mercoledì 17 giugno 2009

Tutti i denari di Pietro

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1338861?ref=hpchie

Tutti i denari di Pietro. Vizi e virtù della banca del Vaticano

Duecento milioni di dollari per la "carità del papa". Da dove arrivano? A chi vanno? Nuove rivelazioni sulle malefatte dell'Istituto per le Opere di Religione. E sugli ostacoli opposti al suo risanamento

di Sandro Magister

ROMA, 15 giugno 2009 – Ai primi di luglio il Vaticano renderà pubblici i propri bilanci del 2008, come fa ogni anno, in due capitoli più un'appendice.

Il primo capitolo elencherà le entrate e le uscite dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, APSA, che si occupa dei beni mobili e immobili di sua proprietà, della curia, dell'apparato diplomatico, dell'editoria, della radio, della tv.

Il secondo capitolo elencherà le entrate e le uscite del governatorato dello Stato della Città del Vaticano: territorio, servizi, musei, francobolli, monete.

L'appendice darà l'ammontare dell'Obolo di San Pietro, cioè della colletta che si fa ogni anno in tutto il mondo per il papa il 29 giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo, più le offerte direttamente fatte al papa nel corso dell'anno.

Nel 2007, ad esempio, la colletta e le offerte sono ammontate a 94,1 milioni di dollari, di cui 14,3 sono arrivati da un solo donatore che ha voluto restare anonimo.

Fin qui ciò che viene reso noto ogni anno.

Nient'altro. Non una riga sulle altre entrate, oltre all'Obolo, che alimentano la "carità del papa". E non una riga su come questa somma viene impiegata.

In segreteria di Stato c'è un ufficio che si occupa precisamente di questo. L'ha diretto per molti anni monsignor Gianfranco Piovano e da pochi mesi ha preso il suo posto monsignor Alberto Perlasca, l'uno e l'altro diplomatici di carriera. Affluiscono in questa cassa, oltre all'Obolo, i contributi che le diocesi di tutto il mondo sono tenute a versare al successore di Pietro, a norma del canone 1271 del codice di diritto canonico. Inviano somme anche le congregazioni religiose e le fondazioni. Nel 2007, stando a un rapporto riservato trasmesso dal Vaticano alle diocesi, questi contributi sono ammontati a 29,5 milioni di dollari, che sommati all'Obolo fanno 123,6 milioni di dollari.

Questi denari hanno come finalità, appunto, la "carità del papa". In una lezione a diplomatici di vari paesi del Medio Oriente e del Nordafrica, tenuta a Roma alla Pontificia Università Gregoriana nel maggio del 2007, il banchiere Angelo Caloia, presidente dell'Istituto per le Opere di Religione, IOR, la "banca del Vaticano", descrisse così l'utilizzo di tali denari:

"Sono diretti soprattutto ai bisogni materiali di diocesi povere, a istituti religiosi e comunità di fedeli in gravi difficoltà: poveri, bambini, vecchi, emarginati, vittime di guerre e disastri naturali, rifugiati, eccetera".

In quella stessa lezione, inoltre, Caloia fece cenno a un ulteriore cespite della "carità del papa": i profitti dello IOR. Nel marzo di ogni anno, infatti, lo IOR mette a completa disposizione del papa la differenza fra le proprie entrate ed uscite dell'anno precedente. L'ammontare di questa somma è segreto. Si ritiene però che sia vicino a quello dell'Obolo di San Pietro. Così almeno avvenne nei quattro anni di cui sono trapelate le cifre: il 1992 con 60,7 miliardi di lire italiane dell'epoca, il 1993 con 72,5 miliardi, il 1994 con 75 miliardi e il 1995 con 78,3 miliardi. In quegli stessi anni, l'Obolo di San Pietro era di poco superiore a queste somme.

Stando così le cose, il 2007 avrebbe fruttato a Benedetto XVI, per la sua "carità", una somma complessiva vicina ai duecento milioni di dollari.

Mentre nello stesso anno i bilanci registravano per l'APSA un passivo di 9,1 milioni di euro e per il governatorato un attivo di 6,7 milioni di euro. Briciole, al confronto.

***

Sullo IOR, nella sua lezione ai diplomatici Caloia disse poche cose. Sottolineò che esso "non ha una relazione funzionale" con la Santa Sede. E affermò che sono autorizzati a depositarvi delle somme esclusivamente "individui o persone giuridiche dotate di legittimità canonica: cardinali, vescovi, sacerdoti, suore, frati, congregazioni religiose, diocesi, capitoli, parrocchie, fondazioni, eccetera".

Non sempre, però, la realtà corrisponde a questo profilo. Quando nel 1990 Caloia assunse la presidenza della banca vaticana, questa era da poco uscita da un terribile dissesto, legato al nome del suo predecessore, l'arcivescovo Paul Marcinkus, e alle spericolate operazioni da lui compiute con i finanzieri Michele Sindona e Roberto Calvi, entrambi poi periti di morte violenta, in circostanze misteriose.

Il cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato dell'epoca, aveva sanato il contenzioso ordinando di versare ai creditori 242 milioni di dollari a titolo di "contributo volontario". A investigare sull'operato della banca vaticana, d'intesa col governo italiano, Casaroli aveva delegato due specialisti in finanza e diritto amministrativo, Pellegrino Capaldo e Agostino Gambino, e un prelato curiale di sua assoluta fiducia, monsignor Renato Dardozzi, nato nel 1922, divenuto sacerdote a 51 anni, laureato in ingegneria, matematica, filosofia e teologia, una carriera di manager in telecomunicazioni, infine direttore e cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze.

Da allora e fino a pochi anni prima della morte, nel 2003, Dardozzi ha continuato a svolgere un ruolo di vigilanza sull'operato dello IOR, per conto della segreteria di Stato vaticana, con Casaroli e con il successore, il cardinale Angelo Sodano.

Del suo lavoro di vigilanza, Dardozzi ha tenuto documentazione. E questa documentazione è ora divenuta pubblica in un libro uscito da poco in Italia, scritto da Gianluigi Nuzzi ed edito da Chiarelettere.

I documenti citati e riprodotti nel libro sono assolutamente attendibili. Essi mostrano che l'allontanamento di Marcinkus e la sua sostituzione con Caloia nel 1990 non fu sufficiente per ripulire subito lo IOR dal malaffare.

Nel ruolo chiave di "prelato" della banca vaticana restò infatti al suo posto fino al 1993 monsignor Donato De Bonis. E questi continuò a mantenere in opera, in quegli anni, una specie di banca occulta parallela, sotto il suo esclusivo comando, che di nuovo rischiò di travolgere lo IOR nel dissesto.

A Caloia, il sospetto che vi fossero delle irregolarità sorse nella primavera del 1992. Ordinò un'indagine interna e appurò che in effetti facevano capo a De Bonis dei conti intestati a fondazioni fittizie, che mascheravano operazioni finanziarie illegali, per decine di miliardi di lire dell'epoca.

In agosto, un dettagliato rapporto su questi conti fittizi arrivò sul tavolo del segretario di Giovanni Paolo II, monsignor Stanislaw Dziwisz.

Nel marzo del 1993, De Bonis fu estromesso dallo IOR. Nessuno prese il suo posto nella carica di "prelato" della banca, che rimase vacante. E lui, consacrato vescovo, fu nominato cappellano del Sovrano Militare Ordine di Malta, ruolo che gode delle protezioni diplomatiche.

Ma ancora dopo la sua uscita dallo IOR De Bonis continuò ad operare, grazie a funzionari a lui legati. Allarmato, a fine luglio Caloia scrisse al segretario di Stato cardinale Sodano:

"... Appaiono sempre più chiari i contorni di netta e criminosa attività consapevolmente condotta da chi per scelta di vita e ruolo ricoperto doveva al contrario costituire severa coscienza critica. Risulta sempre più incomprensibile il permanere di una situazione tale per cui il nominato [De Bonis] continua, da ubicazione non meno privilegiata, a gestire indirettamente l'attività dello IOR...".

Il rischio era tanto più grave in quanto, proprio in quei mesi, la magistratura italiana stava indagando su una colossale "tangente" illegalmente pagata dalla società Enimont ai politici che l'avevano favorita. E le indagini portavano anche allo IOR, come tramite occulto di questi pagamenti, attraverso i conti fittizi manovrati da De Bonis.

Nell'autunno del 1993 i magistrati di Milano chiesero al Vaticano, per rogatoria, di fornire i dati delle operazioni contestate. Il Vaticano se la cavò fornendo il minimo indispensabile, meno di quanto avesse accertato con indagini proprie. Alcuni funzionari furono sostituiti, i conti fittizi furono bloccati e De Bonis non ricuperò neppure una lira delle somme ivi depositate.

Con De Bonis uscì di scena anche il cardinale che in Vaticano più l'aveva appoggiato, José Rosalio Castillo Lara, presidente sia dell'APSA che del governatorato.

Caloia fu riconfermato nel 1995 presidente dello IOR per un altro quinquennio. E così nel 2000. E così ancora nel 2006, dopo un anno di proroga "ad interim" con voci insistenti di una sua imminente sostituzione. Nell'estate del 2006, prima di lasciare la segreteria di Stato al suo successore Tarcisio Bertone, il cardinale Sodano ripristinò tuttavia la carica di "prelato" dello IOR, assegnandovi un proprio segretario, monsignor Piero Pioppo.

Anche oggi di tanto in tanto ritornano le voci di un cambio, alla presidenza dello IOR. Ma Caloia, 69 anni, moglie inglese e quattro figli, ha in mano una nomina che vale fino al 14 marzo del 2011.

Di certo, grazie a lui lo IOR oggi si avvicina di più – come mai era accaduto in passato – all'immagine di banca virtuosa descritta in quella lezione di due anni fa ai diplomatici del Medio Oriente e del Nordafrica.

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La relazione sulle finanze vaticane tenuta dal presidente dello IOR alla scuola per diplomatici della Pontificia Università Gregoriana nel 2007 è nel volume degli atti:

Angelo Caloia, "The financial structures of the Holy See", in Franco Imoda, Roberto Papini (eds.), "The Catholic Church and the International Policy of the Holy See / L'Eglise Catholique et la Politique Internationale du Saint-Siège", Nagard, Milano, 2008, pp. 148-151.

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Il libro con i documenti conservati da monsignor Renato Dardozzi:

Gianluigi Nuzzi, "Vaticano SpA", Chiarelettere, Milano, 2009, pp. 282, euro 15,00.

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In www.chiesa, un recente servizio sui bilanci del Vaticano e l'ammontare dell'Obolo di San Pietro negli ultimi cinque anni:

> Per i denari di Pietro è quiete nella tempesta (30.1.2009)

E ancora in www.chiesa, sullo IOR e la presidenza di Angelo Caloia:

> Il banchiere del papa racconta: "Ecco come ho risanato lo IOR" (18.6.2004)

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Per altre notizie e commenti vedi il blog SETTIMO CIELO che Sandro Magister cura per i lettori italiani. Ultimi titoli:

Priorità. Anche nella classifica della CEI Dio è salito in testa

Tienanmen, le orchestre cinesi e i silenzi vaticani

Movimenti musicali. Il coro di Colonia scalza quello della Cappella Sistina

martedì 16 giugno 2009

un pericolo per l'Italia

Editoriale del quotidiano finanziario britannico: "Rifiuta ogni critica indipendente"
L'Independent: se il premier può "mentire così spudoratamente", il Paese è a rischio

Berlusconi "un pericolo per l'Italia"
l'affondo del Financial Times

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

Berlusconi "un pericolo per l'Italia" l'affondo del Financial Times

LONDRA - "Un pericolo" per l'Italia. Due grandi giornali inglesi, il Financial Times e l'Independent, usano stamane la stessa espressione parlando di Silvio Berlusconi, alla luce delle vicende che hanno recentemente coinvolto il primo ministro e del suo rifiuto di rispondere alle domande che gli ha posto "la Repubblica".

Dopo i numerosi servizi dei corrispondenti da Roma della stampa britannica, e due editoriali molto critici verso Berlusconi apparsi sul Times di Londra, quotidiano filoconservatore, e sul Guardian, quotidiano filolaburista, oggi a occuparsi del caso sono il quotidiano della City, considerato l'organo di informazione più autorevole d'Europa, e l'Independent, che dedica alla questione un ampio ritratto del premier italiano su due intere pagine.

Silvio Berlusconi "non è chiaramente un altro Mussolini" e il suo potere non comporta il rischio di un ritorno al fascismo, "ma è un pericolo per l'Italia e un maligno esempio", afferma l'editoriale non firmato, dunque espressione dell'opinione della direzione del giornale, collocato al primo posto frai tre commenti del giorno nella pagina "Op-Ed" (opinioni ed editoriali) del Financial Times, subito al di sotto del motto del Ft, "Without fear and without favor", ossia senza timori reverenziali e senza fare favori a nessuno. "Mentre vengono poste pesanti domande sulla sua relazione con un'adolescente che sogna di diventare una star, domande che sua moglie è stata la prima a sollevare, Berlusconi si è rivolto contro il suo più ostinato interrogante, il quotidiano di centro-sinistra la Repubblica, ha lanciato velate minacce tramite un suo associato e ha cercato di invalidare le domande sostenendo che sono viziate da un pregiudizio politico. Egli ha mostrato simile belligeranza verso i magistrati che lo hanno giudicato corruttore dell'avvocato inglese David Mills, definendoli "militanti di sinistra, sebbene il parlamento lo abbia reso immune dall'essere processato. E insoddisfatto anche di un così utile parlamento, ha detto che dovrebbe essere drasticamente ridotto a 100 deputati, mentre il potere del premier dovrebbe essere accresciuto".


Il pericolo rappresentato da Berlusconi, prosegue l'editoriale del quotidiano finanziario, è di "svuotare i media di serio contenuto politico, rimpiazzandolo con l'intrattenimento, di demonizzare i nemici e rifiutare di accettare la legittimazione di ogni critica indipendente". Il pericolo è "mettere una fortuna al servizio della creazione di un'immagine di massa, composta da affermazioni di successi ininterrotti e sostegno di popolo". Che Berlusconi sia così dominante è "in parte colpa di una sinistra titubante, di istituzioni deboli e talvolta politicizzate, di un giornalismo spesso subalterno. Ma più di tutto è colpa di un uomo molto ricco, molto potente e sempre più spietato. Non un fascista, ma un pericolo, in primo luogo per l'Italia, e un esempio maligno per tutti".

Il lungo articolo dell'Independent, firmato dall'ex corrispondente da Roma, Peter Popham, ricostruisce punto per punto tutti gli sviluppi della "Berlusconi's story", chiedendosi se un leader coinvolto in casì tanti scandali, controversie e processi, possa finire per perdere il potere a causa di una vicenda apparentemente minore, come la partecipazione al compleanno di una ragazza diciottenne, riportata inizialmente in un trafiletto di giornale da Repubblica, ma poi gonfiata dalla decisione di Veronica Lario di chiedere per questo il divorzio, sostenendo che suo marito ha incontri "con minorenni", che "non sta bene" e che "ha bisogno di aiuto". L'implicita allusione dell'Independent è allo scandalo Watergate, anch'esso iniziato con una piccola notizia di cronaca, un apparente tentativo di furto nel quartier generale del partito democratico americano, ma poi terminato con le dimissioni di Richard Nixon. Il quotidiano londinese conclude che oggi Berlusconi è di fronte al "rischio reale" di perdere consensi alle prossime elezioni europee, particolarmente dopo le critiche espresse da alte autorità della Chiesa cattolica per il suo comportamento. La questione dei suoi rapporti con Noemi Letizia, afferma il giornale, "non è triviale". Vivere in Italia oggi è "come essere intrappolati in un campo di lava che sta lentamente ma inesorabilmente scivolando giù da un pendio". Gli scandali di Mani Pulite, anziché portare alla nascita di una rivitalizzata "Seconda repubblica", hanno condotto a una "Età di Silvio e al lento ma costante degrado delle istituzioni democratiche della nazione". Se il primo ministro può "mentire così spudoratamente" sulla sua relazione con una teen-ager, allora l'Italia "è in pericolo".

(27 maggio 2009)

Campania Felix... ora non più (2)

http://www.protezionecivile.it/cms/attach/editor/rischi-nucleare/Sintesi_dei_risultati_e_indicazioni_preliminari.pdf

Campania Felix... ora non più

http://www.peacelink.it/ecologia/a/17127.html
Uno sguardo in generale sulla grave situazione della Campania
Rifiuti tossici in Campania

Scrivere in questa sede qualcosa di esaustivo sul problema in esame è praticamente impossibile, quel che si può fare è invece dare un quadro generale della problematica e della gravità della situazione attuale, senza generare inutili allarmismi, e rinviando il lettore interessato ai testi ed agli articoli indicati alla fine.
4 luglio 2006 - Alessandro Iacuelli
Fonte: Pubblicato sulla rivista cartacea sottoSOTTO di Napoli, alla cui redazione va un ringraziamento.
Basta leggere i giornali, spesso senza bisogno di andare all'indietro nel tempo, per leggere degli illeciti riguardanti i rifiuti in Campania. E non sempre si parla di Rifiuti Solidi Urbani (RSU). La continua emergenza nel settore dei rifiuti, che tiene stretta la Campania nella morsa di un dannoso commissariato straordinario da 13 anni, ci ha fatto in qualche modo abituare ai rifiuti per strada, a non far caso ai cumuli di scorie abbandonati lungo le provinciali, lungo l'asse mediano, nelle campagne appena al di fuori della città. Tanti i casi "famosi", dalla discarica di Pianura, alla discarica Tre Ponti di Giugliano, dal ritrovamento di una mega discarica (abusiva) nel nolano, piena di rifiuti altamente tossici, ai 120 fusti aperti pieni di materiale chimico a Santa Maria La Fossa (Ce), l'etichetta sui fusti era scritta in tedesco. Questo per citare solo i casi più eclatanti.
Oggi, secondo quanto emerge dalle numerose indagini delle Procure di Nola, Napoli e Santa Maria Capua Vetere, venire a smaltire in Campania è conveniente. Conveniente perché costa di meno. Tanto per fare qualche esempio, smaltire morchie di verniciature e solventi costa normalmente dalle 600 alle 800 lire al chilo, mentre certi clan criminali campani lo fanno per 280 lire al chilo. Normalmente, un'industria ha bisogno di smaltire molte tonnellate all'anno di simili rifiuti.
Del resto che si tratti di una vera emergenza criminalità lo dimostrano anche le cifre rese note nel "Dossier Rifiuti" di Legambiente: otto clan che gestiscono gli affari, 1088 reati accertati, 509 sequestri effettuati per un valore di oltre 18 milioni di euro negli ultimi cinque anni. Ed è solo la punta d'iceberg. Solo quel che è stato scoperto. Difficile stimare l'entità di quanto è ancora sommerso. Sempre in Campania sono, secondo l’ultimo censimento dell’Anpa, ben 814 i siti da bonificare, occupati da circa 3 milioni di metri cubi di rifiuti. Numeri che alimentano gli appetititi della criminalità organizzata. Ancora oggi, le istituzioni mettono in primo piano due aspetti del problema: quello politico dell’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti, e quello giudiziario nel settore degli sversamenti abusivi. A nostro avviso, viene trascurato l’aspetto che dovrebbe essere quello principale: l’aspetto delle conseguenze sulla salute pubblica.

I rifiuti della camorra
L’introduzione, avvenuta solo nel 2001, del delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti sta incominciando a dare frutti importanti, anche se in ritardo, in un'Italia che ancora una volta si è attardata dal punto di vista legislativo. In tutte le province campane sono stati realizzati significativi sequestri di siti di scarico abusivi, ove sono state reperite notevoli quintali di rifiuti tossico nocivi. La situazione è divenuta allarmante proprio con il prolungarsi dell'emergenza derivante dalla saturazione delle aree territoriali da destinare allo scarico di rifiuti, le cosiddette "discariche legali". In tale occasione la camorra ha cercato di dirottare lo smaltimento verso siti privati propri, generando gravi situazioni per la salute e la sicurezza pubblica.
Particolarmente attivo in tale settore è il clan dei Casalesi che opera quasi in regime di monopolio in tutte le attività a questo connesse.1 Il clan, guidato dal noto boss Francesco Schiavone detto "Sandokan" di Casal di Principe, ora in arresto dopo anni di latitanza, ha progressivamente esteso il controllo a tutte le diverse fasi del ciclo dei rifiuti: raccolta, trasporto, occultamento e distruzione, ricorrendo a complesse metodologie operative che prevedono la costituzione di una fitta rete di intermediari e di società in apparenza pulite.
Da ormai 15 anni, la Campania è il crocevia dello smaltimento dei rifiuti provenienti da ogni regione, affare che ha fruttato, e frutta, enormi guadagni alla camorra ma anche alle altre organizzazioni criminali e ad altri individui, ci si riferisce ai cosiddetti criminali dal colletto bianco: amministratori, chimici analisti, impiegati. Per anni hanno escogitato un trucco molto semplice, chiamato in gergo "giro bolla", che consiste nel falsificare il modulo di identificazione dei rifiuti, il Mud; formalmente loro sversano in discariche lecite, ma in realtà gettano i rifiuti in cave, fiumi e laghi. Solo nel casertano sono state sequestrate qualcosa come 1.000 discariche abusive. Ma c’è anche chi, in modo illegale e criminale, si è sbarazzato di autentiche bombe gettandole nelle discariche autorizzate per lo stoccaggio dei rifiuti solidi urbani.
Fin dai primi anni novanta una vera e propria holding composta da imprenditori, clan criminali, soggetti affiliati a logge massoniche e politici corrotti, ha gestito il trasporto, dal centro-nord verso il Mezzogiorno, di rifiuti industriali e urbani. Da Lombardia, Piemonte ma anche Toscana verso la Campania ma con propaggini significative nel Lazio, in Calabria, Basilicata e Puglia, TIR carichi di rifiuti finivano il loro tragitto presso discariche non autorizzate a riceverli e, soprattutto cave abusive, terreni scavati per l’occasione, riempiti di immondizia e ricoperti, aree dell’entroterra disabitate.

Inquinamento e salute
Oltre al danno economico per lo Stato, e per tutti noi, derivante dalla forte evasione fiscale (non viene pagata la cosiddetta "eco-tassa"), ci sono anche altri danni.
Nell'estate 2004, il dottor Alfredo Mazza, ricercatore in Fisiologia Clinica del CNR a Pisa, ha pubblicato sulla prestigiosa rivista medica "The Lancet Oncology" un suo agghiacciante studio sull'incidenza tumorale in Campania. I risultati degli studi e delle analisi effettuate dal ricercatore furono anche pubblicate su quasi tutti i quotidiani italiani. Nello studio, ci si riferisce ad un'area di 12 comuni, compresi tra Acerra, Pomigliano d'Arco, Nola e le falde settentrionali del Monte Somma, facente parte del Parco Nazionale del Vesuvio. In quest'area vivono oggi circa un milione di persone. Statistiche alla mano, Mazza mostra come l'indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100.000 abitanti sfiora il 35.9 per gli uomini e il 20.5 per le donne rispetto a una media nazionale che è di 14 casi. Questo in un quadro generale che assegna alla zona un indice di mortalità mediamente più elevato anche per altre forme di cancro.
Ricordiamo che l'area in questione, anche se caratterizzata da alcune presenze industriali anche grandi, mantiene comunque fortemente la sua vocazione agricola: in pratica non siamo di fronte ad una grande area industrializzata come se ne trovano nel nord Italia.
Il più grave dei pericoli derivanti dalla presenza di discariche abusive è in effetti quello dell'inquinamento del suolo e quello delle acque. L'inquinamento del suolo è determinato dal fatto che per la legge italiana non si può costruire su zone adibite a discarica legale.
Molto spesso, i materiali di risulta degli scavi di fondamenta di edifici o quelli di smaltimento dei rifiuti vengono invece utilizzati come compattamento per le strutture fondiarie, o comunque per le fondamenta di altre strutture edilizie abusive. Il che significa che molte delle strutture abusive vengono costruite su ex discariche abusive. Perché? Perché con questo materiale si cementa tutto e ciò non consente di verificare in un secondo momento la presenza della discarica e questo, a distanza di tempo, si concretizza in danni per la salute dei cittadini. Per non parlare dell'inquinamento sia delle falde acquifere che delle acque superficiali. Il più celebre caso di questo tipo è nel casertano: 80.000 metri quadrati di discarica abusiva a cielo aperto che riversava grossi fusti tossici nel fiume Volturno, inquinato ed ormai ecologicamente quasi irrecuperabile.
Le modalità tipiche dello scarico sono le seguenti:
1.I camion carichi di rifiuti giungono, nelle ore notturne, in corrispondenza di buche, spesso ex cave a loro volta abusive di sabbia e materiali per l'edilizia; Le buche vengono riempite di rifiuti e poi vengono immediatamente coperte. Quando non è possibile coprirle, il materiale sversato viene invece dato alle fiamme. Inutile precisare che questo tipo di scarico comporta gravi infiltrazioni indirette di sostanze tossiche sia nelle falde acquifere sia nel terreno.
2.I fanghi di depurazione e i rifiuti industriali liquidi, formalmente destinati a impianti di depurazione e riciclaggio, sono versati direttamente nel terreno, con conseguenze gravissime.2 Recenti analisi chimiche dei terreni hanno evidenziato alte concentrazioni di diossina, mercurio, arsenico, amianto. Migliaia di persone sono esposte a sostanze tossiche per decenni. Tutto è contaminato: gli agenti inquinanti nell'aria, nell'acqua e nei prodotti della terra sono ben al di sopra dei livelli consentiti.
Nell'agosto 2004, il comprensorio di Acerra (Napoli) sale alla ribalta della scena mediatica italiana a causa delle proteste popolari contro la costruzione di un inceneritore. Durante quelle proteste, per la prima volta, è venuto allo scoperto il problema dell'avvelenamento del terreno e delle acque.
Alcuni pastori della zona, portarono nelle vicinanze del cantiere sette pecore agonizzanti per dimostrare la fondatezza dell'allarme-diossina registrato in un'area vicina al cantiere. Gli animali furono lanciati a terra, a pochi passi dal cordone di agenti di polizia che presidiavano la strada d'accesso alla zona dei lavori.
In realtà, la presenza di diossina nei "Regi Lagni", canali di scolo delle acque reflue e piovane di età borbonica ancora esistenti sul territorio, era già stata rilevata tempo addietro, prima dell'apertura del cantiere per la costruzione dell'inceneritore.
In particolare, la località "Pantano", dove dovrebbe sorgere l'impianto di incenerimento era già considerata "insalubre" e ad alto rischio incidenti per la vicina presenza dello stabilimento chimico Montefibre, specializzata nella produzione di acrilici. Infatti, a partire dal 1999, un'ordinanza comunale dell'Amministrazione di Acerra vietò l'uso dell'area per insediamenti industriali. La Montefibre, dal canto suo, aveva già previsto nel piano di riconversione industriale un progetto di potenziamento dell'esistente centrale termoelettrica (interna alla fabbrica) di circa 400 megawatt.. Per il comune di Acerra questa eventualità alimenterebbe il rischio di incidenti nell'area adiacente allo stabilimento.
La Montefibre annunciò anche di predisporre un'ordinanza sindacale per vietare l'utilizzo di quell'area in applicazione del decreto legislativo 334 del `99, relativo al rischio di incidenti causati da sostanze pericolose, ordinanza che sarebbe solo temporanea, nell'attesa che una nuova variante urbanistica organizzi definitivamente gli insediamenti industriali dell'area.
Chi ne fa le spese, di tutto questo? Ne fa le spese, ad esempio, la famiglia Cannavacciuolo, famiglia che vive in quella zona occupandosi di allevamento di ovini. Insieme a loro, altri allevatori della zona vedono ridursi il loro bestiame a causa dell'avvelenamento.Gli allevatori sostengono che fin dal 2002 (quindi da un periodo precedente al progetto dell'inceneritore) i capi di bestiame si sono decimati a causa della elevata presenza di diossina nel territorio non urbano del comune di Acerra.
Vincenzo Cannavacciuolo aggiunge: "L'assessorato regionale alla sanità ci aveva promesso prima un aiuto economico, poi una zona alternativa per il pascolo, ma ad oggi noi non abbiamo ricevuto nulla."
Forzati a far pascolare là le loro pecore, in attesa di un diverso piano urbanistico che faccia destinare all'allevamento altri terreni più salubri, gli allevatori si trovano in una stretta morsa, tra la moria del bestiame, e le salate multe se si va a pascolare altrove.
Anche sul fronte delle falde acquifere le cose non sono diverse: 79 pozzi artesiani chiusi tra il 2002 ed il 2004 per inquinamento, con danni sia per l'agricoltura sia - ancora una volta - per gli allevatori.
Col passare del tempo, la situazione non è migliorata. Qualche mese fa, il 5 febbraio 2006 per la precisione, altri capi di bestiame sono stati ritrovati morti avvelenati. Le autopsie effettuate sugli animali indicano nella presenza di diossina nel cibo e nell'acqua la causa della morte.
Stavolta Cannavacciuolo, il più attivo tra gli allevatori che protestano, ha portato 20 pecore morte davanti alla sede del comune di Acerra. Gli allevatori hanno chiesto un incontro con il sostituto procuratore Maria Cristina Ribera, che ha condotto l'indagine sul giro di affari legato allo smaltimento di rifiuti industriali e nocivi usati come fertilizzante nelle campagne di Acerra, che ha portato all'arresto di 14 persone, tra cui i dirigenti della ditta Pellini ed alcuni sottoufficiali collusi dell’Arma dei Carabinieri.
"Tutti quei rifiuti tossici", spiega Cannavacciuolo "hanno inquinato il nostro territorio ed hanno portato alla morte le nostre pecore. I nostri allevamenti sono stati decimati dalla diossina, il tutto per il traffico di rifiuti avvenuto sul territorio acerrano".Se questo è l'effetto sugli ovini, vengono ovviamente dubbi sui potenziali effetti sull'uomo di questo tipo di inquinamento.
Al momento, l'unico studio esistente è la relazione tecnica che il comune di Acerra ha commissionato ai professori Marco Caldiroli e Francesco Francisci, risalente però ai primi di luglio del 2003.Dalla relazione si evince che il livello di diossina sul territorio è di ben 53 picogrammi per metro quadrato, un valore "quattro volte superiore" al limite consentito. Ed è grave che le agenzie di analisi del commissariato di governo ritengono il livello di diossina di Acerra non preoccupante. In base a quali esami?3 Le analisi effettuate dalla SOGIN e dall'Istituto Mario Negri di Milano, mostrano invece una elevata concentrazione di diossine nel latte ovino.4

L’azione della magistratura
Non abbiamo in questa sede lo spazio per elencare tutte le azioni di contrasto avvenute ad oggi, a partire dal lontano 1991, anno dell’Operazione "Adelphi", ma è doveroso citare quelle principali, per dare un’idea della distribuzione geografica nel territorio, nonché le più recenti, per indicare come il problema non sia affatto superato. Le indagini dell’Operazione "Adelphi" misero a nudo una situazione allarmante: la Campania è diventata ormai da anni la pattumiera d’Italia. Centinaia di discariche abusive furono scoperte sugli appezzamenti agricoli, nel ventre do montagne "scomparse" a causa delle attività estrattive illegali, dietro l’attività di improbabili cantieri edili. Sei imprenditori vennero condannati dalla Settima Sezione del Tribunale di Napoli per reati che vanno dall’abuso di ufficio alla corruzione, vengono assolti, invece, dal reato di associazione mafiosa.
L’operazione "Eco" colpisce il regno del clan dei Casalesi, che grazie al capillare controllo del territorio non hanno difficoltà a trovare luoghi dove scavare buche in cui nascondere i rifiuti o addirittura sversarli a cielo aperto. In poco meno di due anni, dal giugno ‘94 al marzo ‘96, i Casalesi movimentano centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali provenienti dal Piemonte e dalla Lombardia. Le industrie produttrici di rifiuti sono legate alla lavorazione dei metalli pesanti.
Devono farsi carico di costi elevati per lo smaltimento del materiale di scarto prodotto all’interno del processo produttivo: polveri di macinazione delle schiumature di alluminio e polveri di abbattimento dei fumi, che sarebbe svantaggioso riciclare o reinserire nella lavorazione rispetto all’esigua quantità di alluminio che se ne ricava in cambio. Inoltre sono poche le discariche attrezzate e autorizzate allo smaltimento di questa tipologia di rifiuti.
L’organizzazione criminale si inserisce perfettamente a tamponare i deficit di sistema e offre un efficiente servizio di smaltimento, illegale ovviamente, che garantisce continuità e permette alle aziende di abbattere i costi. I rifiuti vengono acquistati attraverso una rete di intermediari che contattano direttamente le imprese produttrici offrendo prezzi estremamente vantaggiosi.
Attraverso la falsificazione dei documenti i rifiuti arrivavano come "residui riutilizzabili" in centri di stoccaggio in Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo per essere poi dirottati in aziende e discariche abusive soprattutto della provincia di Caserta, e poi Benevento e Salerno.

Nell’aprile del 2001, la Procura di Milano, dopo un anno di lavoro, ha scoperto un colossale traffico di materiale ad altissimo rischio tra Brescia, Napoli e Caserta. Oltre 18.000 tonnellate di rifiuti venivano trasportate dalla Lombardia alla Campania per essere smaltite in discariche abusive e, in gran parte, anche in quella autorizzata di Tufino.
L’operazione denominata "Falso Cdr" vede indagate, presso la Procura di Milano, 31 persone tra cui ex pubblici amministratori. "L’attività illecita - hanno spiegato i dirigenti del Nucleo di Brescia del Cfs - si concretizzava nello smaltimento illegale di rifiuti che, ufficialmente destinati a diventare materiale combustibile, erano invece smaltiti in discariche abusive. Società di comodo, camionisti compiacenti, capannoni fantasma, agricoltori pronti a trasformare terreni fertili in bombe ecologiche." Il giro d’affari ammonterebbe a circa 6,5 milioni di euro.
Risale al luglio 2001, invece, la notizia della prima istruttoria in Italia per la quale vengono contestati reati associativi finalizzati all’inquinamento dell’ambiente. E' l'operazione Cassiopea, che riguarda proprio una parte della Campania trasformata in pattumiera d’Italia. Le zone più colpite sono tutte in provincia di Caserta: Casal di Principe, Santa Maria La Fossa, Castelvolturno, Villa Literno, Lago Patria. La procura di Santa Maria Capua Vetere accusa un gruppo di colletti bianchi di aver smaltito nella sola provincia di Caserta circa un milione di tonnellate di rifiuti negli ultimi quattro anni, quasi 100 viaggi alla settimana. Rifiuti di ogni tipo: speciali, pericolosi, urbani.
Secondo gli inquirenti sono stati sversati o seppelliti anche cadmio, zinco, fanghi di depuratori, scarti da vernici, arsenico, piombo. Trasportati dai Tir dal Nord Italia. Novantotto le persone indagate. Imprenditori settentrionali, faccendieri, mediatori; accusati di associazione a delinquere, disastro ambientale, avvelenamento delle acque. Nell’inchiesta finiscono anche atti delle Procure di Torino, Firenze, Palermo, Sassari, Spoleto. Per circa tre anni il pm di Santa Maria Capua Vetere, Donato Ceglie, ed in Nucleo Operativo Ecologico dei carabinieri hanno indagato sul traffico di rifiuti con intercettazioni telefoniche, pedinamenti, foto e filmati.
Il giudice per le indagini preliminari di Santa Maria Capua Vetere boccia, però, le 98 richieste di custodia cautelare. Pur riconoscendo la validità dell’impianto accusatorio, il giudice ritiene che ci siano problemi di competenza territoriale e che l’istruttoria non spetti alla Procura di Santa Maria.
L’operazione Cassiopea ha aperto comunque la strada ad altre inchieste. Infatti il 13 febbraio proprio la Procura della Repubblica di Spoleto, nell’ambito dell’indagine denominata "Greenland", per la prima volta viene arrestata un persona per violazione all’art.53 bis del Decreto Ronchi, attività organizzate di traffico illecito di rifiuti, individuando una struttura organizzata dedita al traffico illecito di milioni di tonnellate di rifiuti speciali.

Nella notte del 9 Giugno del 2004, scatta l’Operazione "Terra Mia", condotta dal Corpo Forestale dello Stato coordinato dalla Procura di Nola, che ha avuto l'indubbio merito di far scoprire per la prima volta che il triangolo tra Acerra, Nola e Marigliano è un triangolo di veleni. Prima, nessuno poteva immaginarlo.
Sedici persone arrestate, 18 denunciate a piede libero, venne scoperta un'organizzazione che smaltiva illegalmente i rifiuti derivanti dalla lavorazione dei metalli, generando un inquinamento tale da configurare, per la prima volta in assoluto in Italia, l'ipotesi di reato di disastro ambientale.
Nel corso delle indagini, durate due anni, furono sequestrati 26 siti di sversamento illegali, ai confini di campi coltivati o di zone sottoposte a bonifica quali i Regi Lagni.
Nella conferenza stampa che ne seguì, il comandante provinciale del Corpo forestale napoletano, Vincenzo Stabile, dichiarò: "Il danno è irreparabile, dato che l'inquinamento da metalli pesanti ha interessato anche le falde acquifere". Almeno 120 ettari di terreno nel triangolo dei veleni Nola, Acerra, Marigliano, secondo gli accertamenti degli inquirenti, sono pesantemente inquinati da polveri di abbattimento dei fumi degli altoforni (fonti principali di diossine), dalle scorie saline, dalle schiumature di alluminio e dai car-fluff (frazioni di rifiuti derivanti dalla rottamazione dei veicoli dopo aver eliminato le parti metalliche). L'operazione consentì anche di tracciare una mappa precisa delle discariche illegali nella zona, terreni nei quali si sversava "alla luce del sole", come sottolinea Ciro Luongo, responsabile del nucleo investigativo della Forestale che affiancò nelle indagini il Pubblico Ministero della Procura di Nola, Federico Bisceglia.
Proprio il Pm di Nola volle anche puntualizzare che in questo caso la camorra non c'entrava nulla o quasi, dichiarando che: "si tratta di imprenditori che operano semplicemente in questi termini di illegalità". Tutti gli arrestati non erano legati ad alcun clan criminale. Erano semplicemente imprenditori, addirittura "puliti", che consideravano quel modo di fare perfettamente normale, se non legale. Questo la dice lunga su quanto il problema sia d'origine culturale, prima ancora che politica, in Campania.5

Il problema delle bonifiche
Nel corso delle indagini che portarono all’operazione "Terra Mia", la Procura di Nola ha sequestrato le aree contaminate, indirizzando agli enti locali competenti l'avviso che avrebbe dovuto portare alla messa in sicurezza e alla bonifica prevista dalla legge Ronchi. Sono passati quasi due anni da quel giorno.
Due anni dopo, in alcuni comuni dell'area, non c'è stata alcuna bonifica di quei siti. I rifiuti sequestrati non sono mai stati messi in sicurezza. Le aree sono state recintate, ma spesso in modo debole: sono stati apposti cartelli ad indicare che vi sono rifiuti tossici, e poi abbandonate. Spesso a cielo aperto. Con il passare dei mesi, spesso i cartelli sono finiti come souvenir in casa di qualche adolescente appassionato di segnaletica stradale; con il passare delle piogge spesso nelle recinzioni si sono formate delle falle. Due anni dopo, non è raro trovare bambini spesso ignari che giocano nelle ex discariche. Già nel 2002 lo stesso Corpo Forestale dello Stato aveva lanciato l'allarme, nel Terzo Censimento delle discariche abusive: solo il 21% dei siti sequestrati e non più attivi risulta bonificato o messo in sicurezza. A norma della legislazione vigente (Decreto Ronchi), la bonifica delle discariche spetta sempre e comunque al responsabile (e/o proprietario) dell'area. Vi sono casi di esclusioni di responsabilità, nel caso in cui il proprietario dimostri di non avere colpa e dolo nella gestione e/o realizzazione della discarica. In ogni modo il Comune deve provvedere in 30 giorni dalla segnalazione all'emissione dell'ordinanza di sgombero e conferimento dei rifiuti; in mancanza in detto termine deve provvedere a sue spese con successiva richiesta di rimborso. Qualora invece i rifiuti siano abbandonati su suolo pubblico, il Comune provvede direttamente alla rimozione in trenta giorni. Quindi un tempo massimo di trenta giorni, a fronte di due anni di età dei suoli sequestrati dalla Procura di Nola. Una volta sequestrato il sito, la competenza dell'eliminazione delle scorie non è più dei tribunali, ma viene trasferita agli Enti Locali. Che restano immobili. Eppure, a sfogliare certi numeri della Gazzetta Ufficiale, si scopre che sono stati anche emessi, e più di una volta, finanziamenti a pioggia ai comuni per la messa in sicurezza. Ci si chiede quindi come mai occorra ancora assistere allo spettacolo delle discariche a cielo aperto, con tutte le conseguenze sulla salute della popolazione. Non è cosa nuova, in Italia, che quando arrivano i finanziamenti su opere pubbliche, il rischio di infiltrazione negli appalti da parte del crimine organizzato è sempre alto. E in effetti i finanziamenti pubblici per le bonifiche sono arrivanti davvero. Il ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio, con il decreto del 18 settembre 2001 sul Programma Nazionale di Bonifica, ha individuato 40 siti di interesse nazionale da bonificare, per i quali sono stati stanziati oltre 547 milioni di Euro, pari a circa 1.060 miliardi di lire, trasferiti già alle Regioni. A questi finanziamenti vanno poi aggiunti quelli dovuti dai responsabili della contaminazione, quando accertati. Oltre 174 milioni di Euro sono destinati alle quattro regioni meridionali a tradizionale presenza mafiosa. Risorse che, come denunciano gli stessi addetti ai lavori, sono a rischio di infiltrazione mafiosa. Se, dopo i disastri ambientali provocati dalla criminalità, i soldi pubblici dovessero finire in quelle stesse tasche, al danno farebbe seguito anche la beffa. Quel che è certo, e che è sotto gli occhi della popolazione della Campania, è che nonostante un Programma Nazionale di Bonifica, di bonificato non c'è praticamente nulla.

I giorni nostri
La mattina dell'8 maggio scorso è scattata l’operazione "Madre Terra 2", che ha portato all’arresto di 5 imprenditori, soci della "R.F.G. Srl Impianto di Compostaggio" di Trentola Ducenta (CE). Per loro sono scattate le misure cautelari, 3 in carcere due agli arresti domiciliari, con reati contestati molto pesanti: disastro ambientale e associazione per delinquere per traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi. Sequestrato anche lo stabilimento R.F.G. Stando alle dichiarazioni in conferenza stampa del pm Donato Ceglie della Procura di Santa Maria Capua Vetere, la R.F.G. si è resa colpevole dello smaltimento illegale di 38.000 tonnellate di rifiuti pericolosi, con un giro di affari di circa 3 milioni di euro. L'operazione scaturisce da una precedente ed analoga indagine (denominata "Madre terra") che nel mese di novembre 2005 portò all'arresto di nove persone; l'indagine, è durata sei mesi ed ha consentito di disarticolare una vera e propria organizzazione criminale ben radicata sul territorio.Gli indagati, avrebbero movimentato nel solo periodo da novembre 2002 a maggio 2003 circa quarantamila tonnellate di rifiuti, con un giro d'affari di oltre tre milioni di euro.In nota presentata poche ore dopo l'esecuzione degli arresti, l'assessorato all'Ambiente della Regione Campania, rende noto che il 24 marzo scorso si era provveduto a revocare, con apposito decreto, l'autorizzazione all'esercizio dell'impianto di compostaggio di Trentola Ducenta (Caserta). Con lo stesso atto la ditta Rfg (responsabile della trasformazione di rifiuti organici e inorganici) è stata diffidata dall'esercitare l'attività di compostaggio e qualsiasi altra attività ad essa collegabile, e intimata a provvedere all'immediata messa in sicurezza ed al ripristino ambientale dell'area. Il provvedimento era scaturito in seguito all'invio di una informativa antimafia interdittiva da parte della Prefettura di Caserta.L’amministrazione comunale di Villa Literno, il comune maggiormente colpito dalle discariche abusive della R.F.G., esprime soddisfazione per l'operazione del gruppo tutela ambiente che ha portato al sequestro di numerosi terreni nell'area liternese.
Anche questo comune, dopo varie segnalazioni dell'Arpac circa terreni contaminati da fanghi tossici, ha emesso ordinanze di diffida ai proprietari dell'area ed alla società che distribuiva il compost tossico, intimando la messa in sicurezza e sollecitando la bonifica dei terreni. "Purtroppo le ordinanze sono state disattese", spiega il responsabile dell'ufficio Ecologia e Ambiente del Comune, Mario Ucciero, "e del resto il Comune non ha i mezzi tecnici né i fondi economici per sostituirsi a chi di dovere per la bonifica dei terreni". La particolarità dell’operazione "Madre Terra 2" sta nel fatto che agli avvisi di custodia cautelare ha fatto finalmente seguito una reazione da parte della società civile che, seppure in gravissimo ritardo, mostra di iniziare a comprendere la gravità del problema.
Reagisce Confagricoltura, la quale fa rilevare che "alla meritoria azione di repressione portata avanti dalla magistratura e dalle forze dell'ordine va affiancata una più decisa ed incisiva azione di prevenzione, senza dimenticare gli interventi di bonifica dei siti inquinati. I disastri ambientali ed il degrado del territorio rappresentano il problema dei problemi della Campania: se non si pone in essere una strategia di lungo periodo per superare questa indubbia criticità del sistema, si rischia di vanificare gli sforzi per la promozione delle produzioni di eccellenza della nostra regione".
Reagiscono Legambiente ed il Consorzio Mozzarella di Bufala, che annunciano di costituirsi parte civile al processo contro i 5 imprenditori.6. Passano appena tre giorni, e giovedì 11 maggio è scattata l'operazione "Dry Cleaner", che ha impegnato il Nucleo Tutela Ambientale dei Carabinieri. Sono state eseguite 23 ordinanze di custodia cautelare, 13 sono finiti in carcere e 10 agli arresti domiciliari, più tre ordinanze di obbligo di dimora, tutte nei confronti di persone dedite al traffico illecito nel campo dei rifiuti. Le ordinanze sono state emesse dal gip del tribunale di Benevento. L'indagine ha accertato la responsabilità di operatori e liberi professionisti del settore dello smaltimento dei rifiuti, ritenuti dagli inquirenti responsabili di "associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi e disastro ambientale". Il reato di disastro ambientale è relativamente giovane in Italia, essendo stato inserito nel testo del provvedimento citato con l'articolo 22 della Legge 23 marzo 2001, n. 93, dal titolo "Disposizioni in campo ambientale". Un reato che esiste solo dal 2001, in seguito al decreto Ronchi, e che viene contestato oggi abbastanza raramente. L'operazione ha portato anche al sequestro di quattro siti utilizzati per l'illecito sversamento di rifiuti, ritenuti pericolosi per la salute pubblica. In circa otto anni sono stati smaltite illecitamente circa 50.000 tonnellate di rifiuti pericolosi provenienti dalla Campania ma anche dalla provincia di Foggia, confinante con quella di Benevento. L'organizzazione, formata da un cartello di aziende perfettamente legali, dotate di una "buona reputazione" sul territorio e presso gli enti pubblici, nonché presso il Commissariato Straordinario per i Rifiuti della Campania, provviste di regolare certificazione antimafia ed operanti, anche con appalti pubblici presso gli enti locali, nel settore dei rifiuti urbani ed industriali, avrebbe dovuto smaltire gli ingenti quantitativi di rifiuti speciali, sia pericolosi sia non pericolosi che le venivano conferiti, ma in realtà sversava direttamente su siti non autorizzati ubicati nelle campagne del beneventano circostanti, Pesco sannita e Benevento, Altavilla Irpina, Bonito nell'Avellinese e in corsi d'acqua superficiali, senza effettuare alcun trattamento sui rifiuti stessi. Evitando quindi completamente ogni spesa per il trattamento di messa in sicurezza e per lo stoccaggio definitivo dei materiali, ottenendo in questo modo un "guadagno extra" ancora da accertare con precisione, ma stimato in diverse decine di milioni di euro. E' stata individuata un'elevata quantità di rifiuti di tutti i tipi: scarti agroalimentari, oli minerali esausti, fanghi di fosse settiche, rifiuti di bonifica provenienti dallo smantellamento di aree di servizio, morchie da serbatoi contenenti idrocarburi e, soprattutto, un'elevatissima quantità di fanghi di lavanderie a secco, da cui il nome dell'operazione.
Secondo gli inquirenti, lo smaltimento illecito andava avanti dal 1998. In tutto sono coinvolte a vario titolo una dozzina di imprese del ramo, ma la principale è una nota azienda di Bonito, che veniva utilizzata sia come sito terminale di smaltimento illegale che come copertura per i propri trasporti per i quali il responsabile del gruppo rilasciava falsi attestati di smaltimento. Infatti, ufficialmente i rifiuti risultavano stoccati e la documentazione indicava anche i luoghi di smaltimento; luoghi che poi si sono rivelati essere uffici, garage, civili abitazioni, discariche inesistenti. A questo si aggiunge che parte dei rifiuti provenivano anche dalla raccolta differenziata effettuata da alcuni comuni che, ignari, hanno continuato a pagare per il loro corretto smaltimento. Rifiuti differenziati che poi venivano illecitamente rimiscelati ed abbandonati sul territorio, vanificando ogni sforzo dei comuni e della società civile fatto negli anni scorsi per promuovere la cultura della raccolta differenziata. Tra le persone coinvolte anche un chimico che presso il suo laboratorio forniva certificati di analisi falsi per il trasporto dei rifiuti, permettendo di declassificare a rifiuti urbani quelli che in realtà erano rifiuti industriali pericolosi. Il chimico inoltre suggeriva le operazioni più opportune per sviare le attività di indagine.Abbandonando sul territorio senza alcuna forma di impermeabilizzazione e di copertura i rifiuti, tutta la fase liquida degli stessi, nell'arco di tempo dal 1998 ad oggi, si è infiltrata nel terreno, fino a contaminare le falde acquifere. Proprio l'infiltrazione nel terreno e nelle acque delle sostanze inquinanti contenute in questi rifiuti, ha certamente determinato la nocività dei prodotti agricoli, con conseguente pericolo per la salute dei consumatori. Per questo, l'autorità giudiziaria ha potuto configurare e contestare il reato di "disastro ambientale". Anche in questo caso si è trattato di un'azione contro la cosiddetta ecomafia dei colletti bianchi, cioè quell'imprenditoria svincolata dai veri e propri clan di camorra ma che, semplicemente per abbattere i costi e massimizzare i profitti, assume comportamenti criminali.7
E siamo in attesa delle prossime operazioni giudiziarie, che di sicuro non terminano qui.

Cosa può fare il normale cittadino?
Indignarsi, questo è certo. Indignarsi per una cattiva gestione, spesso collusa o quanto meno compiacente, da parte di tutti gli enti locali, ad ogni livello, e da parte del commissariato straordinario. Indignarsi per una privatizzazione selvaggia in un settore dove il controllo pubblico è necessario, prima che scoppi l’emergenza sanitaria. Sì, ma nella pratica?
Non è certo necessario che tutti si mettano a praticare l’appostamento notturno in campagna, in attesa del furgone che scarica i bidoni, ma certamente qualcosa in piccolo si può fare.
Tanto per cominciare, come si è visto oggi il livello di guardia da parte della magistratura è molto elevato rispetto a 10 anni fa. Di conseguenza, si è anche modificata la strategia di sversamento da parte della criminalità campana. Oggi si preferisce evitare di mandare in campagna il grosso TIR con centinaia di fusti, facile da individuare e da tenere d’occhio. Si preferisce invece scaricare il TIR presso un magazzino, e traslocarne il contenuto tossico su piccoli furgoni, a volte su degli Ape, in grado di trasportare piccoli quantitativi e di fare più viaggi nell’arco di una notte. Il piccolo furgone va sul luogo dove sversare, scarica le scorie e, quando non sono metalli o inerti prodotti dall’edilizia, si aggiunge qualche copertone d’auto, si versa una tanica di benzina e si da fuoco al tutto.
Il processo di combustione di molti scarti industriali, si tratta spesso di solventi o idrocarburi, rilascia nell’atmosfera sostanze pericolosissime, come le diossine o il Pentaclorobenzene (PCB).
La pratica è talmente diffusa che tutta l’area a nord di Napoli, in particolare quella tra Giugliano, Qualiano e Villaricca, ma fino ad Aversa e con propaggini nell’agro nolano-vesuviano, viene spesso chiamata la "Terra dei Fuochi", per le innumerevoli colonne di fumo nero e denso che di notte oltraggiano il territorio. Quel che un cittadino comune può fare è, invece di voltarsi altrove, telefonare al 1515, centralino antincendio del Corpo Forestale dello Stato, e segnalare il luogo dove è stata avvistata la colonna di fumo. Non costa nulla farlo, e non solo perché la chiamata è gratuita,.
In pratica, quel che il cittadino può e deve fare è proprio il non stare zitto.
Note:

1: Direzione investigativa antimafia, "Relazione sul primo semestre 2001"
2: A. Iacuelli - "La discarica della salute", in Altrenotizie, 01/03/2006, http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=383
3: A. Iacuelli, “La diossina fa bene?”, in Altrenotizie, 11/03/2006, http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=405
4: Il risultato dell'analisi è visibile in rete all'indirizzo http://www.altrenotizie.org/alt/images/acerra/negri.jpg
5: A. Iacuelli, “Terra Mia due anni dopo”, in Altrenotizie, 27/03/2006. http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=436
6: A. Iacuelli, “Madre Terra 2”, in Altrenotizie, 10 maggio 2006. http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=527
7: A.Iacuelli, “Dry Cleaner”, in Altrenotizie, 13/05/2006. http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=535

Bibliografia, articoli

Libri

Commissione Bicamerale d’Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti e attività illecite ad esso connesse, XIII Legislatura:

Relazione sulla Campania
Relazioni sui rifiuti speciali sanitari
Documento sui traffici illeciti e le ecomafie
Documento sulle tecnologie relative allo smaltimento dei rifiuti ed alla bonifica dei siti contaminati

Commissione Bicamerale d’Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti e attività illecite ad esso connesse, XIV Legislatura:

Documento sui commissariamenti per l'emergenza rifiuti
Relazione territoriale sulla Campania


Tutti i documenti delle Commissioni parlamentari sono scaricabili da Internet, all’indirizzo:
http://www.camera.it/chiosco_parlamento.asp?content=/_bicamerali/rifiuti/home.htm

Legambiente, e Comando Nucleo Ecologico dell’Arma dei Carabinieri. "Rifiuti S.p.A.
Radiografia dei traffici illeciti". Roma, 25 gennaio 2005.
Legambiente, "Dossier ambiente e legalità", Succivo (CE), 12 luglio 2002
Articoli

Alfredo Mazza, "In Italia il ‘triangolo della morte’ è collegato alla crisi dei rifiuti", in "The Lancet Oncology, vol.5, settembre 2004.
Alessandro Iacuelli, "I rifiuti della politica", in "Altrenotizie", 27
aprile 2006, http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=498
Cinzia Colombo, "La calda estate campana non è ancora finita", in "E & P", "La Nuova Ecologia", novembre-dicembre 2004.
Tutti gli articoli citati nelle note.


Alessandro Iacuelli è laureato in Fisica, giornalista free lance nel settore energia e ambiente, fa parte della redazione della testata on line "Altrenotizie", dove ha curato inchieste sull'emergenza gas dell'inverno 2005/2006, sul nucleare in Italia e sui rifiuti tossici e le ecomafie in Italia meridionale. Proprio su questo tema, si sta occupando a tempo pieno da molti mesi della particolare "emergenza" che vive la Campania da quasi 15 anni. Di origine napoletana, sta così tornando a seguire la "sua" terra, il commissariamento straordinario dei rifiuti, le attività ecomafiose legate alla presenza camorristica, e l'aspetto sanitario che sta provocando un aumento dei casi di cancro nella regione.


http://www.corriere.it/Rubriche/Salute/Medicina/2007/05_Maggio/27/rifiuti_morti.shtml

In Campania morti e tumori per rifiuti
I dati in 100 pagine di un dossier. Da anni c'è un aumento della mortalità (+12%) e delle malformazioni (+ 84%)

ROMA - L'emergenza rifiuti in Campania è giá costata anche molte vite e molti danni per la salute della gente. Danni come tumori al polmone e al fegato, linfomi e sarcomi, malformazioni congenite cresciute dell'84%. Fino ad un'impennata di mortalità del +12% per le donne e del +9% per gli uomini. Numeri, statistiche, cifre, percentuali, messi nero su bianco da un team di circa 30 ricercatori, in uno studio scientifico commissionato dalla Protezione Civile, il cui rapporto finale lungo cento pagine uscirá prima dell'estate. Si tratta di una ricerca redatto da scienziati dell'Organizzazione Mondiale della Sanitá (Oms), del Centro Europeo Ambiente e Salute, dell'Istituto Superiore di Sanitá (Iss), del Dipartimento Ambiente e Connessa Prevenzione Primaria, dell'Istituto Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), dell'Osservatorio Epidemiologico della Regione Campania e dell'Agenzia Regionale Protezione Ambiente (Arpa) della Campania.
Partito nell'aprile del 2004, lo studio fotografa la situazione dal 1995 al 2002, attraverso ricerche effettuate su dati epidemiologici raccolti in quegli anni, e dice a chiare lettere che «sono state rilevate numerose associazioni positive e statisticamente significative (cioè non imputabili al caso) fra salute e rifiuti». Molte parti di questo studio hanno trovato spazio in prestigiose pubblicazioni scientifiche come la britannica «The Lancet Oncology» o l'Annals New York Academy of Science. O sono state oggetto di relazioni a congressi nazionali e internazionali, nel corso dei lavori di ricerca.
IL RISCHIO DALLE DISCARICHE ABUSIVE - Pietro Comba, dell'Istituto Superiore di Sanitá, e Fabrizio Bianchi della sezione di Epidemiologia dell'Istituto di fisiologia clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, due dei ricercatori che hanno preso parte alla ricerca. Comba e Bianchi hanno sottolineato all'Adnkronos che che i rischi ed i problemi per la salute non nascono dalle «discariche ben fatte cioè progettate e gestite a norma, o da inceneritori ben fatti cioè progettati e gestiti a norma. I rischi per la salute arrivano, come dimostrato dallo studio, da discariche illegali o abusive non costruite a norma e dove si fa stoccaggio incontrollato di rifiuti anche tossici». «La tutela della salute della popolazione della Campania -sottolinea Comba- è subordinata al ripristino della legalitá. Che significa una razionale programmazione di tutto il ciclo dei rifiuti, dalla riduzione di produzione da parte del cittadino, al riuso, alla raccolta differenziata, al riciclo e non solo. Ma significa anche la realizzazione di discariche ben fatte e di inceneritori che rispettino le normative dell'Ue, dove si bruciano combustibili appropriati e che siano condotte da personale adeguatamente formato».
27 maggio 2007

lunedì 15 giugno 2009

Senza Unione

http://www.pandoratv.it/index.php?q=static/video_senzaunione

Tremonti boccia il nucleare italiano: costi troppo alti

chi l'avrebbe mai detto...
chi lo dice adesso a Chicco Testa?

http://www.energymanager.net/index.php?option=com_content&task=view&id=928&Itemid=30

Questa volta ad opera del ministero dell’Economia che ha letteralmente bocciato il testo uscito dal Senato e che è adesso alla camera per la terza lettura, per problemi di copertura economica e per il rischio di aumenti delle tariffe energetiche a carico delle famiglie. La relazione inviata alla Camera da parte del ministero dell’Economia sulle modifiche apportate al passaggio al Senato è quanto mai esplicita, asserendo che queste «introducono, contrariamente all’azione di governo, misure che in quanto suscettibili di determinare incrementi delle tariffe a carico dei consumatori direttamente e/o indirettamente riversano i discendenti effetti pregiudizievoli a carico degli utenti finali» e «presentano gravi profili di legittimità sotto l’aspetto contabile». Uno stop che mette in difficoltà tutto l’impianto del ddl sviluppo, sia la parte più direttamente legata al nucleare, sia quella più generale sull’energia. Ma per Legambiente «basteranno gli articoli sul nucleare per far lievitare le tariffe» e adesso se ne è accorto anche il Tesoro.
Un dato che già era noto da quanto ha calcolato il dipartimento per l’Energia statunitense, secondo il quale il costo industriale dell’elettricità da nucleare da nuovi impianti è più alto rispetto alle fonti tradizionali, e dalla previsione dell’agenzia di rating Moody’s per la quale nonostante i generosi incentivi e sussidi negli USA, solo uno o due centrali verranno costruite sulla trentina attese. «La propaganda governativa non aiuta le famiglie – ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente – e l’analisi del Tesoro lo conferma. La bocciatura del testo al Senato riguarda diversi articoli, ma sarebbero bastati quelli strettamente inerenti al nucleare a testimoniare il potenziale aumento delle tariffe in bolletta per i cittadini». Anche il Mit, nel recente rapporto “Update of the Mit 2003 Future of nuclear power study”, sulle prospettive di rilancio del nucleare, denuncia che in soli quattro anni, le stime sui costi di costruzione degli impianti “overnight” (che non includono cioè gli oneri finanziari, particolarmente pesanti per questa tecnologia) sono raddoppiate passando da 2.000 $/kW a 4.000 $/kW. «Del resto – conclude Ciafani - le disavventure della centrale finlandese di Olkiluoto, che ha accumulato tre anni di ritardo nei lavori del primo reattore Epr (proprio il modello che si vorrebbe realizzare in Italia) e un extracosto di 1,5 miliardi €, devono aver reso più cauti i costruttori». E chissà forse anche l’attento ministro Tremonti.Fonte: Greenreport.it

domenica 14 giugno 2009

Piano di Rinascita Democratica da “Drive In”

ne avevo formulato il concetto nei miei pensieri, sempre alla ricerca del perchè delle cose.
Ho trovato chi ne condivide le conclusioni e anche chi le documenta.
Anche questa... magra consolazione!


http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9234

di Gianni Barbacetto - da micromega.blogautore.espresso.repubblica.it

Quando qualcuno, nei secoli venturi, vorrà cercare di capire perché la sinistra italiana nei primi anni del terzo millennio era conciata così male, dovrà occuparsi delle gesta di Bibì e Bibò. Ossia «fr&cv», ovvero Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi.


La premiata ditta, ultimo, estremo succedaneo del marxismo-leninismo, del gramscismo, del togliattismo, della linea politica, del comitato centrale, del centralismo democratico, dell’intellettuale collettivo, della scuola di Francoforte e di quella delle Frattocchie, nell’epoca della caduta del Muro, della fine del comunismo e della riproducibilità dell’opera d’arte e delle cazzate, ha per alcuni anni fatto da staff a Massimo D’Alema. Ora un libro di Alessandra Sardoni, Il fantasma del leader (di cui ha scritto ieri sul Corriere Aldo Cazzullo), ci svela un documento scritto da Bibì e Bibò nel luglio 1997. Una carta preziosa, che fa capire la crisi della sinistra italiana più di tutti i classici della scienza politica mondiale e della sociologia planetaria messi insieme. Sarà, per gli studiosi della sinistra tra duemila anni, come i rotoli del Mar Morto per gli studiosi della Bibbia. Eccone qualche brano.

«Il partito, inteso come ceto politico, è un cane morto. Il suo stato è sotto ogni punto di vista desolante: il gruppo dirigente nazionale è in buona parte formato da inetti, i gruppi dirigenti locali sono del tutto al di sotto della funzione. Sarebbe illusorio credere che la nascita della Cosa 2 possa diventare l’occasione per una rifondazione del partito, che non può essere rianimato. Dobbiamo aggirare l’ostacolo. Si potrebbe parlare di una crescente “staffizzazione” del Pds. Dobbiamo pensare il Pds come una delle componenti del comitato elettorale di Massimo D’Alema».

Il giudizio sul ceto politico degli ex comunisti, legittimamente impietoso, diventa disprezzo per l’intero partito («che non può essere rianimato»). Tutti «inetti». Tranne il committente di Bibì e Bibò, Massimo D’Alema. Da far diventare presidente della Repubblica: sì, «più che Palazzo Chigi, il Quirinale». La politica è definitivamente sostituita con un obiettivo di potere personale.

Per il resto, Bibì e Bibò non ne indovinano una. Prevedono «un biennio di sostanziale stabilità»: «per i prossimi due anni non dovremo aspettarci sconquassi né fatti clamorosi». Infatti, poco più di un anno dopo, Prodi cadrà, sostituito proprio da D’Alema, e la politica del centrosinistra diventerà una specie di interminabile spot elettorale per Silvio Berlusconi, che nel 2001 vincerà le elezioni e tornerà trionfalmente al governo.

Identificano un interlocutore privilegiato tra i cattolici: Franco Marini, «che è la forza più strutturata». La più utile forse per fare congiure di palazzo, ma certo non la più affidabile per costruire un partito nuovo.

Prevedono poi il successo della Bicamerale, da cui uscirà un assetto semipresidenzialista e che porterà nel 1999 a elezioni anticipate, con due poltrone in palio, Palazzo Chigi e il Quirinale. In questo quadro, appunto, «D’Alema correrà per il Quirinale», perché «puntare tutto sulla guida del governo può rivelarsi azzardato: dopo uno o due anni la crisi può scoppiare, e il reincarico diventa difficoltoso se non pressoché impossibile». In effetti il governo D’Alema durerà un anno e mezzo, ma la Bicamerale fallirà, non ci saranno affatto elezioni anticipate nel 1999 e invece Berlusconi vincerà a mani basse nel 2001.

Furbi, Bibì e Bibò: propongono di far credere di puntare a Palazzo Chigi, mentre mirano al Quirinale. «Non dobbiamo scartare Palazzo Chigi, anzi dobbiamo lasciare che si creda che questo è l’obiettivo. E insieme dobbiamo coltivare l’immagine “presidenziale” di D’Alema». Anche perché «per il Polo sarà impossibile impostare una campagna elettorale quarantottesca», cioè anticomunista, «dopo aver lavorato al fianco di D’Alema-presidente della Bicamerale per fare le riforme». E infatti Berlusconi incassa la legittimazione dalemiana che lo incorona padre costituente e come d’incanto lo tira fuori da una crisi che sembrava irreversibile, dopodiché rovescia il tavolo della Bicamerale e va a una campagna anticomunista da far rimpiangere la Dc del ‘48.

Ci sono poi osservazioni sulla voglia di lavorare di D’Alema («I ritmi di lavoro di Palazzo Chigi sono massacranti. D’Alema è un buon lavoratore, ma il suo tempo è organizzato in modo particolare: a fasi “intensive” si affiancano fasi di inattività pressoché totale», quindi è meglio «trovare un’attività più adatta a questo stile e a questi ritmi»). Osservazioni minori, che meritano attenzione soltanto perché dimostrano come un gruppo si fosse messo a fare politica (scusate, mi rendo conto che la parola è usata a sproposito) come un sarto si mette a tagliare un vestito sulle misure del suo cliente.

Anche sulla qualità dei consigli d’immagine il buon Massimo si potrebbe lamentare. «D’Alema è “giovane”. Dopo i capelli e le sciarpe bianche di Scalfaro, un “giovane” al Quirinale è una svolta radicale». Sai che ideona! Giovane e bella anche la moglie: «L’immagine della first-family, giovane e bella, è un fattore essenziale nell’elezione diretta. Né Berlusconi, né Fini sono competitivi». Non hanno previsto, Bibì e Bibò, né la nuova compagna di Fini, né la deriva velinistica del Cavaliere di Casoria.

Berlusconi resta però il vero modello a cui riferirsi: «Come il Berlusconi dei tempi d’oro, D’Alema deve rivolgersi agli italiani, non alla sinistra; non al proprio “popolo”, ma ai giovani o ai pensionati». E, come direbbe Catalano, meglio i giovani dei pensionati: «Per quanto la contrapposizione giovani-vecchi possa essere antipatica, è proprio su questo che dobbiamo insistere».

Bibì e Bibò, come due bravi personal trainer, si propongono di lavorare sul caratteraccio del capo: D’Alema è assai più “anti-italiano” che “italiano”. Suscita/può suscitare lontananza, antipatia, diffidenza. Dobbiamo correggere questa percezione», per «sedurre la gente, il segmento basso della popolazione». «D’altro canto, non è possibile costruire un D’Alema “piacione e veltroniano”. Meglio puntare sulla serietà, “evidenziare qualche debolezza”, “lavorare sulle fotografie” (in famiglia, a casa, al mare), sui media di target medio-basso, sulla tv popolare (Costanzo). Frasi più brevi, parole più semplici. Lo sguardo deve cambiare; c’è spesso, al termine di una risposta, uno sguardo come di autocompiacimento, come di ricerca dell’ applauso, che va cancellato. Il corpo dev’essere meno rigido, le mani devono muoversi con più libertà e familiarità; anche la testa può muoversi più liberamente: un movimento dolce dal basso in alto, come di un gatto che fa le fusa, è un esempio possibile». E poi «dovremo studiare qualche “evento” che definisca emblematicamente qualche nuova immagine: la ricetta di cucina è l’esempio più immediato». Seguirà comparsata televisiva con D’Alema cuoco di un indimenticabile risotto.

E gli alleati, gli altri uomini politici con cui stare sulla scena? Romano Prodi è da usare, «capitalizzandone i successi». Per farlo fuori alla prima occasione, come è successo.

Walter Veltroni? «La politica culturale di Veltroni è protezionista e assistenzialista, sembrerebbe un mix di salotti buoni e invecchiati dell’intelligenza di sinistra e sottopotere democristiano». Però con Veltroni meglio non polemizzare, gli si darebbe troppa importanza: «Nei prossimi mesi e anni D’Alema non sarà mai più coinvolto in una polemica del tipo di quelle che l’hanno contrapposto a Veltroni. La leadership non è minimamente in discussione: è dunque sciocco dare l’impressione del contrario».

Fausto Bertinotti? «Nei nostri discorsi c’è ancora un (sacrosanto) disprezzo per Rifondazione: tuttavia è sciocco pensare a una separazione dei destini. Dobbiamo servirci di Rifondazione esattamente come ci serviamo di Dini o di Di Pietro».

Antonio Di Pietro? È stato giusto cooptarlo nel centrosinistra: «l’operazione Di Pietro è un modello. È morotea nel senso dell’inclusione all’interno del sistema di una scheggia potenzialmente eversiva».

E Lamberto Dini? E Antonio Maccanico? «Basta poco per averli fedeli».

Indicati gli alleati e gli utili idioti, restano i nemici: Berlusconi? No, il sindacato e i giornalisti. «Per fare dell’Italia un Paese moderno, dobbiamo scontrarci con il sindacato. Il sindacato è l’ultimo baluardo della conservazione. La normalizzazione del sindacato è il nostro compito». Invece, «nei confronti dei media dobbiamo operare una svolta radicale. Noi non dobbiamo cambiare i giornali; dobbiamo prima di tutto sedurre i giornali, per potercene servire. Il nostro dev’essere un atteggiamento egemonico. Non dobbiamo esercitare un comando. Dobbiamo invece assecondarne gli umori. I giornalisti non vanno brutalizzati: vanno blanditi e vezzeggiati. Bisogna essere sempre sorridenti. Bisogna avvicinarsi a loro senza scorte e a passo lento. Se incontrati in luoghi o orari disagevoli vanno salutati con simpatia, persino invitati a prendere un caffè»… «Insomma, l’immagine di D’Alema come nemico dei giornalisti va rovesciata (non sarà per niente facile…)». Obiettivo finale: «Portare alla guida del Corriere e di Repubblica due direttori di garanzia, non ci servono due direttori amici di D’Alema; ci servono due direttori che riconoscano il primato della politica».

Un Piano di Rinascita Democratica da Bar Sport, o da Drive In. Bibì e Bibò quando affrontano la crisi della politica sono nicciani da reality show. Quando cercano di forgiare l’immagine del capo sono, in due, una Mity Simonetto in sedicesimo. Berlusconiani, in fondo, senza averne né i mezzi, nè le capacità.