lunedì 22 giugno 2009

De Gennaro & C

http://www.unita.it/rubriche/Travaglio

Topolanek, Bocchino, Pompa & F.lli

Siccome «nomina sunt consequentia rerum», sulla scena degli scandali berlusconiani, dopo Topolanek, irrompe l’on. Bocchino: «In questa vicenda ci sono apparati dello Stato fuori controllo». Non ce l’ha con l’apparato riproduttivo di Al Tappone, già devastato da un editoriale di Feltri, ansioso di far sparire l’arma del delitto («facendo strame della privacy, affermo che Silvio è senza prostata… e buonanotte al sesso. La scienza fa miracoli tranne uno: quello»). No, Bocchino ce l’ha coi servizi segreti, ovviamente deviati: «Dovrebbero occuparsi della sicurezza del premier, scortarlo, proteggerlo». Invece colludono coi nemici della Nazione: tipo il fotografo Zappadu che, secondo l’autorevole Il Giornale, ha «rapporti coi servizi». Tesi suggestiva, anche perché Al Tappone ha governato 8 anni su 15 e ha sempre trafficato coi servizi. E l’altro giorno ne ha riuniti i capi a Palazzo Chigi: c’erano il coordinatore Gianni De Gennaro, a suo tempo confermato da Al Tappone a capo della polizia nonostante i fattacci del G8 di Genova, o forse proprio per quelli (ora è imputato per induzione alla falsa testimonianza dell’ex questore); e l’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari, sebbene sia imputato a Milano per il sequestro di Abu Omar e a Perugia per peculato con Pio Pompa (avrebbero spiato «presunte opinioni politiche, contatti e iniziative di magistrati, funzionari dello Stato, associazioni di magistrati anche europei, giornalisti e parlamentari»), o forse proprio per questo. Dal che si deduce che cosa intendano lorsignori per «servizi deviati»: quelli che lavorano per lo Stato.

sabato 20 giugno 2009

La dictadura pasiva de Berlusconi

http://www.elpais.com/articulo/opinion/dictadura/pasiva/Berlusconi/elpepiopi/20090616elpepiopi_42/Tes/

La dictadura pasiva de Berlusconi

El entusiasmo europeísta de las primeras elecciones al Parlamento de Estrasburgo se ha diluido con el paso de los años. Tal y como vimos en los comicios del 7 de junio, el auge de los euroescépticos y la derecha ha tenido lugar en las elecciones europeas con el menor índice de participación. Esta tendencia no me parece sorprendente, aunque no estaría de más preguntarse los porqués. Lo que sí me resulta extraño son los resultados italianos. ¿Cómo un país sometido por Il Cavaliere puede -después de numerosos escándalos sexuales y judiciales- continuar creyendo fervientemente en él? ¿Acaso la mano negra de Berlusconi ha censurado las polémicas imágenes en su monopolizado mundo de los medios de comunicación?

Supongo que, al igual que en el affaire Mills y muchos otros, el primer ministro italiano ha hecho acopio de su gran poder, y los italianos están mal informados. Mientras que en todos los países de la Unión Europea se hablaba del caso Noemi y su cariñoso apelativo a Berlusconi, me imagino a las televisiones italianas inundadas con la mejor programacióntelebasura, para poder así desviar la atención de la sociedad.

Si esto es así, estamos ante una dictadura pasiva y silenciosa, pero no por ello menos peligrosa. El hecho de que un personaje oscuro como Il Cavaliere tenga el poder absoluto de los medios de comunicación de su país debería ser objeto de debate en la Europa democrática y libre que nos están vendiendo los políticos.

ARGI GRAU VAVROVA - Barcelona - 16/06/2009

La dittature passiva di Berlusconi (traduzione M. Carboni)

L’entusiasmo delle prime elezioni al parlamento di Strasburgo si è diluito con il passare degli anni. Così come abbiamo visto, nei comizi del 7 giugno il trionfo degli euroscettici e delle destre hanno avuto luogo nelle elezioni con la minor affluenza. Questa tendenza non mi sembra sorprendente, per quanto non sarebbe superfluo chiedersi perché. Quelli che mi sembrano strani sono i risultati in Italia. Come può un paese sottomesso al Cavaliere, dopo i numerosi scandali sessuali e giudiziari, credere ancora in lui così fervidamente? Non sarà la mano negra di Berlusconi riuscita a censurare le polemiche immagini nel suo mondo mediatico monopolizzato da lui?

Suppongo che anche per l’affare Mills Berlusconi abbia fatto uso del suo grande potere, e gli Italiani saranno male informati. Mentre in tutti i paesi dell’Unione Europea non si parla d’altro che del caso Noemi, e del affettuso nomignolo con cui chiama Berlusconi, mi immagino le televisioni italiane inondate con la migliore programmazione di tv spazzatura, per potere così sviare l’attenzione della società.

Se la situazione è questa, siamo di fronte a una dittatura passiva e silenziosa, ma non per questo meno pericolosa. Il fatto che un personaggio oscuro come il Cavaliere detenga il potere assoluto dei mezzi di comunicazione, dovrebbe essere oggetto di dibattito nell’Europa democratica e libera che i nostri politici ci stanno vendendo.

giovedì 18 giugno 2009

Keynes a Pechino

http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/keynes-a-pechino/
Rosario Patalano - 09 Aprile 2009

In un recente intervento, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese (People’s Bank of China), ha rilanciato ancora una volta il tema della riforma del sistema monetario internazionale, proponendo l’istituzione di una moneta mondiale (global currency) svincolata da qualsiasi rapporto con una entità statale emittente. Qualche giorno prima il premier cinese Weng Jiabao aveva espresso preoccupazione sulla crescita del debito pubblico americano. Se le due dichiarazioni si leggono sinotticamente l’interpretazione è univoca: i cinesi temono il collasso del dollaro e sono terrorizzati dall’idea di polverizzare i proventi dei loro surplus commerciali, investiti, come è noto, prevalentemente in titoli di stato USA (Treasury Bond), dei quali sono diventati il maggior detentore.

Che Pechino stia ormai elaborando da tempo una strategia di uscita dalla dipendenza dal dollaro è noto (dal 2005 lo yuan renmimbi è ancorato ad un paniere di monete e non più alla sola divisa Usa), ma è una novità che la Cina abbia indicato con estrema chiarezza le linee di riforma dell’ordine monetario internazionale che proporrà in sede internazionale, dichiarando di puntare alla costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale e affidata interamente al controllo del Fondo Monetario Internazionale (IMF), opportunamente rinnovato e potenziato. Una posizione che spiazza la proposta di riforma oggi più accreditata, avanzata qualche anno fa dal premio Nobel Ernest Mundell che punta alla costituzione di una moneta internazionale “paniere” (basket currency), indicata come DEY (dollaro, euro, yen), che dovrebbe essere composta da diverse monete con la partecipazione essenziale di quelle oggi dominanti (appunto dollaro, euro, yen), e che dovrebbe essere istituita con un percorso istituzionale simile a quello che ha caratterizzato la nascita dell’euro, cioè individuando, in una prima fase di attuazione, bande di oscillazione controllate tra le tre monete aderenti, per poi giungere nella fase finale alla definizione di parità fisse. L’assetto dell’ordine monetario internazionale, secondo questa proposta di Mundell, dovrebbe prevedere l’esistenza di un nucleo di monete forti legate tra loro da accordi di currency peg (cambio fisso) intorno al quale si muoverebbe una periferia di divise più deboli mantenute entro bande di oscillazione più o meno ristrette (con meccanismi di parità mobile - Crawling peg – o di fluttuazione manovrata Manged floating). L’approdo definitivo dovrebbe essere l’istituzione dell’INTOR, una moneta paniere mondiale basata per il 50% sulle cinque divise più forti (il cui peso verrebbe così ripartito: 22,5 % dollaro USA, 14,5% euro, 7,5% yen, 5,5% sterlina inglese) e per il 50% legata all’oro. Accordi di cambio fisso generalizzati regolerebbero poi il rapporto tra l’INTOR e le altre monete. L’INTOR sarebbe sostanzialmente controllato dai paesi con maggior peso economico e quindi ricondotta agli interessi di specifiche sovranità nazionali. Per questo non sfuggirebbe al noto Dilemma di Triffin, secondo cui il paese che emette moneta internazionale deve accettare crescenti disavanzi delle partite correnti al fine di soddisfare la domanda mondiale di moneta di riserva, ma nello stesso tempo i crescenti deficit indeboliscono la fiducia nella solidità della moneta nazionale usata come standard internazionale. Pertanto: o il sistema monetario internazionale crolla per una crisi di fiducia nella moneta di riserva internazionale, o l’economia mondiale si trova di fronte ad una grave deflazione per l’insufficienza di mezzi di pagamento internazionali. La proposta di Mundell non elimina questa contraddizione, ma la divide tra diversi centri di responsabilità, configurando soltanto la prospettiva una politica monetaria internazionale più condivisa. Il peso del 50% del valore dell’INTOR affidato all’oro, aggraverebbe inoltre la situazione, in quanto reintrodurrebbe nel sistema monetario internazionale tutti i problemi legati all’uso di una moneta merce (commodity money) con fluttuazioni del suo valore che finiscono per essere esogenamente determinate.

La soluzione per evitare le contraddizioni generate dall’uso di una moneta nazionale come standard internazionale fu fornita dallo stesso Triffin già all’inizio degli anni Sessanta (quando con estrema lucidità aveva previsto la fine del sistema basato sulla convertibilità aurea del dollaro) con la proposta di istituire una moneta mondiale indipendente da ogni sovranità nazionale sul modello del bancor, l’unità di conto che Keynes aveva definito nel suo piano presentato alla conferenza di Bretton Woods (1944), che appunto doveva configurarsi come una moneta sovranazionale.

Per il governatore Zhou Xiaochuan, il modello ideale di moneta mondiale, “capace di rimanere stabile nel lungo periodo”, resta ancora il bancor keynesiano, ma riproporre la sua attuazione in tempi brevi, richiederebbe una coraggiosa e “straordinaria visione politica” che oggi non è ancora maturata. E allora Zhou Xiaochuan propone un percorso intermedio, di breve periodo, che punti ad una riforma dei diritti speciali di prelievo (DSP, Special Drawing Right, SDR nell’acronimo inglese). Istituiti nel 1969 per individuare uno strumento di liquidità internazionale alternativo al dollaro, proprio sulla base della critica di Triffin, i DSP sono particolari unità di conto, il cui valore è basato su un basket delle cinque principali valute (secondo i seguenti pesi: 45% dollaro USA, 29% euro, 15% yen, 11% sterlina inglese) e sono assegnati a ciascuno dei 185 paesi aderenti all’IMF in proporzione alle loro quote di partecipazione. Il legame dei DSP con le monete che ne costituiscono il valore è solo indiretto, poiché la loro esistenza è determinata soltanto in base ad un accordo associativo (le quote di partecipazione). La loro gestione è affidata alle autorità dell’IMF che così dispongono di uno strumento di liquidità internazionale interamente sotto il loro controllo e che è utilizzabile per correggere gli squilibri tra i paesi membri. Qualsiasi paese dell’IMF che registri un deficit può cedere i DSP di cui è in possesso ad un altro paese che è obbligato ad accettali, cedendo in cambio propria valuta. Entro certi limiti (pari a tre volte la quota netta assegnata) gli squilibri commerciali possono essere corretti da un paese senza far ricorso alle riserve accumulate o all’indebitamento estero e i DSP nella sostanza hanno lo stesso ruolo che riveste un’apertura di credito da parte di una banca. Con la loro istituzione l’IMF accettò sostanzialmente il principio che la creazione e la gestione della liquidità internazionale non possono essere affidate interamente alle politiche dei paesi che per determinate circostanze si trovano ad emettere la moneta accettata come riserva internazionale, ma devono essere governate da istituzioni internazionali che rispondono ad una logica di cooperazione.

Zhou Xiaochuan riconosce che i DSP possono costituire, per le caratteristiche che posseggono, il nucleo da cui è possibile gradualmente sviluppare un vera e propria moneta mondiale (nello stesso senso si è espressa recentemente anche una Commissione di Esperti dell’Onu). Per raggiungere questo scopo egli propone innanzitutto di consentire ai privati l’uso dei DSP come mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali e finanziarie, abolendo la regola restrittiva che fino ad oggi ha impedito la loro trasformazione in una vera e propria moneta internazionale. Per questa limitazione i DSP rappresentano attualmente soltanto l’1% delle riserve in valuta dei paesi membri dell’IMF. Propone poi l’approvazione immediata del cosiddetto IV Emendamento al Trattato costitutivo dell’IMF (Articles of Agreement), proposto nel 1997, durante la crisi “asiatica”, che prevede il raddoppio dei DSP in circolazione (portandoli al valore nominale di 42,8 miliardi) e la loro utilizzazione su criteri paritari da parte di tutti i membri (attualmente i paesi che hanno aderito all’IMF dopo il 1981, circa un quinto del totale, ne sono rimasti esclusi. La proposta è stata già in parte recepita dal recente vertice londinese dei G20). Un ulteriore passo dovrebbe essere la creazione di assetti finanziari denominati in DSP per incentivare la loro utilizzazione. Ovviamente l’istituzione dei nuovi DSP sarebbe accompagnata da una riforma dei pesi con i quali attualmente è calcolato il loro valore. Per Zhou Xiaochuan è necessario innanzitutto allargare il paniere di riferimento includendo “le monete di tutte le maggiori economie”, e senza dirlo direttamente il governatore della People’s Bank of China di fatto candida la divisa cinese, lo yuan renmimbi, ad assumere un ruolo fondamentale nel nuovo sistema monetario internazionale. L’IMF dovrebbe poi accentuare il suo carattere di deposito (pool) di riserve monetarie utilizzabili dai vari paesi per far fronte ai propri squilibri senza far ricorso al mercato dei cambi, evitando così di generare instabilità sistemica. Insomma l’IMF in prospettiva dovrebbe assumere il ruolo di una stanza di compensazione (così come Keynes stesso aveva inizialmente proposto), dotata di una propria unità di conto, i DSP appunto, utilizzata esclusivamente per le transazioni internazionali. Sarebbe così superata quella che Zhou Xiaochuan definisce una situazione eccezionale, poiché l’uso di una moneta fiduciaria sotto il controllo e la responsabilità di un’unica autorità statale, così come avviene dal 1971 (data della dichiarazione di inconvertibilità del dollaro) costituisce un evento unico nella storia monetaria.

È evidente che con questa proposta la Cina intende assumersi un ruolo decisivo nel nuovo ordine monetario internazionale, senza però passare attraverso le incertezze del mercato dei cambi. Da sempre, infatti, le autorità cinesi temono che l’abbandono del controllo politico del cambio possa incentivare attività di speculazione portando alla destabilizzazione della loro l’economia. Del resto hanno fino ad ora avuto ragione, visto che l’economia cinese è rimasta immune dall’ultima tempesta valutaria che nel 1997-1998 ha colpito l’Est asiatico e la Russia.

Il peso che i cinesi ormai ricoprono nell’economia mondiale e il ruolo che essi hanno assunto, come principali detentori di riserve valutarie internazionali (1950 miliardi di dollari), rendono estremamente rilevanti queste affermazioni per le scelte sul futuro assetto dell’ordine monetario internazionale.

mercoledì 17 giugno 2009

Io se fossi dio - G.Gaber - Anni affollati 1982

Io se fossi Dio
e io potrei anche esserlo
sennò non vedo chi.
Io se fossi Dio
non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
non sarei mica un dilettante
sarei sempre presente.
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
o meglio ancora a criticare
appunto cosa fa la gente.
Per esempio il piccolo borghese
com’è noioso
non commette mai peccati grossi
non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto, poverino, è troppo misero e meschino
e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sveda
lui pensa che l’errore piccolino
non lo conti o non lo veda.
Per questo
io se fossi Dio
preferirei il secolo passato
se fossi Dio
rimpiangerei il furore antico
dove si odiava e poi si amava
e si ammazzava il nemico.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
non sarei così coglione
a credere solo ai palpiti del cuore
o solo agli alambicchi della ragione.
Io se fossi Dio
sarei sicuramente molto intero e molto distaccato
come dovreste essere voi.
Io se fossi Dio
non sarei mica stato a risparmiare
avrei fatto un uomo migliore.
Sì, vabbe’, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino.
Io se fossi Dio
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti non è mica normale che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna
che viene da dire
“Ma dopo come fa a essere così carogna?”
Io se fossi Dio
non sarei ridotto come voi
e se lo fossi io certo morirei per qualcosa di importante.
Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente
non capita sempre
e anche l’avventuriero più spinto
muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.
Io se fossi Dio
farei quello che voglio
non sarei certo permissivo
bastonerei mio figlio
sarei severo e giusto
stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto
e se potessi
anche gli africanisti e l’Asia
e poi gli americani e i russi
bastonerei la militanza come la misticanza
e prenderei a schiaffi
i volteriani, i ladri
gli stupidi e i bigotti
perché Dio è violento!
E gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro tutti.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Finora abbiamo scherzato.
Ma va a finire che uno
prima o poi ci piglia gusto
e con la scusa di Dio tira fuori
tutto quello che gli sembra giusto.
E a te ragazza
che mi dici che non è vero
che il piccolo borghese è solo un po’ coglione
che quell’uomo è proprio un delinquente
un mascalzone, un porco in tutti i sensi, una canaglia
e che ha tentato pure di violentare sua figlia.
Io come Dio inventato
come Dio fittizio
prendo coraggio e sparo il mio giudizio e dico:
speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo, cara figlia.
Così per i giornali diventa
un bravo padre di famiglia.
Io se fossi Dio
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti
che certamente non sono brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere
e di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento.
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti
e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.
Sì, vabbe’, lo ammetto
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia
ma io se fossi Dio
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia.
Ma io non sono ancora
del regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente
nel regno dei cieli non vorrei ministri
né gente di partito tra le palle
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo
e tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo
che sian untuosi democristiani
o grigi compagni del Pci.
Son nati proprio brutti
o perlomeno tutti finiscono così.
Io se fossi Dio
dall’alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare Platone
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
che scivola sulle parole
anche quando non sembra o non lo vuole.
Compagno radicale
la parola compagno non so chi te l’ha data
ma in fondo ti sta bene
tanto ormai è squalificata
compagno radicale
cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino
ti muovi proprio bene in questo gran casino
e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio
dall’altra si riempiono le galere
di gente che non c’entra un cazzo.
Compagno radicale
tu occupati pure di diritti civili
e di idiozia che fa democrazia
e preparaci pure un altro referendum
questa volta per sapere
dov’è che i cani devono pisciare.
Compagni socialisti
ma sì, anche voi insinuanti, astuti e tondi
compagni socialisti
con le vostre spensierate alleanze
di destra, di sinistra, di centro
coi vostri uomini aggiornati
nuovi di fuori e vecchi di dentro
compagni socialisti, fatevi avanti
che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti
fatevi avanti col mito del progresso
e con la vostra schifosa ambiguità
ringraziate la dilagante imbecillità.
Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.
Io se fossi Dio
non avrei proprio più pazienza
inventerei di nuovo una morale
e farei suonare le trombe per il Giudizio universale.
Voi mi direte: perché è così parziale
il mio personalissimo Giudizio universale?
Perché non suonano le mie trombe
per gli attentati, i rapimenti
i giovani drogati e per le bombe.
Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.
Io come Dio, non è che non ne ho voglia
io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili
o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili
ma come uomo come sono e fui
ho parlato di noi, comuni mortali
quegli altri non li capisco
mi spavento, non mi sembrano uguali.
Di loro posso dire solamente
che dalle masse sono riusciti ad ottenere
lo stupido pietismo per il carabiniere
di loro posso dire solamente
che mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente.
Io come uomo posso dire solo ciò che sento
cioè solo l’immagine del grande smarrimento.
Però se fossi Dio
sarei anche invulnerabile e perfetto
allora non avrei paura affatto
così potrei gridare, e griderei senza ritegno
che è una porcheria
che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia.
Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili:
di noi posso parlare perché so chi siamo
e forse facciamo più schifo che spavento
di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.
Ma io se fossi Dio
non mi farei fregare da questo sgomento
e nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio
perché a Dio i martiri
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.
E se al mio Dio che ancora si accalora
gli fa rabbia chi spara
gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque
se gli ha sparato un brigatista
diventa l’unico statista.
Io se fossi Dio
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana
è il responsabile maggiore
di vent’anni di cancrena italiana.
Io se fossi Dio
un Dio incosciente, enormemente saggio
c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era.
Ma in fondo tutto questo è stupido
perché logicamente
io se fossi Dio
la Terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi
in questo scontro quotidiano.
Io se fossi Dio
non mi interesserei di odio e di vendetta
e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono.
E allora
va a finire che se fossi Dio
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io.

L’operazione Peter Pan nella cattiva memoria di Miami

http://www.siporcuba.it/cna-peterpan.htm


di Ángel Rodríguez Álvarez

Servizio speciale dell’AIN


Sebbene sembri incredibile, è assolutamente certo: a Miami verrà dedicato il Giorno di Ringraziamento a festeggiare, cena e ballo compresi, l’Operazione Peter Pan iniziata all’Avana 47 anni fa.

Il grado di irrealtà e inganno in cui vivono non pochi dei cubani fuggiti agli Stati Uniti nei primi anni dopo il trionfo della Rivoluzione nel 1959, l’offre uno degli organizzatori della festa quando qualifica questa azione controrivoluzionaria come “sinonimo di libertà, sacrificio, perseveranza e amore”.

Per una caratterizzazione oggettiva dell’operazione Pedro Pan, per dirlo in spagnolo, basta esporre i fatti come sono successi.

Gli aggettivi giusti sgorgano a fiotti. Tra il 1960 e il 1962, 14mila bambini cubani sono stati consegnati dai loro genitori a organizzazioni “di carità” create all’effetto per venire portati negli Stati Uniti, dove sarebbero alloggiati per tempo indeterminato in case di sconosciuti e orfanotrofi.

Non è niente difficile immaginare il calvario di quei bambini, separati bruscamente dai loro genitori e altri parenti, portati in un paese sconosciuto in mani anche estranee e senza la minima idea di quando si sarebbero rincontrati con i loro genitori.

Molti di questi ragazzi hanno raccontato e riflesso in libri e film quegli amari ricordi, l’infinita angoscia e l’infinita solitudine che li ha invasi quando si sono scoperti nel centro di un episodio totalmente fuori dalla portata della loro comprensione.

Quel dramma, le cui conseguenze psicologiche non sono state mai superati da molti, ha fatto parte di una delle tante menzogne orchestrate contro la Rivoluzione cubana tramite l’azione centrata di criminali e ladri legati alla tirannia abbattuta, di elementi del clero cattolico, di sfruttatori creoli che avevano perso i suoi privilegi, tutti quanti patrocinati dall’Ambasciata americana all’Avana.

Il coordinatore dell’operazione è stato monsignore Bryan O. Walsh, sacerdote d’origine irlandese appartenente alla Diocesi di Miami, strettamente legato all’Agenzia Centrale dei Servizi Segreti, come è state comprovato fededegnamente.

Coloro che hanno concepito questo piano hanno avuto presente il logico clima d’incertezza esistente tra i borghesi e i piccoli borghesi, provocato dal processo di cambiamenti sociali ed economici iniziato all’Isola. A questo hanno aggiunto fuoco con la colossale campagna mediale organizzata dal Nord a scopo di creare le condizioni per rendere credibile qualsiasi falsità in questo segmento della popolazione.

La campagna di terrore è stata iniziata il 26 ottobre 1960 con le trasmissioni di Radio Swan nelle quali rendevano noti frammenti di una falsa e mai concepita Legge della Patria Potestà, in virtù della quale i bambini sarebbero stati separati dai loro genitori e inviati in Russia per lavare loro il cervello e convertirli al comunismo.

In quell’escalation sono arrivati al punto di stampare la legge e distribuirla tra coloro propensi a credere la più fantasiosa e colossale menzogna.

I primi cinque bambini sono arrivati a Miami il 26 dicembre 1960. Così è cominciato un penoso esodo infantile, aggravato in ottobre del 1962 quando il governo Usa ha eliminato unilateralmente i voli diretti da Cuba.

All’Isola sono rimasti migliaia di genitori ai quali erano stati promessi visti e che aspettavano ansiosi, ogni giorno, un pronto rincontro che in alcuni casi è ritardato vari anni.

Peter Pan merita di venire ricordato, ma come un atto di estrema crudeltà e un esempio della capacità, ancora vigente, di mentire, manipolare e sfruttare i sentimenti di amore dei simili per recuperare privilegi e meschini interessi.

L’invidia di Goebbels

http://www.granma.cu/italiano/2009/junio/vier12/laenvidia-it.html

L’invidia di Goebbels

riflessioni di Fidel
(da CubaDebate)

Ieri ascoltavo la Tavola rotonda. Tra i vari temi si analizzava l’Operazione Peter Pan, uno dei più ripugnanti atti d’aggressione morale organizzato contro il nostro paese. Il tema della patria podestà è molto sensibile e fu un colpo basso e ripugnante.
In un romanzo di Mijaíl Shólojov che ho letto anni dopo, si parla di questa calunnia usata contro la Rivoluzione d’Ottobre del 1917.
L’artefice dell’operazione contro cuba fu Monsignor Walsh, un prete cattolico nordamericano che rispondeva al vescovo di Miami.
Era il 1960 quando iniziò l’Operazione.
Come si sa la nostra Rivoluzione non aveva posto ostacoli di sorta alle partenze dal paese. Doveva essere l’opera volontaria di un popolo libero.
La risposta imperialista tra le tante aggressioni gravi fu la Peter Pan.
Quando Taladrid ha commentato quei fatti, ha nominato il nome di un professore d’Economia, Ángel Fernández Varela.
Mi sono ricordato che quando studiavo, l’ultimo anno di liceo, nel Collegio di Belén, un professore laico ci dava lezioni d’una materia: economia politica.
Non era ovviamente un corso di marxismo-leninismo, che fu il tema ideologico invocato 18 anni dopo per espellerci dalla OEA. Erano lezioni semplici ed abbastanza elementari sull’economia politica borghese. Che altro eravamo noi alunni bianchi che studiavamo là?
Il professore che dava quelle lezioni, due o tre volte la settimana, era puntuale e non mancò mai ad una classe.
Mi ha sorpresa sentirlo nominare nella Tavola Rotonda. “Sarà lui?”, mi sono chiesto ed ho telefonato a Taladrid cercando dati e così lo ho constatato con lui, perchè sapeva che era stato professore nel Collegio di Belén.
Luis Báez assicura ugualmente che io incontrai questo professore in qualche luogo de L’Avana nel 1959 e criticai il suo comportamento, ma non mi ricordo quel dettaglio.
Walsh è stato decorato post mortem pochi giorni fa, per la sua prodezza nell’Operazione Peter Pan. Aveva dichiarato anni fa d’aver ricevuto varie telefonate e d’averla coordinata con la CIA.
Alla fine di maggio, Álvaro F. Fernández, figlio di Fernández Varela, ha raccontato nella rivista digitale Progreso Semanal, che: “Alcuni anni prima della sua morte a Miami, mio padre ci aveva riunito, in presenza di mia madre, mia sorella Maria, suo marito ed io, e ci disse che lui era stato una delle persone che avevano redatto la falsa Legge che provocò l’isterismo sulla ‘eliminazione della patria podestà’. Per questo io so, e senza ombre di dubbi, che l’Operazione Peter Pan è stata un gioco sinistro d’immoralità, disegnato e sognato dalla CIA, prima dell’invasione della Baia dei Porci”.
Un agente della CIA portò il falso Progetto di Legge a L’Avana da Miami e lo stesso Ángel Fernández Varela ha raccontato alla rivista Contrapunto, d’aver lavorato per la CIA tra il 1959 e il 1968.
Ognuno dei 14.000 bambini coinvolti nel dramma percorse il suo drammatico cammino. Provenivano soprattutto dalle fasce medie della popolazione. Non erano figli dei grandi proprietari terrieri, nè di grandi borghesi, che non avevano motivo per trascinarli in quel dramma.
Allora c’era un’ambasciata yankee che rilasciava i permessi d’entrata negli Stati Uniti. Quelli corrispondenti ai bambini dell’Operazione Peter Pan li inviavano a pacchetti si riempivano poi a Cuba con i nomi dei piccoli.
Negli anni la Rivoluzione ha facilitato la partenza di milioni di persone che nella maggioranza erano dirette negli Stati Uniti, il paese più ricco, che stimola il furto dei cervelli, lo spoglio delle persone istruite e della forza lavoro più preparata.
Gli Stati Uniti non sono in condizione di fare questo con nessun altro paese dell’America Latina. Questa diabolica operazione clandestina, chi potrebbe favorire?
La professoressa associata di Scienze Politiche dell’Università DePaul, a Chicago, María de los Ángeles Torres, che fu una Peter Pan, anche se non è una rivoluzionaria, ha chiesto che la CIA renda pubblici i circa 1500 documenti sull’Operazione, ma la CIA non acconsente con il pretesto della sicurezza nazionale. Puzza tanto questo fatto, che non lo vogliono scoprire!
Nonostante questo rifiuto la professoressa Torres ha chiesto ed ottenuto il permesso d’accedere, nella Biblioteca Presidenziale Lyndon B. Johnson, ad un documento del governo degli Stati Uniti che respingeva una proposta di un Alto Commissario della ONU per i Rifugiati, che consisteva nel pagamento da parte della ONU del trasporto dei genitori dei bambini inviati negli Stati Uniti. Questo materiale è stato pubblicato dalla stampa più di15 anni fa.
La Peter Pan è stata una manovra della più cinica pubblicità, che avrebbe suscitato l’invidia solamente di Goebbels, il ministro della propaganda nazista.

Se i cinesi si ribellano

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/se-i-cinesi-si-ribellano/2101520&ref=hpsp

Se i cinesi si ribellano
di Minxin Pei
Venti milioni di disoccupati. Due o tre milioni di neo laureati senza lavoro. Il governo si prepara a fronteggiare la protesta. Con la politica del bastone e della carota

Fino a non molto tempo fa, la sola idea che l'economia più dinamica del mondo, quella cinese, fosse duramente colpita dall'attuale crisi economica globale appariva quasi ridicola. L'opinione più diffusa era che la Cina potesse contare su potenti motori economici interni, quali l'urbanizzazione e gli investimenti di tipo infrastrutturale e che il rallentamento dell'economia globale non l'avrebbe intaccata.
Di fronte a una contrazione della crescita cinese dal 13 per cento del 2007 ai 6 o 8 punti percentuali previsti per il 2009, il sentimento riguardo alla Cina è cambiato drammaticamente. I pessimisti temono che una recessione mondiale prolungata, oltre a condurre alla stagnazione economica, crei le condizioni per tumulti sociali e ricordano la minaccia della disoccupazione.
Sono più di 20 milioni i lavoratori migranti, impiegati per la maggior parte nell'edilizia e nelle industrie della filiera delle esportazioni, che hanno già perso il lavoro. A questi si aggiungono i circa 2 o 3 milioni di nuovi laureati che quest'anno non troveranno occupazione. Ne risulta che anche se la Cina riuscirà a crescere nel 2009 al ritmo dell'8 per cento, i posti di lavoro creati saranno solo 7 milioni, vale a dire, che per le persone in cerca di prima occupazione ci sarà un posto di lavoro per una sola su tre.
La Cina va verso una esplosione politica? Non necessariamente. È ovvio che la disoccupazione di massa farà pagare un prezzo spaventoso ai più sfortunati, tra cui i lavoratori migranti, e che, dato che i loro salari rappresentano il 40 per cento del reddito nelle campagne, essa aggraverà anche la povertà rurale. La criminalità è quindi destinata a crescere perché i lavoratori disoccupati, che non sono protetti da alcuna rete sociale, potrebbero essere spinti ad agire in maniera disperata per sopravvivere.

Anche la protesta politica potrebbe montare in quanto i lavoratori disoccupati attribuiranno la colpa della loro disperata condizione al governo cinese. Tuttavia, una intensificazione dell'agitazione sociale non deve necessariamente sfociare in tumulti a livello nazionale.
Diversamente da altri paesi in via di sviluppo, la Cina conta su forze di sicurezza tra le più numerose e meglio addestrate del mondo. Inoltre, avendo dovuto controllare fin dalla metà degli anni Novanta decine di migliaia di proteste e di ribellioni locali ogni anno, il Partito comunista al potere ha anche accumulato una notevole esperienza nel gestire la ribellione sociale a livello locale. Ancora più determinante è forse il fatto che il malcontento economico è più semplice da affrontare rispetto ai movimenti antiregime d'ispirazione politica. Il governo cinese ha ovviamente imparato queste lezioni cruciali e sviluppato conseguentemente una serie di sofisticati metodi per gestire le proteste motivate dalle condizioni economiche e, solitamente, per calmare i subbugli sociali impiega una combinazione di bastone e carota.
A tutto ciò si aggiunge un altro dato importante: l'enorme territorio cinese rende molto difficile organizzare movimenti sociali contro il regime a livello interregionale, anche quando le persone coinvolte nella frustrazione e nella rabbia sono decine di milioni. Delle circa 100 mila rivolte antigovernative o manifestazioni che hanno avuto luogo negli ultimi anni, nessuna è travalicata nella contea o nel distretto confinante. I tumulti sociali in Cina hanno dunque un effetto destabilizzante limitato.
Curiosamente, benché il governo cinese abbia registrato finora un notevole successo nel mantenere l'ordine, ora lo spettro della disoccupazione di massa sembra averlo innervosito. Forse Pechino si sta posizionando per essere in grado di giustificare le dure misure che potrebbe adottare per piegare la protesta.
Oppure, è anche possibile che i dirigenti cinesi siano semplicemente troppo paranoici. Tenuto conto del fatto che il Partito comunista non mette mai a rischio la propria sopravvivenza, una tale paranoia è comprensibile. Tuttavia sarebbe sciocco confondere la paranoia e i discorsi con la realtà.
traduzione di Guiomar Parada
(12 giugno 2009)