; l’istruttoria è finita e il giudice monocratico Raimondo Mesiano, della Decima Sezione Civile del Tribunale di Milano, è in fase di decisione, sta decidendo. Sta decidendo su che cosa? Sul fatto che la Cir di De Benedetti, tramite gli Avvocati Elisabetta Rubini e Vincenzo Roppo, ha quantificato il danno che De Benedetti chiede indietro. Sono 468.000 e rotti Euro, che poi vanno naturalmente adeguati agli interessi e alla rivalutazione monetaria e che quindi ammontano a 1 miliardo di Euro, sono circa duemila miliardi di vecchie lire e questo De Benedetti chiede a Berlusconi, che non solo gli ha fregato la Mondadori, ma poi se la è tenuta e ci ha guadagnato per venti anni e continua a guadagnarci tutt’ora. La causa la Cir l’ha intentata solo alla Fininvest e non anche alle persone che, materialmente, hanno compravenduto la sentenza: perché? Perché sia Previti, sia Pacifico e sia Acampora e sia Metta risultano praticamente quasi nulla tenenti e quindi è inutile andare a cercare dei soldi, perché evidentemente o non li hanno o li hanno fatti sparire. Il problema è che poi c’è il comportamento di Metta, che era un giudice quando si è venduto la sentenza e quindi potrebbe doverne rispondere lo Stato del danno che Metta ha inferto al gruppo De Benedetti e lo Stato in questo momento è rappresentato da Berlusconi, conseguentemente è possibile che il governo Berlusconi sia chiamato, tramite il Ministero della Giustizia, a rifondere i danni che Metta ha provocato per essere stato pagato dal gruppo Berlusconi e questo è uno dei tanti aspetti paradossali della vicenda. Ma naturalmente, se per caso dovesse esserci una condanna del gruppo Fininvest a rifondere i danni a De Benedetti per la faccenda Mondadori beh, il gruppo Berlusconi ne avrebbe, a suo volta, un bel contraccolpo: già sono in difficoltà per la causa di divorzio di Veronica, che ogni settimana segna le novità che emergano sugli scandali di puttanopoli etc. etc. e, dall’altra, avrebbe pure questa mazzata, sempre nel caso che il gruppo venisse condannato, naturalmente.

L'utilizzatore finale
La cosa interessante è che, a questo punto, rimane in sospeso una domanda: dice, ma Berlusconi, che era il mandante, il finanziatore e il destinatario, diciamo l’utilizzatore finale di quella sentenza comprata, è possibile che l’abbia fatta franca? Sì, è possibile, perché ha incontrato dei giudici spiritosi della Corte d’Appello di Milano che, nel 2001, tra il 2001 e il 2002, adesso non ricordo esattamente la data, hanno stabilito che lui ha diritto alla prescrizione, perché ha le attenuanti generiche, perché gli hanno dato le attenuanti generiche? Perché è uno che per la sua posizione sociale di per sé le merita e poi perché, scrivevano i giudici, a Roma si sapeva che molti giudici erano corrotti e quindi così fanno tutti, invece che un’aggravante diventa addirittura un’attenuante. E’ uscito ufficialmente dal processo, ma poi , quando si sono dovuti giudicare i suoi complici, il giudice Metta e gli Avvocati Previti, Pacifico e Acampora, i giudici hanno dovuto pronunciarsi anche sul ruolo che ha avuto Berlusconi in questa vicenda e abbiamo una sentenza definitiva della Corte d’Appello di Milano, che è stata confermata ormai due anni fa, anzi tre anni fa dalla Corte di Cassazione, nella quale c’è scritto “Silvio Berlusconi, nei cui confronti è stata emessa sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione, che ben poteva chiarire la causale del bonifico addebitato da conto non ufficiale del suo gruppo - i soldi che sono poi finiti al giudice Metta - dopo aver concordato la data del suo esame - cioè del suo interrogatorio - comunicava tramite i suoi legali la volontà di avvalersi della facoltà di non rispondere”. Quando gli fanno quelle domande lui non risponde mai, anche quando gli hanno chiesto da dove arrivassero i famosi soldi negli anni 70 e 80.
“Il percorso del denaro dai vari conti Svizzeri”, scrivono i giudici, “costituisce un imponente quadro indiziario preciso, univoco e concordante, tale da assurgere a piena prova e consente di affermare che il giudice Metta ha venduto agli stessi intermediari, nello stesso periodo, anche la causa Mondadori", dopo essersi venduto pure la causa Imi-Sir, pochi mesi prima. Aggiungono poi, i giudici, che “ Berlusconi è, in questa vicenda, un privato corruttore” e quindi risponde non di corruzione giudiziaria, ma di corruzione semplice, sulla quale ha avuto la prescrizione per le attenuanti generiche, esattamente come Previti, Pacifico e Acampora, che però non hanno avuto le attenuanti generiche e quindi sono stati condannati. Scrivono i giudici “ l’attività degli estranei nella consegna del compenso illecito si sostituisce a una condotta che, altrimenti, sarebbe giocoforza posta in essere in via diretta dal privato interessato”, cioè da Berlusconi, quindi usava degli intermediari. E’ un po’ come nella storia della D'Addario, no? C’è il pappone che paga e c’è l’utilizzatore finale che tromba, ma non deve neanche sporcarsi le mani con i soldi.
“La retribuzione del giudice corrotto è fatta nell’interesse e su incarico del corruttore”, il corruttore è il nostro Presidente del Consiglio, tanto perché sia chiaro e poi “niente generiche agli intermediari e al giudice, perché- scrivono i magistrati - l’enorme gravità del reato e la gravità del danno arrecato non solo alla giustizia, ma all’intera comunità, minando i principi posti alla base della convivenza civile, secondo i quali la giurisdizione è valore e presidio a tutela di tutti i cittadini, ma un conseguente ulteriore profilo di gravità per l’enorme nocumento cagionato alla controparte - cioè a De Benedetti - nella causa civile e per le ricadute sul sistema editoriale italiano, trattandosi di una controversia, la cosiddetta guerra di Segrate, finalizzata al controllo dei mezzi di informazione” e poi ancora “niente attenuanti per la spiccata intensità del dolo”, ossia della volontà di fare un reato grave“ e ancora per i motivi a delinquere determinati solo dal fine di lucro e, più esattamente, dal fine di raggiungere una ricchezza mai ritenuta sufficiente” e ancora “per i comportamenti processuali tenuti da Previti e dagli altri” che, invece di comportarsi bene, “hanno continuato - scrivono i giudici - a rendere continue e spudorate menzogne” e poi per il precedente penale specifico da parte di tutti i protagonisti condannati, Metta e i tre Avvocati, che si erano appena compravenduti l’altra sentenza, quella dell'Imi-Sir per conto della famiglia Rovelli.
Quindi capite che qui stiamo parlando di un qualcosa che è già stato accertato giudiziariamente e che va soltanto quantificato dal giudice civile. Vedremo se si troverà un giudice coraggioso che avrà il coraggio, finalmente, di stabilire non soltanto che la Mondadori è stata rubata, non soltanto che a compravendere quella sentenza furono quel giudice e quei tre Avvocati di Berlusconi, ma che oggi il gruppo Berlusconi deve finalmente, con quasi venti anni di ritardo, risarcire chi è stato derubato.

martedì 28 luglio 2009

La scuola ha smesso di insegnare

http://www.megachipdue.info/tematiche/cervelli-in-fuga/286-la-scuola-ha-smesso-di-insegnare.html

di Luca Ricolfi - La Stampa

Sulla scuola e l’università ognuno ha le sue idee, più o meno progressiste, più o meno laiche, più o meno nostalgiche. C’è un limite, però, oltre il quale le ideologie e le convinzioni di ciascuno di noi dovrebbero fermarsi in rispettoso silenzio: quel limite è costituito dalla nuda realtà dei fatti, dalla constatazione del punto cui le cose sono arrivate.Quale che sia l’utopia che ciascuno di noi può avere in testa, la realtà com’è dovrebbe costituire un punto di partenza condiviso, da accettare o combattere certo, ma che dovremmo sforzarci di vedere per quello che è, anziché ostinarci a travestire con i nostri sogni.Queste cose pensavo in questi giorni, assistendo all’ennesimo dibattito pubblico su scuola e università, bocciature e cultura del ’68, un dibattito dove - nonostante alcune voci fuori dal coro - la nuda realtà stenta a farsi vedere per quella che è. La nuda realtà io la vedo scorrere da decenni nel mio lavoro di docente universitario, la ascolto nei racconti di colleghi e insegnanti, la constato nei giovani che laureiamo, la ritrovo nelle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento, negli studi sul mercato del lavoro. Eppure quella realtà non si può dire, è politicamente scorretta, appena la pronunci suscita un vespaio di proteste indignate, un coro di dotte precisazioni, una rivolta di sensibilità offese.Io vorrei dirla lo stesso, però. La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano.Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee più catastrofiche di questi anni, anche perché è la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creatività).Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo. È rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocità vertiginosa.Però il punto non è se siano più le capacità perse o quelle acquisite, il punto è se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Già, perché la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale.Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare - dalla prima elementare! - a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati.

Le elezioni in Iran

http://francocardini.net/
grazie professore...

- LE ELEZIONI IN IRAN. CERCHIAMO DI CAPIRE –

17/6/2009

Ad alcuni giorni dalle ultime elezioni in Iran, i media di tutto il mondo occidentale, sia pure con qualche sfumatura, ci hanno proposto uno schema interpretativo abbastanza semplice. L’Iran è guidato da un regime fondamentalista che tuttavia mantiene alcune parvenze di democrazia e di pluralismo (molti partiti politici, giornali e televisioni differenti ecc.); le ultime elezioni sono state pesantemente manipolate, sia attraverso il sistematico uso dell’intimidazione e della repressione, sia attraverso autentici brogli elettorali (perfino urne scambiate); tuttavia, dinanzi alla massiccia, coraggiosa e prolungata protesta popolare, le autorità si sono spinte fino a promettere un riconteggio dei voti; senonché, a detta di alcuni osservatori e di taluni oppositori, tale riconteggio non porterebbe a nulla sia perchè si svolgerebbe comunque in un clima d’incertezza e di violenza, sia perchè le autentiche schede sono state almeno in buona parte distrutte e sostituite; per cui, l’unica strada possibile per un qualche ristabilimento della legalità democratica sarebbe procedere a nuove elezioni sotto lo stretto controllo di osservatori delle Nazioni Unite, cosa che il governo non è disposto a concedere. Si sta quindi andando o verso una situazione di compromesso che non piacerà a nessuno, soprattutto alle opposizioni; o verso uno scontro frontale.

Un quadro semplice. Ma tutti i problemi hanno sempre una risposta semplice. Peccato solo che, di solito, si tratti di quella sbagliata. Il punto di partenza, per noi, non può essere che una constatazione. Quella iraniana è una società complessa. Cerchiamo quindi di capirci qualcosa.

I media occidentali hanno quasi tutti e costantemente cercato di accreditare l’idea che in Iran viga una “dittatura”. In passato – ricordate le proteste del 1999, che nel nostro paese unirono destra e sinistra? – si è accusato di essere una specie di dittatore perfino Khatamy, oggi considerato un garante dei valori democratici; eppure, a suo tempo, gli attacchi da parte dell’Occidente furono una delle cause della sua sconfitta.

L’Iran non è soggetto ad alcuna dittatura. Il suo è piuttosto l’equilibrio complesso e non facile a riformarsi tra una società civile che per certi versi ricorda piuttosto il primitivo sistema sovietico – una pluralità di soggetti politici fluidi e litigiosi – controllato però da un “senato” religioso. Questo sistema sta cercando con scarso successo d’ingabbiare una società civile anagraficamente giovane, in generale colta e preparata (l’Iran e uno dei paesi che conta più laureati al mondo), dove l’occidentalizzazione frutto d’una sessantina d'anni circa di governo europeizzante della dinastia Pahlevi ha inciso fortemente, ma dove la “rivoluzione islamica” del 1979 è stata sul serio corale e popolare. Alla vigilia delle ultime elezioni, si è molto parlato di “conservatori” e di “riformisti” (termini superficiali e inadeguati rispetto alla situazione concreta), ma si è “dimenticato” di osservare come i quattro candidati avevano nei rispettivi programmi elettorali alcuni punti in comune: alla rivendicazione di un forte orgoglio nazionale, la ferma intenzione di procedere sulla linea della rivoluzione vinta nel ’79 da Khomeini, la volontà di continuare il programma teso a dotare il paese di un potenziale nucleare a scopi pacifici.

I candidati erano quattro: Mahmoud Ahmedinejad, cinquantatreenne, che ha promesso di continuare sulla sua strada; Houssein Mousavi”, sessantesettenne, un’esperienza di primo ministro nel 1981, che rimprovera ad Ahmedinejad una politica estera dai toni troppo accesi che gli avrebbe alienato tutto l’Occidente e confida in Obama per avviare un processo di distensione; Mohsen Rezai, cinquantasettenne, ex generale dei pasdaran, che rinfaccia ad Ahmedinejad scarsa abilità e molta trascuratezza nella conduzione economico-finanziaria del paese; e Mehdi Karrubi, settantaduenne, membro del “clero” sciita, ex presidente del parlamento, considerato un “riformista”.

La costituzione iraniana è un modello di complesso equilibrio di forze. Il suo motore è il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione (dodici membri, per metà religiosi nominati dalla Guida Suprema e per metà giuristi nominati dal Parlamento), che seleziona i candidati alle istituzioni statati, può opporre il veto alle leggi approvate dal Parlamento e propone una lista di candidati al ruolo di Vali-e faqih (Guida Suprema) a un’Assemblea degli Esperti eletta dal popolo. La Guida Suprema ha praticamente le prerogative di un capo di stato in una repubblica strettamente presidenziale, in particolare il diritto di nomina delle alte cariche statali. Invece il Presidente della Repubblica, in carica 4 anni, è una specie di capo del governo e nomina i ministri (salvo approvazione del Parlamento).

Quel che ora è in atto è un braccio di ferro tra il “partito dei religiosi”, che in realtà è fautore di un programma di distensione con l’Occidente e si appoggia a un elettorato nel quale i ceti benestanti sono molto forti, e quello che Renzo Guolo (“La Repubblica”, 17.6.2009) chiama il partito dei “senza-turbante”, gli islamisti radicali seguaci di Ahmedinejad che propugnano una politica sociale più decisa e hanno l’appoggio dei ceti più poveri della popolazione. Contrariamente a quel che si tende a creder da noi, i più estremisti sono i “laici”, non i “religiosi” che portano il turbante. Ma Ahmedinejad negli ultimi quattro anni ha governato con il pieno appoggio di Ali Khamenei, lo ayatollah Guida Suprema: e ha riempito i suoi diretti collaboratori e i suoi seguaci di poteri, di privilegi, anche di danaro. E’ ovvio che ora essi vogliano tener duro: il loro obiettivo, del resto, è trasformare la repubblica islamica in un vero e proprio regime.

Tuttavia il punto debole degli avversari di Ahmedinejad, i moderati appoggiati da buona parte del clero, è proprio la corruzione: uno degli uomini piu ricchi dell’Iran è il Presidente dell’Assemblea degli Esperti, Akbar Hashemi Rafsanjani: e i suoi cospicui patrimoni sono alquanto sospetti. Il suo ruolo è comlesso e cruciale: egli è in realtà presidente del “Consiglio per la determinazione del bene comune” (majma’e tashkhis e maslahat, spesso tradotto in inglese con “Expediency Council”, perchèèe l’organismo che può rendere “islamica” – per mezzo appunto di un “espediente” giuridico – una legge che islamica non è, sulla base dell’interesse comune) e appunto l’Assemblea degli esperti (majles-e khobregan), che in linea istituzionale ha il potere di destituire la stessa Guida Suprema.

Forse esagerano dunque coloro che parlano, a proposito dei brogli e delle violenze, di un “colpo di stato” da parte di Ahnedinejad e dei suoi fautori. Certo però lo scontro è stato violento e l’opposizione sembra ben piu numerosa del 35% che sarebbe emerso dai conteggi ufficiali; in ogni caso, è agguerrita e non intenzionata a cedere. E un commento uscito il 14 giugno dall’autorevole penna di Ali Ansari fa pensare che i brogli ci siano stati davvero, per quanto sia difficile il provarlo.

Che cos’hanno quindi portato di nuove, queste elezioni? I conteggi ufficiali parlano di un 65% guadagnato da Ahmedinejad: ma le proteste della minoranza, soprattutto dei fautori di Mousavi, sono state tante e tanto dure e corali da indurre il prudente Khamenei a promettere un riconteggio dei voti. Alle opposizioni, ciò non basta: ma, anche se appare difficile che il governo iraniano acceda alla loro pretesa di un controllo dell’ONU su nuove elezioni – e bisogna dire che nessun paese sovrano accetterebbe mai una condizione del genere -, l’eco internazionale di quel che sta accadendo in Iran è stato troppo forte e corrisponde a una vera e propria sconfitta politica di colui che almeno formalmente è il trionfatore elettorale.

Con tutto ciò, non bisogna dimenticare due cose. Primo, la sostanziale coralità e fermezza di tutti gli schieramenti politici sui fondamenti della repubblica islamica e della sua stessa politica estera. Opposizione all’America, richiesta di soluzione del problema palestinese, esigenza di proseguire sul cammino dell’acquisizione del nucleare civile pur nel rispetto del trattato di non-proliferazione. Se questa è una crisi, lo è nel, non del sistema. E Ahmedinejad, che è subito volato a Mosca, lo ha confermato: l’era dell’impero unilateralistico statunitense è finita, il suo paese è tutt’altro che isolato, l’asse con la Russia tiene, i rapporti con la Cina e con molti paesi dell’America latina sono buoni.

D’altronde, anche da parte occidentale si sono fatti degli errori. E’ vero che la censura governativa è intervenuta pesantemente contro alcuni giornalisti, ma è non meno vero che molti servizi usciti dall’Iran durante e subito dopo la competizione elettorale non brillavano per equità: filmavano esclusivamente le manifestazioni dell’opposizione, mandavano in onda interviste prese solo nei quartieri della buona borghesia di Teheran da sempre roccaforte degli avversari di Ahmedinejad e perfino dei nostalgici dello shah. Ci sono senza dubbio state violenze: mancano però le prove che le urne siano state sostituite e, quanto alle vittime, una decina di morti e centinaia di feriti sono senza dubbio un bilancio pesante: ma non certo un bilancio da tirannia. La repressione dei basaji – le milizie paramilitari ahmedijaniste – ha dato risultati piu simili a quella di Genova in occasione del G 8 del 2001 che non a quella di piazza Tienammen: e ciò vorrà ben dire qualcosa. Un pacato commento di Abbas Barzegar sul “Guardian” del 13 scorso, un organo molto autorevole, sottolinea che Teheran all’indomani delle elezioni sembrava sì in rivolta, ma soltanto su due viali dell’area settentrionale abitata dai ceti benestanti, mentre nel resto della città le manifestazioni di giubilo dei sostenitori di Ahmedinejad erano diffuse, imponenti e spontanee.

L’episodio politico al quale stiamo assistendo è insomma un momento “caldo” della lotta per il potere tra due fazioni: da una parte i moderati che hanno la loro punta di diamante in Rafsanjani e i loro esponenti in Mousavi e Khatami, e che auspicano una distensione con l’Occidente contando sull’apertura dimostrata da Obama; dall’altra i radicali il vero capo dei quali resta Khamenei, che mirano a un rafforzamento del carattere islamico dello stato e che credono non tanto nell’intesa con l’Occidente, quanto nella creazione di un fronte internazionale politicamente, economicamente, tecnologicamente e militarmente alternativo ad esso. Obiettivo ultimo del fronte radicale è la trasformazione della jomhuri , la Repubblica Islamica, in un “Sistema” – nezam, così definisce costantemente la stato islamico l’ispiratore religioso di Ahmadinejad, l’ayatollah Mohammad Taqi Mesbah-e Yazdi – non contaminato da strutture politiche non islamiche. Il fatto che la Guida Suprema abbia ammesso la possibilità dei riconteggi (quindi, implicitamente, dei brogli) fa intravedere un progetto tattico teso a evitare sia lo scontro frontale sia la repressione troppo pesante facendo “rientrare” la protesta mediante patteggiamenti e concessioni politiche.

Restano comunque del tutto inutili per comprendere la situazione, anzi pericolosi e dannosi, gli appelli come quello lanciato sul “Corriere” del 16 scorso da Bernard-Henry Lévy: il clima a Teheran è pesante, ma non “di terrore”; e il riferimento a un eventuale rafforzamento di Ahmedinejad come “un pericolo terribile per il mondo intero, perchè dotato di un arsenale nucleare che non esiterebbe a mettere immediatamente al servizio dell’Imam nascosto e della sua apocalittica riapparizione” sarebbe solo ridicolo, se non fosse irresponsabile. Tutti sanno che l’Iran non dispone ancora nemmeno del nucleare civile: come potrebbe mai minacciare sul serio di distruzione nucleare Israele, che invece il nucleare militare ce l’ha eccome? E si può davvero continuare a fingere di non sapere che eventuali pulsioni fondamentaliste e apocalittiche allignano anche in Israele, e che da lì non sono mancate voci che hanno affermato di esser pronte a servirsi dell’arma nucleare?

Sono state comunque elezioni importanti. Auguriamoci che esse non conducano a un aggravarsi della tensione – ma la prospettiva d’una “guerra civile” appare improbabile - o al prevalere della repressione nella sua forma più dura, che condurrebbe all’autoritarismo teorizzato da Mesbah-e Yazdi. La richiesta di nuove elezioni, avanzata ora con fermezza dalle opposizioni, serve in realtà ad alzare il costo della normalizzazione della vita civile: forse si punta a un “governo di unità nazionale”, nel quale il potere di Ahmedinejad verrebbe ridimensionato. I principi della repubblica islamica, quelli del 1979, appaiono ben radicati tra gli iraniani e confermati dal fatto che tutti gli schieramenti li condividono: che a Mousavi sia andato anche il voto degli antikhomeinisti irriducibili è poco rilevante, dal momento che essi sono obiettivamente una minoranza. Ma il vero duello è tra la fazione di Khamenei e quella di Rafsanjani-Khatami, che prospettano due differenti configurazioni del sistema mondiale di alleanze. Il prevalere dei “moderati” dipenderà dunque in una qualche misura dalle mosse dell’Occidente, soprattutto del presidente degli Stati Uniti: al quale spetta il difficile compito di comporre le esigenze di riaprire il dialogo con l’Iran con le richieste che gli provengono da Israele, e che a loro volta sono spesso ispirate da istanze estremistiche. Questo appare, a tutt’oggi, il vero rischio.

Franco Cardini