venerdì 26 giugno 2009

L'Artico può essere circumnavigato


Scioglimento record della calotta polare: aperti i passaggi di Nord Ovest e di Nord Est
Lo provano le foto dei satelliti. Studiosi: oceano senza ghiacci d'estate entro il 2030
L'Artico può essere circumnavigato
è la prima volta in 125mila anni


LONDRA - Per la prima volta a memoria d'uomo sarà possibile cirumnavigare l'intero Polo Nord. Foto satellitari scattate due giorni fa mostrano, scrive oggi l'Independent, che lo scioglimento dei ghiacci verificatosi la settimana scorsa ha finalmente aperto contemporaneamente sia il favoleggiato Passaggio a Nord-Ovest che il passaggio a Nord-Est. A dimostrarlo sono immagini scattate da satelliti Nasa. Il Passaggio Nord Ovest, nel territorio canadese, si è aperto nello scorso fine settimana, mentre l'ultima lingua di ghiaccio che ostruiva il Mare di Laptev, in Siberia, si è disciolta qualche giorno dopo.

È un evento clamoroso che, se da un lato corona il sogno secolare di generazioni di esploratori, navigatori e viaggiatori, dall'altro rappresenta un preoccupante segnale dell'accelerarsi del processo del riscaldamento globale. Sul breve periodo, naturalmente, la novità dovrebbe portare soltanto vantaggi alle varie compagnie di navigazione che per la prima volta nella storia potranno tagliare migliaia di miglia marine lungo le rotte tra il nord del Canada e la Russia.

Negli scorsi decenni, in varie occasioni si è verificata la situazione dell'apertura dell'uno o dell'altro passaggio ma mai, come in questi giorni, era accaduto che entrambe le due misteriose porte dell'artico si dischiudessero simultaneamente.

E' questo solo l'ultimo segnale della crisi dell'intero ecosistema artico. Solo pochi giorni fa, il National snow and ice data center (NSIDC) statunitense ha informato che quest'anno l'estensione globale del ghiaccio artico è prossima a battere il record record negativo, dello scorso anno, di 4,14 milioni di chilometri quadrati: un valore inferiore di oltre un milione di metri cubi al record precedente, fissato nell'estate 2005. In due anni, i ghiacci del Polo Nord si sono ritirati per un'estensione grande quattro volte l'Italia.


Quattro settimane fa, i turisti sono stati fatti evacuare dal Parco Nazionale Auyuittung, nell'Isola di Baffin, la grande isola del Nunavut canadese situata a occidente della Groenlandia, a causa dello scioglimento dei ghiacci: "Auyuittung", in lingua inuit, significa "terra che non scioglie mai"... E' di pochi giorni fa la vicenda dei nove orsi polari rimasti senza habitat e visti nuotare in mare aperto, seguita a breve da un immenso crollo nel ghiacciaio Petermann, in Groenlandia, in un'area che si riteneva ancora immune dagli effetti del global warming.

Ma la simultanea apertura del Passaggio Nord Ovest, intorno al Canada, e del Passaggio Nord Est, intorno alla Russia, a costituire un vero e proprio choc. Non accadeva, secondo i climatologi, da almeno 125mila anni. Dall'inizio dell'ultima era glaciale erano rimasti entrambi bloccati: nel 2005 si era aperto solo il Passaggio Nord Est, l'estate seguente era accaduto il contrario.

"I passaggi sono aperti, è un evento storico, ma con il quale dovremmo abituarci a convivere nei prossimi anni - ha confermato il professor Mark Serreze, uno specialista di mari ghiacciati del NSIDC, sottolineando però che le autorità marine dei Paesi interessati potrebbero essere riluttanti ad ammetterlo, per evitare di essere citate a giudizio dalle compagnie di navigazione, le cui imbarcazioni dovessero incontrare ghiaccio e subire danni".

Gli armatori però sono tutt'altro che disinteressati. Il "Beluga Group" di Brema, ad esempio, ha già fatto sapere che manderà navi dalla Germania al Giappone via Passaggio Nord Est, con un taglio netto di 4000 miglia nautiche, quasi 7.500 km, rispetto alla rotta tradizionale. E il premier canadese Stephen Harper ha già fatto sapere che chiunque volesse attraversare il Passaggio Nord Ovest dovrebbe fare riferimento ad Ottawa: un punto di vista, questo, che non piace agli Usa, che considerano quella parte di Artico acque internazionali.

I climatologi però rimarcano che simili dispute potrebbero essere irrilevanti, se il ghiaccio continuasse a sciogliersi al ritmo attuale. In tal caso, infatti, sarebbe possibile navigare direttamente attraverso il Polo Nord, completamente liberato dai ghiacci. Evento questo, che fino a poco tempo fa si riteneva possibile che dal 2070. Ora, però, molti studiosi indicano il 2030 come l'anno entro il quale l'Oceano Artico sarà completamente fluido in estate, mentre uno studio del professor Wieslaw Maslowski, della Naval Postgraduate School di Monterey, California, arriva a concludere che già dal 2013 il mare sarà completamente aperto da metà luglio a metà settembre. Il "punto di rottura", l'evento che ha ulteriormente accelerato il processo di scioglimento, è costituito dalla perdita-record di massa ghiacciata, dello scorso anno: le masse solide sono scese a un livello che non si attendeva fino al 2050, mandando all'aria tutti i calcoli prodotti fino a quel momento.

Quest'anno è andata un po' meglio, l'inverno è stato più freddo, e per un po' è sembrato che i ghiacci potessero difendere meglio le loro posizioni. Ma in agosto lo scioglimento ha subito un'improvvisa accelerazione e la scorsa settimana la superficie globale dell'Artico ricoperto di bianco era già al di sotto del livello minimo del 2005. Secondo l'Agenzia spaziale europea (Esa), in qualche settimana anche il record del 2007 sarà battuto. Uno studio recente dell'Università dell'Alberta dimostra che lo spessore dei ghiacci artici si è assottigliato della metà in soli sei anni. Ed è un processo che alimenta se stesso, perché man mano che la superficie bianca viene rimpiazzata dal mare, la superficie di quest'ultimo, più scura, assorbe via via più calore, contribuendo a riscaldare l'oceano e a sciogliere altro ghiaccio.

(31 agosto 2008)

L'embargo statunitense verso Cuba


non lo sapevo

giovedì 25 giugno 2009

Sinistra in crisi - La prima casamatta

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9284

di Giulietto Chiesa da il Manifesto del 24 giugno 2009

La descrizione di Asor Rosa sulle cause e responsabilità, politiche, personali e morali, che portarono al naufragio della “ Camera di Consultazione ” è esatta. Le cose sono andate così. Attardarsi in una polemica retrospettiva è pura perdita di tempo, anche perché significherebbe riaprire una discussione proprio con coloro che hanno creato il disastro e che rivelano, ogni giorno che passa, di non avere più la capacità intellettuale di partecipare a un qualsiasi rinnovamento.

Ripartire da quel processo è impossibile. Troppe cose sono cambiate, e si sono, in certo senso, chiarite. Anche sulla diagnosi dello stato delle cose a sinistra non avrei granché da aggiungere.

Ma l'idea della Camera di Consultazione non è da buttare via. Bisogna soltanto ridefinire chi è che vogliamo “consultare”. Chi deve prendere parte a questa consultazione.

I due, tre, quattro spezzoni della sinistra istituzionale (a sinistra del PD)? Naturalmente no.

È finita del tutto l'epoca in cui qualcuno deve e può “dare la linea”.

Ma l'Italia non è ancora morta intellettualmente e moralmente, nella sua io credo ancora maggioranza. In ogni caso questa Italia esiste, anche se non può essere considerata tutta, automaticamente, “sinistra”. Esistono centinaia di realtà che si sono già autonomizzate dalla politica della sinistra istituzionale. Sono milioni di cittadini ed elettori, senza guida e senza rappresentanza, ma esistono, eccome!

Il problema è che non esiste allo stato attuale delle cose un punto di riferimento politico, culturale, organizzativo. E non esisterà per un certo periodo di tempo.

Vediamo cosa significano questi tra aggettivi . I più “difficili” mi sembrano il primo e il secondo. Anche il terzo lo è, ma affrontati i primi due, potrebbe rivelarsi non insormontabile.

Un punto di riferimento politico e culturale nuovo è indispensabile. La sinistra è stata sconfitta perché ha sbagliato l'analisi della società italiana e del mondo globale. L'ha sbagliata perché non ha saputo studiare né la prima né il secondo. Non ha saputo fronteggiare l'irrompere della “società dello spettacolo”. Non ha saputo capire la portata della lotta contro il terrorismo internazionale (e per questo ha sacrificato il grande movimento contro la guerra) . Non ha capito l'11 settembre. Non ha visto la mutazione antropologica che accompagnava il passaggio dal cittadino produttore al consumatore compulsivo. Non ha compreso le trasformazioni strutturali del capitalismo finanziario mondiale. Ha accettato, senza dirselo e senza dircelo, la narrazione del mondo dei dominatori. Non ha visto niente e ha continuato a ripetere un messaggio morto con un linguaggio che è divenuto incomprensibile ai più.

La sconfitta viene da qui. Ed è qui che bisogna porre rimedio. Mettere insieme quattro ciechi non significa crearne un quinto che ci vede.

Il che significa produrre nuova conoscenza, nuova cultura. E, su queste basi, fondare un'agenda chiara di priorità. Sciogliendo prima di tutto i nodi che sono rimasti aggrovigliati nell'ideologia del passato e introducendo un nuovo livello di complessità. Poi costruendo una piattaforma comune a un vasto schieramento di pensieri e di valori. Infine proponendola al paese, a quella parte – solo allora potremo vedere quanto grande - del paese che l'attende.

Chi può organizzare questo percorso? Un gruppo di persone dotate di sapere e liberi da vincoli di partito. Diciamo super partes, che riscuotano larga fiducia, ai quali affidare il compito di organizzare il percorso e di fissare i punti dell'agenda da costruire. A suo tempo dissi su queste colonne che occorreva una Fondazione come terreno comune. Una “Fondazione per l'Alternativa”.

Certo che non è compito facile né rapido. Ma è un compito collettivo ineludibile. Ci sono le forze? Io credo che esistano e che vanno aiutate a unirsi.

Nessuno può e deve essere escluso da questo percorso. Purché accetti il principio che non ci sono, al momento, linee da attuare, ma che c'è prima di tutto la necessità di capire e, poi, di trovare una convergenza politico-culturale. Io proporrei ad Asor Rosa di mettere insieme un gruppo di persone che lo aiuti a svolgere questo ruolo iniziale.

Io sono convinto che, se si attuasse con coerenza questa prima parte del percorso, la questione organizzativa immediatamente successiva potrebbe essere affrontata. Che è quella di costruire una “maniglia” di riferimento comune alla miriade, davvero grande e interessante, di organismi, comitati, forme di lotta, che si muovono in molte aree del paese, ma non si vedono, non si sentono, perché sono isolate, perché non hanno voce, perché non possono raggiungere, ciascuna per conto proprio, la massa critica sufficiente per entrare nella narrazione conosciuta alle grandi masse.

Si capisce che sto parlando anche di un mezzo di comunicazione e di informazione nazionale, che esprima (che si prepari ad esprimere e comunicare) quell'agenda di cui parlavo poc'anzi.

Senza di esso nulla potrà essere costruito, che sia degno d'interesse. Non perché non si possano mettere in fila i punti di un'agenda reale dei problemi da risolvere per portare il paese fuori dal disastro, ma perché “se non si è trasmessi non si esiste”, quale che sia il valore di ciò che si dice.

La crisi nazionale è grave e potrebbe velocemente demolire il castello di carte bipartitico e fasullo che PD e Berlusconi hanno imposto al paese. I due sono avvinghiati nella caduta. L'unica cosa che non possiamo prevedere è quanto grande sarà il tonfo e quante macerie ci cadranno addosso. Altrettanto si deve dire della crisi economica mondiale, tutt'altro che terminata e che, anch'essa, si riverserà sulle teste dei milioni e miliardi di diseredati e di ceti medi.
Per tutto questo c'è l'urgenza di creare un punto di riferimento. Chiamiamolo una “casamatta”, da cui almeno resistere. Ci sono cose sulle quali, data l'attuale gravissima debolezza del campo democratico, non potremo influire se non marginalmente. Ma ce ne sono molte su cui possiamo agire. Tutto salvo perdere tempo in chiacchiere insulse sulle alleanze di governo con spezzoni di un mondo politico che comunque si frantumeranno in altri mille frammenti.

Sinistra in crisi - Alberto Asor Rosa

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20090617/pagina/01/pezzo/252573/?tx_manigiornale_pi1[showStringa]=asor%2Brosa&cHash=e684f3cf7e

Gli smemorati di sinistra


Con l'articolo che segue Il manifesto apre una discussione sul futuro dei «sinistrati». Nei prossimi giorni seguiranno le riflessioni di Paul Ginsborg, Luciano Gallino, Luigi Ferrajoli, Luciana Castellina, Piero Di Siena.
Il 15 gennaio 2005, preceduta da una campagna di stampa sul manifesto durata sei mesi, alla quale parteciparono le personalità più rilevanti della sinistra italiana, politici e intellettuali, si riunisce alla Fiera di Roma una grande Assemblea nazionale.
Un'assemblea, affollatissima ed entusiastica, che darà vita a quella che qualche giorno più tardi si definirà, - modestamente e ambiziosamente insieme - «Camera di consultazione della sinistra».
Compiti espliciti e teorizzati del neonato organismo sono: a) la riformulazione di un organico programma della sinistra radicale italiana, quale non era ancora uscito dalla fase convulsa post-1989; b) l'intenzione di mettere a confronto continuo ed organico società politica e società civile, politici e intellettuali, partiti e associazionismo, secondo una modalità, da tutti a parole auspicata, di «democrazia partecipativa»; c) l'avvio di un processo di fusione delle forze organizzate della sinistra radicale, allora molto più consistenti di oggi (nel titolo redazionale del mio articolo del 14 luglio 2004, con cui il manifesto dette inizio alla campagna suddetta, vi si accennava in forma interrogativa ma chiara: «Che fare di quel 15%?»). Aderirono in maniera attiva, oltre a molte associazioni politiche e culturali di base (mi piace ricordare con particolare rilievo il fiorentino «Laboratorio per la democrazia»), Rifondazione comunista, i Comunisti italiani, una componente significativa dei Verdi (Paolo Cento e altri). Vi svolsero un ruolo non irrilevante la Fiom e l'Arci. Vi partecipa attivamente Occhetto. Dà un contributo insostituibile Rossanda. Alle riunioni tematiche intervengono o collaborano Rodotà, Tronti, Ferrajoli, Dogliani, Magnaghi, Ginsborg, Serafini, Bolini, Lunghini, Gallino e altri.
Quando nell'aprile 2005 si tratta di fare un passaggio decisivo, - quello che consiste nel «mettere in comune» un certo numero di temi da discutere e di decisioni da prendere («dichiarazione d'intenti»), - nel corso di un'animata riunione presso la Casa delle culture di Roma, Fausto Bertinotti, improvvisamente e calorosamente, se ne chiama fuori. Una gentile signora, sua fedelissima, abbandonando la sala, mi passa accanto e affettuosamente mi sibila: «Bella come esperienza intellettuale ma la politica è un'altra cosa».
Mi rendo conto, naturalmente, che ognuno che abbia preso parte, attivamente e convintamente, ad una qualche esperienza, sia spinto ad attribuirle un'importanza eccessiva. Mi pare però che, obiettivamente, sia legittimo, a partire da questa, anche personale, disfatta, porre almeno due domande: 1) Quale altro serio tentativo di perseguire l'«unità della sinistra» è stato fatto successivamente? (spero che a nessuno venga in mente di tirar fuori l'aborto elettoralistico dell'Arcobaleno, che è esattamente il contrario di quel che io pensavo si dovesse fare); 2) è mai possibile che ci si ripropongano di volta in volta gli stessi problemi e non ci si chieda mai quale esperienza ne abbiamo già fatto, positivamente o negativamente, nel (talvolta immediato) passato? (sicché non si sa mai bene di chi e di cosa si parla).
La scelta bertinottiana, giusta o sbagliata che fosse (a me pare, naturalmente, che fosse drammaticamente sbagliata), consisteva nello scegliere senza esitazioni le «ragioni del Partito», del «suo» Partito, ovviamente, che, in base al sacro principio dell'autoreferenzialità del ceto politico italiano (di qualsiasi colore esso sia), coincidevano con quelle sue personali. I risultati delle elezioni del 2006, cui egli guardava, sembrarono perfino dargli ragione. Ma su di un periodo appena un po' più lungo, sono risultate catastrofiche.
Cercherò di dire ora, a scanso di equivoci, perché lo schema logico-politico della «Camera di consultazione», così nostalgicamente richiamato nelle righe precedenti, non sia più oggi riproponibile. Quello, in realtà, era un semplicissimo schema binario: bisognava costruire una sinistra radicale unitaria da affiancare in maniera tutt'altro che subalterna ad una sinistra moderata altrettanto unitaria, allo scopo di governare decentemente il paese, arginando la possente ondata berlusconiana.
Oggi le cose rispetto ad allora si sono estremamente complicate, da una parte come dall'altra (ha ragione Parlato a farlo rilevare). Lo schema binario non regge più, se non nei termini assolutamente generali della coppia «progresso-reazione» (sulla quale tuttavia tornerò più tardi). Le ragioni mi sembran queste: 1)fra le due componenti più consistenti (si fa per dire) della sinistra radicale le divergenze sono strategiche, e dunque incomponibili; 2)le forze che hanno dato vita alla lista «Sinistra e libertà» promettevano all'origine di rappresentare una seria alternativa riformista al, presunto, riformismo della cosiddetta sinistra moderata; da come stanno andando le cose, rischiano di fungere solo, al centro come, soprattutto, in periferia, da gambetta di sinistra del Pd; 3)il Pd non è, come dichiarava di voler essere, il partito della sinistra moderata, o di un centro-sinistra moderato o di un moderato riformismo: è invece un qualcosa che rischia sempre più di sparire come tale per la sua organica incapacità di darsi una fisionomia e un'identità, quali che siano; contemporaneamente, non è più neanche in grado di egemonizzare la sinistra (?) moderata (crescita del dipietrismo); 4)l'autoreferenzialità del ceto politico della sinistra - tutto - è cresciuto in misura feroce in ragione diretta della lotta che esso conduce per la propria sopravvivenza.
Contestualmente, il caso italiano, da «anomalo» qual era, rischia di diventare, come è accaduto altre volte nella storia, «esemplare» a livello europeo. La deriva di destra del Vecchio Continente, che rappresenta la sua patetica ma dura e inquietante risposta ai rischi e alle incertezze, contemporaneamente, della globalizzazione e della crisi (in controtendenza, e questo ne costituisce un ulteriore motivo di debolezza, con le scelte americane), dovrebbe costituire attualmente il vero tema di riflessione per la costruzione di una «nuova sinistra» in Italia e in Europa. Anzi, più esattamente: cosa s'intende per «programma di sinistra» oggi in Italia e in Europa? Come si organizza e «si rappresenta», al di là di ogni ulteriore qualificazione, una «forza di sinistra» oggi in Italia e in Europa?
La domanda è così radicale (e io desidero consapevolmente che lo sia) da riguardare nella stessa misura, anche se con modalità diverse, forze di sinistra moderate e forze di sinistra radicali: i socialdemocratici tedeschi, i socialisti francesi e spagnoli, i laburisti inglesi, i democratici (?) italiani; e la Link in Germania, i verdi in Francia, i «comunisti» e tutti gli altri in Italia. Insomma, nel suo insieme, il «blocco» politico e sociale di forze cui è affidata in Europa la possibile alternativa (qui torna alla fine, naturalmente molto semplificato per ovvii motivi, lo schema binario, che però, lo ribadisco, in questa parte del mondo è ineludibile).
È chiaro che s'apre in questo modo un orizzonte sconfinato di problematiche e di riflessioni, frutto, oltre che della complessità dei problemi, anche dell'immenso e disastroso ritardo con cui vengono affrontati (ammesso che, ora, lo siano). Io penso seriamente che i milioni di astenuti a sinistra si astengano esattamente perché non hanno una risposta a queste domande. C'è un'alternativa già oggi operante, che sostituisca alla lenta e seria fusione una qualche miracolosa formula alchemica? Fatemela vedere, e cambierò opinione.

cultura giovanile ..... ? cosa?

chissà se riguardo alla prova d'esame sull'origine e gli sviluppi della cultura giovanile si possano trovare le motivazioni per cui accade quanto riportato di seguito.




http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-9/manila-intervista/manila-intervista.html

IL PERSONAGGIO
"Così l'organizzazione reclutava le ragazze nei miei reality tv"
Parla Manila, la trans amica delle ospiti del Cavaliere
di CARLO BONINI

BARI - Ai tavolini del "Viveur", un bar nel nulla di Triggiano, Manila Gorio, barese, 27 anni, si ravvia di continuo i capelli neri, manifestando in fondo un qualche compiacimento per il vortice che ha preso a girarle intorno. Il suo cellulare bolle. Manila è un transessuale di successo. "Non solo un corpo - dice - ma un volto e una testa televisiva. Sono una con i coglioni. Sono la Simona Ventura del Mezzogiorno". Soprattutto - ne sono convinti gli investigatori - è una delle chiavi di questa storia. E il motivo, come lei stessa conferma, non sembra essere esattamente una coincidenza o un incrocio del destino.

Patrizia D'Addario, Barbara Montereale, Angela Sozio, le tre ragazze baresi che, in tempi diversi, hanno avuto accesso alle residenze del presidente del Consiglio (la D'Addario e la Montereale a Palazzo Grazioli la sera del 4 novembre 2008, la Sozio, a Villa Certosa, nel 2007, dove venne fotografata da Antonello Zappadu in grembo al premier), sono le sue "migliori amiche". Ma, soprattutto, sono state a lungo satelliti di un sistema di cui Manila dice di essere il sole.

LE FOTO DI MANILA

Perché prima di conoscere la benevolenza del presidente del Consiglio, Patrizia, Barbara e Angela sono passate per la vetrina di Manila. Protagoniste dei suoi set televisivi su "Teleregione": "Bellissimo Sud", "la Masseria", reality che fanno il verso ai più famosi set di "Uomini e Donne" e "la Fattoria". Nei giorni in cui esplode il caso di Patrizia e comincia a prendere forma la rete di Gianpaolo Tarantini, Manila dice sbrigativa: "A Bari c'era questa organizzazione che faceva la spola: questo si diceva da tanto tempo, si sapeva in giro".

Che storia è questa dell'"organizzazione che faceva la spola" e di cui tutti sapevano? La "spola" era tra Bari e Roma? Tra Bari e Milano? Tra Bari e la Sardegna?
"Prima di rispondere, faccio una premessa. Io non sono una di quelle che la dà in giro. Sono sempre arrivata dove sono con le mie forze".

E "l'organizzazione?".
"Patrizia mi aveva confidato qualcosa dei suoi incontri con Berlusconi un po' di mesi fa. Anche se non immaginavo proprio che avrebbe fatto quello che ha fatto. Magari l'avrei anche consigliata. E comunque, quando avevo saputo, facendo uno più uno qualcosa mi era venuto in mente".

Cosa?
"I ragazzi e le ragazze che frequentano i miei programmi vedono in me una speranza. Almeno una cinquantina di ragazze che sono passate da qui, dai miei programmi, sono poi approdate a "Uomini e Donne", ad "Amici", ai provini del "Grande Fratello" e dell'"Isola dei Famosi". Che so, Chantal Sisto ha cominciato con me ed è stata poi una delle troniste di Maria De Filippi. Per carità, non tutti ce la fanno e infatti chi viene scartato spesso torna da me. Perché è brutto avere l'illusione di avercela fatta e poi non avere più niente. E' una cosa terribile".

E questo cosa c'entra con "l'organizzazione"?
"Evidentemente qualcuno ha capito che intorno a Manila c'è un vivaio fertile di persone che vogliono farcela. Ragazze e ragazzi molto belli. E ha pensato di proporli in un giro di persone importanti. Io ovviamente non vado in giro a chiedere alle mie amiche cosa fanno, quali serate accettano. Chi fa l'escort e chi no. Io, diciamo, sono solo una talent scout. A quanto pare un po' ingenua, visto che sono una delle poche a non essere stata invitata a Villa Certosa".

Quindi si può dire che la spola dell'organizzazione a cui lei fa riferimento è sull'asse Bari-Roma-Milano?
"Direi di si".

E si può dire che il bacino di "reclutamento" era su chi è in cerca di fama televisiva o magari la fama televisiva l'ha conosciuta solo per una sera?
"Esatto".

Lei ha detto: "Sono una talent scout". Di Gianpaolo Tarantini?
"Non sono amica di Gianpaolo. Sicuramente sarà capitato di esserci incrociati a qualche festa. Ma nulla di più".

E allora chi è questo "qualcuno" che pesca tra le sue scoperte e le inserisce nell'organizzazione?
"Non ne ho idea. Anche se ho letto che Patrizia ha detto di essere arrivata a Gianpaolo e all'invito a Palazzo Grazioli attraverso un suo "amico"".

A Patrizia lo ha chiesto chi è questo amico?
"No. Sono cinque giorni che non mi risponde al telefono. E la cosa francamente mi sorprende. Io e Patrizia siamo più che amiche. Per me è quasi una sorella. L'ho praticamente aiutata a tirare su sua figlia".

Conosce un tipo che di nome fa Nicola D., ma è più noto nel giro notturno di Bari come "Nic"?
"Sì. Lo conosco".

Nella vita cosa fa questo "Nic"?
"Non ne parlo volentieri perché è una persona che non mi piace. Diciamo che organizza feste e conosce persone importanti. Ma preferisco evitare".

Sa se è coinvolto in giri di cocaina?
"A questa domanda non rispondo".

Pensa che sia stato "Nic" a consigliare a Gianpaolo Tarantini di introdurre Patrizia D'Addario al presidente del Consiglio?
"Penso di sì. Ma, ovviamente, non ne sono sicura. E' una mia impressione, diciamo. E sarà la prima domanda che farò a Patrizia. So che la vogliono invitare nei prossimi giorni a una serata in discoteca. Magari ci vediamo lì".

La notte del 4 novembre 2008 Patrizia è a Palazzo Grazioli. Prima di allora, che lei sappia, aveva avuto modo di frequentare politici?
"Sì, è capitato. A volte eravamo anche insieme. A feste, convention, che so. Insomma, devi capire che Patrizia è bella. Gli uomini se ne vanno a terra per lei. Non so quante volte al "Fico" di Bisceglie, ballavamo sui tavoli a piedi nudi e loro avrebbero fatto qualsiasi cosa. E a Patrizia piace la bella vita e che qualcuno perda la testa per lei".

Frequentava politici di destra e di sinistra?
"Politici".

Le è mai stato offerta una candidatura politica?
"Sì, quest'anno. Nella lista per le comunali di Fitto "La Puglia prima di tutto"".

La stessa di Patrizia.
"Esatto. Ma ho rifiutato".

E perché?
"Mi sembrava caricaturale che io e Patrizia finissimo a fare la stessa cosa".

23 giugno 2009

Sinistra in crisi - Luciano Gallino

http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2009/mese/06/articolo/994/
Valentino Parlato

Luciano Gallino, questa crisi della sinistra è una crisi italiana, con Berlusconi, oppure è europea?

Direi che seppure con molte differenze tra un paese e l’altro è una crisi europea che ha molte forme. Basti pensare al caos del Partito socialista francese o la deriva verso posizioni di centro-destra del labour britannico o dei socialdemocratici tedeschi. Quindi nell’insieme direi che è una sindrome europea.

Negli anni 70 questa sinistra era forte in Italia e in Europa. Quali possono essere le cause di questa crisi? La miopia dei dirigenti?

Il crollo dell’Unione sovietica è stato un fattore di grande importanza, non foss’altro perché ha rafforzato fortemente il centro-destra e la destra. Teniamo presente che le conquiste dei lavoratori tra gli anni ’60 e ’70 - salari decenti, prolungamento delle ferie, sabato festivo, servizio sanitario nazionale, nel nostro paese come in altri - sono stati possibili anche perché la classe egemone vedeva con grande preoccupazione l’Urss, naturalmente per il suo peso sulla scena mondiale ma anche per quello che poteva significare come sostegno – ideologico oltre che materiale – ai partiti di sinistra dell’occidente. Caduta l’Unione sovietica, la destra ha preso forza e fiato e le sinistre si son trovate un po’ l’erba tagliata sotto i piedi.
C’è un altro aspetto che in parte spiega la sconfitta, cioè il totale fraintendimento da parte delle sinistre, dei partiti socialdemocratici in particolare, del processo di globalizzazione. Mi riferisco allo scambio che è effettivamente avvenuto fra l’Occidente che ci ha messo capitali e tecnologia, e la Cina, l’India ecc. che ci hanno messo la manodopera pagata una miseria. Non hanno capito, quindi sono caduti in una prospettiva che io chiamo adattazionista: la globalizzazione c’è, perciò non resta che adattarsi ad essa. Che significa aver perso la partita ancor prima di cominciare.

Ma non c’è anche un cambiamento nel mondo del lavoro e una perdita di importanza del lavoro, la fine del fordismo, la società post-industriale... si può dire una società post-industriale?

No, direi di no per due motivi. Intanto l’industria continua ad essere un settore di grande importanza in tutte le economie sviluppate. In secondo luogo i modelli di organizzazione dell’industria, messi a punto nell’arco di un secolo dall’industria manufatturiera, sono stati applicati anche ad altri settori. Al presente l’agroindustria, la ristorazione rapida, i call centers ecc. utilizzano dei modelli di organizzazione del lavoro che sono quelli inventati un secolo fa.

Secondo lei il terziario si è industrializzato?

Gran parte del terziario ha adottato modelli organizzativi dell’industria che si fondavano, e in gran parte ancora si fondano, sull’imperativo taylorista: voi lavorate, noi pensiamo.

C’è quella frase di Marx che ogni tanto viene citata «lo sfruttamento del lavoro vivo diverrà una ben misera base per lo sviluppo generale della ricchezza». C’è una perdita di valore nel lavoro?

Certamente sì. Perché a partire dalla fine degli anni 70 si è avuta una straordinaria finanziarizzazione dell’industria e dell’attività produttiva in generale. Quindi si sono sempre più sviluppate tecnologie complesse per produrre denaro mediante denaro, scartando per quanto possibile il passaggio attraverso le merci, o facendo fabbricare le merci dai cinesi o dagli indiani. Quindi la produzione di denaro per mezzo di denaro ha portato con sé -e per certi aspetti è stata anche scientificamente cercata – la svalutazione, la sottovalutazione del lavoro manuale, del lavoro industriale.

Non potevano resistere dei partiti, il Pci soprattutto, che già avevano preso le distanze dall’Unione sovietica? O sono stati capitolardi?

Debbo dire, con mio rincrescimento, che sono del tutto d’accordo con questa interpretazione. La capitolazione dei partiti comunisti è stata precipitosa, e per certi aspetti inconsulta, anche se il crollo dell’Urss è stato un trauma colossale. Però che il socialismo realizzato avesse crepe profonde si sapeva da tempo. Temo quindi che la definizione di capitolardi sia azzeccata.

Insomma, a questo punto le sinistre hanno rifiutato l’identità passata ma non si sono date una identità nuova...

Certo, perché - l’ho detto all’inizio - non avevano capito nulla del processo di globalizzazione. Non avevano capito che la globalizzazione è un aspetto di una guerra di classe globale. E’ una espressione che da noi fa saltare sulla sedia, anche molti a sinistra. Ma io la prendo da un libro che ho sul tavolo, un libro americano che si intitola The global class war di Jeff Faux, fondatore dell’ Economic Policy Institute, che da buon americano liberal non teme di usare le parole che occorre usare, cioè conflitto di classe. Mentre le nostre sinistre hanno rimosso l’idea stessa di classe sociale.

Cosa fare per tornare forti e protagonisti?

Dall’89 sono passati 20 venti anni. Quello che si è smontato in vent’anni non è che si possa rimontare in poco tempo. Sicuramente un recupero della teoria critica, intesa non soltanto come recupero dei francofortesi che, comunque, avevano molte cose da dire. Ma anche come capacità di analizzare a fondo il processo dell’economia globale, come ad esempio sanno fare molti centri studi liberal americani, perché se uno vuol capire qualcosa finisce che deve passare di lì. Gran parte del nostro centro sinistra è molto più a destra dei liberal americani, quindi bisognerebbe partire dall’analisi delle classi, da una analisi seria del processo di globalizzazione.

Adesso Bertinotti dice confluiamo nel Pd.

Il Pd è certo un aggregato un po’ singolare. Debbo dire che nelle conferenze, nei seminari che faccio, negli incontri ai quali sono spesso invitato anche dal Pd, scopro che molti interlocutori sono di sinistra. E’ vero che sapendo che io sono di sinistra c’è una sorta di pre-selezione, comunque credo che nel Pd ci sia davvero una componente di sinistra. Però il confluire nel Pd non mi parrebbe una soluzione.

E per esempio l’unificazione fra Sinistra e libertà e Rifondazione.. a me non convince. Non potrebbero mettersi insieme e cercare di definire un programma di sinistra, sulla base di un programma poi unificarsi, mettersi d’accordo..

Sì. Credo che la partenza dovrebbe essere l’analisi, la critica, l’opposizione intellettuale, gli approfondimenti e un programma. E poi su questo vedere come ci si può aggregare. Però da qualche parte bisogna pur cominciare

Dovrebbero smettere di litigare...

E sì, questo fa veramente cascare le braccia.

L’ultima domanda. Io faccio questa intervista, chiedo articoli proprio per aprire una discussione proprio sul che fare della sinistra. Come si rinnova e si unifica la sinistra. E’ utile che il manifesto cerchi di diventare un forum di questa discussione?

Direi di sì, anche perché non ce ne sono altri. Il manifesto si vede, gira, è letto. E’ che inventarsi nuovi forum, nuovi mezzi di comunicazione mi pare – oggi come oggi – molto difficile. E’ chiaro che le voci, gli umori, le sensibilità sono molto diverse, quindi bisogna restare assai aperti. Però mi pare che lo spazio ci sia e che in ogni caso, qualunque sforzo di allargarlo può essere utile.

martedì 23 giugno 2009

Storia del colonialismo in Africa


per capire meglio il presente:

http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_colonialismo_in_Africa