nel frattempo è stato promosso...
http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/g8/de-gennaro/de-gennaro.html
G8 Genova, il pm: condannate De Gennaro
Per l'ex capo della Polizia chiesti 2 anni
GENOVA - Il pm ha chiesto due anni di reclusione per l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. Sul banco degli imputati, insieme all'attuale direttore del Dipartimento della Informazioni per la Sicurezza Dis, l'ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola - oggi questore vicario di Torino - per il quale l'accusa ha chiesto 1 anno e 4 mesi.
"Istigazione a falsa testimonianza". Avrebbero indotto l'ex questore Francesco Colucci a rendere falsa testimonianza sulla sciagurata e sanguinosa irruzione nella Diaz occupata dai no-global durante il G8 del 2001. Il processo si svolge a porte chiuse. Durante l'udienza, il pm ha letto in aula le intercettazioni che dimostrerebbero la colpevolezza di De Gennaro e Mortola. La parola passa ora alle parti civili (alcune persone fisiche e l'associazione giuristi democratici). Il 15 luglio sarà la volta delle difese, mentre la sentenza è prevista per settembre.
Le due versioni di Colucci. La vicenda nasce da un interrogatorio dell'allora questore che inizialmente ammise un coinvolgimento indiretto dell'ex capo della Polizia nei fatti della Diaz. In seguito, durante il dibattimento, Colucci fece però un passo indietro e sostenne che De Gennaro era all'oscuro di quelle violenze. Da qui la richiesta dei pm di falsa testimonianza per Colucci e di istigazione alla falsa testimonianza per De Gennaro e Mortola che avrebbero indotto l'ex questore a ritrattare. Ambedue gli imputati respingono gli addebiti e saranno processati con rito abbreviato, mentre Colucci ha preferito optare per quello ordinario.
L'intercettazione: "Ho parlato con il capo". L'accusa si fonda su una telefonata registrata tra la prima e la seconda versione dell'ex questore. Colucci chiama Mortola e gli dice: "Ho parlato con il capo. Devo fare marcia indietro". Il "capo" cui fa riferimento sarebbe proprio De Gennaro. L'intercettazione finisce per caso nell'inchiesta avviata dopo la misteriosa sparizione delle bottiglie molotov che erano state falsamente attribuite ai no-global arrestati. E scatta l'incriminazione per il vertice della Polizia.
I pm: "De Gennaro sapeva". Tutto ruota intorno alla presenza nella scuola Diaz di Roberto Sgalla, responsabile delle pubbliche relazioni per la Polizia di Stato. Colucci aveva in precedenza giurato che De Gennaro gli aveva detto di avvertire Sgalla e inviarlo alla Diaz per seguire l'irruzione. Secondo gli inquirenti, questo dimostrerebbe che anche i massimi vertici dell'Interno erano perfettamente a conoscenza di quanto era accaduto nell'istituto. Ma chiamato a testimoniare in aula - e dopo la telefonata intercettata - il questore cambiò versione: "Sono stato io - disse Colucci - a chiamare Sgalla. E' stata una mia iniziativa".
(1 luglio 2009)
mercoledì 1 luglio 2009
Colpo di stato in Honduras
http://www.giannimina-latinoamerica.it/visualizzaNotizia.php?idnotizia=249
COLPO DI STATO IN HONDURAS: IL PRESIDENTE MANUEL ZELAYA CON AL FIANCO I MOVIMENTI SOCIALI, RESISTE
Gennaro Carotenuto
(26 giugno 2009)
Le parole drammatiche nella notte del presidente dell’Honduras Manuel Zelaya: “È in corso un colpo di stato nel paese” sono state confermate e supportate dall’ONU. Il presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Manuel D’Escoto, nella notte ha condannato con parole fermissime il tentativo di colpo di stato in corso in Centroamerica: “condanniamo fermamente il colpo di stato in Honduras contro il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya” dove i poteri di fatto di sempre, le élite, l’esercito, le alte gerarchie cattoliche, le casta politica, sono disposti a tutto perché nel paese neanche si parli di Assemblea Costituente. È infatti questo l’oggetto del contendere che ha scatenato la sedizione: un referendum che domenica prossima dovrà decidere se convocare o no l’elezione di un’assemblea Costituente voluta secondo i sondaggi dall’85% della popolazione.
È bastato solo l’odore di una Carta costituzionale che per la prima volta mettesse nero su bianco diritti civili e strumenti per ottenerli in un paese per molti versi ancora premoderno come l’Honduras, perché si mettesse in moto la macchina golpista che durante tutta la storia ha impedito giustizia sociale e democrazia in tutto il Centroamerica. Il presidente Manuel Zelaya, “Mel”, con una storia di centro-destra nel partito liberale che durante il suo mandato ha virato con molta dignità verso il verso il centro-sinistra, aveva indetto per dopodomani domenica 28 giugno una consultazione con la quale si chiedeva ai cittadini se nel prossimo novembre si dovesse convocare o meno un’Assemblea Costituente nel paese contemporaneamente alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative già previste a fine anno.
Quella per l’Assemblea costituente sarebbe stata, sarà, la “quarta urna”, una svolta che secondo i sondaggi è voluta da almeno l’85% del paese ma indesiderata dalle élite tradizionali, dal sistema dei partiti incluso quello del presidente che oramai si oppone apertamente, dai media di comunicazione, che in Honduras come nel resto del continente sono dominio esclusivo del potere economico, dalla Corte Suprema e dall’esercito. Queste non solo non vogliono contribuire al processo eleggendo propri rappresentanti all’Assemblea Costituente nel prossimo novembre, ma né vogliono una nuova Costituzione né accettano di verificare se la maggioranza della popolazione la desidera. La scrittura di Costituzioni partecipative, condivise con gli strati popolari della popolazione, dal Venezuela, alla Bolivia all’Ecuador è stata vista nell’ultimo decennio con crescente rifiuto da parte delle oligarchie tradizionali che, soprattutto nel caso boliviano, si è trasformato apertamente in eversione.
Di conseguenza settori numericamente preponderanti dell’esercito di Tegucigalpa, che rispondevano al Capo di Stato Maggiore Romeo Vázquez, si sono rifiutati di operare per permettere la consultazione di domenica, distribuendo le urne e permettendo il regolare svolgimento della stessa adducendo che il referendum sarebbe illegale e che sarebbe propedeutico all’installazione di una dittatura di Mel Zelaya nel paese.
A quel punto al presidente non è restata che la destituzione del generale Vázquez che nella giornata di ieri non è stata però confermata dalla Corte Suprema che ha così appoggiato la sedizione. A questo punto le informazioni nella notte honduregna si fanno confuse. Di fronte al rifiuto di Zelaya di reintegrare Vázquez come Capo di Stato Maggiore parti importanti dell’esercito avrebbero occupato punti nevralgici del paese. I movimenti popolari, indigeni e sociali che appoggiano un presidente, divenuti unici riferimenti per Zelaya osteggiato da tempo dal proprio partito, sarebbero scesi al contrattacco, avrebbero occupato sotto la pioggia battente la base militare della Forza Aerea nell’aeroporto internazionale di Tocontín, sottratto a questa le urne e le schede referendarie con l’intenzione di distribuirle comunque nel paese.
Nel corso delle ultime ore sono successi due fatti nuovi che fanno inclinare all’ottimismo. Il presidente Zelaya ha parlato alla nazione, circondato da rappresentanti dei movimenti sociali del paese, confermando il recupero del materiale elettorale e riaffermando che domenica si terrà comunque il referendum. Intanto almeno il comandante dell’Aviazione, Generale Javier Price, si è schierato con il presidente democraticamente eletto. Intanto i movimenti sociali honduregni, di fronte al silenzio dei media rispetto al colpo di stato in corso nel paese, invitano a far circolare al massimo l’informazione e la solidarietà internazionale sul golpe in Honduras. Le prossime ore saranno decisive per capire se il golpe prospererà o se siamo di fronte ad un nuovo 13 aprile 2002 quando a Caracas in Venezuela i movimenti sociali e popolari sconfissero pacificamente il golpe dell’11 aprile contro il governo democraticamente eletto di Hugo Chávez.
COLPO DI STATO IN HONDURAS: IL PRESIDENTE MANUEL ZELAYA CON AL FIANCO I MOVIMENTI SOCIALI, RESISTE
Gennaro Carotenuto
(26 giugno 2009)
Le parole drammatiche nella notte del presidente dell’Honduras Manuel Zelaya: “È in corso un colpo di stato nel paese” sono state confermate e supportate dall’ONU. Il presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Manuel D’Escoto, nella notte ha condannato con parole fermissime il tentativo di colpo di stato in corso in Centroamerica: “condanniamo fermamente il colpo di stato in Honduras contro il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya” dove i poteri di fatto di sempre, le élite, l’esercito, le alte gerarchie cattoliche, le casta politica, sono disposti a tutto perché nel paese neanche si parli di Assemblea Costituente. È infatti questo l’oggetto del contendere che ha scatenato la sedizione: un referendum che domenica prossima dovrà decidere se convocare o no l’elezione di un’assemblea Costituente voluta secondo i sondaggi dall’85% della popolazione.
È bastato solo l’odore di una Carta costituzionale che per la prima volta mettesse nero su bianco diritti civili e strumenti per ottenerli in un paese per molti versi ancora premoderno come l’Honduras, perché si mettesse in moto la macchina golpista che durante tutta la storia ha impedito giustizia sociale e democrazia in tutto il Centroamerica. Il presidente Manuel Zelaya, “Mel”, con una storia di centro-destra nel partito liberale che durante il suo mandato ha virato con molta dignità verso il verso il centro-sinistra, aveva indetto per dopodomani domenica 28 giugno una consultazione con la quale si chiedeva ai cittadini se nel prossimo novembre si dovesse convocare o meno un’Assemblea Costituente nel paese contemporaneamente alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative già previste a fine anno.
Quella per l’Assemblea costituente sarebbe stata, sarà, la “quarta urna”, una svolta che secondo i sondaggi è voluta da almeno l’85% del paese ma indesiderata dalle élite tradizionali, dal sistema dei partiti incluso quello del presidente che oramai si oppone apertamente, dai media di comunicazione, che in Honduras come nel resto del continente sono dominio esclusivo del potere economico, dalla Corte Suprema e dall’esercito. Queste non solo non vogliono contribuire al processo eleggendo propri rappresentanti all’Assemblea Costituente nel prossimo novembre, ma né vogliono una nuova Costituzione né accettano di verificare se la maggioranza della popolazione la desidera. La scrittura di Costituzioni partecipative, condivise con gli strati popolari della popolazione, dal Venezuela, alla Bolivia all’Ecuador è stata vista nell’ultimo decennio con crescente rifiuto da parte delle oligarchie tradizionali che, soprattutto nel caso boliviano, si è trasformato apertamente in eversione.
Di conseguenza settori numericamente preponderanti dell’esercito di Tegucigalpa, che rispondevano al Capo di Stato Maggiore Romeo Vázquez, si sono rifiutati di operare per permettere la consultazione di domenica, distribuendo le urne e permettendo il regolare svolgimento della stessa adducendo che il referendum sarebbe illegale e che sarebbe propedeutico all’installazione di una dittatura di Mel Zelaya nel paese.
A quel punto al presidente non è restata che la destituzione del generale Vázquez che nella giornata di ieri non è stata però confermata dalla Corte Suprema che ha così appoggiato la sedizione. A questo punto le informazioni nella notte honduregna si fanno confuse. Di fronte al rifiuto di Zelaya di reintegrare Vázquez come Capo di Stato Maggiore parti importanti dell’esercito avrebbero occupato punti nevralgici del paese. I movimenti popolari, indigeni e sociali che appoggiano un presidente, divenuti unici riferimenti per Zelaya osteggiato da tempo dal proprio partito, sarebbero scesi al contrattacco, avrebbero occupato sotto la pioggia battente la base militare della Forza Aerea nell’aeroporto internazionale di Tocontín, sottratto a questa le urne e le schede referendarie con l’intenzione di distribuirle comunque nel paese.
Nel corso delle ultime ore sono successi due fatti nuovi che fanno inclinare all’ottimismo. Il presidente Zelaya ha parlato alla nazione, circondato da rappresentanti dei movimenti sociali del paese, confermando il recupero del materiale elettorale e riaffermando che domenica si terrà comunque il referendum. Intanto almeno il comandante dell’Aviazione, Generale Javier Price, si è schierato con il presidente democraticamente eletto. Intanto i movimenti sociali honduregni, di fronte al silenzio dei media rispetto al colpo di stato in corso nel paese, invitano a far circolare al massimo l’informazione e la solidarietà internazionale sul golpe in Honduras. Le prossime ore saranno decisive per capire se il golpe prospererà o se siamo di fronte ad un nuovo 13 aprile 2002 quando a Caracas in Venezuela i movimenti sociali e popolari sconfissero pacificamente il golpe dell’11 aprile contro il governo democraticamente eletto di Hugo Chávez.
lunedì 29 giugno 2009
altra informazione
premettendo che da internet bisogna prendere le informazioni con le dovute cautrele, non è la prima volta che mi imbatto in dichiarazioni come queste.
Le riporto così come le ho trovate.
inviato da nickmasaniello il 29 giugno 2009 alle 20:53
leggo molti commenti che più dalla conoscenza dei fatti vengono ispirati dall'ideologia. Vivo in Venezuela da un pò di tempo. Posso dirvi al di fuori di ogni ragionevole dubbio che il "quarto stato" della popolazione è plebiscitariamante pro-chavez. E non è un sostegno dovuto a fantomatiche manipolazioni massmediatica pre-dittatoriali. l'Appoggio al presidente è il risultato di una politica che ha finalmente reso le persone venezuelane dei veri e propri cittadini, con i loro doveri ma anche con i loro imprescindibili diritti fondamentali fino a pochi anni fa solo citati. e sto parlando di diritti come quello dell' istruzione (aumento stipendi insegnanti, maestro per ogni villaggio, consegna materiale didattico ai poverissimi, ecc.ecc.) della sanità ("tende da campo" in ogni villaggio grazie alla collaborazione dei medici dell'Havana). Poi vi chiedo, gli ultimi 50 anni di "democrazia" in America Latina a cosa hanno portato? davvero credete che Chavez, Morales e co. siano i 'cattivi'?
Le riporto così come le ho trovate.
inviato da nickmasaniello il 29 giugno 2009 alle 20:53
leggo molti commenti che più dalla conoscenza dei fatti vengono ispirati dall'ideologia. Vivo in Venezuela da un pò di tempo. Posso dirvi al di fuori di ogni ragionevole dubbio che il "quarto stato" della popolazione è plebiscitariamante pro-chavez. E non è un sostegno dovuto a fantomatiche manipolazioni massmediatica pre-dittatoriali. l'Appoggio al presidente è il risultato di una politica che ha finalmente reso le persone venezuelane dei veri e propri cittadini, con i loro doveri ma anche con i loro imprescindibili diritti fondamentali fino a pochi anni fa solo citati. e sto parlando di diritti come quello dell' istruzione (aumento stipendi insegnanti, maestro per ogni villaggio, consegna materiale didattico ai poverissimi, ecc.ecc.) della sanità ("tende da campo" in ogni villaggio grazie alla collaborazione dei medici dell'Havana). Poi vi chiedo, gli ultimi 50 anni di "democrazia" in America Latina a cosa hanno portato? davvero credete che Chavez, Morales e co. siano i 'cattivi'?
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Che reputazione
BERLUSCONI, VATTENE!
Dall'estero ancora critiche e analisi sulla situazione del premier
Il Financial Times sostiene di aver consultato "alte fonti governative"
Ft: "Berlusconi scaricato dagli alleati"
Economist: "Al G8 rideranno di lui"
La Cnn: "Ci sono abbastanza ragioni per dimettersi"
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - Circondato dai malumori di chi gli è vicino. E accompagnato da una scarsa credibilità all'estero. Arrivano da Financial Times ed Economist le due ultime bordate contro Silvio Berlusconi. Che parlano di "alleati" del premier pronti ad immaginare un futuro senza di lui e della poca credibilità del Cavaliere all'estero.
Financial Times. "Non siamo ancora al fuggi fuggi, ma importanti alleati di Silvio Berlusconi nella coalizione di governo stanno già contemplando un futuro senza di lui". E' uno scoop che in Italia varrebbe la prima pagina, quello che il Financial Times pubblica stamane, dedicando una pagina intera (la nona) al tema "il futuro di Berlusconi". Parlando con "alte fonti governative" a Roma, il quotidiano finanziario londinese raccoglie un messaggio che a quanto pare qualcuno, dall'interno del centro destra, ha deciso sia tempo di far diventare pubblico, scegliendo come megafono il giornale universalmente riconosciuto come il più autorevole e imparziale d'Europa.
"Sussurri spaventano la coalizione italiana", s'intitola la news analysis di Guy Dinmore. "Fedeli sostenitori di Silvio Berlusconi negano che si sarà un "fuggi fuggi" (in italiano nel testo originale) come conseguenza degli scandali che circondano la sua vita privata, ma importanti alleati nella coalizione di centro destra italiana stanno già contemplando un futuro politico senza il loro leader". Parlando con il Ft a condizione di mantenere l'anonimato, queste "alte fonti di governo" premettono di non credere che il 72enne presidente del Consiglio si dimetterà "presto". Eppure "ministri chiave" stanno iniziando a "posizionarsi" per l'eventualità che rivelazioni più dannose lo inducano a dimettersi. "Questo è uno scenario completamente nuovo, il panorama sta mutando", dice al quotidiano della City una delle fonti governative.
Un'altra fonte, definita "un collaboratore" di Berlusconi, dice che il governo teme che i magistrati annunceranno l'apertura di un'indagine giudiziaria formale nei confronti del premier proprio mentre egli ospiterà in Italia i leader mondiali per il summit del G8 del mese prossimo. "Paralleli vengono tracciati", osserva il FT, con il 1994, quando un tribunale inoltrò una comunicazione giudiziaria per corruzione a Berlusconi mentre il premier, all'epoca nel suo primo mandato, ospitava una conferenza internazionale sulla lotta alla criminalità: "il suo governo", ricorda il giornale, "cadde un mese più tardi, quando la Lega Nord uscì dalla coalizione".
L'articolo aggiunge che vari ministri hanno paura che le affermazioni di Patrizia D'Addario, la escort che afferma di essere andato a letto con Berlusconi a Palazzo Grazioli la notte dell'elezione di Obama, quando dice di avere foto e registrazioni del suo incontro con il premier, "si rivelino vere e dannose", o che le accuse che riguardano Giampolo Tarantini, l'imprenditore pugliese che accompagnò la D'Addario da Berlusconi, "si allarghino".
La "dinamica è cambiata", dicono le stesse fonti al FT. Primo, "c'è la sensazione che l'ambizione di Berlusconi di diventare presidente della repubblica al termine del suo mandato da primo ministro sia stata infranta". Secondo, "le elezioni europee hano dimostrato che gli elettori si stanno allontanando" dal Pdl. Infine, "l'immagine internazionale dell'Italia è peggiorata" e la Chiesa cattolica sta cominciando a "fare pressioni". Nonostante la sua reputazione di anfitrione miliardario che vizia gli amici con doni e fantastiche feste, gli alleati di Berlusconi "lo descrivono come un uomo isolato, con nessuno che si azzarda a dargli consigli". Il quotidiano londinese coglie una certa "malinconia" nell'intervista rilasciata dal premier al settimanale di sua proprietà "Chi", quando ricorda che nell'ultimo anno ha perso la madre e la sorella, oltre a sua moglie per il divorzio.
L'articolo si conclude con una suddivisione degli schieramenti all'interno del governo. I ministri la cui sopravvivenza politica dipende da Berlusconi sono i più accesi nel difenderlo: come Maurizio Sacconi (Lavoro), Claudio Scajola (Sviluppo Economico), Franco Frattini (Esteri). Le donne, incluse Maria Carfagna (Pari Opportunità) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente), gli sono fedeli, ma nelle "attuali circostanze", ovvero nel mezzo di uno scandalo a base di call-girls e incontri con minorenni, "sono a disagio a parlare" in sua difesa. "Poi ci sono figure chiave che sono rimaste per lo più in silenzio, vedendo un futuro oltre Berlusconi, con la speranza che una successione sia ordinata". Gianni Letta, scrive il FT, sta già facendo di fatto le funzioni di primo ministro. Giulio Tremonti, il ministro delle Finanze, ha il vantaggio di stretti legami con la Lega Nord.
Ma le fonti interpellate dal quotidiano della City notano un serio ostacolo alle dimissioni del premier, a parte la sua ostinazione personale: l'immunità dalle incirminazioni, varata dalla sua larga maggioranza in parlamento, "dura solo fino a quando lui rimane in carica".
Un secondo articolo, sempre sul Financial Times, firmato da James Blitz, ex-corrispondente da Roma e ora corrispondente diplomatico, osserva che la questione critica per i governi occidentali non è tanto che Berlusconi si stia "gravemente danneggiando" a causa dei suoi legami con "modelle e starlette", non è quello che egli fa nella sua vita privata, ma se può aiutarli a risolvere i pressanti problemi con cui si confrontano gli Usa e l'Unione Europea. Per Barack Obama, Berlusconi è un leader con cui "è necessario mettersi d'accordo", e il FT cita l'impegno militare italiano in Afghanistan e la recente decisione del premier di accettare nel nostro paese alcuni detenuti di Guantanamo a testimonianza dell'importanza che l'Italia ha per Washington. "Ma Obama è chiaramente meno preso da Berlusconi di quanto fosse George W. Bush", prosegue l'articolo, rilevando come il presidente americano abbia incontrato vari leader nel suo tour europeo in aprile, ma non il premier italiano.
La minore influenza di Berlusconi sull'America "non è interamente colpa sua", afferma una fonte diplomatica consultata da Blitz: oggi in Francia e in Germania ci sono governi più pro-americani rispetto a due anni fa, e dunque gli Usa hanno meno bisogno del sostegno italiano. In più, ci sono azioni intraprese da Berlusconi che lo hanno reso "un alleato difficile". Una è la sua decisione di firmare un accordo con la Russia per portare il gas in Europa, in competizione con un gasdotto occidentale che passerà dal'Asia Centrale. "Il sostegno di Berlusconi per Putin su questo causa molta rabbia a Washington e Bruxelles" dice un diplomatico della Ue. Altri aspetti dello stile di Berlusconi che irritano gli Usa e la Ue sono "la sua ossessione di poter essere un mediatore tra Obama e il suo amico Putin" e il tentativo di stabilire un dialogo autonomo con l'Iran. Non ultima, la sua decisione di tenere il summit del G8 all'Aquila "sta provocando nervosismo" nelle capitali mondiali. Riassume il Ft nel titolo: pur alleato indispensabile, Berlusconi "sta mettendo alla prova la pazienza di Usa e Ue".
Il Times. Un altro articolo di rilievo appare oggi sulla stampa britannica: una news analysis di Richard Owen, il corrispondente da Roma, sul Times, che commenta il "grande vantaggio" di cui Berlusconi dispone come proprietario e controllore politico dei media, in particolare televisivi. "Se Berlusconi dovesse dimettersi domani", comincia l'articolo, "la grande maggioranza degli italiani che ricevono le informazioni solo dalla tivù ne saprebbero poco o nulla". Owen riporta il fatto, di cui l'opinione pubblica britannica e mondiale non sono perfettamente a conoscenza, che Berlusconi possiede i tre canali televisivi di Mediaset e controlla la maggior parte dell'informazione televisiva della Rai in quanto capo della coalizione di governo.
L'analisi del Times nota che il Tg1, "il principale telegiornale Rai", ha ignorato o dato un basso profilo alle notizie sullo scandalo che riguarda il premier, e riferisce le critiche espresse dal presidente della Rai, Paolo Garimberti, ad Augusto Minzolini, direttore del Tg1, "per avere mancato di dare ai telespettatori l'informazione completa e trasparente che è richiesta al servizio pubblico".
Tra gli articoli sul caso Berlusconi pubblicati da altri giornali britannici, spicca poi la vignetta del Sun: un parcheggio pieno di limousine per il summit del G8, ciascuna con una bandierina della nazione che rappresenta sul cofano; quella italiana è letteralmente ricoperta di giovani ragazze maggiorate e seminude, che lavano la macchina brindando con calici di champagne.
L'Economist in edicola domani pubblica due articoli sul caso, più una replica del sottosegretario Bonaiuti. A quanto scrive l'Ansa, nell'articolo intitolato "Un conquistatore, non un utilizzatore finale", l'Economist si occupa degli ultimi sviluppi dell'inchiesta di Bari e scrive tra l'altro: "Gli italiani sono stati tenuti perlopiù all'oscuro sull'inchiesta di Bari, che è stata menzionata solo brevemente e in maniera obliqua sulle principali reti televisive".
Ricordando poi i paragoni fatti da Famiglia Cristiana con quanto avverrebbe in situazioni analoghe in altri paesi, il settimanale sottolinea: "Berlusconi è un uomo risoluto. Paragoni con altri paesi non serviranno a fargli cambiare idea. E nemmeno le richieste di dimissioni avranno eco tra i politici del suo partito: devono a lui la loro posizione. Berlusconi non ha mai avuto grande credito nei circoli internazionali. I suoi ultimi problemi susciteranno una risata tra i suoi ospiti al vertice G8 il mese prossimo. Ma è improbabile che si dimetta o che sia mandato via".
Il secondo articolo pubblicato dal settimanale economico è dedicato alla situazione finanziaria di Fininvest, definita particolarmente vulnerabile alla crisi.
Dalla Spagna agli States. L'attenzione è costante su tutta la stampa europea. El Mundo titola: La perdizione di Berlusconi. Un articolo in cui vengono ripropoposte le varie tappe della vicenda, con citazioni molto ampie dell'intervista a Patrizia D'Addario.
E la Cnn ha dedicato a Berlusconi un lungo servizio. "Ci sono abbastanza ragioni per dimettersi".
(25 giugno 2009) Tutti gli articoli di politica
Dall'estero ancora critiche e analisi sulla situazione del premier
Il Financial Times sostiene di aver consultato "alte fonti governative"
Ft: "Berlusconi scaricato dagli alleati"
Economist: "Al G8 rideranno di lui"
La Cnn: "Ci sono abbastanza ragioni per dimettersi"
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - Circondato dai malumori di chi gli è vicino. E accompagnato da una scarsa credibilità all'estero. Arrivano da Financial Times ed Economist le due ultime bordate contro Silvio Berlusconi. Che parlano di "alleati" del premier pronti ad immaginare un futuro senza di lui e della poca credibilità del Cavaliere all'estero.
Financial Times. "Non siamo ancora al fuggi fuggi, ma importanti alleati di Silvio Berlusconi nella coalizione di governo stanno già contemplando un futuro senza di lui". E' uno scoop che in Italia varrebbe la prima pagina, quello che il Financial Times pubblica stamane, dedicando una pagina intera (la nona) al tema "il futuro di Berlusconi". Parlando con "alte fonti governative" a Roma, il quotidiano finanziario londinese raccoglie un messaggio che a quanto pare qualcuno, dall'interno del centro destra, ha deciso sia tempo di far diventare pubblico, scegliendo come megafono il giornale universalmente riconosciuto come il più autorevole e imparziale d'Europa.
"Sussurri spaventano la coalizione italiana", s'intitola la news analysis di Guy Dinmore. "Fedeli sostenitori di Silvio Berlusconi negano che si sarà un "fuggi fuggi" (in italiano nel testo originale) come conseguenza degli scandali che circondano la sua vita privata, ma importanti alleati nella coalizione di centro destra italiana stanno già contemplando un futuro politico senza il loro leader". Parlando con il Ft a condizione di mantenere l'anonimato, queste "alte fonti di governo" premettono di non credere che il 72enne presidente del Consiglio si dimetterà "presto". Eppure "ministri chiave" stanno iniziando a "posizionarsi" per l'eventualità che rivelazioni più dannose lo inducano a dimettersi. "Questo è uno scenario completamente nuovo, il panorama sta mutando", dice al quotidiano della City una delle fonti governative.
Un'altra fonte, definita "un collaboratore" di Berlusconi, dice che il governo teme che i magistrati annunceranno l'apertura di un'indagine giudiziaria formale nei confronti del premier proprio mentre egli ospiterà in Italia i leader mondiali per il summit del G8 del mese prossimo. "Paralleli vengono tracciati", osserva il FT, con il 1994, quando un tribunale inoltrò una comunicazione giudiziaria per corruzione a Berlusconi mentre il premier, all'epoca nel suo primo mandato, ospitava una conferenza internazionale sulla lotta alla criminalità: "il suo governo", ricorda il giornale, "cadde un mese più tardi, quando la Lega Nord uscì dalla coalizione".
L'articolo aggiunge che vari ministri hanno paura che le affermazioni di Patrizia D'Addario, la escort che afferma di essere andato a letto con Berlusconi a Palazzo Grazioli la notte dell'elezione di Obama, quando dice di avere foto e registrazioni del suo incontro con il premier, "si rivelino vere e dannose", o che le accuse che riguardano Giampolo Tarantini, l'imprenditore pugliese che accompagnò la D'Addario da Berlusconi, "si allarghino".
La "dinamica è cambiata", dicono le stesse fonti al FT. Primo, "c'è la sensazione che l'ambizione di Berlusconi di diventare presidente della repubblica al termine del suo mandato da primo ministro sia stata infranta". Secondo, "le elezioni europee hano dimostrato che gli elettori si stanno allontanando" dal Pdl. Infine, "l'immagine internazionale dell'Italia è peggiorata" e la Chiesa cattolica sta cominciando a "fare pressioni". Nonostante la sua reputazione di anfitrione miliardario che vizia gli amici con doni e fantastiche feste, gli alleati di Berlusconi "lo descrivono come un uomo isolato, con nessuno che si azzarda a dargli consigli". Il quotidiano londinese coglie una certa "malinconia" nell'intervista rilasciata dal premier al settimanale di sua proprietà "Chi", quando ricorda che nell'ultimo anno ha perso la madre e la sorella, oltre a sua moglie per il divorzio.
L'articolo si conclude con una suddivisione degli schieramenti all'interno del governo. I ministri la cui sopravvivenza politica dipende da Berlusconi sono i più accesi nel difenderlo: come Maurizio Sacconi (Lavoro), Claudio Scajola (Sviluppo Economico), Franco Frattini (Esteri). Le donne, incluse Maria Carfagna (Pari Opportunità) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente), gli sono fedeli, ma nelle "attuali circostanze", ovvero nel mezzo di uno scandalo a base di call-girls e incontri con minorenni, "sono a disagio a parlare" in sua difesa. "Poi ci sono figure chiave che sono rimaste per lo più in silenzio, vedendo un futuro oltre Berlusconi, con la speranza che una successione sia ordinata". Gianni Letta, scrive il FT, sta già facendo di fatto le funzioni di primo ministro. Giulio Tremonti, il ministro delle Finanze, ha il vantaggio di stretti legami con la Lega Nord.
Ma le fonti interpellate dal quotidiano della City notano un serio ostacolo alle dimissioni del premier, a parte la sua ostinazione personale: l'immunità dalle incirminazioni, varata dalla sua larga maggioranza in parlamento, "dura solo fino a quando lui rimane in carica".
Un secondo articolo, sempre sul Financial Times, firmato da James Blitz, ex-corrispondente da Roma e ora corrispondente diplomatico, osserva che la questione critica per i governi occidentali non è tanto che Berlusconi si stia "gravemente danneggiando" a causa dei suoi legami con "modelle e starlette", non è quello che egli fa nella sua vita privata, ma se può aiutarli a risolvere i pressanti problemi con cui si confrontano gli Usa e l'Unione Europea. Per Barack Obama, Berlusconi è un leader con cui "è necessario mettersi d'accordo", e il FT cita l'impegno militare italiano in Afghanistan e la recente decisione del premier di accettare nel nostro paese alcuni detenuti di Guantanamo a testimonianza dell'importanza che l'Italia ha per Washington. "Ma Obama è chiaramente meno preso da Berlusconi di quanto fosse George W. Bush", prosegue l'articolo, rilevando come il presidente americano abbia incontrato vari leader nel suo tour europeo in aprile, ma non il premier italiano.
La minore influenza di Berlusconi sull'America "non è interamente colpa sua", afferma una fonte diplomatica consultata da Blitz: oggi in Francia e in Germania ci sono governi più pro-americani rispetto a due anni fa, e dunque gli Usa hanno meno bisogno del sostegno italiano. In più, ci sono azioni intraprese da Berlusconi che lo hanno reso "un alleato difficile". Una è la sua decisione di firmare un accordo con la Russia per portare il gas in Europa, in competizione con un gasdotto occidentale che passerà dal'Asia Centrale. "Il sostegno di Berlusconi per Putin su questo causa molta rabbia a Washington e Bruxelles" dice un diplomatico della Ue. Altri aspetti dello stile di Berlusconi che irritano gli Usa e la Ue sono "la sua ossessione di poter essere un mediatore tra Obama e il suo amico Putin" e il tentativo di stabilire un dialogo autonomo con l'Iran. Non ultima, la sua decisione di tenere il summit del G8 all'Aquila "sta provocando nervosismo" nelle capitali mondiali. Riassume il Ft nel titolo: pur alleato indispensabile, Berlusconi "sta mettendo alla prova la pazienza di Usa e Ue".
Il Times. Un altro articolo di rilievo appare oggi sulla stampa britannica: una news analysis di Richard Owen, il corrispondente da Roma, sul Times, che commenta il "grande vantaggio" di cui Berlusconi dispone come proprietario e controllore politico dei media, in particolare televisivi. "Se Berlusconi dovesse dimettersi domani", comincia l'articolo, "la grande maggioranza degli italiani che ricevono le informazioni solo dalla tivù ne saprebbero poco o nulla". Owen riporta il fatto, di cui l'opinione pubblica britannica e mondiale non sono perfettamente a conoscenza, che Berlusconi possiede i tre canali televisivi di Mediaset e controlla la maggior parte dell'informazione televisiva della Rai in quanto capo della coalizione di governo.
L'analisi del Times nota che il Tg1, "il principale telegiornale Rai", ha ignorato o dato un basso profilo alle notizie sullo scandalo che riguarda il premier, e riferisce le critiche espresse dal presidente della Rai, Paolo Garimberti, ad Augusto Minzolini, direttore del Tg1, "per avere mancato di dare ai telespettatori l'informazione completa e trasparente che è richiesta al servizio pubblico".
Tra gli articoli sul caso Berlusconi pubblicati da altri giornali britannici, spicca poi la vignetta del Sun: un parcheggio pieno di limousine per il summit del G8, ciascuna con una bandierina della nazione che rappresenta sul cofano; quella italiana è letteralmente ricoperta di giovani ragazze maggiorate e seminude, che lavano la macchina brindando con calici di champagne.
L'Economist in edicola domani pubblica due articoli sul caso, più una replica del sottosegretario Bonaiuti. A quanto scrive l'Ansa, nell'articolo intitolato "Un conquistatore, non un utilizzatore finale", l'Economist si occupa degli ultimi sviluppi dell'inchiesta di Bari e scrive tra l'altro: "Gli italiani sono stati tenuti perlopiù all'oscuro sull'inchiesta di Bari, che è stata menzionata solo brevemente e in maniera obliqua sulle principali reti televisive".
Ricordando poi i paragoni fatti da Famiglia Cristiana con quanto avverrebbe in situazioni analoghe in altri paesi, il settimanale sottolinea: "Berlusconi è un uomo risoluto. Paragoni con altri paesi non serviranno a fargli cambiare idea. E nemmeno le richieste di dimissioni avranno eco tra i politici del suo partito: devono a lui la loro posizione. Berlusconi non ha mai avuto grande credito nei circoli internazionali. I suoi ultimi problemi susciteranno una risata tra i suoi ospiti al vertice G8 il mese prossimo. Ma è improbabile che si dimetta o che sia mandato via".
Il secondo articolo pubblicato dal settimanale economico è dedicato alla situazione finanziaria di Fininvest, definita particolarmente vulnerabile alla crisi.
Dalla Spagna agli States. L'attenzione è costante su tutta la stampa europea. El Mundo titola: La perdizione di Berlusconi. Un articolo in cui vengono ripropoposte le varie tappe della vicenda, con citazioni molto ampie dell'intervista a Patrizia D'Addario.
E la Cnn ha dedicato a Berlusconi un lungo servizio. "Ci sono abbastanza ragioni per dimettersi".
(25 giugno 2009) Tutti gli articoli di politica
L’Imperialismo sequestra, i media tacciono
http://www.granma.cu/italiano/2009/junio/sabado27/imperialismo.html
chi sa dei 5 di Miami?
Bartolomé Sancho Morey*
JR-Lo scorso 15 Giugno i magistrati del Tribunale Supremo degli Statu Uniti hanno scritto un’altra pagina vergognosa della loro storia, dicendo NO alla petizione di una decina di premi Nobel, parlamentari, accademici e migliaia di personalità da tutto il mondo affinchè il caso dei Cinque Cubani incarcerati negli Stati Uniti potesse essere rivisto in un nuovo giudizio fuori da Miami, e nel rispetto di tutte le garanzie processuali.
Tra le personalità spagnole si trovavano gli ex Presidenti del Parlamento Europeo José Borrell Fontelles ed Enrique Barón Crespo, i Vicepresidenti Ángel Martínez e Willy Meyer, gli Eurodeputati Teresa Riera e Carlos Carnero, senza dimenticare il prestigioso ex Direttore Generale dell’UNESCO, Federico Mayor Zaragoza, personalità che non si può dire siano estremiste, nè collaboratrici del terrorismo, se non il contrario.
Sono sempre di più le persone nel mondo que, a dispetto del silenzio e della complicità imposta dalla maggio parte dei grandi mezzi di diffusione, specialmente negli Stati Uniti, e della pressione di entrambe le amministrazioni, democratiche o repubblicane-le due facce della stessa medaglia-sanno che il 12 Settembre del 1998 l’FBI, diretta dall’estrema destra statunitense, ed influenzata dalla mafia terrorista cubanoamericana di Miami, detenne cinque giovani Cubani. Cinque giovani professionisti il cui unico “reato”fu denunciare ed evitare atti terroristici contro il proprio Paese. Essi furono arrestati con false accuse e senza la minima prova di un azione di spionaggio contro gli Stati Uniti.
Fino a questo punto arriva la manipolazione e la totale mancanza di scrupoli relativa alla maniera in cui in questi oltre 10 anni è stato portato avanti un giudizio falso ed immorale, da parte di un “superpotente”imperialismo, nelle cui trame comincia a propagarsi il terrore che l’opinione pubblica, soprattutto la statunitense, conosca la verità su questo triste caso: chi sono i Cinque e quali sono i motivi della loro ingiusta ed immorale detenzione. Tutto ciò potrebbe convertirsi in un nuovo boomerang per Washington, così come avvenne per il caso del sequestro di Eliàn, da parte della stessa mafia.
Allora, quando l’informazione e la verità arrivarono all’opinione pubblica, fu lo stesso popolo statunitense, insieme con la grande maggioranza dei Cubani residenti in Florida che obbligarono il Governo statunitense a restituire il piccolo a Cuba.
Ciò che rende preoccupante, indignante ed immorale questa faccenda, è che tanto il FBI, quanto i governi di Bill Clinton, George Bush e Barack Obama – nel quale, diciamolo pure, erano state riposte molte speranze – sapevano e sanno che questa tragi-commedia è un ripugnante montaggio dell’estrema destra statunitense. Così come sanno che questi cinque compatrioti Cubani andarono negli Stati Uniti per ottenere informazioni sui piani delle organizzazioni terroriste con base operativa a Miami, come la Fondazione Nazionale Cubano-Americana, l’Alfa 66, il Cosiglio per la Libertà di Cuba Fratelli al Riscatto, etc., tutte di riconosciuta traiettoria delinquenziale.
Si ricorda che tali gruppi hanno causato, attraverso diversi sabotaggi, oltre che aggressioni contro Cuba, migliaia di morti, feriti, e grandi perdite economiche oltre ad aver collaborato con il contrabbando di armi, droghe e persone.
Nel migliore di casi, il Governo degli Stati Uniti ha fatto finta di non vedere, ma in alcune occasioni, ha appoggiato tali gesti senza vergogna e pubblicamente. Questo si deve chiamare, e di ciò sì, ci sono prove inconfutabili, terrorismo di Stato!
Non è casuale che la stessa ONU abbia giudicato il giudizio di Miami arbitrario ed assolutamente parziale. E neppure que il 9 Agosto del 2005, niente meno che la Corte d’Appello d’Atlanta, nella composizione di 3 magistrati, per niente sospettati di essere Castristi ,ma con etica professionale, all’unanimità abbia dequalificato il processo, decretando la realizzazione di un nuovo giudizio da tenersi in un’altra città, dopo aver considerato che a Miami si commisero numerose violazioni relativamente al procedimento penale, incluse nella richiesta d’appello della difesa, come la manipolazione della giuria, dei testimoni e delle prove.
Perché quindi prevale tanta menzogna? Perché tanto terrore della verità?
*Giornalista spagnolo (Traduzione Granma Int.)
chi sa dei 5 di Miami?
Bartolomé Sancho Morey*
JR-Lo scorso 15 Giugno i magistrati del Tribunale Supremo degli Statu Uniti hanno scritto un’altra pagina vergognosa della loro storia, dicendo NO alla petizione di una decina di premi Nobel, parlamentari, accademici e migliaia di personalità da tutto il mondo affinchè il caso dei Cinque Cubani incarcerati negli Stati Uniti potesse essere rivisto in un nuovo giudizio fuori da Miami, e nel rispetto di tutte le garanzie processuali.
Tra le personalità spagnole si trovavano gli ex Presidenti del Parlamento Europeo José Borrell Fontelles ed Enrique Barón Crespo, i Vicepresidenti Ángel Martínez e Willy Meyer, gli Eurodeputati Teresa Riera e Carlos Carnero, senza dimenticare il prestigioso ex Direttore Generale dell’UNESCO, Federico Mayor Zaragoza, personalità che non si può dire siano estremiste, nè collaboratrici del terrorismo, se non il contrario.
Sono sempre di più le persone nel mondo que, a dispetto del silenzio e della complicità imposta dalla maggio parte dei grandi mezzi di diffusione, specialmente negli Stati Uniti, e della pressione di entrambe le amministrazioni, democratiche o repubblicane-le due facce della stessa medaglia-sanno che il 12 Settembre del 1998 l’FBI, diretta dall’estrema destra statunitense, ed influenzata dalla mafia terrorista cubanoamericana di Miami, detenne cinque giovani Cubani. Cinque giovani professionisti il cui unico “reato”fu denunciare ed evitare atti terroristici contro il proprio Paese. Essi furono arrestati con false accuse e senza la minima prova di un azione di spionaggio contro gli Stati Uniti.
Fino a questo punto arriva la manipolazione e la totale mancanza di scrupoli relativa alla maniera in cui in questi oltre 10 anni è stato portato avanti un giudizio falso ed immorale, da parte di un “superpotente”imperialismo, nelle cui trame comincia a propagarsi il terrore che l’opinione pubblica, soprattutto la statunitense, conosca la verità su questo triste caso: chi sono i Cinque e quali sono i motivi della loro ingiusta ed immorale detenzione. Tutto ciò potrebbe convertirsi in un nuovo boomerang per Washington, così come avvenne per il caso del sequestro di Eliàn, da parte della stessa mafia.
Allora, quando l’informazione e la verità arrivarono all’opinione pubblica, fu lo stesso popolo statunitense, insieme con la grande maggioranza dei Cubani residenti in Florida che obbligarono il Governo statunitense a restituire il piccolo a Cuba.
Ciò che rende preoccupante, indignante ed immorale questa faccenda, è che tanto il FBI, quanto i governi di Bill Clinton, George Bush e Barack Obama – nel quale, diciamolo pure, erano state riposte molte speranze – sapevano e sanno che questa tragi-commedia è un ripugnante montaggio dell’estrema destra statunitense. Così come sanno che questi cinque compatrioti Cubani andarono negli Stati Uniti per ottenere informazioni sui piani delle organizzazioni terroriste con base operativa a Miami, come la Fondazione Nazionale Cubano-Americana, l’Alfa 66, il Cosiglio per la Libertà di Cuba Fratelli al Riscatto, etc., tutte di riconosciuta traiettoria delinquenziale.
Si ricorda che tali gruppi hanno causato, attraverso diversi sabotaggi, oltre che aggressioni contro Cuba, migliaia di morti, feriti, e grandi perdite economiche oltre ad aver collaborato con il contrabbando di armi, droghe e persone.
Nel migliore di casi, il Governo degli Stati Uniti ha fatto finta di non vedere, ma in alcune occasioni, ha appoggiato tali gesti senza vergogna e pubblicamente. Questo si deve chiamare, e di ciò sì, ci sono prove inconfutabili, terrorismo di Stato!
Non è casuale che la stessa ONU abbia giudicato il giudizio di Miami arbitrario ed assolutamente parziale. E neppure que il 9 Agosto del 2005, niente meno che la Corte d’Appello d’Atlanta, nella composizione di 3 magistrati, per niente sospettati di essere Castristi ,ma con etica professionale, all’unanimità abbia dequalificato il processo, decretando la realizzazione di un nuovo giudizio da tenersi in un’altra città, dopo aver considerato che a Miami si commisero numerose violazioni relativamente al procedimento penale, incluse nella richiesta d’appello della difesa, come la manipolazione della giuria, dei testimoni e delle prove.
Perché quindi prevale tanta menzogna? Perché tanto terrore della verità?
*Giornalista spagnolo (Traduzione Granma Int.)
Pasolini, Sabaudia e la società dei consumi
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9295
venerdì 26 giugno 2009
Aumenti produttivi e salari
avevo in archivio questo testo estratto nel luglio del 2008.
Aumenti produttivi così spartiti:
87% ai profitti, 13% ai salari
Stefano Bocconetti
C'è una data simbolo da cui far cominciare i bui, difficili anni '80. E' la sconfitta alla Fiat. Sconfitta sindacale che è ben presto diventata sconfitta politica, sociale, culturale, che ha segnato un intero decennio. Anche oggi si fanno i conti con un'altra sconfitta. Forse ancora più dura, più lacerante. E pure qui, forse, si può far risalire tutto ad una data: il 23 luglio del '93, quindici anni fa esatti. Quando il sindacato, tutto il sindacato - al più con qualche «mal di pancia» - firmò quell'accordo che introdusse il principio della «concertazione». E che cioè le trattative sindacali si potevano fare, ma solo dentro una cornice prefissata. Quella decisa dalle imprese. E si stabilì che il contratto nazionale doveva essere progressivamente svuotato, a favore dei contratti aziendali. Dove, dissero un po' tutti, si sarebbe redistribuita meglio la produttività. Come sono andate davvero le cose? Rifondazione Comunista nei giorni scorsi ha presentato alla Commissione lavoro della Camera dei deputati un dossier dettagliatissimo che contiene una fotografia oggettiva (sulla base di dati ufficiali, dell'Istat e degli altri principali istituti di studi e di statistica) della situazione economica italiana e di come il prezzo della crisi sia stato tutto pagato dai lavoratori dipendenti, e in particolare da alcuni di loro. Nel dossier, che è stato assunto come materiale di lavoro dalla Commissione, è contenuto un pacchetto di proposte molto articolato.
Partiamo dal contratto di lavoro, e dalla scelta di puntare tutto sui contratti aziendali. A conti fatti, è stata tutta una gigantesca bugia. Un'orrenda bugia. Il 95 per cento dei lavoratori non sa neanche cosa sia la contrattazione di fabbrica. Lavora in imprese troppo piccole, dove è consentito ignorare il sindacato aziendale. Non solo, ma anche il sindacato delle grandi fabbriche non ce la fa più. Visto che l'intensità della contrattazione aziendale s'è ridotta anche lì. E di tanto. Ai lavoratori, allora, restava solo il contratto nazionale per difendersi. Restava, al passato. Perché i numeri ci dicono che in appena cinque anni, gli ultimi cinque anni, la perdita del potere di acquisto è, mediamente, attorno a mille e duecentodieci euro. Ogni dipendente ha perso, insomma, uno stipendio all'anno.
Il risultato della crisi economica? No, anche questa è stata un'altra gigantesca bugia. E' stato solo il risultato delle scelte - politiche, economiche - imposte dalla Confindustria nostrana. A tutti i governi. La controprova è in quel che è avvenuto nel resto d'Europa. Nell'area dell'euro, le retribuzioni sono cresciute, nello stesso periodo, mediamente del dieci per cento, in Francia del 15, in Germania del cinque.
E dove sono finiti allora gli aumenti di produttività? Sono qui forse le cifre più spaventose, la fotografia del disastro. Quel disastro che il voto del 12 aprile si è limitato a fotografare. Dal 2003 al 2006, la produttività è cresciuta del 16,7 per cento. Non sono ritmi da Cina ma siamo da quelle parti. Bene, di questa crescita gigantesca, al lavoro è andato il tredici per cento, nulla. Alle imprese l'87. Ogni cento euro di ricchezza in più, ottantasette se le sono intascate le aziende. La lotta di classe c'è stata insomma. Solo che l'hanno vinta loro, le imprese. Ecco perché in cinque anni, i lavoratori hanno perso uno stipendio. Che diventa di più se ci si mettono anche i seicento euro di mancata restituzione del fiscal drag. Ecco perché un milione e settecentomila giovani - e in questa categoria rientra anche chi ha 34 anni - è «povero». Ufficialmente «povero», visto che questa è la definizione che usa anche l'Istat.
Resta da chiedersi due cose. Oggi in Parlamento c'è un'opposizione ufficiale che ha teorizzato e teorizza la fine dei conflitti nel lavoro. Veltroni quando esordì da segretario del piddì al Lingotto disse che non era più tempo di ideologie novecentesche, disse che gli interessi dell'impresa e dei lavoratori ormai coincidevano. Entrambi uniti dalla richiesta di maggior sviluppo. Loro, però, si sono presi l'87 per cento delle risorse. Ed è facile proporre una «tregua» quando si è preso tutto. L'altra domanda è davvero molto generica. Generica esattamente però come tanti commenti che si leggono qui e là sull'esaurimento del ruolo della sinistra. C'è chi arrivato addirittura a teorizzarne il superamento, l'inutilità. Discorsi da editoriali. Perché c'è una sinistra che, certo, paga il prezzo di non essere stata più capace di parlare alla sua gente. Ma di sinistra c'è bisogno. Lo dicono i numeri. E' poco ma è abbastanza per ricominciare.
Produttività, le imprese
si sono prese tutta la torta
Dal 1993 ad oggi a fronte di un'inflazione media annua del 3,2%, le retribuzioni contrattuali sono cresciute in media solo del 2,7%.
C'è uno scarto tra inflazione programmata e reale e, quindi, una perdita secca del potere d'acquisto dei salari.
Calcolo della perdita cumulata del potere d'acquisto tra il 2002 e il 2007
I confronti internazionali
La bassa crescita delle retribuzioni in Italia si rende ancora più evidente se confrontata con quella dei maggiori paesi europei. Come si vede dalla Tabella , dal 1998 al 2006, cioè nel periodo dell'ingresso nell'Area-euro, le retribuzioni di fatto reali nel nostro paese sono rimaste sostanzialmente stabili, mentre negli altri paesi si registravano tassi di crescita nettamente superiori: il 10% in media nell'area dell'euro, oltre il 15% in Francia e nel Regno Unito, il 5% in Germania, nonostante il sostanziale congelamento salariale degli anni 2000.
Retribuzioni Lorde di fatto Reali- Industria manifatturiera - Valuta Nazionale
(deflazionate con il Deflatore dei Consumi Privati)
I giovani
Ad aggravare la questione salariale e ad abbassare il livello delle retribuzioni medie e del loro
tasso di crescita c'è la questione giovanile. Proprio su quest'ultimo tema le nostre rilevazioni ci dicono che:
a) un apprendista, in età compresa tra i 15 e i 24 anni, guadagna mediamente 737 euro netti mensili;
b) un collaboratore occasionale, in età compresa tra i 15 e i 34 anni, guadagna mediamente 769 euro netti mensili;
c) un co.co.pro. o co.co.co, in età compresa tra i 15 e i 34 anni, guadagna mediamente 899 euro netti mensili.
Anche secondo le ultime rilevazioni Istat, 1 milione 678mila giovani, in età compresa tra i 18 e i 34 anni (13,7%) sono poveri. Se il giovane è capofamiglia o coniuge, è in condizione di povertà relativa il 12,9%; il 45,8% se vive in coppia con tre o più figli. Le giovani coppie con figli a carico hanno un reddito medio annuo lordo di 26.540 euro, ma nel 32% dei casi si collocano nel primo quinto della distribuzione dei redditi (meno di 10mila euro). Il 41,3% delle coppie giovani senza figli, con un solo reddito, appartiene al primo quinto della distribuzione del reddito (meno di 10mila euro).
Le nuove disuguaglianze
Divisione della produttività tra salari e profitti
Nel periodo 1993-2006, su 16,7 punti percentuali di crescita di produttività in Italia, in termini reali, al lavoro sono andati solo 2,2, cioè secondo dati Istat il 13% della produttività è andato al lavoro e l'87% alle imprese.
Nell'industria in senso stretto, cioè nelle grandi e medie imprese del campione Mediobanca, i profitti netti per dipendente (redditività operativa + redditività finanziaria ordinaria, al netto delle imposte) nel periodo 1995 (indice 100) - 2006 hanno avuto la seguente evoluzione:
variazione media annua dei profitti netti per dipendente = + 8,1%
variazione media annua retribuzioni per dipendente = + 0,4 %
Nelle 1400 grandi imprese dell'industria del campione Mediobanca, dal 1995 al 2006, i profitti hanno registrato un + 89,5%, mentre, sempre nello stesso periodo i salari hanno registrato un + 4,8%.
Paga mensile netta
SETTORE METALMECCANICO (INDUSTRIA)
OPERAIO 3°LIVELLO
13.204,18 : 13 = 1015,70 netto mensile
SETTORE METALMECCANICO (INDUSTRIA)
IMPIEGATO 5° LIVELLO
14.385,64 : 13 = 1106,58 netto mensile
SETTORE COMMERCIO
OPERAIO 5° LIVELLO
13.584,42 : 13 = 1044,95
SETTORE COMMERCIO
IMPIEGATO 3° LIVELLO
15.470 : 13 = 1.190,00 netto mensile
SETTORE DELLA SCUOLA
ASSISTENTE AMMINISTRATIVO CON ANZIANITÀ DA 9 A 14 ANNI
13.896,6 : 13 = 1.068,96 netto mensile
SETTORE DELLA SCUOLA
DOCENTE DIPLOMATO ISTITUTO SECONDARIO II GRADO CON ANZIANITÀ DA 9 A 14 ANNI
16.362,4 : 12 = 1.363,5 netto mensile
SETTORE SANITA' PUBBLICA
OPERATORE TECNICO ASSISTENZIALE
13.482,39 : 13 = 1.037,10 netto mensile
SETTORE SANITA' PUBBLICA
ASSISTENTE TECNICO
15.097,3 : 13 = 1.161,33 netto mensile
SALARI AL NORD E AL SUD DEL PAESE
Nel dibattito odierno è tornata prepotentemente in auge la questione della gabbie salariali.
Le gabbie salariali erano il meccanismo vigente in Italia fino al 1969, che differenziava i livelli salariali, su base regionale, rendendoli minori al Sud rispetto al Nord, sulla base del concetto per cui, con mercati locali dei beni e dei servizi ancora relativamente poco integrati, il costo della vita fosse più basso al Sud, e che a questo dovesse corrispondere un minore livello salariale nominale. Nel 1969 le gabbie salariali vennero abolite. C'è un dato che non si può negare: grazie all'azione della contrattazione di secondo livello - presente al Nord e quasi del tutto assente al Sud - i salari odierni restano sensibilmente differenziati. I dati dell'Istat indicano che il costo del lavoro per dipendente nell'industria in senso stretto nel Mezzogiorno è circa l'81% del valore del Centro-Nord.
C'è chi sostiene, però, che anche i prezzi sono decisamente diversi tra il Nord e il Sud del paese. Questa affermazione viene smentita sempre dall'Istat, secondo cui la variazione dei prezzi nelle città mostra che la dinamica inflattiva nell'ultimo decennio (dati febbraio 2008, base 1998=100) è stata molto omogenea nel paese. Questo dice chiaramente che le variazioni sono del tutto simili; anzi, se l'indice Italia è 123,4, a Napoli è 126,2 (seconda dopo Torino) e a Firenze 119,6 (ultima).
Il 28 maggio 2008 è stato presentato il rapporto annuale dell'Istat, da cui emerge che il reddito pro capite dei cittadini italiani è crollato del 13% rispetto ai paesi dell'Unione Europea e la disparità dei redditi tocca picchi che non hanno eguali in Europa.
Sempre secondo l'Istituto di ricerca, il 28% dei nuclei familiari non riesce a far fronte ad una spesa imprevista, il 66,1% non è in grado di risparmiare, il 34,7% ha seri problemi a far quadrare il bilancio domestico. Su questo quadro inquietante intervengono pesantemente le rate dei muti che arrivano ad incidere sul bilancio in media 559 euro (il 19,2% contro il 16% dello scorso anno).
Anche il rapporto annuale dell'Istat segna un paese diviso in due: il reddito medio mensile delle famiglie italiane è di 2.513 euro al Nord, di 2.458 euro al centro, di 1.921 euro al Sud.
Anche per questo assistiamo oggi a una massiccia nuova immigrazione dal Sud al Nord del paese.
Il 10 luglio del 2007, l'Ansa descrive così il Rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno: « L'emigrazione dal Sud torna ai livelli degli anni 60. Lo rileva il rapporto annuale Svimez indicando che "nel 2004, in base agli ultimi dati disponibili, sono stati circa 270mila i trasferimenti dal Sud al Nord (stabili 120mila e temporanei 150mila)". "Numeri molto elevati, se si pensa che negli anni di massima intensità migratoria 1961-63 la quota raggiunse i 295mila". Dati che preoccupano anche perché "la prevalente emigrazione di giovani meridionali scolarizzati, inoltre, depaupera ulteriormente le possibilità di sviluppo dell'area". Sono invece "stabili i trasferimenti Nord-Sud, fermi intorno alle 60mila unità e poco sensibili all'evoluzione dell'economia". Lombardia, Emilia Romagna e Lazio, si legge nel rapporto Svimez, "restano le tre regioni preferite dai nuovi emigranti. L'emigrato tipo ha tra i 25-29 anni , quasi la metà ha un titolo di studio medio-alto (diploma superiore il 36,3% e laurea il 13,1%)". Hanno lasciato la Campania in 38mila, la Sicilia in 28,6mila, la Puglia in 21,5mila, la Calabria in 17,8mila. Tanti, circa 151mila, anche "i pendolari di lungo raggio che nel 2006 si sono spostati dalle aree d'origine. Circa il 60% ha meno di 35 anni. Nel 50% dei casi i pendolari svolgono al Centro-Nord professioni di livello elevato e nel 38% mansioni di livello intermedio, a conferma del fatto che il sistema produttivo meridionale si conferma incapace ad assorbire l'offerta di lavoro più qualificata". »
2008: 8 MILIONI DI LAVORATORI CON IL CONTRATTO SCADUTO
All'inizio del 2008 i lavoratori senza contratto erano circa 10 milioni. Ad oggi, dopo la sigla del contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici (1,5 milioni di dipendenti) dei lavoratori del settore gas e luce, degli edili, dei tessili i contratti scaduti interessano circa 8 milioni di dipendenti.
CONTRATTI RINNOVATI 1 GENNAIO 2007 - 30 GIUGNO 2008
I CONTRATTI DA RINNOVARE
TRATTAMENTI ECONOMICI PER I PRINCIPALI CONTRATTI RINNOVATI
1 GENNAIO 2007 - 30 GIUGNO 2008
Come di evince dai dati, l'aumento medio a regime derivante dai contratti nazionali di lavoro è di circa 100 euro lordi (ad eccezione del credito). Tolte le trattenute fiscali e i contributi previdenziali, gli aumenti netti sono di circa 65 euro mensili, scaglionati in più tranches.
E' evidente che si tratta di incrementi assolutamente inadeguati a recuperare il potere d'acquisto dei salari.
C'è poi un problema che riguarda il ritardo a volte clamoroso con cui spesso si rinnovano i contratti, sia nel pubblico che nel privato (è significativo l'esempio del contratto dei lavoratori del settore tessile artigiano, scaduto nel 2000 e rinnovato otto anni dopo).
Per questo è indispensabile che gli aumenti salariali vengano calcolati a partire dal giorno successivo la data di scadenza del contratto (indipendentemente da quando viene rinnovato) e che vengano stabiliti sulla base di indici che consentano il recupero del potere d'acquisto dei salari e prevedano la redistribuzione di una parte della ricchezza prodotta.
E' il contrario di ciò che propone Confindustria, che mira a ridurre il salario contrattato a livello nazionale generando un gigantesco problema sociale.
LA CONTRATTAZIONE DI SECONDO LIVELLO
CONTRATTAZIONE AZIENDALE
La struttura contrattuale disegnata dall'accordo del 23 luglio 1993 assegna un ruolo potenzialmente rilevante, anche per la determinazione del salario, alla contrattazione di secondo livello.
Purtroppo, però, la stragrande maggioranza dei lavoratori beneficia solo del contratto nazionale.
Questo dipende in parte dalla classe dimensionale della imprese italiane. Il 95% delle aziende, infatti, ha tra 1 e 9 addetti: in queste realtà non esiste contrattazione di secondo livello.
Sulla diffusione della contrattazione aziendale le informazioni sono scarse e frammentate, non esistono rilevazioni ufficiali, salvo quelle condotte a cadenza irregolare dall'Istat e dalla Banca d'Italia su un campione di aziende manifatturiere sopra i 50 addetti e alcune analisi del Cnel.
Il Rapporto del Cnel, che ha preso in esame le principali tendenze della contrattazione tra il 1998 e il 2006, evidenzia una flessione dell'intensità della contrattazione.
La tendenza al declino si manifesta sia nelle imprese di dimensioni maggiori, quelle che hanno più di 1000 dipendenti, che per quelle minori (quelle che hanno tra i 100 e i 999 dipendenti), mentre è praticamente inesistente nelle piccole aziende.
Per i diversi settori presi in esame si evidenziano delle punte massime di intensità di contrattazione in corrispondenza alle stagioni di rinnovo della contrattazione integrativa - nel 2000 e nel 2004 per i metalmeccanici; nel 1998 e nel 2002 per gli alimentaristi; nel 2000 e nel 2003 per la chimica - ma sempre restando all'interno di una tendenza alla flessione dell'intensità della contrattazione.
Mentre attorno al 1998 le aziende dove è stata fatta contrattazione di secondo livello varia tra il 20% e il 30%, nel 2006 la percentuale non supera il 15%.
Su una flessione di queste proporzioni hanno influito sia le difficoltà di ordine economico che le difficoltà delle relazioni industriali che hanno prodotto uno slittamento delle stagioni di contrattazione integrativa dal momento che le parti sociali erano impegnate ad affrontare le pesanti ristrutturazioni e le corpose delocalizzazioni all'estero che hanno caratterizzato il periodo.
Oltre alla diffusione, c'è il merito della contrattazione: secondo l'Istat la grande maggioranza degli accordi sottoscritti riguarda voci retributive: nel settore privato la contrattazione aziendale ha implicato effetti sul salario per quasi l'80% dei dipendenti interessati agli accordi.
Sul salario influiscono i premi di risultato. Dall'indagine emerge che l'incidenza media del premio di risultato (il più delle volte variabile) sul complesso della retribuzione lorda è di circa il 3%.
CONTRATTAZIONE TERRITORIALE
Un rapporto del Cnel ci permette di fare una analisi della contrattazione territoriale.
Tra il 1996 e il 2003 gli accordi territoriali sottoscritti sono stati 571.
Il rapporto evidenzia uno scarto tra Nord, Centro e Sud del Paese: più della metà dei contratti territoriali (il 55%) è concentrata al Nord, mentre al Centro sono stati stipulati il 23% dei contratti e al Sud il 22%.
La contrattazione territoriale è diffusa nei settori dell'edilizia (38%) e nell'agricoltura (31%).
Nel comparto dell'artigianato i contratti siglati corrispondono al 18% e nell'area del commercio e del turismo all'8%.
Nell'industria la contrattazione territoriale è pressoché inesistente.
I dati (571 accordi in 7 anni) ci dicono che quello della contrattazione territoriale è un fenomeno non generalizzato.
LE PROPOSTE DI RIFONDAZIONE
Il 23 luglio del 1993 venne siglato il protocollo sulla politica dei redditi che, dopo la liquidazione della scala mobile, inaugurava una nuova stagione di relazioni tra le parti caratterizzata dalla "concertazione".
Di quell'intesa, tuttora in vigore, - che aveva tra i suoi obiettivi la crescita dei salari legata anche alla produttività e alla ricchezza prodotta - oggi è possibile fare un bilancio. Un bilancio assolutamente negativo: le retribuzioni da lavoro dipendente hanno perso oltre dieci punti percentuali a favore dei profitti e delle rendite, che hanno subito un'impennata senza precedenti.
Negli ultimi anni, lo spostamento dai salari alle rendite della ricchezza prodotta ha introdotto nel nostro paese una nuova "categoria": la lavoratrice e il lavoratore poveri.
Contemporaneamente, secondo la Banca d'Italia, nel nostro paese, il 10% delle famiglie detiene circa il 50% della ricchezza nazionale e i guadagni dei dirigenti e dei manager sono 120 volte quelli medi.
La questione salariale del lavoro dipendente si fa dirompente perché alla miseria delle retribuzioni va sommata l'impennata vertiginosa dei prezzi e delle tariffe, lo scandaloso aumento degli affitti e dei mutui, la riduzione dello stato sociale che costringe le lavoratrici e i lavoratori ad "acquistare" dal privato beni e servizi (a partire da quelli sanitari).
In questo quadro in Italia si sta discutendo di riforma del modello contrattuale, in un contesto anche "geografico" assai diverso rispetto al luglio del 1993: l'Europa unita che emana leggi e direttive che i governi nazionali hanno l'obbligo di recepire.
Senza nulla togliere alla necessità di mantenere e rafforzare i contratti nazionali di lavoro e la contrattazione di secondo livello, a nostro avviso è indispensabile ragionare su scala europea.
Per questo suggeriamo alle parti sociali di attivare le rispettive organizzazioni a livello europeo (che a nostro avviso vanno fortemente sburocratizzate) per la definizione di un "contratto europeo".
Per noi il contratto europeo:
deve stabilire sul salario soglie minime sotto le quali non è possibile andare e sull'orario tetti massimi, in modo da impedire la concorrenza al ribasso tra lavoratori, aziende, aree geografiche.
Individuiamo nella semplificazione del numero dei contratti un'altra esigenza, quindi, proponiamo di avviare un percorso che porti alla ricomposizione delle centinaia di contratti nazionali oggi esistenti.
Per noi i contratti nazionali:
possono essere tre, uno per ogni grande area: industria, servizi, pubblica amministrazione.
A una rinnovata e più efficace contrattazione va affiancata una politica fiscale più equa.
Per noi il contratto nazionale di lavoro:
può avere durata triennale;
deve rafforzare il suo carattere solidale e universale, definendo minimi salariali e di diritti non derogabili da altri livelli contrattuali e da applicare su tutto il territorio nazionale;
deve avere l'obiettivo di incrementare il valore reale delle retribuzioni e di ridistribuire parte della ricchezza prodotta;
deve contenere un meccanismo automatico annuale per il recupero del potere d'acquisto dei salari in relazione all'inflazione reale (l'indice Istat sui prodotti ad altra frequenza d'acquisto, dagli alimentari agli affitti, segna per il 2008 il 5.4% )
deve essere rinnovato alla scadenza prevista e deve contenere come clausola che gli aumenti definiti devono essere erogati tenendo come data di riferimento quella della scadenza e non del rinnovo.
Per noi la contrattazione di secondo livello:
può essere aziendale, di sito, di filiera o territoriale (fermo restando i due livelli);
deve essere estesa, generalizzata, esigibile;
deve poter intervenire su tutti gli elementi che compongono la prestazione lavorativa (organizzazione del lavoro, ritmi, orari) e sul salario i cui aumenti non devono avere carattere totalmente variabile;
non può in alcuna materia derogare a quanto previsto dal contratto nazionale;
deve avere una validità che copra l'arco di vigenza del contratto nazionale.
Per noi la politica fiscale:
deve prevedere la riduzione della pressione fiscale utilizzando anche le risorse provenienti dalla lotta all'evasione che - secondo dati apparsi sul Sole24Ore, sulla base dei nuovi valori Istat sull'economia sommersa - nel 2007 corrisponde da un minimo di 89 e un massimo di 100 miliardi. Sono dati che ripropongono le dimensioni minime e massime dell'economia sommersa, che stanno secondo l'Istat tra il 15,3% e il 16,9% del Pil. L'imposta più aggirata è l'Irpef che si attesta tra un minimo di 24,5 e un massimo di 27,6 miliardi non versati. Per ridurre di circa 100 euro al mese le tasse sul lavoro per 16 milioni di lavoratori dipendenti servono circa 15-16 miliardi di euro;
deve reintrodurre il fiscal drag;
deve detassare gli aumenti contrattuali;
deve prevedere la riduzione delle aliquote fiscali sul lavoro dipendente e sulle pensioni basse;
deve prevedere l'aumento al 20% (in Europa è al 23%) della tassazione delle grandi rendite finanziare e delle stock option, salvaguardando i piccoli patrimoni familiari;
devono introdurre il controllo dei prezzi, delle tariffe e delle addizionali locali.
Per noi servono nuove relazioni tra le parti
I problemi strutturali che rendono debole il sistema delle imprese sono legati:
alla dimensione delle aziende (il 95% delle quali ha meno di 9 dipendenti);
alla sottocapitolazione delle aziende;
alla pressoché totale assenza di investimenti in ricerca e innovazione sia di prodotto che di processo;
all'assenza di strutture finanziarie e istituzionali in grado di favorire l'esportazione dei prodotti del made in italy;
A questi elementi, sommati a una ripresa dell'inflazione di circa il 4% e ai clamorosi aumenti del prezzo del petrolio (che porteranno a rincari di prezzi e tariffe che decurteranno ulteriormente il potere d'acquisto dei salari), il Ministro del Lavoro risponde con misure che danneggiano sia i lavoratori che il sistema delle imprese.
La scelta di "rilanciare" la precarietà (ad esempio cancellando il tetto massimo di 36 mesi oltre al quale i lavoratori devono essere assunti a tempo indeterminato e reintroducendo il lavoro a chiamata) oltre a vanificare le poche azioni positive del precedente Governo, non risponde al principio secondo il quale una impresa per essere competitiva nei segmenti a medio e altro valore aggiunto ha bisogno di lavoratori stabili, formati, professionalizzati, motivati.
Dal punto di vista delle relazioni sindacali quello che propone il Ministro è il ritorno al passato: la cancellazione dell'autonomia dei lavoratori e delle loro organizzazioni e un modello di impresa sempre più piccola e frammentata, ossia l'esatto opposto di ciò che servirebbe oggi.
Per competere nelle fasce alte del mercato proponiamo:
la sburocratizzazione delle procedure;
un diverso accesso al credito;
incentivi alla crescita dimensionale e qualitativa delle aziende, alla ricerca e all'innovazione;
rapporti a tempo indeterminato e formazione continua per i lavoratori.
Per nuove relazioni tra le parti:
serve una legge sulla rappresentanza e sulla democrazia sindacale che consenta anche ai delegati dei lavoratori di intervenire nei luoghi dove si discutono e decidono i piani industriali e le strategie delle imprese, permettendo un confronto preventivo basato sulla conoscenza dei processi di trasformazione. E' necessario tanto più oggi, di fronte alle grandi ristrutturazioni che si preparano (da Alitalia a Telecom, all'intero settore degli elettrodomestici).
CONCLUSIONI
I dati sull'evoluzione dei salari e dei profitti dal 1993 al 2007, le cifre relative alla paga mensile netta dei lavoratori dipendenti dei quattro grandi comparti che abbiamo utilizzato come esempio, la comparazione dei salari italiani rispetto al resto d'Europa, le grandi differenze tra Nord e Sud del paese, quelle tra uomini e donne e tra giovani e meno giovani, l'analisi sui rinnovi dei contratti nazionali di lavoro e sulla contrattazione di secondo livello, ci portano ad una serie di considerazioni finali.
La prima rende paradossale l'idea proposta da alcuni per cui ad un ridimensionamento del contratto nazionale corrisponderebbe un aumento della contrattazione di secondo livello.
I dati dicono il contrario: ad un contratto nazionale sempre più debole nel recupero del potere d'acquisto ha corrisposto, nei quindici anni trascorsi, una riduzione quantitativa (in relazione sia al numero di aziende che al numero dei lavoratori coinvolti) della contrattazione di secondo livello.
La seconda. Il fallimento dei propositi redistributivi dell'accordo del luglio 1993 attraverso una contrattazione aziendale con salario variabile.
La terza. La debolezza dei contratti nazionali di lavoro, che hanno a riferimento un indice di inflazione diverso da quello reale, a colmare la perdita di potere d'acquisto delle retribuzioni.
La quarta. La contrattazione aziendale di secondo livello, date anche le ridotte dimensioni della stragrande maggioranza delle imprese italiane, deve essere esigibile.
Di fronte a questi dati di realtà appare evidente la necessità di innovare il modello contrattuale scaturito dall'accordo del luglio 1993 rafforzando la funzione del contratto nazionale. L'idea di indebolirlo ulteriormente e di demandare al secondo livello la contrattazione di diritti universali e del salario, proprio per la difficoltà ad esercitare questa pratica appare strumentale all' impostazione che ha già prodotto molti danni: rispondere all'incapacità innovativa delle imprese italiane facendo leva su un unico, ormai incomprimibile elemento, il salario.
Per queste ragioni riteniamo che a una questione dirompente come quella salariale vada data risposta già dai prossimi mesi.
23/07/2008
Aumenti produttivi così spartiti:
87% ai profitti, 13% ai salari
Stefano Bocconetti
C'è una data simbolo da cui far cominciare i bui, difficili anni '80. E' la sconfitta alla Fiat. Sconfitta sindacale che è ben presto diventata sconfitta politica, sociale, culturale, che ha segnato un intero decennio. Anche oggi si fanno i conti con un'altra sconfitta. Forse ancora più dura, più lacerante. E pure qui, forse, si può far risalire tutto ad una data: il 23 luglio del '93, quindici anni fa esatti. Quando il sindacato, tutto il sindacato - al più con qualche «mal di pancia» - firmò quell'accordo che introdusse il principio della «concertazione». E che cioè le trattative sindacali si potevano fare, ma solo dentro una cornice prefissata. Quella decisa dalle imprese. E si stabilì che il contratto nazionale doveva essere progressivamente svuotato, a favore dei contratti aziendali. Dove, dissero un po' tutti, si sarebbe redistribuita meglio la produttività. Come sono andate davvero le cose? Rifondazione Comunista nei giorni scorsi ha presentato alla Commissione lavoro della Camera dei deputati un dossier dettagliatissimo che contiene una fotografia oggettiva (sulla base di dati ufficiali, dell'Istat e degli altri principali istituti di studi e di statistica) della situazione economica italiana e di come il prezzo della crisi sia stato tutto pagato dai lavoratori dipendenti, e in particolare da alcuni di loro. Nel dossier, che è stato assunto come materiale di lavoro dalla Commissione, è contenuto un pacchetto di proposte molto articolato.
Partiamo dal contratto di lavoro, e dalla scelta di puntare tutto sui contratti aziendali. A conti fatti, è stata tutta una gigantesca bugia. Un'orrenda bugia. Il 95 per cento dei lavoratori non sa neanche cosa sia la contrattazione di fabbrica. Lavora in imprese troppo piccole, dove è consentito ignorare il sindacato aziendale. Non solo, ma anche il sindacato delle grandi fabbriche non ce la fa più. Visto che l'intensità della contrattazione aziendale s'è ridotta anche lì. E di tanto. Ai lavoratori, allora, restava solo il contratto nazionale per difendersi. Restava, al passato. Perché i numeri ci dicono che in appena cinque anni, gli ultimi cinque anni, la perdita del potere di acquisto è, mediamente, attorno a mille e duecentodieci euro. Ogni dipendente ha perso, insomma, uno stipendio all'anno.
Il risultato della crisi economica? No, anche questa è stata un'altra gigantesca bugia. E' stato solo il risultato delle scelte - politiche, economiche - imposte dalla Confindustria nostrana. A tutti i governi. La controprova è in quel che è avvenuto nel resto d'Europa. Nell'area dell'euro, le retribuzioni sono cresciute, nello stesso periodo, mediamente del dieci per cento, in Francia del 15, in Germania del cinque.
E dove sono finiti allora gli aumenti di produttività? Sono qui forse le cifre più spaventose, la fotografia del disastro. Quel disastro che il voto del 12 aprile si è limitato a fotografare. Dal 2003 al 2006, la produttività è cresciuta del 16,7 per cento. Non sono ritmi da Cina ma siamo da quelle parti. Bene, di questa crescita gigantesca, al lavoro è andato il tredici per cento, nulla. Alle imprese l'87. Ogni cento euro di ricchezza in più, ottantasette se le sono intascate le aziende. La lotta di classe c'è stata insomma. Solo che l'hanno vinta loro, le imprese. Ecco perché in cinque anni, i lavoratori hanno perso uno stipendio. Che diventa di più se ci si mettono anche i seicento euro di mancata restituzione del fiscal drag. Ecco perché un milione e settecentomila giovani - e in questa categoria rientra anche chi ha 34 anni - è «povero». Ufficialmente «povero», visto che questa è la definizione che usa anche l'Istat.
Resta da chiedersi due cose. Oggi in Parlamento c'è un'opposizione ufficiale che ha teorizzato e teorizza la fine dei conflitti nel lavoro. Veltroni quando esordì da segretario del piddì al Lingotto disse che non era più tempo di ideologie novecentesche, disse che gli interessi dell'impresa e dei lavoratori ormai coincidevano. Entrambi uniti dalla richiesta di maggior sviluppo. Loro, però, si sono presi l'87 per cento delle risorse. Ed è facile proporre una «tregua» quando si è preso tutto. L'altra domanda è davvero molto generica. Generica esattamente però come tanti commenti che si leggono qui e là sull'esaurimento del ruolo della sinistra. C'è chi arrivato addirittura a teorizzarne il superamento, l'inutilità. Discorsi da editoriali. Perché c'è una sinistra che, certo, paga il prezzo di non essere stata più capace di parlare alla sua gente. Ma di sinistra c'è bisogno. Lo dicono i numeri. E' poco ma è abbastanza per ricominciare.
Produttività, le imprese
si sono prese tutta la torta
Dal 1993 ad oggi a fronte di un'inflazione media annua del 3,2%, le retribuzioni contrattuali sono cresciute in media solo del 2,7%.
C'è uno scarto tra inflazione programmata e reale e, quindi, una perdita secca del potere d'acquisto dei salari.
Calcolo della perdita cumulata del potere d'acquisto tra il 2002 e il 2007
I confronti internazionali
La bassa crescita delle retribuzioni in Italia si rende ancora più evidente se confrontata con quella dei maggiori paesi europei. Come si vede dalla Tabella , dal 1998 al 2006, cioè nel periodo dell'ingresso nell'Area-euro, le retribuzioni di fatto reali nel nostro paese sono rimaste sostanzialmente stabili, mentre negli altri paesi si registravano tassi di crescita nettamente superiori: il 10% in media nell'area dell'euro, oltre il 15% in Francia e nel Regno Unito, il 5% in Germania, nonostante il sostanziale congelamento salariale degli anni 2000.
Retribuzioni Lorde di fatto Reali- Industria manifatturiera - Valuta Nazionale
(deflazionate con il Deflatore dei Consumi Privati)
I giovani
Ad aggravare la questione salariale e ad abbassare il livello delle retribuzioni medie e del loro
tasso di crescita c'è la questione giovanile. Proprio su quest'ultimo tema le nostre rilevazioni ci dicono che:
a) un apprendista, in età compresa tra i 15 e i 24 anni, guadagna mediamente 737 euro netti mensili;
b) un collaboratore occasionale, in età compresa tra i 15 e i 34 anni, guadagna mediamente 769 euro netti mensili;
c) un co.co.pro. o co.co.co, in età compresa tra i 15 e i 34 anni, guadagna mediamente 899 euro netti mensili.
Anche secondo le ultime rilevazioni Istat, 1 milione 678mila giovani, in età compresa tra i 18 e i 34 anni (13,7%) sono poveri. Se il giovane è capofamiglia o coniuge, è in condizione di povertà relativa il 12,9%; il 45,8% se vive in coppia con tre o più figli. Le giovani coppie con figli a carico hanno un reddito medio annuo lordo di 26.540 euro, ma nel 32% dei casi si collocano nel primo quinto della distribuzione dei redditi (meno di 10mila euro). Il 41,3% delle coppie giovani senza figli, con un solo reddito, appartiene al primo quinto della distribuzione del reddito (meno di 10mila euro).
Le nuove disuguaglianze
Divisione della produttività tra salari e profitti
Nel periodo 1993-2006, su 16,7 punti percentuali di crescita di produttività in Italia, in termini reali, al lavoro sono andati solo 2,2, cioè secondo dati Istat il 13% della produttività è andato al lavoro e l'87% alle imprese.
Nell'industria in senso stretto, cioè nelle grandi e medie imprese del campione Mediobanca, i profitti netti per dipendente (redditività operativa + redditività finanziaria ordinaria, al netto delle imposte) nel periodo 1995 (indice 100) - 2006 hanno avuto la seguente evoluzione:
variazione media annua dei profitti netti per dipendente = + 8,1%
variazione media annua retribuzioni per dipendente = + 0,4 %
Nelle 1400 grandi imprese dell'industria del campione Mediobanca, dal 1995 al 2006, i profitti hanno registrato un + 89,5%, mentre, sempre nello stesso periodo i salari hanno registrato un + 4,8%.
Paga mensile netta
SETTORE METALMECCANICO (INDUSTRIA)
OPERAIO 3°LIVELLO
13.204,18 : 13 = 1015,70 netto mensile
SETTORE METALMECCANICO (INDUSTRIA)
IMPIEGATO 5° LIVELLO
14.385,64 : 13 = 1106,58 netto mensile
SETTORE COMMERCIO
OPERAIO 5° LIVELLO
13.584,42 : 13 = 1044,95
SETTORE COMMERCIO
IMPIEGATO 3° LIVELLO
15.470 : 13 = 1.190,00 netto mensile
SETTORE DELLA SCUOLA
ASSISTENTE AMMINISTRATIVO CON ANZIANITÀ DA 9 A 14 ANNI
13.896,6 : 13 = 1.068,96 netto mensile
SETTORE DELLA SCUOLA
DOCENTE DIPLOMATO ISTITUTO SECONDARIO II GRADO CON ANZIANITÀ DA 9 A 14 ANNI
16.362,4 : 12 = 1.363,5 netto mensile
SETTORE SANITA' PUBBLICA
OPERATORE TECNICO ASSISTENZIALE
13.482,39 : 13 = 1.037,10 netto mensile
SETTORE SANITA' PUBBLICA
ASSISTENTE TECNICO
15.097,3 : 13 = 1.161,33 netto mensile
SALARI AL NORD E AL SUD DEL PAESE
Nel dibattito odierno è tornata prepotentemente in auge la questione della gabbie salariali.
Le gabbie salariali erano il meccanismo vigente in Italia fino al 1969, che differenziava i livelli salariali, su base regionale, rendendoli minori al Sud rispetto al Nord, sulla base del concetto per cui, con mercati locali dei beni e dei servizi ancora relativamente poco integrati, il costo della vita fosse più basso al Sud, e che a questo dovesse corrispondere un minore livello salariale nominale. Nel 1969 le gabbie salariali vennero abolite. C'è un dato che non si può negare: grazie all'azione della contrattazione di secondo livello - presente al Nord e quasi del tutto assente al Sud - i salari odierni restano sensibilmente differenziati. I dati dell'Istat indicano che il costo del lavoro per dipendente nell'industria in senso stretto nel Mezzogiorno è circa l'81% del valore del Centro-Nord.
C'è chi sostiene, però, che anche i prezzi sono decisamente diversi tra il Nord e il Sud del paese. Questa affermazione viene smentita sempre dall'Istat, secondo cui la variazione dei prezzi nelle città mostra che la dinamica inflattiva nell'ultimo decennio (dati febbraio 2008, base 1998=100) è stata molto omogenea nel paese. Questo dice chiaramente che le variazioni sono del tutto simili; anzi, se l'indice Italia è 123,4, a Napoli è 126,2 (seconda dopo Torino) e a Firenze 119,6 (ultima).
Il 28 maggio 2008 è stato presentato il rapporto annuale dell'Istat, da cui emerge che il reddito pro capite dei cittadini italiani è crollato del 13% rispetto ai paesi dell'Unione Europea e la disparità dei redditi tocca picchi che non hanno eguali in Europa.
Sempre secondo l'Istituto di ricerca, il 28% dei nuclei familiari non riesce a far fronte ad una spesa imprevista, il 66,1% non è in grado di risparmiare, il 34,7% ha seri problemi a far quadrare il bilancio domestico. Su questo quadro inquietante intervengono pesantemente le rate dei muti che arrivano ad incidere sul bilancio in media 559 euro (il 19,2% contro il 16% dello scorso anno).
Anche il rapporto annuale dell'Istat segna un paese diviso in due: il reddito medio mensile delle famiglie italiane è di 2.513 euro al Nord, di 2.458 euro al centro, di 1.921 euro al Sud.
Anche per questo assistiamo oggi a una massiccia nuova immigrazione dal Sud al Nord del paese.
Il 10 luglio del 2007, l'Ansa descrive così il Rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno: « L'emigrazione dal Sud torna ai livelli degli anni 60. Lo rileva il rapporto annuale Svimez indicando che "nel 2004, in base agli ultimi dati disponibili, sono stati circa 270mila i trasferimenti dal Sud al Nord (stabili 120mila e temporanei 150mila)". "Numeri molto elevati, se si pensa che negli anni di massima intensità migratoria 1961-63 la quota raggiunse i 295mila". Dati che preoccupano anche perché "la prevalente emigrazione di giovani meridionali scolarizzati, inoltre, depaupera ulteriormente le possibilità di sviluppo dell'area". Sono invece "stabili i trasferimenti Nord-Sud, fermi intorno alle 60mila unità e poco sensibili all'evoluzione dell'economia". Lombardia, Emilia Romagna e Lazio, si legge nel rapporto Svimez, "restano le tre regioni preferite dai nuovi emigranti. L'emigrato tipo ha tra i 25-29 anni , quasi la metà ha un titolo di studio medio-alto (diploma superiore il 36,3% e laurea il 13,1%)". Hanno lasciato la Campania in 38mila, la Sicilia in 28,6mila, la Puglia in 21,5mila, la Calabria in 17,8mila. Tanti, circa 151mila, anche "i pendolari di lungo raggio che nel 2006 si sono spostati dalle aree d'origine. Circa il 60% ha meno di 35 anni. Nel 50% dei casi i pendolari svolgono al Centro-Nord professioni di livello elevato e nel 38% mansioni di livello intermedio, a conferma del fatto che il sistema produttivo meridionale si conferma incapace ad assorbire l'offerta di lavoro più qualificata". »
2008: 8 MILIONI DI LAVORATORI CON IL CONTRATTO SCADUTO
All'inizio del 2008 i lavoratori senza contratto erano circa 10 milioni. Ad oggi, dopo la sigla del contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici (1,5 milioni di dipendenti) dei lavoratori del settore gas e luce, degli edili, dei tessili i contratti scaduti interessano circa 8 milioni di dipendenti.
CONTRATTI RINNOVATI 1 GENNAIO 2007 - 30 GIUGNO 2008
I CONTRATTI DA RINNOVARE
TRATTAMENTI ECONOMICI PER I PRINCIPALI CONTRATTI RINNOVATI
1 GENNAIO 2007 - 30 GIUGNO 2008
Come di evince dai dati, l'aumento medio a regime derivante dai contratti nazionali di lavoro è di circa 100 euro lordi (ad eccezione del credito). Tolte le trattenute fiscali e i contributi previdenziali, gli aumenti netti sono di circa 65 euro mensili, scaglionati in più tranches.
E' evidente che si tratta di incrementi assolutamente inadeguati a recuperare il potere d'acquisto dei salari.
C'è poi un problema che riguarda il ritardo a volte clamoroso con cui spesso si rinnovano i contratti, sia nel pubblico che nel privato (è significativo l'esempio del contratto dei lavoratori del settore tessile artigiano, scaduto nel 2000 e rinnovato otto anni dopo).
Per questo è indispensabile che gli aumenti salariali vengano calcolati a partire dal giorno successivo la data di scadenza del contratto (indipendentemente da quando viene rinnovato) e che vengano stabiliti sulla base di indici che consentano il recupero del potere d'acquisto dei salari e prevedano la redistribuzione di una parte della ricchezza prodotta.
E' il contrario di ciò che propone Confindustria, che mira a ridurre il salario contrattato a livello nazionale generando un gigantesco problema sociale.
LA CONTRATTAZIONE DI SECONDO LIVELLO
CONTRATTAZIONE AZIENDALE
La struttura contrattuale disegnata dall'accordo del 23 luglio 1993 assegna un ruolo potenzialmente rilevante, anche per la determinazione del salario, alla contrattazione di secondo livello.
Purtroppo, però, la stragrande maggioranza dei lavoratori beneficia solo del contratto nazionale.
Questo dipende in parte dalla classe dimensionale della imprese italiane. Il 95% delle aziende, infatti, ha tra 1 e 9 addetti: in queste realtà non esiste contrattazione di secondo livello.
Sulla diffusione della contrattazione aziendale le informazioni sono scarse e frammentate, non esistono rilevazioni ufficiali, salvo quelle condotte a cadenza irregolare dall'Istat e dalla Banca d'Italia su un campione di aziende manifatturiere sopra i 50 addetti e alcune analisi del Cnel.
Il Rapporto del Cnel, che ha preso in esame le principali tendenze della contrattazione tra il 1998 e il 2006, evidenzia una flessione dell'intensità della contrattazione.
La tendenza al declino si manifesta sia nelle imprese di dimensioni maggiori, quelle che hanno più di 1000 dipendenti, che per quelle minori (quelle che hanno tra i 100 e i 999 dipendenti), mentre è praticamente inesistente nelle piccole aziende.
Per i diversi settori presi in esame si evidenziano delle punte massime di intensità di contrattazione in corrispondenza alle stagioni di rinnovo della contrattazione integrativa - nel 2000 e nel 2004 per i metalmeccanici; nel 1998 e nel 2002 per gli alimentaristi; nel 2000 e nel 2003 per la chimica - ma sempre restando all'interno di una tendenza alla flessione dell'intensità della contrattazione.
Mentre attorno al 1998 le aziende dove è stata fatta contrattazione di secondo livello varia tra il 20% e il 30%, nel 2006 la percentuale non supera il 15%.
Su una flessione di queste proporzioni hanno influito sia le difficoltà di ordine economico che le difficoltà delle relazioni industriali che hanno prodotto uno slittamento delle stagioni di contrattazione integrativa dal momento che le parti sociali erano impegnate ad affrontare le pesanti ristrutturazioni e le corpose delocalizzazioni all'estero che hanno caratterizzato il periodo.
Oltre alla diffusione, c'è il merito della contrattazione: secondo l'Istat la grande maggioranza degli accordi sottoscritti riguarda voci retributive: nel settore privato la contrattazione aziendale ha implicato effetti sul salario per quasi l'80% dei dipendenti interessati agli accordi.
Sul salario influiscono i premi di risultato. Dall'indagine emerge che l'incidenza media del premio di risultato (il più delle volte variabile) sul complesso della retribuzione lorda è di circa il 3%.
CONTRATTAZIONE TERRITORIALE
Un rapporto del Cnel ci permette di fare una analisi della contrattazione territoriale.
Tra il 1996 e il 2003 gli accordi territoriali sottoscritti sono stati 571.
Il rapporto evidenzia uno scarto tra Nord, Centro e Sud del Paese: più della metà dei contratti territoriali (il 55%) è concentrata al Nord, mentre al Centro sono stati stipulati il 23% dei contratti e al Sud il 22%.
La contrattazione territoriale è diffusa nei settori dell'edilizia (38%) e nell'agricoltura (31%).
Nel comparto dell'artigianato i contratti siglati corrispondono al 18% e nell'area del commercio e del turismo all'8%.
Nell'industria la contrattazione territoriale è pressoché inesistente.
I dati (571 accordi in 7 anni) ci dicono che quello della contrattazione territoriale è un fenomeno non generalizzato.
LE PROPOSTE DI RIFONDAZIONE
Il 23 luglio del 1993 venne siglato il protocollo sulla politica dei redditi che, dopo la liquidazione della scala mobile, inaugurava una nuova stagione di relazioni tra le parti caratterizzata dalla "concertazione".
Di quell'intesa, tuttora in vigore, - che aveva tra i suoi obiettivi la crescita dei salari legata anche alla produttività e alla ricchezza prodotta - oggi è possibile fare un bilancio. Un bilancio assolutamente negativo: le retribuzioni da lavoro dipendente hanno perso oltre dieci punti percentuali a favore dei profitti e delle rendite, che hanno subito un'impennata senza precedenti.
Negli ultimi anni, lo spostamento dai salari alle rendite della ricchezza prodotta ha introdotto nel nostro paese una nuova "categoria": la lavoratrice e il lavoratore poveri.
Contemporaneamente, secondo la Banca d'Italia, nel nostro paese, il 10% delle famiglie detiene circa il 50% della ricchezza nazionale e i guadagni dei dirigenti e dei manager sono 120 volte quelli medi.
La questione salariale del lavoro dipendente si fa dirompente perché alla miseria delle retribuzioni va sommata l'impennata vertiginosa dei prezzi e delle tariffe, lo scandaloso aumento degli affitti e dei mutui, la riduzione dello stato sociale che costringe le lavoratrici e i lavoratori ad "acquistare" dal privato beni e servizi (a partire da quelli sanitari).
In questo quadro in Italia si sta discutendo di riforma del modello contrattuale, in un contesto anche "geografico" assai diverso rispetto al luglio del 1993: l'Europa unita che emana leggi e direttive che i governi nazionali hanno l'obbligo di recepire.
Senza nulla togliere alla necessità di mantenere e rafforzare i contratti nazionali di lavoro e la contrattazione di secondo livello, a nostro avviso è indispensabile ragionare su scala europea.
Per questo suggeriamo alle parti sociali di attivare le rispettive organizzazioni a livello europeo (che a nostro avviso vanno fortemente sburocratizzate) per la definizione di un "contratto europeo".
Per noi il contratto europeo:
deve stabilire sul salario soglie minime sotto le quali non è possibile andare e sull'orario tetti massimi, in modo da impedire la concorrenza al ribasso tra lavoratori, aziende, aree geografiche.
Individuiamo nella semplificazione del numero dei contratti un'altra esigenza, quindi, proponiamo di avviare un percorso che porti alla ricomposizione delle centinaia di contratti nazionali oggi esistenti.
Per noi i contratti nazionali:
possono essere tre, uno per ogni grande area: industria, servizi, pubblica amministrazione.
A una rinnovata e più efficace contrattazione va affiancata una politica fiscale più equa.
Per noi il contratto nazionale di lavoro:
può avere durata triennale;
deve rafforzare il suo carattere solidale e universale, definendo minimi salariali e di diritti non derogabili da altri livelli contrattuali e da applicare su tutto il territorio nazionale;
deve avere l'obiettivo di incrementare il valore reale delle retribuzioni e di ridistribuire parte della ricchezza prodotta;
deve contenere un meccanismo automatico annuale per il recupero del potere d'acquisto dei salari in relazione all'inflazione reale (l'indice Istat sui prodotti ad altra frequenza d'acquisto, dagli alimentari agli affitti, segna per il 2008 il 5.4% )
deve essere rinnovato alla scadenza prevista e deve contenere come clausola che gli aumenti definiti devono essere erogati tenendo come data di riferimento quella della scadenza e non del rinnovo.
Per noi la contrattazione di secondo livello:
può essere aziendale, di sito, di filiera o territoriale (fermo restando i due livelli);
deve essere estesa, generalizzata, esigibile;
deve poter intervenire su tutti gli elementi che compongono la prestazione lavorativa (organizzazione del lavoro, ritmi, orari) e sul salario i cui aumenti non devono avere carattere totalmente variabile;
non può in alcuna materia derogare a quanto previsto dal contratto nazionale;
deve avere una validità che copra l'arco di vigenza del contratto nazionale.
Per noi la politica fiscale:
deve prevedere la riduzione della pressione fiscale utilizzando anche le risorse provenienti dalla lotta all'evasione che - secondo dati apparsi sul Sole24Ore, sulla base dei nuovi valori Istat sull'economia sommersa - nel 2007 corrisponde da un minimo di 89 e un massimo di 100 miliardi. Sono dati che ripropongono le dimensioni minime e massime dell'economia sommersa, che stanno secondo l'Istat tra il 15,3% e il 16,9% del Pil. L'imposta più aggirata è l'Irpef che si attesta tra un minimo di 24,5 e un massimo di 27,6 miliardi non versati. Per ridurre di circa 100 euro al mese le tasse sul lavoro per 16 milioni di lavoratori dipendenti servono circa 15-16 miliardi di euro;
deve reintrodurre il fiscal drag;
deve detassare gli aumenti contrattuali;
deve prevedere la riduzione delle aliquote fiscali sul lavoro dipendente e sulle pensioni basse;
deve prevedere l'aumento al 20% (in Europa è al 23%) della tassazione delle grandi rendite finanziare e delle stock option, salvaguardando i piccoli patrimoni familiari;
devono introdurre il controllo dei prezzi, delle tariffe e delle addizionali locali.
Per noi servono nuove relazioni tra le parti
I problemi strutturali che rendono debole il sistema delle imprese sono legati:
alla dimensione delle aziende (il 95% delle quali ha meno di 9 dipendenti);
alla sottocapitolazione delle aziende;
alla pressoché totale assenza di investimenti in ricerca e innovazione sia di prodotto che di processo;
all'assenza di strutture finanziarie e istituzionali in grado di favorire l'esportazione dei prodotti del made in italy;
A questi elementi, sommati a una ripresa dell'inflazione di circa il 4% e ai clamorosi aumenti del prezzo del petrolio (che porteranno a rincari di prezzi e tariffe che decurteranno ulteriormente il potere d'acquisto dei salari), il Ministro del Lavoro risponde con misure che danneggiano sia i lavoratori che il sistema delle imprese.
La scelta di "rilanciare" la precarietà (ad esempio cancellando il tetto massimo di 36 mesi oltre al quale i lavoratori devono essere assunti a tempo indeterminato e reintroducendo il lavoro a chiamata) oltre a vanificare le poche azioni positive del precedente Governo, non risponde al principio secondo il quale una impresa per essere competitiva nei segmenti a medio e altro valore aggiunto ha bisogno di lavoratori stabili, formati, professionalizzati, motivati.
Dal punto di vista delle relazioni sindacali quello che propone il Ministro è il ritorno al passato: la cancellazione dell'autonomia dei lavoratori e delle loro organizzazioni e un modello di impresa sempre più piccola e frammentata, ossia l'esatto opposto di ciò che servirebbe oggi.
Per competere nelle fasce alte del mercato proponiamo:
la sburocratizzazione delle procedure;
un diverso accesso al credito;
incentivi alla crescita dimensionale e qualitativa delle aziende, alla ricerca e all'innovazione;
rapporti a tempo indeterminato e formazione continua per i lavoratori.
Per nuove relazioni tra le parti:
serve una legge sulla rappresentanza e sulla democrazia sindacale che consenta anche ai delegati dei lavoratori di intervenire nei luoghi dove si discutono e decidono i piani industriali e le strategie delle imprese, permettendo un confronto preventivo basato sulla conoscenza dei processi di trasformazione. E' necessario tanto più oggi, di fronte alle grandi ristrutturazioni che si preparano (da Alitalia a Telecom, all'intero settore degli elettrodomestici).
CONCLUSIONI
I dati sull'evoluzione dei salari e dei profitti dal 1993 al 2007, le cifre relative alla paga mensile netta dei lavoratori dipendenti dei quattro grandi comparti che abbiamo utilizzato come esempio, la comparazione dei salari italiani rispetto al resto d'Europa, le grandi differenze tra Nord e Sud del paese, quelle tra uomini e donne e tra giovani e meno giovani, l'analisi sui rinnovi dei contratti nazionali di lavoro e sulla contrattazione di secondo livello, ci portano ad una serie di considerazioni finali.
La prima rende paradossale l'idea proposta da alcuni per cui ad un ridimensionamento del contratto nazionale corrisponderebbe un aumento della contrattazione di secondo livello.
I dati dicono il contrario: ad un contratto nazionale sempre più debole nel recupero del potere d'acquisto ha corrisposto, nei quindici anni trascorsi, una riduzione quantitativa (in relazione sia al numero di aziende che al numero dei lavoratori coinvolti) della contrattazione di secondo livello.
La seconda. Il fallimento dei propositi redistributivi dell'accordo del luglio 1993 attraverso una contrattazione aziendale con salario variabile.
La terza. La debolezza dei contratti nazionali di lavoro, che hanno a riferimento un indice di inflazione diverso da quello reale, a colmare la perdita di potere d'acquisto delle retribuzioni.
La quarta. La contrattazione aziendale di secondo livello, date anche le ridotte dimensioni della stragrande maggioranza delle imprese italiane, deve essere esigibile.
Di fronte a questi dati di realtà appare evidente la necessità di innovare il modello contrattuale scaturito dall'accordo del luglio 1993 rafforzando la funzione del contratto nazionale. L'idea di indebolirlo ulteriormente e di demandare al secondo livello la contrattazione di diritti universali e del salario, proprio per la difficoltà ad esercitare questa pratica appare strumentale all' impostazione che ha già prodotto molti danni: rispondere all'incapacità innovativa delle imprese italiane facendo leva su un unico, ormai incomprimibile elemento, il salario.
Per queste ragioni riteniamo che a una questione dirompente come quella salariale vada data risposta già dai prossimi mesi.
23/07/2008
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