martedì 16 giugno 2009

Campania Felix... ora non più

http://www.peacelink.it/ecologia/a/17127.html
Uno sguardo in generale sulla grave situazione della Campania
Rifiuti tossici in Campania

Scrivere in questa sede qualcosa di esaustivo sul problema in esame è praticamente impossibile, quel che si può fare è invece dare un quadro generale della problematica e della gravità della situazione attuale, senza generare inutili allarmismi, e rinviando il lettore interessato ai testi ed agli articoli indicati alla fine.
4 luglio 2006 - Alessandro Iacuelli
Fonte: Pubblicato sulla rivista cartacea sottoSOTTO di Napoli, alla cui redazione va un ringraziamento.
Basta leggere i giornali, spesso senza bisogno di andare all'indietro nel tempo, per leggere degli illeciti riguardanti i rifiuti in Campania. E non sempre si parla di Rifiuti Solidi Urbani (RSU). La continua emergenza nel settore dei rifiuti, che tiene stretta la Campania nella morsa di un dannoso commissariato straordinario da 13 anni, ci ha fatto in qualche modo abituare ai rifiuti per strada, a non far caso ai cumuli di scorie abbandonati lungo le provinciali, lungo l'asse mediano, nelle campagne appena al di fuori della città. Tanti i casi "famosi", dalla discarica di Pianura, alla discarica Tre Ponti di Giugliano, dal ritrovamento di una mega discarica (abusiva) nel nolano, piena di rifiuti altamente tossici, ai 120 fusti aperti pieni di materiale chimico a Santa Maria La Fossa (Ce), l'etichetta sui fusti era scritta in tedesco. Questo per citare solo i casi più eclatanti.
Oggi, secondo quanto emerge dalle numerose indagini delle Procure di Nola, Napoli e Santa Maria Capua Vetere, venire a smaltire in Campania è conveniente. Conveniente perché costa di meno. Tanto per fare qualche esempio, smaltire morchie di verniciature e solventi costa normalmente dalle 600 alle 800 lire al chilo, mentre certi clan criminali campani lo fanno per 280 lire al chilo. Normalmente, un'industria ha bisogno di smaltire molte tonnellate all'anno di simili rifiuti.
Del resto che si tratti di una vera emergenza criminalità lo dimostrano anche le cifre rese note nel "Dossier Rifiuti" di Legambiente: otto clan che gestiscono gli affari, 1088 reati accertati, 509 sequestri effettuati per un valore di oltre 18 milioni di euro negli ultimi cinque anni. Ed è solo la punta d'iceberg. Solo quel che è stato scoperto. Difficile stimare l'entità di quanto è ancora sommerso. Sempre in Campania sono, secondo l’ultimo censimento dell’Anpa, ben 814 i siti da bonificare, occupati da circa 3 milioni di metri cubi di rifiuti. Numeri che alimentano gli appetititi della criminalità organizzata. Ancora oggi, le istituzioni mettono in primo piano due aspetti del problema: quello politico dell’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti, e quello giudiziario nel settore degli sversamenti abusivi. A nostro avviso, viene trascurato l’aspetto che dovrebbe essere quello principale: l’aspetto delle conseguenze sulla salute pubblica.

I rifiuti della camorra
L’introduzione, avvenuta solo nel 2001, del delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti sta incominciando a dare frutti importanti, anche se in ritardo, in un'Italia che ancora una volta si è attardata dal punto di vista legislativo. In tutte le province campane sono stati realizzati significativi sequestri di siti di scarico abusivi, ove sono state reperite notevoli quintali di rifiuti tossico nocivi. La situazione è divenuta allarmante proprio con il prolungarsi dell'emergenza derivante dalla saturazione delle aree territoriali da destinare allo scarico di rifiuti, le cosiddette "discariche legali". In tale occasione la camorra ha cercato di dirottare lo smaltimento verso siti privati propri, generando gravi situazioni per la salute e la sicurezza pubblica.
Particolarmente attivo in tale settore è il clan dei Casalesi che opera quasi in regime di monopolio in tutte le attività a questo connesse.1 Il clan, guidato dal noto boss Francesco Schiavone detto "Sandokan" di Casal di Principe, ora in arresto dopo anni di latitanza, ha progressivamente esteso il controllo a tutte le diverse fasi del ciclo dei rifiuti: raccolta, trasporto, occultamento e distruzione, ricorrendo a complesse metodologie operative che prevedono la costituzione di una fitta rete di intermediari e di società in apparenza pulite.
Da ormai 15 anni, la Campania è il crocevia dello smaltimento dei rifiuti provenienti da ogni regione, affare che ha fruttato, e frutta, enormi guadagni alla camorra ma anche alle altre organizzazioni criminali e ad altri individui, ci si riferisce ai cosiddetti criminali dal colletto bianco: amministratori, chimici analisti, impiegati. Per anni hanno escogitato un trucco molto semplice, chiamato in gergo "giro bolla", che consiste nel falsificare il modulo di identificazione dei rifiuti, il Mud; formalmente loro sversano in discariche lecite, ma in realtà gettano i rifiuti in cave, fiumi e laghi. Solo nel casertano sono state sequestrate qualcosa come 1.000 discariche abusive. Ma c’è anche chi, in modo illegale e criminale, si è sbarazzato di autentiche bombe gettandole nelle discariche autorizzate per lo stoccaggio dei rifiuti solidi urbani.
Fin dai primi anni novanta una vera e propria holding composta da imprenditori, clan criminali, soggetti affiliati a logge massoniche e politici corrotti, ha gestito il trasporto, dal centro-nord verso il Mezzogiorno, di rifiuti industriali e urbani. Da Lombardia, Piemonte ma anche Toscana verso la Campania ma con propaggini significative nel Lazio, in Calabria, Basilicata e Puglia, TIR carichi di rifiuti finivano il loro tragitto presso discariche non autorizzate a riceverli e, soprattutto cave abusive, terreni scavati per l’occasione, riempiti di immondizia e ricoperti, aree dell’entroterra disabitate.

Inquinamento e salute
Oltre al danno economico per lo Stato, e per tutti noi, derivante dalla forte evasione fiscale (non viene pagata la cosiddetta "eco-tassa"), ci sono anche altri danni.
Nell'estate 2004, il dottor Alfredo Mazza, ricercatore in Fisiologia Clinica del CNR a Pisa, ha pubblicato sulla prestigiosa rivista medica "The Lancet Oncology" un suo agghiacciante studio sull'incidenza tumorale in Campania. I risultati degli studi e delle analisi effettuate dal ricercatore furono anche pubblicate su quasi tutti i quotidiani italiani. Nello studio, ci si riferisce ad un'area di 12 comuni, compresi tra Acerra, Pomigliano d'Arco, Nola e le falde settentrionali del Monte Somma, facente parte del Parco Nazionale del Vesuvio. In quest'area vivono oggi circa un milione di persone. Statistiche alla mano, Mazza mostra come l'indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100.000 abitanti sfiora il 35.9 per gli uomini e il 20.5 per le donne rispetto a una media nazionale che è di 14 casi. Questo in un quadro generale che assegna alla zona un indice di mortalità mediamente più elevato anche per altre forme di cancro.
Ricordiamo che l'area in questione, anche se caratterizzata da alcune presenze industriali anche grandi, mantiene comunque fortemente la sua vocazione agricola: in pratica non siamo di fronte ad una grande area industrializzata come se ne trovano nel nord Italia.
Il più grave dei pericoli derivanti dalla presenza di discariche abusive è in effetti quello dell'inquinamento del suolo e quello delle acque. L'inquinamento del suolo è determinato dal fatto che per la legge italiana non si può costruire su zone adibite a discarica legale.
Molto spesso, i materiali di risulta degli scavi di fondamenta di edifici o quelli di smaltimento dei rifiuti vengono invece utilizzati come compattamento per le strutture fondiarie, o comunque per le fondamenta di altre strutture edilizie abusive. Il che significa che molte delle strutture abusive vengono costruite su ex discariche abusive. Perché? Perché con questo materiale si cementa tutto e ciò non consente di verificare in un secondo momento la presenza della discarica e questo, a distanza di tempo, si concretizza in danni per la salute dei cittadini. Per non parlare dell'inquinamento sia delle falde acquifere che delle acque superficiali. Il più celebre caso di questo tipo è nel casertano: 80.000 metri quadrati di discarica abusiva a cielo aperto che riversava grossi fusti tossici nel fiume Volturno, inquinato ed ormai ecologicamente quasi irrecuperabile.
Le modalità tipiche dello scarico sono le seguenti:
1.I camion carichi di rifiuti giungono, nelle ore notturne, in corrispondenza di buche, spesso ex cave a loro volta abusive di sabbia e materiali per l'edilizia; Le buche vengono riempite di rifiuti e poi vengono immediatamente coperte. Quando non è possibile coprirle, il materiale sversato viene invece dato alle fiamme. Inutile precisare che questo tipo di scarico comporta gravi infiltrazioni indirette di sostanze tossiche sia nelle falde acquifere sia nel terreno.
2.I fanghi di depurazione e i rifiuti industriali liquidi, formalmente destinati a impianti di depurazione e riciclaggio, sono versati direttamente nel terreno, con conseguenze gravissime.2 Recenti analisi chimiche dei terreni hanno evidenziato alte concentrazioni di diossina, mercurio, arsenico, amianto. Migliaia di persone sono esposte a sostanze tossiche per decenni. Tutto è contaminato: gli agenti inquinanti nell'aria, nell'acqua e nei prodotti della terra sono ben al di sopra dei livelli consentiti.
Nell'agosto 2004, il comprensorio di Acerra (Napoli) sale alla ribalta della scena mediatica italiana a causa delle proteste popolari contro la costruzione di un inceneritore. Durante quelle proteste, per la prima volta, è venuto allo scoperto il problema dell'avvelenamento del terreno e delle acque.
Alcuni pastori della zona, portarono nelle vicinanze del cantiere sette pecore agonizzanti per dimostrare la fondatezza dell'allarme-diossina registrato in un'area vicina al cantiere. Gli animali furono lanciati a terra, a pochi passi dal cordone di agenti di polizia che presidiavano la strada d'accesso alla zona dei lavori.
In realtà, la presenza di diossina nei "Regi Lagni", canali di scolo delle acque reflue e piovane di età borbonica ancora esistenti sul territorio, era già stata rilevata tempo addietro, prima dell'apertura del cantiere per la costruzione dell'inceneritore.
In particolare, la località "Pantano", dove dovrebbe sorgere l'impianto di incenerimento era già considerata "insalubre" e ad alto rischio incidenti per la vicina presenza dello stabilimento chimico Montefibre, specializzata nella produzione di acrilici. Infatti, a partire dal 1999, un'ordinanza comunale dell'Amministrazione di Acerra vietò l'uso dell'area per insediamenti industriali. La Montefibre, dal canto suo, aveva già previsto nel piano di riconversione industriale un progetto di potenziamento dell'esistente centrale termoelettrica (interna alla fabbrica) di circa 400 megawatt.. Per il comune di Acerra questa eventualità alimenterebbe il rischio di incidenti nell'area adiacente allo stabilimento.
La Montefibre annunciò anche di predisporre un'ordinanza sindacale per vietare l'utilizzo di quell'area in applicazione del decreto legislativo 334 del `99, relativo al rischio di incidenti causati da sostanze pericolose, ordinanza che sarebbe solo temporanea, nell'attesa che una nuova variante urbanistica organizzi definitivamente gli insediamenti industriali dell'area.
Chi ne fa le spese, di tutto questo? Ne fa le spese, ad esempio, la famiglia Cannavacciuolo, famiglia che vive in quella zona occupandosi di allevamento di ovini. Insieme a loro, altri allevatori della zona vedono ridursi il loro bestiame a causa dell'avvelenamento.Gli allevatori sostengono che fin dal 2002 (quindi da un periodo precedente al progetto dell'inceneritore) i capi di bestiame si sono decimati a causa della elevata presenza di diossina nel territorio non urbano del comune di Acerra.
Vincenzo Cannavacciuolo aggiunge: "L'assessorato regionale alla sanità ci aveva promesso prima un aiuto economico, poi una zona alternativa per il pascolo, ma ad oggi noi non abbiamo ricevuto nulla."
Forzati a far pascolare là le loro pecore, in attesa di un diverso piano urbanistico che faccia destinare all'allevamento altri terreni più salubri, gli allevatori si trovano in una stretta morsa, tra la moria del bestiame, e le salate multe se si va a pascolare altrove.
Anche sul fronte delle falde acquifere le cose non sono diverse: 79 pozzi artesiani chiusi tra il 2002 ed il 2004 per inquinamento, con danni sia per l'agricoltura sia - ancora una volta - per gli allevatori.
Col passare del tempo, la situazione non è migliorata. Qualche mese fa, il 5 febbraio 2006 per la precisione, altri capi di bestiame sono stati ritrovati morti avvelenati. Le autopsie effettuate sugli animali indicano nella presenza di diossina nel cibo e nell'acqua la causa della morte.
Stavolta Cannavacciuolo, il più attivo tra gli allevatori che protestano, ha portato 20 pecore morte davanti alla sede del comune di Acerra. Gli allevatori hanno chiesto un incontro con il sostituto procuratore Maria Cristina Ribera, che ha condotto l'indagine sul giro di affari legato allo smaltimento di rifiuti industriali e nocivi usati come fertilizzante nelle campagne di Acerra, che ha portato all'arresto di 14 persone, tra cui i dirigenti della ditta Pellini ed alcuni sottoufficiali collusi dell’Arma dei Carabinieri.
"Tutti quei rifiuti tossici", spiega Cannavacciuolo "hanno inquinato il nostro territorio ed hanno portato alla morte le nostre pecore. I nostri allevamenti sono stati decimati dalla diossina, il tutto per il traffico di rifiuti avvenuto sul territorio acerrano".Se questo è l'effetto sugli ovini, vengono ovviamente dubbi sui potenziali effetti sull'uomo di questo tipo di inquinamento.
Al momento, l'unico studio esistente è la relazione tecnica che il comune di Acerra ha commissionato ai professori Marco Caldiroli e Francesco Francisci, risalente però ai primi di luglio del 2003.Dalla relazione si evince che il livello di diossina sul territorio è di ben 53 picogrammi per metro quadrato, un valore "quattro volte superiore" al limite consentito. Ed è grave che le agenzie di analisi del commissariato di governo ritengono il livello di diossina di Acerra non preoccupante. In base a quali esami?3 Le analisi effettuate dalla SOGIN e dall'Istituto Mario Negri di Milano, mostrano invece una elevata concentrazione di diossine nel latte ovino.4

L’azione della magistratura
Non abbiamo in questa sede lo spazio per elencare tutte le azioni di contrasto avvenute ad oggi, a partire dal lontano 1991, anno dell’Operazione "Adelphi", ma è doveroso citare quelle principali, per dare un’idea della distribuzione geografica nel territorio, nonché le più recenti, per indicare come il problema non sia affatto superato. Le indagini dell’Operazione "Adelphi" misero a nudo una situazione allarmante: la Campania è diventata ormai da anni la pattumiera d’Italia. Centinaia di discariche abusive furono scoperte sugli appezzamenti agricoli, nel ventre do montagne "scomparse" a causa delle attività estrattive illegali, dietro l’attività di improbabili cantieri edili. Sei imprenditori vennero condannati dalla Settima Sezione del Tribunale di Napoli per reati che vanno dall’abuso di ufficio alla corruzione, vengono assolti, invece, dal reato di associazione mafiosa.
L’operazione "Eco" colpisce il regno del clan dei Casalesi, che grazie al capillare controllo del territorio non hanno difficoltà a trovare luoghi dove scavare buche in cui nascondere i rifiuti o addirittura sversarli a cielo aperto. In poco meno di due anni, dal giugno ‘94 al marzo ‘96, i Casalesi movimentano centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali provenienti dal Piemonte e dalla Lombardia. Le industrie produttrici di rifiuti sono legate alla lavorazione dei metalli pesanti.
Devono farsi carico di costi elevati per lo smaltimento del materiale di scarto prodotto all’interno del processo produttivo: polveri di macinazione delle schiumature di alluminio e polveri di abbattimento dei fumi, che sarebbe svantaggioso riciclare o reinserire nella lavorazione rispetto all’esigua quantità di alluminio che se ne ricava in cambio. Inoltre sono poche le discariche attrezzate e autorizzate allo smaltimento di questa tipologia di rifiuti.
L’organizzazione criminale si inserisce perfettamente a tamponare i deficit di sistema e offre un efficiente servizio di smaltimento, illegale ovviamente, che garantisce continuità e permette alle aziende di abbattere i costi. I rifiuti vengono acquistati attraverso una rete di intermediari che contattano direttamente le imprese produttrici offrendo prezzi estremamente vantaggiosi.
Attraverso la falsificazione dei documenti i rifiuti arrivavano come "residui riutilizzabili" in centri di stoccaggio in Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo per essere poi dirottati in aziende e discariche abusive soprattutto della provincia di Caserta, e poi Benevento e Salerno.

Nell’aprile del 2001, la Procura di Milano, dopo un anno di lavoro, ha scoperto un colossale traffico di materiale ad altissimo rischio tra Brescia, Napoli e Caserta. Oltre 18.000 tonnellate di rifiuti venivano trasportate dalla Lombardia alla Campania per essere smaltite in discariche abusive e, in gran parte, anche in quella autorizzata di Tufino.
L’operazione denominata "Falso Cdr" vede indagate, presso la Procura di Milano, 31 persone tra cui ex pubblici amministratori. "L’attività illecita - hanno spiegato i dirigenti del Nucleo di Brescia del Cfs - si concretizzava nello smaltimento illegale di rifiuti che, ufficialmente destinati a diventare materiale combustibile, erano invece smaltiti in discariche abusive. Società di comodo, camionisti compiacenti, capannoni fantasma, agricoltori pronti a trasformare terreni fertili in bombe ecologiche." Il giro d’affari ammonterebbe a circa 6,5 milioni di euro.
Risale al luglio 2001, invece, la notizia della prima istruttoria in Italia per la quale vengono contestati reati associativi finalizzati all’inquinamento dell’ambiente. E' l'operazione Cassiopea, che riguarda proprio una parte della Campania trasformata in pattumiera d’Italia. Le zone più colpite sono tutte in provincia di Caserta: Casal di Principe, Santa Maria La Fossa, Castelvolturno, Villa Literno, Lago Patria. La procura di Santa Maria Capua Vetere accusa un gruppo di colletti bianchi di aver smaltito nella sola provincia di Caserta circa un milione di tonnellate di rifiuti negli ultimi quattro anni, quasi 100 viaggi alla settimana. Rifiuti di ogni tipo: speciali, pericolosi, urbani.
Secondo gli inquirenti sono stati sversati o seppelliti anche cadmio, zinco, fanghi di depuratori, scarti da vernici, arsenico, piombo. Trasportati dai Tir dal Nord Italia. Novantotto le persone indagate. Imprenditori settentrionali, faccendieri, mediatori; accusati di associazione a delinquere, disastro ambientale, avvelenamento delle acque. Nell’inchiesta finiscono anche atti delle Procure di Torino, Firenze, Palermo, Sassari, Spoleto. Per circa tre anni il pm di Santa Maria Capua Vetere, Donato Ceglie, ed in Nucleo Operativo Ecologico dei carabinieri hanno indagato sul traffico di rifiuti con intercettazioni telefoniche, pedinamenti, foto e filmati.
Il giudice per le indagini preliminari di Santa Maria Capua Vetere boccia, però, le 98 richieste di custodia cautelare. Pur riconoscendo la validità dell’impianto accusatorio, il giudice ritiene che ci siano problemi di competenza territoriale e che l’istruttoria non spetti alla Procura di Santa Maria.
L’operazione Cassiopea ha aperto comunque la strada ad altre inchieste. Infatti il 13 febbraio proprio la Procura della Repubblica di Spoleto, nell’ambito dell’indagine denominata "Greenland", per la prima volta viene arrestata un persona per violazione all’art.53 bis del Decreto Ronchi, attività organizzate di traffico illecito di rifiuti, individuando una struttura organizzata dedita al traffico illecito di milioni di tonnellate di rifiuti speciali.

Nella notte del 9 Giugno del 2004, scatta l’Operazione "Terra Mia", condotta dal Corpo Forestale dello Stato coordinato dalla Procura di Nola, che ha avuto l'indubbio merito di far scoprire per la prima volta che il triangolo tra Acerra, Nola e Marigliano è un triangolo di veleni. Prima, nessuno poteva immaginarlo.
Sedici persone arrestate, 18 denunciate a piede libero, venne scoperta un'organizzazione che smaltiva illegalmente i rifiuti derivanti dalla lavorazione dei metalli, generando un inquinamento tale da configurare, per la prima volta in assoluto in Italia, l'ipotesi di reato di disastro ambientale.
Nel corso delle indagini, durate due anni, furono sequestrati 26 siti di sversamento illegali, ai confini di campi coltivati o di zone sottoposte a bonifica quali i Regi Lagni.
Nella conferenza stampa che ne seguì, il comandante provinciale del Corpo forestale napoletano, Vincenzo Stabile, dichiarò: "Il danno è irreparabile, dato che l'inquinamento da metalli pesanti ha interessato anche le falde acquifere". Almeno 120 ettari di terreno nel triangolo dei veleni Nola, Acerra, Marigliano, secondo gli accertamenti degli inquirenti, sono pesantemente inquinati da polveri di abbattimento dei fumi degli altoforni (fonti principali di diossine), dalle scorie saline, dalle schiumature di alluminio e dai car-fluff (frazioni di rifiuti derivanti dalla rottamazione dei veicoli dopo aver eliminato le parti metalliche). L'operazione consentì anche di tracciare una mappa precisa delle discariche illegali nella zona, terreni nei quali si sversava "alla luce del sole", come sottolinea Ciro Luongo, responsabile del nucleo investigativo della Forestale che affiancò nelle indagini il Pubblico Ministero della Procura di Nola, Federico Bisceglia.
Proprio il Pm di Nola volle anche puntualizzare che in questo caso la camorra non c'entrava nulla o quasi, dichiarando che: "si tratta di imprenditori che operano semplicemente in questi termini di illegalità". Tutti gli arrestati non erano legati ad alcun clan criminale. Erano semplicemente imprenditori, addirittura "puliti", che consideravano quel modo di fare perfettamente normale, se non legale. Questo la dice lunga su quanto il problema sia d'origine culturale, prima ancora che politica, in Campania.5

Il problema delle bonifiche
Nel corso delle indagini che portarono all’operazione "Terra Mia", la Procura di Nola ha sequestrato le aree contaminate, indirizzando agli enti locali competenti l'avviso che avrebbe dovuto portare alla messa in sicurezza e alla bonifica prevista dalla legge Ronchi. Sono passati quasi due anni da quel giorno.
Due anni dopo, in alcuni comuni dell'area, non c'è stata alcuna bonifica di quei siti. I rifiuti sequestrati non sono mai stati messi in sicurezza. Le aree sono state recintate, ma spesso in modo debole: sono stati apposti cartelli ad indicare che vi sono rifiuti tossici, e poi abbandonate. Spesso a cielo aperto. Con il passare dei mesi, spesso i cartelli sono finiti come souvenir in casa di qualche adolescente appassionato di segnaletica stradale; con il passare delle piogge spesso nelle recinzioni si sono formate delle falle. Due anni dopo, non è raro trovare bambini spesso ignari che giocano nelle ex discariche. Già nel 2002 lo stesso Corpo Forestale dello Stato aveva lanciato l'allarme, nel Terzo Censimento delle discariche abusive: solo il 21% dei siti sequestrati e non più attivi risulta bonificato o messo in sicurezza. A norma della legislazione vigente (Decreto Ronchi), la bonifica delle discariche spetta sempre e comunque al responsabile (e/o proprietario) dell'area. Vi sono casi di esclusioni di responsabilità, nel caso in cui il proprietario dimostri di non avere colpa e dolo nella gestione e/o realizzazione della discarica. In ogni modo il Comune deve provvedere in 30 giorni dalla segnalazione all'emissione dell'ordinanza di sgombero e conferimento dei rifiuti; in mancanza in detto termine deve provvedere a sue spese con successiva richiesta di rimborso. Qualora invece i rifiuti siano abbandonati su suolo pubblico, il Comune provvede direttamente alla rimozione in trenta giorni. Quindi un tempo massimo di trenta giorni, a fronte di due anni di età dei suoli sequestrati dalla Procura di Nola. Una volta sequestrato il sito, la competenza dell'eliminazione delle scorie non è più dei tribunali, ma viene trasferita agli Enti Locali. Che restano immobili. Eppure, a sfogliare certi numeri della Gazzetta Ufficiale, si scopre che sono stati anche emessi, e più di una volta, finanziamenti a pioggia ai comuni per la messa in sicurezza. Ci si chiede quindi come mai occorra ancora assistere allo spettacolo delle discariche a cielo aperto, con tutte le conseguenze sulla salute della popolazione. Non è cosa nuova, in Italia, che quando arrivano i finanziamenti su opere pubbliche, il rischio di infiltrazione negli appalti da parte del crimine organizzato è sempre alto. E in effetti i finanziamenti pubblici per le bonifiche sono arrivanti davvero. Il ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio, con il decreto del 18 settembre 2001 sul Programma Nazionale di Bonifica, ha individuato 40 siti di interesse nazionale da bonificare, per i quali sono stati stanziati oltre 547 milioni di Euro, pari a circa 1.060 miliardi di lire, trasferiti già alle Regioni. A questi finanziamenti vanno poi aggiunti quelli dovuti dai responsabili della contaminazione, quando accertati. Oltre 174 milioni di Euro sono destinati alle quattro regioni meridionali a tradizionale presenza mafiosa. Risorse che, come denunciano gli stessi addetti ai lavori, sono a rischio di infiltrazione mafiosa. Se, dopo i disastri ambientali provocati dalla criminalità, i soldi pubblici dovessero finire in quelle stesse tasche, al danno farebbe seguito anche la beffa. Quel che è certo, e che è sotto gli occhi della popolazione della Campania, è che nonostante un Programma Nazionale di Bonifica, di bonificato non c'è praticamente nulla.

I giorni nostri
La mattina dell'8 maggio scorso è scattata l’operazione "Madre Terra 2", che ha portato all’arresto di 5 imprenditori, soci della "R.F.G. Srl Impianto di Compostaggio" di Trentola Ducenta (CE). Per loro sono scattate le misure cautelari, 3 in carcere due agli arresti domiciliari, con reati contestati molto pesanti: disastro ambientale e associazione per delinquere per traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi. Sequestrato anche lo stabilimento R.F.G. Stando alle dichiarazioni in conferenza stampa del pm Donato Ceglie della Procura di Santa Maria Capua Vetere, la R.F.G. si è resa colpevole dello smaltimento illegale di 38.000 tonnellate di rifiuti pericolosi, con un giro di affari di circa 3 milioni di euro. L'operazione scaturisce da una precedente ed analoga indagine (denominata "Madre terra") che nel mese di novembre 2005 portò all'arresto di nove persone; l'indagine, è durata sei mesi ed ha consentito di disarticolare una vera e propria organizzazione criminale ben radicata sul territorio.Gli indagati, avrebbero movimentato nel solo periodo da novembre 2002 a maggio 2003 circa quarantamila tonnellate di rifiuti, con un giro d'affari di oltre tre milioni di euro.In nota presentata poche ore dopo l'esecuzione degli arresti, l'assessorato all'Ambiente della Regione Campania, rende noto che il 24 marzo scorso si era provveduto a revocare, con apposito decreto, l'autorizzazione all'esercizio dell'impianto di compostaggio di Trentola Ducenta (Caserta). Con lo stesso atto la ditta Rfg (responsabile della trasformazione di rifiuti organici e inorganici) è stata diffidata dall'esercitare l'attività di compostaggio e qualsiasi altra attività ad essa collegabile, e intimata a provvedere all'immediata messa in sicurezza ed al ripristino ambientale dell'area. Il provvedimento era scaturito in seguito all'invio di una informativa antimafia interdittiva da parte della Prefettura di Caserta.L’amministrazione comunale di Villa Literno, il comune maggiormente colpito dalle discariche abusive della R.F.G., esprime soddisfazione per l'operazione del gruppo tutela ambiente che ha portato al sequestro di numerosi terreni nell'area liternese.
Anche questo comune, dopo varie segnalazioni dell'Arpac circa terreni contaminati da fanghi tossici, ha emesso ordinanze di diffida ai proprietari dell'area ed alla società che distribuiva il compost tossico, intimando la messa in sicurezza e sollecitando la bonifica dei terreni. "Purtroppo le ordinanze sono state disattese", spiega il responsabile dell'ufficio Ecologia e Ambiente del Comune, Mario Ucciero, "e del resto il Comune non ha i mezzi tecnici né i fondi economici per sostituirsi a chi di dovere per la bonifica dei terreni". La particolarità dell’operazione "Madre Terra 2" sta nel fatto che agli avvisi di custodia cautelare ha fatto finalmente seguito una reazione da parte della società civile che, seppure in gravissimo ritardo, mostra di iniziare a comprendere la gravità del problema.
Reagisce Confagricoltura, la quale fa rilevare che "alla meritoria azione di repressione portata avanti dalla magistratura e dalle forze dell'ordine va affiancata una più decisa ed incisiva azione di prevenzione, senza dimenticare gli interventi di bonifica dei siti inquinati. I disastri ambientali ed il degrado del territorio rappresentano il problema dei problemi della Campania: se non si pone in essere una strategia di lungo periodo per superare questa indubbia criticità del sistema, si rischia di vanificare gli sforzi per la promozione delle produzioni di eccellenza della nostra regione".
Reagiscono Legambiente ed il Consorzio Mozzarella di Bufala, che annunciano di costituirsi parte civile al processo contro i 5 imprenditori.6. Passano appena tre giorni, e giovedì 11 maggio è scattata l'operazione "Dry Cleaner", che ha impegnato il Nucleo Tutela Ambientale dei Carabinieri. Sono state eseguite 23 ordinanze di custodia cautelare, 13 sono finiti in carcere e 10 agli arresti domiciliari, più tre ordinanze di obbligo di dimora, tutte nei confronti di persone dedite al traffico illecito nel campo dei rifiuti. Le ordinanze sono state emesse dal gip del tribunale di Benevento. L'indagine ha accertato la responsabilità di operatori e liberi professionisti del settore dello smaltimento dei rifiuti, ritenuti dagli inquirenti responsabili di "associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi e disastro ambientale". Il reato di disastro ambientale è relativamente giovane in Italia, essendo stato inserito nel testo del provvedimento citato con l'articolo 22 della Legge 23 marzo 2001, n. 93, dal titolo "Disposizioni in campo ambientale". Un reato che esiste solo dal 2001, in seguito al decreto Ronchi, e che viene contestato oggi abbastanza raramente. L'operazione ha portato anche al sequestro di quattro siti utilizzati per l'illecito sversamento di rifiuti, ritenuti pericolosi per la salute pubblica. In circa otto anni sono stati smaltite illecitamente circa 50.000 tonnellate di rifiuti pericolosi provenienti dalla Campania ma anche dalla provincia di Foggia, confinante con quella di Benevento. L'organizzazione, formata da un cartello di aziende perfettamente legali, dotate di una "buona reputazione" sul territorio e presso gli enti pubblici, nonché presso il Commissariato Straordinario per i Rifiuti della Campania, provviste di regolare certificazione antimafia ed operanti, anche con appalti pubblici presso gli enti locali, nel settore dei rifiuti urbani ed industriali, avrebbe dovuto smaltire gli ingenti quantitativi di rifiuti speciali, sia pericolosi sia non pericolosi che le venivano conferiti, ma in realtà sversava direttamente su siti non autorizzati ubicati nelle campagne del beneventano circostanti, Pesco sannita e Benevento, Altavilla Irpina, Bonito nell'Avellinese e in corsi d'acqua superficiali, senza effettuare alcun trattamento sui rifiuti stessi. Evitando quindi completamente ogni spesa per il trattamento di messa in sicurezza e per lo stoccaggio definitivo dei materiali, ottenendo in questo modo un "guadagno extra" ancora da accertare con precisione, ma stimato in diverse decine di milioni di euro. E' stata individuata un'elevata quantità di rifiuti di tutti i tipi: scarti agroalimentari, oli minerali esausti, fanghi di fosse settiche, rifiuti di bonifica provenienti dallo smantellamento di aree di servizio, morchie da serbatoi contenenti idrocarburi e, soprattutto, un'elevatissima quantità di fanghi di lavanderie a secco, da cui il nome dell'operazione.
Secondo gli inquirenti, lo smaltimento illecito andava avanti dal 1998. In tutto sono coinvolte a vario titolo una dozzina di imprese del ramo, ma la principale è una nota azienda di Bonito, che veniva utilizzata sia come sito terminale di smaltimento illegale che come copertura per i propri trasporti per i quali il responsabile del gruppo rilasciava falsi attestati di smaltimento. Infatti, ufficialmente i rifiuti risultavano stoccati e la documentazione indicava anche i luoghi di smaltimento; luoghi che poi si sono rivelati essere uffici, garage, civili abitazioni, discariche inesistenti. A questo si aggiunge che parte dei rifiuti provenivano anche dalla raccolta differenziata effettuata da alcuni comuni che, ignari, hanno continuato a pagare per il loro corretto smaltimento. Rifiuti differenziati che poi venivano illecitamente rimiscelati ed abbandonati sul territorio, vanificando ogni sforzo dei comuni e della società civile fatto negli anni scorsi per promuovere la cultura della raccolta differenziata. Tra le persone coinvolte anche un chimico che presso il suo laboratorio forniva certificati di analisi falsi per il trasporto dei rifiuti, permettendo di declassificare a rifiuti urbani quelli che in realtà erano rifiuti industriali pericolosi. Il chimico inoltre suggeriva le operazioni più opportune per sviare le attività di indagine.Abbandonando sul territorio senza alcuna forma di impermeabilizzazione e di copertura i rifiuti, tutta la fase liquida degli stessi, nell'arco di tempo dal 1998 ad oggi, si è infiltrata nel terreno, fino a contaminare le falde acquifere. Proprio l'infiltrazione nel terreno e nelle acque delle sostanze inquinanti contenute in questi rifiuti, ha certamente determinato la nocività dei prodotti agricoli, con conseguente pericolo per la salute dei consumatori. Per questo, l'autorità giudiziaria ha potuto configurare e contestare il reato di "disastro ambientale". Anche in questo caso si è trattato di un'azione contro la cosiddetta ecomafia dei colletti bianchi, cioè quell'imprenditoria svincolata dai veri e propri clan di camorra ma che, semplicemente per abbattere i costi e massimizzare i profitti, assume comportamenti criminali.7
E siamo in attesa delle prossime operazioni giudiziarie, che di sicuro non terminano qui.

Cosa può fare il normale cittadino?
Indignarsi, questo è certo. Indignarsi per una cattiva gestione, spesso collusa o quanto meno compiacente, da parte di tutti gli enti locali, ad ogni livello, e da parte del commissariato straordinario. Indignarsi per una privatizzazione selvaggia in un settore dove il controllo pubblico è necessario, prima che scoppi l’emergenza sanitaria. Sì, ma nella pratica?
Non è certo necessario che tutti si mettano a praticare l’appostamento notturno in campagna, in attesa del furgone che scarica i bidoni, ma certamente qualcosa in piccolo si può fare.
Tanto per cominciare, come si è visto oggi il livello di guardia da parte della magistratura è molto elevato rispetto a 10 anni fa. Di conseguenza, si è anche modificata la strategia di sversamento da parte della criminalità campana. Oggi si preferisce evitare di mandare in campagna il grosso TIR con centinaia di fusti, facile da individuare e da tenere d’occhio. Si preferisce invece scaricare il TIR presso un magazzino, e traslocarne il contenuto tossico su piccoli furgoni, a volte su degli Ape, in grado di trasportare piccoli quantitativi e di fare più viaggi nell’arco di una notte. Il piccolo furgone va sul luogo dove sversare, scarica le scorie e, quando non sono metalli o inerti prodotti dall’edilizia, si aggiunge qualche copertone d’auto, si versa una tanica di benzina e si da fuoco al tutto.
Il processo di combustione di molti scarti industriali, si tratta spesso di solventi o idrocarburi, rilascia nell’atmosfera sostanze pericolosissime, come le diossine o il Pentaclorobenzene (PCB).
La pratica è talmente diffusa che tutta l’area a nord di Napoli, in particolare quella tra Giugliano, Qualiano e Villaricca, ma fino ad Aversa e con propaggini nell’agro nolano-vesuviano, viene spesso chiamata la "Terra dei Fuochi", per le innumerevoli colonne di fumo nero e denso che di notte oltraggiano il territorio. Quel che un cittadino comune può fare è, invece di voltarsi altrove, telefonare al 1515, centralino antincendio del Corpo Forestale dello Stato, e segnalare il luogo dove è stata avvistata la colonna di fumo. Non costa nulla farlo, e non solo perché la chiamata è gratuita,.
In pratica, quel che il cittadino può e deve fare è proprio il non stare zitto.
Note:

1: Direzione investigativa antimafia, "Relazione sul primo semestre 2001"
2: A. Iacuelli - "La discarica della salute", in Altrenotizie, 01/03/2006, http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=383
3: A. Iacuelli, “La diossina fa bene?”, in Altrenotizie, 11/03/2006, http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=405
4: Il risultato dell'analisi è visibile in rete all'indirizzo http://www.altrenotizie.org/alt/images/acerra/negri.jpg
5: A. Iacuelli, “Terra Mia due anni dopo”, in Altrenotizie, 27/03/2006. http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=436
6: A. Iacuelli, “Madre Terra 2”, in Altrenotizie, 10 maggio 2006. http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=527
7: A.Iacuelli, “Dry Cleaner”, in Altrenotizie, 13/05/2006. http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=535

Bibliografia, articoli

Libri

Commissione Bicamerale d’Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti e attività illecite ad esso connesse, XIII Legislatura:

Relazione sulla Campania
Relazioni sui rifiuti speciali sanitari
Documento sui traffici illeciti e le ecomafie
Documento sulle tecnologie relative allo smaltimento dei rifiuti ed alla bonifica dei siti contaminati

Commissione Bicamerale d’Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti e attività illecite ad esso connesse, XIV Legislatura:

Documento sui commissariamenti per l'emergenza rifiuti
Relazione territoriale sulla Campania


Tutti i documenti delle Commissioni parlamentari sono scaricabili da Internet, all’indirizzo:
http://www.camera.it/chiosco_parlamento.asp?content=/_bicamerali/rifiuti/home.htm

Legambiente, e Comando Nucleo Ecologico dell’Arma dei Carabinieri. "Rifiuti S.p.A.
Radiografia dei traffici illeciti". Roma, 25 gennaio 2005.
Legambiente, "Dossier ambiente e legalità", Succivo (CE), 12 luglio 2002
Articoli

Alfredo Mazza, "In Italia il ‘triangolo della morte’ è collegato alla crisi dei rifiuti", in "The Lancet Oncology, vol.5, settembre 2004.
Alessandro Iacuelli, "I rifiuti della politica", in "Altrenotizie", 27
aprile 2006, http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=498
Cinzia Colombo, "La calda estate campana non è ancora finita", in "E & P", "La Nuova Ecologia", novembre-dicembre 2004.
Tutti gli articoli citati nelle note.


Alessandro Iacuelli è laureato in Fisica, giornalista free lance nel settore energia e ambiente, fa parte della redazione della testata on line "Altrenotizie", dove ha curato inchieste sull'emergenza gas dell'inverno 2005/2006, sul nucleare in Italia e sui rifiuti tossici e le ecomafie in Italia meridionale. Proprio su questo tema, si sta occupando a tempo pieno da molti mesi della particolare "emergenza" che vive la Campania da quasi 15 anni. Di origine napoletana, sta così tornando a seguire la "sua" terra, il commissariamento straordinario dei rifiuti, le attività ecomafiose legate alla presenza camorristica, e l'aspetto sanitario che sta provocando un aumento dei casi di cancro nella regione.


http://www.corriere.it/Rubriche/Salute/Medicina/2007/05_Maggio/27/rifiuti_morti.shtml

In Campania morti e tumori per rifiuti
I dati in 100 pagine di un dossier. Da anni c'è un aumento della mortalità (+12%) e delle malformazioni (+ 84%)

ROMA - L'emergenza rifiuti in Campania è giá costata anche molte vite e molti danni per la salute della gente. Danni come tumori al polmone e al fegato, linfomi e sarcomi, malformazioni congenite cresciute dell'84%. Fino ad un'impennata di mortalità del +12% per le donne e del +9% per gli uomini. Numeri, statistiche, cifre, percentuali, messi nero su bianco da un team di circa 30 ricercatori, in uno studio scientifico commissionato dalla Protezione Civile, il cui rapporto finale lungo cento pagine uscirá prima dell'estate. Si tratta di una ricerca redatto da scienziati dell'Organizzazione Mondiale della Sanitá (Oms), del Centro Europeo Ambiente e Salute, dell'Istituto Superiore di Sanitá (Iss), del Dipartimento Ambiente e Connessa Prevenzione Primaria, dell'Istituto Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), dell'Osservatorio Epidemiologico della Regione Campania e dell'Agenzia Regionale Protezione Ambiente (Arpa) della Campania.
Partito nell'aprile del 2004, lo studio fotografa la situazione dal 1995 al 2002, attraverso ricerche effettuate su dati epidemiologici raccolti in quegli anni, e dice a chiare lettere che «sono state rilevate numerose associazioni positive e statisticamente significative (cioè non imputabili al caso) fra salute e rifiuti». Molte parti di questo studio hanno trovato spazio in prestigiose pubblicazioni scientifiche come la britannica «The Lancet Oncology» o l'Annals New York Academy of Science. O sono state oggetto di relazioni a congressi nazionali e internazionali, nel corso dei lavori di ricerca.
IL RISCHIO DALLE DISCARICHE ABUSIVE - Pietro Comba, dell'Istituto Superiore di Sanitá, e Fabrizio Bianchi della sezione di Epidemiologia dell'Istituto di fisiologia clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, due dei ricercatori che hanno preso parte alla ricerca. Comba e Bianchi hanno sottolineato all'Adnkronos che che i rischi ed i problemi per la salute non nascono dalle «discariche ben fatte cioè progettate e gestite a norma, o da inceneritori ben fatti cioè progettati e gestiti a norma. I rischi per la salute arrivano, come dimostrato dallo studio, da discariche illegali o abusive non costruite a norma e dove si fa stoccaggio incontrollato di rifiuti anche tossici». «La tutela della salute della popolazione della Campania -sottolinea Comba- è subordinata al ripristino della legalitá. Che significa una razionale programmazione di tutto il ciclo dei rifiuti, dalla riduzione di produzione da parte del cittadino, al riuso, alla raccolta differenziata, al riciclo e non solo. Ma significa anche la realizzazione di discariche ben fatte e di inceneritori che rispettino le normative dell'Ue, dove si bruciano combustibili appropriati e che siano condotte da personale adeguatamente formato».
27 maggio 2007

lunedì 15 giugno 2009

Senza Unione

http://www.pandoratv.it/index.php?q=static/video_senzaunione

Tremonti boccia il nucleare italiano: costi troppo alti

chi l'avrebbe mai detto...
chi lo dice adesso a Chicco Testa?

http://www.energymanager.net/index.php?option=com_content&task=view&id=928&Itemid=30

Questa volta ad opera del ministero dell’Economia che ha letteralmente bocciato il testo uscito dal Senato e che è adesso alla camera per la terza lettura, per problemi di copertura economica e per il rischio di aumenti delle tariffe energetiche a carico delle famiglie. La relazione inviata alla Camera da parte del ministero dell’Economia sulle modifiche apportate al passaggio al Senato è quanto mai esplicita, asserendo che queste «introducono, contrariamente all’azione di governo, misure che in quanto suscettibili di determinare incrementi delle tariffe a carico dei consumatori direttamente e/o indirettamente riversano i discendenti effetti pregiudizievoli a carico degli utenti finali» e «presentano gravi profili di legittimità sotto l’aspetto contabile». Uno stop che mette in difficoltà tutto l’impianto del ddl sviluppo, sia la parte più direttamente legata al nucleare, sia quella più generale sull’energia. Ma per Legambiente «basteranno gli articoli sul nucleare per far lievitare le tariffe» e adesso se ne è accorto anche il Tesoro.
Un dato che già era noto da quanto ha calcolato il dipartimento per l’Energia statunitense, secondo il quale il costo industriale dell’elettricità da nucleare da nuovi impianti è più alto rispetto alle fonti tradizionali, e dalla previsione dell’agenzia di rating Moody’s per la quale nonostante i generosi incentivi e sussidi negli USA, solo uno o due centrali verranno costruite sulla trentina attese. «La propaganda governativa non aiuta le famiglie – ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente – e l’analisi del Tesoro lo conferma. La bocciatura del testo al Senato riguarda diversi articoli, ma sarebbero bastati quelli strettamente inerenti al nucleare a testimoniare il potenziale aumento delle tariffe in bolletta per i cittadini». Anche il Mit, nel recente rapporto “Update of the Mit 2003 Future of nuclear power study”, sulle prospettive di rilancio del nucleare, denuncia che in soli quattro anni, le stime sui costi di costruzione degli impianti “overnight” (che non includono cioè gli oneri finanziari, particolarmente pesanti per questa tecnologia) sono raddoppiate passando da 2.000 $/kW a 4.000 $/kW. «Del resto – conclude Ciafani - le disavventure della centrale finlandese di Olkiluoto, che ha accumulato tre anni di ritardo nei lavori del primo reattore Epr (proprio il modello che si vorrebbe realizzare in Italia) e un extracosto di 1,5 miliardi €, devono aver reso più cauti i costruttori». E chissà forse anche l’attento ministro Tremonti.Fonte: Greenreport.it

domenica 14 giugno 2009

Piano di Rinascita Democratica da “Drive In”

ne avevo formulato il concetto nei miei pensieri, sempre alla ricerca del perchè delle cose.
Ho trovato chi ne condivide le conclusioni e anche chi le documenta.
Anche questa... magra consolazione!


http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9234

di Gianni Barbacetto - da micromega.blogautore.espresso.repubblica.it

Quando qualcuno, nei secoli venturi, vorrà cercare di capire perché la sinistra italiana nei primi anni del terzo millennio era conciata così male, dovrà occuparsi delle gesta di Bibì e Bibò. Ossia «fr&cv», ovvero Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi.


La premiata ditta, ultimo, estremo succedaneo del marxismo-leninismo, del gramscismo, del togliattismo, della linea politica, del comitato centrale, del centralismo democratico, dell’intellettuale collettivo, della scuola di Francoforte e di quella delle Frattocchie, nell’epoca della caduta del Muro, della fine del comunismo e della riproducibilità dell’opera d’arte e delle cazzate, ha per alcuni anni fatto da staff a Massimo D’Alema. Ora un libro di Alessandra Sardoni, Il fantasma del leader (di cui ha scritto ieri sul Corriere Aldo Cazzullo), ci svela un documento scritto da Bibì e Bibò nel luglio 1997. Una carta preziosa, che fa capire la crisi della sinistra italiana più di tutti i classici della scienza politica mondiale e della sociologia planetaria messi insieme. Sarà, per gli studiosi della sinistra tra duemila anni, come i rotoli del Mar Morto per gli studiosi della Bibbia. Eccone qualche brano.

«Il partito, inteso come ceto politico, è un cane morto. Il suo stato è sotto ogni punto di vista desolante: il gruppo dirigente nazionale è in buona parte formato da inetti, i gruppi dirigenti locali sono del tutto al di sotto della funzione. Sarebbe illusorio credere che la nascita della Cosa 2 possa diventare l’occasione per una rifondazione del partito, che non può essere rianimato. Dobbiamo aggirare l’ostacolo. Si potrebbe parlare di una crescente “staffizzazione” del Pds. Dobbiamo pensare il Pds come una delle componenti del comitato elettorale di Massimo D’Alema».

Il giudizio sul ceto politico degli ex comunisti, legittimamente impietoso, diventa disprezzo per l’intero partito («che non può essere rianimato»). Tutti «inetti». Tranne il committente di Bibì e Bibò, Massimo D’Alema. Da far diventare presidente della Repubblica: sì, «più che Palazzo Chigi, il Quirinale». La politica è definitivamente sostituita con un obiettivo di potere personale.

Per il resto, Bibì e Bibò non ne indovinano una. Prevedono «un biennio di sostanziale stabilità»: «per i prossimi due anni non dovremo aspettarci sconquassi né fatti clamorosi». Infatti, poco più di un anno dopo, Prodi cadrà, sostituito proprio da D’Alema, e la politica del centrosinistra diventerà una specie di interminabile spot elettorale per Silvio Berlusconi, che nel 2001 vincerà le elezioni e tornerà trionfalmente al governo.

Identificano un interlocutore privilegiato tra i cattolici: Franco Marini, «che è la forza più strutturata». La più utile forse per fare congiure di palazzo, ma certo non la più affidabile per costruire un partito nuovo.

Prevedono poi il successo della Bicamerale, da cui uscirà un assetto semipresidenzialista e che porterà nel 1999 a elezioni anticipate, con due poltrone in palio, Palazzo Chigi e il Quirinale. In questo quadro, appunto, «D’Alema correrà per il Quirinale», perché «puntare tutto sulla guida del governo può rivelarsi azzardato: dopo uno o due anni la crisi può scoppiare, e il reincarico diventa difficoltoso se non pressoché impossibile». In effetti il governo D’Alema durerà un anno e mezzo, ma la Bicamerale fallirà, non ci saranno affatto elezioni anticipate nel 1999 e invece Berlusconi vincerà a mani basse nel 2001.

Furbi, Bibì e Bibò: propongono di far credere di puntare a Palazzo Chigi, mentre mirano al Quirinale. «Non dobbiamo scartare Palazzo Chigi, anzi dobbiamo lasciare che si creda che questo è l’obiettivo. E insieme dobbiamo coltivare l’immagine “presidenziale” di D’Alema». Anche perché «per il Polo sarà impossibile impostare una campagna elettorale quarantottesca», cioè anticomunista, «dopo aver lavorato al fianco di D’Alema-presidente della Bicamerale per fare le riforme». E infatti Berlusconi incassa la legittimazione dalemiana che lo incorona padre costituente e come d’incanto lo tira fuori da una crisi che sembrava irreversibile, dopodiché rovescia il tavolo della Bicamerale e va a una campagna anticomunista da far rimpiangere la Dc del ‘48.

Ci sono poi osservazioni sulla voglia di lavorare di D’Alema («I ritmi di lavoro di Palazzo Chigi sono massacranti. D’Alema è un buon lavoratore, ma il suo tempo è organizzato in modo particolare: a fasi “intensive” si affiancano fasi di inattività pressoché totale», quindi è meglio «trovare un’attività più adatta a questo stile e a questi ritmi»). Osservazioni minori, che meritano attenzione soltanto perché dimostrano come un gruppo si fosse messo a fare politica (scusate, mi rendo conto che la parola è usata a sproposito) come un sarto si mette a tagliare un vestito sulle misure del suo cliente.

Anche sulla qualità dei consigli d’immagine il buon Massimo si potrebbe lamentare. «D’Alema è “giovane”. Dopo i capelli e le sciarpe bianche di Scalfaro, un “giovane” al Quirinale è una svolta radicale». Sai che ideona! Giovane e bella anche la moglie: «L’immagine della first-family, giovane e bella, è un fattore essenziale nell’elezione diretta. Né Berlusconi, né Fini sono competitivi». Non hanno previsto, Bibì e Bibò, né la nuova compagna di Fini, né la deriva velinistica del Cavaliere di Casoria.

Berlusconi resta però il vero modello a cui riferirsi: «Come il Berlusconi dei tempi d’oro, D’Alema deve rivolgersi agli italiani, non alla sinistra; non al proprio “popolo”, ma ai giovani o ai pensionati». E, come direbbe Catalano, meglio i giovani dei pensionati: «Per quanto la contrapposizione giovani-vecchi possa essere antipatica, è proprio su questo che dobbiamo insistere».

Bibì e Bibò, come due bravi personal trainer, si propongono di lavorare sul caratteraccio del capo: D’Alema è assai più “anti-italiano” che “italiano”. Suscita/può suscitare lontananza, antipatia, diffidenza. Dobbiamo correggere questa percezione», per «sedurre la gente, il segmento basso della popolazione». «D’altro canto, non è possibile costruire un D’Alema “piacione e veltroniano”. Meglio puntare sulla serietà, “evidenziare qualche debolezza”, “lavorare sulle fotografie” (in famiglia, a casa, al mare), sui media di target medio-basso, sulla tv popolare (Costanzo). Frasi più brevi, parole più semplici. Lo sguardo deve cambiare; c’è spesso, al termine di una risposta, uno sguardo come di autocompiacimento, come di ricerca dell’ applauso, che va cancellato. Il corpo dev’essere meno rigido, le mani devono muoversi con più libertà e familiarità; anche la testa può muoversi più liberamente: un movimento dolce dal basso in alto, come di un gatto che fa le fusa, è un esempio possibile». E poi «dovremo studiare qualche “evento” che definisca emblematicamente qualche nuova immagine: la ricetta di cucina è l’esempio più immediato». Seguirà comparsata televisiva con D’Alema cuoco di un indimenticabile risotto.

E gli alleati, gli altri uomini politici con cui stare sulla scena? Romano Prodi è da usare, «capitalizzandone i successi». Per farlo fuori alla prima occasione, come è successo.

Walter Veltroni? «La politica culturale di Veltroni è protezionista e assistenzialista, sembrerebbe un mix di salotti buoni e invecchiati dell’intelligenza di sinistra e sottopotere democristiano». Però con Veltroni meglio non polemizzare, gli si darebbe troppa importanza: «Nei prossimi mesi e anni D’Alema non sarà mai più coinvolto in una polemica del tipo di quelle che l’hanno contrapposto a Veltroni. La leadership non è minimamente in discussione: è dunque sciocco dare l’impressione del contrario».

Fausto Bertinotti? «Nei nostri discorsi c’è ancora un (sacrosanto) disprezzo per Rifondazione: tuttavia è sciocco pensare a una separazione dei destini. Dobbiamo servirci di Rifondazione esattamente come ci serviamo di Dini o di Di Pietro».

Antonio Di Pietro? È stato giusto cooptarlo nel centrosinistra: «l’operazione Di Pietro è un modello. È morotea nel senso dell’inclusione all’interno del sistema di una scheggia potenzialmente eversiva».

E Lamberto Dini? E Antonio Maccanico? «Basta poco per averli fedeli».

Indicati gli alleati e gli utili idioti, restano i nemici: Berlusconi? No, il sindacato e i giornalisti. «Per fare dell’Italia un Paese moderno, dobbiamo scontrarci con il sindacato. Il sindacato è l’ultimo baluardo della conservazione. La normalizzazione del sindacato è il nostro compito». Invece, «nei confronti dei media dobbiamo operare una svolta radicale. Noi non dobbiamo cambiare i giornali; dobbiamo prima di tutto sedurre i giornali, per potercene servire. Il nostro dev’essere un atteggiamento egemonico. Non dobbiamo esercitare un comando. Dobbiamo invece assecondarne gli umori. I giornalisti non vanno brutalizzati: vanno blanditi e vezzeggiati. Bisogna essere sempre sorridenti. Bisogna avvicinarsi a loro senza scorte e a passo lento. Se incontrati in luoghi o orari disagevoli vanno salutati con simpatia, persino invitati a prendere un caffè»… «Insomma, l’immagine di D’Alema come nemico dei giornalisti va rovesciata (non sarà per niente facile…)». Obiettivo finale: «Portare alla guida del Corriere e di Repubblica due direttori di garanzia, non ci servono due direttori amici di D’Alema; ci servono due direttori che riconoscano il primato della politica».

Un Piano di Rinascita Democratica da Bar Sport, o da Drive In. Bibì e Bibò quando affrontano la crisi della politica sono nicciani da reality show. Quando cercano di forgiare l’immagine del capo sono, in due, una Mity Simonetto in sedicesimo. Berlusconiani, in fondo, senza averne né i mezzi, nè le capacità.

giovedì 11 giugno 2009

Per salvare la vita. 28 tesi contro la barbarie

è un articolo che avevo messo tempo fa. E' sparito, lo inserisco nuovamente.
Ma non capisco come sia successo


17/12/08
di Marino Badiale, Massimo Bontempelli - Di prossima pubblicazione su www.rivistaindipendenza.org

Premessa: le tesi che seguono rappresentano idee di fondo sulle quali costruire un movimento politico che contrasti la barbarie verso la quale l’attuale organizzazione sociale ed economica ci sta portando. Trattandosi di tesi, l’argomentazione logica ed empirica a loro sostegno è lungi dall’essere completa. Precisazioni ed approfondimenti potranno emergere dalla discussione con le persone interessate.




1. Il modo di produzione capitalistico ha ormai storicamente svelato la sua natura spaventosamente distruttiva su molteplici piani. Esso ha creato ricchezza economica ad un livello mai raggiunto da alcun sistema precedente. Ma la creazione capitalistica di nuova ricchezza ha dimostrato di essere, allo stesso tempo, creazione di nuove povertà, distruzione della socialità degli esseri umani, della loro sanità psichica, dell’ambiente naturale adatto alla loro vita biologica, delle risorse per il loro futuro. Esso è ormai la maledizione del genere umano, che è condannato, per creare e distribuire ricchezza secondo i rapporti di produzione capitalistici, in maniera sufficiente a mantenere un minimo di equilibrio sociale, a vivere in modo sempre più distruttivo nei confronti della natura e di se stesso.

2. La critica più penetrante fino ad ora compiuta del modo di produzione capitalistico è stata quella di Marx. Egli ha indagato la logica dell’accumulazione capitalistica mostrandone il carattere autoreferenziale e illimitato. Marx ha creduto che la logica autoriproduttiva del capitalismo portasse in sé una contraddizione per la quale il proletariato sarebbe cresciuto al suo interno come classe antagonistica dell’intero sistema, fino a rovesciarlo e ad instaurare la società comunistica dei liberi ed eguali, in cui ciascuno avrebbe prodotto secondo le sue capacità e ricevuto secondo i suoi bisogni. Il comunismo novecentesco ha assunto questa idea come dogma condiviso. Ma la realtà della storia è stata sotto questo aspetto completamente diversa. Del comunismo nel senso marxiano del termine non si è mai vista traccia. Ciò che nel Novecento si è fregiato di questo nome è stato un impasto, in proporzioni diverse nei diversi tempi, luoghi ed individui, di lotte di liberazione e nuove oppressioni, orrori ed eroismi, aperture generose ed ottusità fideistiche.

3. Marx è stato a tal punto convinto che il comunismo sarebbe dialetticamente scaturito dallo sviluppo contraddittorio del capitalismo da definirlo come il movimento reale che abolisce lo stato presente delle cose. La definizione è tanto celebre quanto clamorosamente invalidata dalla storia. La storia ci ha insegnato che il movimento che abolisce lo stato presente delle cose non è il comunismo che supera il capitalismo, ma è bensì il capitalismo stesso che nel suo processo di accumulazione allargata del plusvalore trasforma continuamente le condizioni da cui ogni volta muove. Non è affatto vero, dunque, che il capitalismo sia un sistema socialmente conservativo. Esso conserva ferreamente soltanto la logica della sua autoriproduzione e della conseguente gerarchizzazione classista, ma innova di continuo costumi, tecniche, rapporti sociali e condizioni ambientali.

4. L’alternativa cruciale del secolo da poco iniziato sarà quella tra un disfacimento del capitalismo prodotto dalla sua potenza distruttiva operante sulle sue stesse precondizioni antropologiche ed ecologiche, ed una fuoriuscita da esso in qualche misura socialmente promossa e controllata. Soltanto questo secondo lato dell’alternativa eviterà al genere umano una crudele ed orribile regressione. Perché questa alternativa possa darsi è necessario che si costituisca una soggettività operante in tale direzione. Vi sono almeno quattro condizioni necessarie perché una tale soggettività possa nascere. La prima è una decisa e totale rottura, da parte di chi mira a costruirla, con l’intero ceto politico che gestisce le istituzioni pubbliche, senza più alcuna contiguità con nessuna delle sue articolazioni. Il ruolo che tale ceto svolge è infatti quello di far accettare alle masse popolari la situazione di lento depauperamento imposta dal sistema socioeconomico vigente, e di rendere impossibile la protesta o incanalarla in direzioni che non mettano in questione i presupposti del sistema. Perciò le contrapposizioni interne al ceto politico non hanno più nessuno spessore politico o ideologico, e sono semplici scontri sulla distribuzione di posti e prebende fra gang contrapposte. E’ quindi corretta la caratterizzazione del ceto politico come Casta.
Il fatto che esso non decida nulla per quanto riguarda gli aspetti fondamentali della dinamica sociale non significa che il suo ruolo sia irrilevante: è infatti l’ingranaggio che deve mantenere nella passività masse sempre più impoverite sia sul piano materiale sia su quello culturale.

5. La seconda condizione necessaria per la costituzione di una soggettività politica anticapitalistica è che essa non abbia più nulla a che fare con la parola ed il concetto di comunismo. Il comunismo può essere oggi solo un oggetto di indagine storica. Parlare di comunismo in termini di attualità politica significa occultare i problemi concreti di una fuoriuscita dal capitalismo con una fraseologia che dà l’illusione di conoscere mezzi e fini dell’anticapitalismo. Rispetto al problema della costruzione di un pensiero e di una pratica politica effettivamente anticapitalistiche l’idea comunista rappresenta ormai un’occlusione mentale e un intralcio concettuale. Di che cosa essa consiste, infatti, oggi? Escludiamo pure la cosiddetta sinistra radicale, semplice sottocasta della casta politica, per la quale l’idea comunista non è neppure un’idea, ma una pura denominazione di riferimento ad una tradizione: il marchio della ditta, insomma. Cosa rimane? Rimangono conventicole con i loro giornaletti e i loro capetti, per le quali l’idea comunista si riduce ad alcune formule tenute insieme da un pensiero ristretto. Ogni orizzonte di problematiche e di possibilità che compaia fuori dal perimetro delle loro formule è da esse vissuto come una minaccia identitaria, alla quale rispondono con la riproposizione astratta delle loro formule, che spegne ogni pensiero concreto.

6. A partire dalla metà degli anni Venti del Novecento l’intero mondo del comunismo nei paesi occidentali non ha più prodotto una prospettiva politica concreta di fuoriuscita dal capitalismo. Questa dato di fatto riguarda gruppi ideologicamente lontanissimi fra loro, operanti in paesi diversi e nelle più diverse situazioni economiche, sociali e politiche. Si tratta quindi di un dato strutturale. E’ evidente che solo attraverso una gravissima deformazione ideologica della realtà le conventicole comuniste possono mantenere la loro illusione di un anticapitalismo fondato ed illuminato dall’idea comunista. Fatte salve le eccezioni individuali, la verità è che il tipo medio dell’aderente a tali conventicole non vuole una concreta prospettiva politica anticapitalistica, perché essa lo costringerebbe ad uscire dal suo rassicurante recinto identitario, a confrontarsi con la realtà e a scoprire, in questo confronto, quanto povera e vuota sia la sua ideologia.

7. La terza condizione è la necessità di evitare proclamazioni astratte di anticapitalismo. L’anticapitalismo va declinato in obiettivi specifici, che devono rappresentare l’unica materia di discussione e di mobilitazione in ambito politico, mentre la discussione sul modo di produzione capitalistico e sulla necessità del suo superamento deve essere coltivata, ed è importante che lo sia, nella sfera teorica. Una soggettività politica che non voglia rimanere in eterno ultraminoritaria deve porsi l’obiettivo di parlare a settori consistenti delle fasce sociali medie e basse. In tale contesto, ogni proclamazione anticapitalistica appare astrazione ideologica ed estremistica. Questa astrazione può essere superata, e l’anticapitalismo può diventare concreto, solo se esso viene realizzato tramite obiettivi specifici, realizzati per loro stessi, per il loro valore di giustizia. Insomma, l’anticapitalismo non è oggi un obiettivo motivante in se stesso, e potrà diventare operante nella realtà soltanto se verrà tradotto dal linguaggio che ne ha storicamente istituito la nozione in altri linguaggi. Il rapporto tra l’anticapitalismo e gli obiettivi particolari deve corrispondere a quello concepito da Hegel fra fondamento e fondato, in cui il fondamento si inabissa, per così dire, nel fondato, e vi scompare nella misura in cui il fondato lo realizza come fondamento.

8. La quarta condizione è che l’anticapitalismo non venga collegato ad un modello di società futura da realizzare, e neppure ad un percorso predefinito di fuoriuscita dall’attuale sistema. Modelli di questo tipo, nella condizione attuale, hanno l’unico effetto di chiudere la mente rispetto alle novità che la storia porta con sé. E’ importante ricordare quello che la ricerca storica ha ormai acquisito: le rivoluzioni vere, quelle che hanno realmente segnato la storia, come la Rivoluzione Inglese, la Rivoluzione Francese o la Rivoluzione Russa, hanno avuto esiti storici che nessuno dei suoi protagonisti aveva previsto. I rivoluzionari inglesi volevano la società puritana, i rivoluzionari francesi le virtù civiche di Sparta o Roma, i rivoluzionari russi il comunismo. La storia ha avuto tutt’altri percorsi. Se si riuscisse ad innestare un processo rivoluzionario di fuoriuscita dal capitalismo, esso avrebbe percorsi non immaginabili, e coinvolgerebbe soggetti e realtà a priori non prevedibili. Un modello precostituito impedirebbe l’apertura mentale necessaria per avvalersi dei mezzi effettivi che la storia ci offre per orientare una fuoriuscita dal capitalismo. Gli esiti di una rivoluzione non sono mai, e oggi meno che mai, prefigurabili in anticipo. Le rivoluzioni si realizzano strada facendo.
9. Un percorso di fuoriuscita dal capitalismo non potrà dunque essere guidato da un modello predefinito di società, e neppure potrà seguire una strada disegnata in anticipo. Ciò non può essere confuso con una rinuncia ai principi a favore di una visione empiristica e pragmatistica della politica. Al contrario, soltanto un pensiero forte e principi valoriali non contingenti possono orientare la fuoriuscita dal capitalismo. Il punto è che un riferimento valoriale, come hanno chiarito duemilacinquecento anni di riflessione filosofica, ha senso solo se si pensano i valori come una rete trascendentale (e non trascendente: purtroppo questa distinzione non può essere approfondita qui) di significati che non si confondono con configurazioni specifiche di società e con specifici percorsi storici. Così intesi, i valori sono principi da cui sono assiologicamente derivabili e fondabili scelte particolari in situazioni particolari.

10. I valori cui fare riferimento possono essere nominati in molti modi: si può parlare di Libertà, Uguaglianza, Fraternità, oppure semplicemente di Giustizia, attribuendo a questa espressione il senso filosofico del dare a ciascuno ciò che gli spetta secondo la dignità dell’essere umano. E’ chiaro che solo una discussione filosofica può chiarire il senso del richiamo a questi valori, e che una tale discussione fondazionale non può essere il prerequisito dell’azione politica del singolo. I valori indicati hanno però anche un senso intuitivo, oltre ad un significato filosofico, e questo è particolarmente vero per la nozione di Giustizia: mentre per esempio Libertà e Uguaglianza potrebbero essere fraintese (e la libertà essere intesa come libertà di sfruttamento, l’uguaglianza come un annullamento collettivistico delle differenze individuali), intuitivamente è chiaro che un mondo dove molti patiscono la fame mentre nelle società avanzate l’obesità è un problema sociale, è un mondo ingiusto.

11. Una volta soddisfatti i quattro prerequisiti fondamentali enunciati nelle tesi precedenti, quali potrebbero essere le politiche derivate dai valori di un soggetto anticapitalista? Per capirlo, occorre riflettere sulla natura del capitalismo contemporaneo. Il capitalismo come tale è mosso a livello sistemico dall’imperativo dell’accumulazione del plusvalore e a livello individuale dalla ricerca del profitto. Questa dinamica si traduce in una incessante spinta allo sviluppo e all’innovazione. Fino a pochi decenni or sono, questo meccanismo si è mostrato compatibile, sia pure, ovviamente, in modo non automatico ma attraverso lotte e conflitti, con un generale sviluppo di civiltà e in particolare con una serie di importanti conquiste ottenute dai ceti subalterni. Negli anni Settanta del Novecento le cose cominciano a cambiare. Il meccanismo capitalistico, per mantenere accumulazione e profitti, assume la configurazione detta (impropriamente, ma conserviamo i termini per capirci) neoliberista e globalizzata, nella quale viviamo da circa trent’anni. In questa fase le conquiste socialdemocratiche ottenute dai ceti subalterni nella fase precedente non sono più compatibili col meccanismo dell’accumulazione capitalistica, e devono essere distrutte. E’ questo l’unico modo per rilanciare lo sviluppo capitalistico. Tale sviluppo significa quindi, nella fase attuale, distruzione dei diritti dei lavoratori, impoverimento di fasce sempre più larghe della popolazione, asservimento di ogni istituzione pubblica ai fini del profitto privato. E inoltre distruzione sempre più spinta dell’ambiente naturale e del territorio in cui si vive. Le idee-guida, sul piano politico, di un soggetto anticapitalista dovrebbero quindi essere richieste di concreto contrasto di questi processi in quanto valorialmente inaccettabili.

12. Lo schema generale dell’azione politica di un soggetto sociale anticapitalista dovrebbe essere il seguente: attraverso un’azione di contrasto agli sviluppi contemporanei si dovrebbe iniziare, in ambiti determinati, a disarticolare l’attuale organizzazione dell’economia e della politica. Occorre però avere chiaro che una tale disarticolazione non è una cosa innocua: proprio perché il capitalismo è ormai penetrato in tutti gli ambiti della vita sociale, un inizio di disarticolazione avrà effetti imprevedibili, esponendo la società a contraccolpi di vario tipo. Di fronte a tali contraccolpi occorrerà reagire, ovviamente anche con i compromessi e le concessioni che la situazione imporrà, facendosi guidare dai fondamentali principi cui abbiamo accennato, e dall’esigenza di sottrarre ambiti sempre più vasti dell’economia e della società alla presa della logica capitalistica. Queste reazioni indurranno ulteriori contraccolpi, e questa dinamica di azioni e reazioni, largamente imprevedibile, traccerà il percorso di fuoriuscita dal capitalismo.

13. In Italia l’azione e il pensiero di un soggetto anticapitalista può ricevere un inquadramento generale nella denuncia della ininterrotta violazione, da parte del ceto economico e politico dominante, delle leggi costituzionali, e in un’agitazione politica che ne chieda il rispetto. La Costituzione della Repubblica Italiana è nata storicamente da un compromesso fra forze diverse, in un’epoca diversa dalla nostra, e ha espresso una serie di principi del tutto incompatibili con il capitalismo come si è evoluto nel nostro tempo, tanto è vero che le sue norme non sono mai state rispettate. Il richiamo alla difesa della Costituzione (difesa nel senso di battersi per esigerne una attuazione che non c’è mai stata) ha dunque questo senso: porre richieste di civiltà comprensibili a tutti e “irricevibili” all’interno dell’attuale ordinamento economico e sociale. L’enorme vantaggio di questa strategia politica è che essa può permettere di uscire dal minoritarismo politico e di agganciare i sentimenti e le aspirazioni di larghe fasce della popolazione. Predicare l’anticapitalismo oggi significa chiudersi in un ghetto a ripetersi parole vuote, mentre chiedendo la fine della precarietà del lavoro, dei sottosalari, degli orari pesanti, delle produzioni che feriscono e uccidono, dei servizi mercantilizzati, come il rispetto della Costituzione esige, si può sperare di essere ascoltati. E non ha importanza il fatto che chi è disposto a battersi per simili obiettivi non sia su posizioni anticapitaliste: se siamo convinti che essi siano incompatibili con l’attuale ordinamento economico e sociale, la loro richiesta è oggettivamente anticapitalistica.
14. Facciamo un esempio. Una proposta politica fondamentale per una forza anticapitalistica oggi in Italia dovrebbe essere quella di massicce assunzioni di personale a tempo indeterminato da parte delle amministrazioni pubbliche per rendere efficienti e realmente disponibili a tutti una serie di servizi sociali, servizi che oggi non funzionano proprio per mancanza di personale. Occorrono più infermieri e medici per rendere effettiva l’assistenza sanitaria (oggi sempre più carente, specie in servizi come l’analisi diagnostica, le guardie mediche, il pronto soccorso), più magistrati e più impiegati e cancellieri per rimettere in sesto un apparato giudiziario disastrato (una giustizia lenta e farraginosa è un vantaggio per i potenti che possono permettersi di pagare gli avvocati), più tecnici per i servizi di difesa del territorio, di controllo e prevenzione delle nocività ambientali e delle sofisticazioni alimentari, più ispettori per il controllo e la prevenzione degli infortuni sul lavoro. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Questo piano di assunzioni massicce dovrebbe essere finanziato sul piano monetario riducendo alcune spese statali (fine di tutte le missioni militari all’estero, abolizione dei privilegi della casta politica e delle rete di clientele e poteri ad essa legata), eliminando l’evasione fiscale, sottoponendo ad alti prelievi fiscali le grandi concentrazioni di ricchezza finanziaria ed immobiliare, espropriando le ricchezze della criminalità organizzata. Ma la retribuzione di questi nuovi lavoratori dovrebbe essere, in parte, non monetaria, sotto forma di servizi gratuiti che le stesse massicce assunzioni renderebbero possibili.
Essendo le assunzioni finalizzate a rendere effettivamente fruibili a tutti i servizi sociali, esse dovrebbero inoltre essere compiute contrastando severamente ogni tipo di pratica clientelare.
Una misura di questo tipo da una parte rappresenterebbe un aiuto concreto alle persone, perché servizi sociali efficienti alzano la qualità della vita, oltre a rappresentare una forma di reddito indiretto. Dall’altra rappresenterebbe un deciso attacco al problema della disoccupazione. Essa inoltre implicherebbe necessariamente l’abbandono delle grandi opere ad alta intensità di capitale (TAV, Ponte sullo stretto e simili), che hanno solo la funzione di permettere l’accumulazione del capitale, per investire piuttosto in un lavoro di manutenzione, in tutti i sensi, delle fondamentali strutture della nostra società, che oggi stanno lentamente cadendo a pezzi.
Una lotta che metta al proprio centro richieste di questo tipo può trovare la sua ispirazione ideale e il suo fondamento giuridico nella Costituzione. Ad esempio l’articolo 4 non soltanto riconosce il lavoro come diritto e dovere di ogni cittadino, ma vincola anche lo Stato a promuovere le condizioni che rendano effettivo tale diritto, e gli articoli 41, 42, 43 fondano il diritto dello Stato ad intervenire nella vita economica quando sia in gioco un “preminente interesse generale”.

15. L’incapacità di capire il carattere rivoluzionario di un simile appello alla Costituzione è indice di profondi limiti da parte delle realtà politiche e culturali (oggi disperse e minoritarie) che dicono a parole di opporsi alla dinamica distruttiva del mondo contemporaneo. Come si potrebbe altrimenti rinunciare a presidiare una trincea così avanzata come quella della carta costituzionale? Certo, occorre che la difesa della Costituzione non sia intesa come lo è generalmente da coloro che se ne propongono difensori, nel senso di un rispetto di regole formali violate dal cesarismo berlusconiano. Così intesa, la difesa della Costituzione non è tale, perché ignora niente meno che tutti i principi sanciti nella prima parte del testo costituzionale. Inoltre, questa difesa non può oggi passare per nessuna delle istituzioni dello Stato, perché esse sono in mano al ceto politico dominante. Quel che servirebbe sarebbe incoraggiare e promuovere lotte in difesa dei principi definiti dalla Costituzione etico-sociali ed economici.

16. La difesa della Costituzione è importante anche in relazione ai principi da essa definiti civili, che sono quelli più strettamente “liberali”: libertà della persona, habeas corpus, libertà di opinione, libertà di associazione, diritto per gli accusati di essere processati da una magistratura indipendente dal potere politico e soggetta solo alla legge. Si tratta di diritti e garanzie che l’evoluzione del capitalismo sta erodendo. Le innovazione legislative fatte approvare in vari paesi occidentali con il pretesto dell’11 settembre compiono passi significativi nelle direzione dell’erosione di tali principi. La nozione stessa di “terrorismo” è una scatola vuota che permette al potere ogni forma di arbitrio. Questa evoluzione ha una sua logica. Se non si riesce a realizzare una fuoriuscita dal capitalismo, assisteremo ad una fase nella quale il potere dello Stato dovrà intervenire in modo sempre più esplicito e diretto a sostegno dell’accumulazione capitalistica, che risulterà sempre più difficile e sempre più dannosa per il genere umano. Questo intervento statale non potrà più permettersi il lusso delle garanzie liberali. E’ il modello del capitalismo “alla cinese”. E’ quello che ci aspetta, e contro un tale orrore anche la difesa dei diritti “liberali” è un utile strumento di resistenza.

17. Il riferimento alla Costituzione implica un’attribuzione di valore al principio di legalità che è di aiuto, se ben intesa, nella lotta al capitalismo. Un aspetto decisivo del capitalismo contemporaneo è infatti l’ossessiva ricerca del profitto senza limiti e a breve e brevissimo termine, inattuabile nell’ambito delle stesse leggi vigenti: di qui il carattere criminale di una parte sempre più grande dell’economia capitalistica contemporanea. Criminale nel senso di essere legata a pratiche di truffa e di corruzione, e nel senso di lasciare uno spazio crescente all’economia delle grandi organizzazioni criminali, che si confonde sempre di più con quella “legale”. Gli esempi sono innumerevoli. Basti pensare ai collegamenti che si devono instaurare fra imprese industriali del nord e camorra per lo smaltimento illegale dei rifiuti, secondo le denuncie dell’ormai famoso “Gomorra” di Roberto Saviano. Basti pensare a come il commercio delle armi porti necessariamente ad analoghi collegamenti, visto che le armi iniziano con l’essere prodotte legalmente da rispettabili industrie e finiscono poi in mano a criminalità e gruppi armati di vario tipo. Basti pensare a quali devono essere i legami che rendono possibili la “ripulitura” dell’immenso fiume di denaro sporco prodotto da attività come appunto il commercio di armi o la droga, e a come questo fiume di denaro accresca, in questi tempi di capitalismo finanziario, il potere di chi, nel mondo dell’economia “ufficiale”, riesce a sfruttarlo. E si potrebbe continuare notando come l’illegalità sia ormai un aspetto strutturale dell’economia contemporanea. La richiesta di un controllo di legalità sulle azioni dei potenti della politica e dell’economia ha un carattere di resistenza e ostacolo al dispiegamento della logica dell’attuale sistema sociale ed economico, ed il vantaggio di poter raccogliere consensi anche tra chi non comprende la natura del capitalismo, mettendo in difficoltà, se ben condotta, i ceti economici e politici dominanti. Ciò è tanto più importante in Italia, un paese nel quale le organizzazioni criminali rappresentano una componente fondamentale della struttura di potere del capitalismo presente e futuro. Le zone del sud controllate dalle varie mafie rappresentano una probabile prefigurazione di ciò che ci aspetta, se non riusciamo a mettere in campo una forza antagonista rispetto alla barbarie cui ci porta il capitalismo.

18. L’incomprensione di questo valore della legalità, nelle condizioni attuali, è un altro indice della totale incapacità di pensare una proposta politica concreta e praticabile da parte delle piccole minoranze antisistema. Si potrebbe parlare, a questo proposito, di una vera “volontà di impotenza”. Lo si capisce con chiarezza pensando al sospetto con cui negli ambienti dell’estrema sinistra si guarda agli scontri che in questi anni hanno segnato i rapporti fra politica e magistratura, e all’indifferenza sul tema dell’autonomia della magistratura. La magistratura è ovviamente una delle strutture del sistema di potere attuale. Il punto è che, per varie ragioni che non possiamo qui approfondire, è proprio dalla magistratura, dall’azione di una sua parte minoritaria, che sono venute in questi anni alcuni significativi ostacoli alle scelte dei ceti dominanti. Nella magistratura ci sono i giudici che assolvono i responsabili delle torture di Genova 2001, ma anche quelli che accusano i dirigenti della Thyssen di omicidio volontario. Ci sono magistrati collusi in varie forme col potere e magistrati che indagano sulle loro collusioni. Una volta eliminata l’autonomia della magistratura, avremo sempre e solo sentenze come quella di Genova. Una forza anticapitalistica deve agire su queste contraddizioni, e autonomia della magistratura e rispetto della legalità sono i principi su cui farlo. Non capire questo è un madornale errore politico.

19. Per dare organicità a una prospettiva di fuoriuscita dal capitalismo occorre un elemento radicalmente nuovo rispetto alla tradizione della sinistra, cioè la critica allo sviluppo, critica che oggi si riassume nella formula della decrescita.
La parola può non piacere o risultare fuorviante. Ma non si può evitare di usare le parole entrate nel linguaggio sociale. Chi conosce la storia delle idee sa che quando Marx inizia a parlare di “comunismo” la parola era equivoca e fuorviante, perché associata ad utopie e sogni di palingenesi religiosa.
Un punto fondamentale da comprendere, nella discussione sulla nozione di decrescita, è la distinzione fra beni d’uso da una parte e merci dall’altra. “Merce” non è sinonimo di bene o servizio, ma è un bene o servizio prodotto per il mercato in vista di un profitto e dotato quindi di un prezzo. Non c’è dunque alcun rapporto necessario tra aumento quantitativo delle merci, diffusione del benessere e progresso delle conoscenze. Per un lungo periodo storico, fino a tutti gli anni Sessanta del secolo scorso, l’allargamento della scala di produzione di merci, pur con tanti risvolti negativi, è stato effettivamente associato, in un quadro storico complessivo, alla diffusione del benessere economico, all’ampliamento della libertà individuale, all’avanzamento dei costumi e delle conoscenze. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, però, l’ulteriore aumento quantitativo dei beni prodotti per il mercato è stato sempre più correlato, non accidentalmente (come mostra una vasta letteratura economica e sociologica), alla crescita delle diseguaglianze sociali, alla riduzione delle risorse destinate alla protezione sociale, a minori diritti del lavoro dipendente, alla diminuzione del tempo libero dal lavoro, allo sviluppo di processi di de-emancipazione e di marginalizzazione, cioè a indicatori precisi di un diminuito benessere della maggioranza della popolazione e di una minore libertà individuale.
E’ interessante notare come questa verità abbia finito per rendersi visibile anche all’interno di saperi accademici lontani da intenti di critica anticapitalistica. Nel 1996 Marc e Luise Miringoff, studiosi della Fordhan University, hanno costruito un grafico cartesiano in cui hanno rappresentato insieme le variazioni del Prodotto Interno Lordo (PIL) degli Stati Uniti nell’ultimo mezzo secolo e quelle, relative allo stesso periodo, di un “indicatore di salute sociale” (ISH) di loro costruzione. Questo indicatore rappresenta la media ponderata di sedici indicatori di progresso sociale (fra gli altri: mortalità infantile, occupazione lavorativa e redditi da essa derivanti, copertura sociale dei rischi sanitari). L’effetto visivo del grafico ha un’evidenza addirittura spettacolare: le due linee, quella del PIL e quella dell’ISH, crescono insieme fino al 1973, ma a partire dal 1974 la prima continua a salire e la seconda inizia scendere. A metà degli anni Novanta il valore dell’ISH è nettamente più basso di quello della metà degli anni Settanta. Altri indici di benessere, introdotti da altri autori, hanno simile andamento.
20. Un altro punto da comprendere riguardo alla decrescita è che essa, proprio perché riguarda le merci e l’incorporazione di energia e materie prime nei prodotti, non i beni ed i servizi in quanto tali, non è affatto un progetto francescano di rinuncia alla ricchezza economica (o almeno non lo è nell’idea a cui qui si fa riferimento, ad esempio di Latouche o Pallante; certamente ci sono idee non condivisibili di decrescita, come al tempo di Marx c’erano idee non condivisibili di comunismo o socialismo). Non è neppure un de-sviluppo. E’ un rifiuto della logica dello sviluppo, dello sviluppo come vincolo indiscutibile, con cui si vogliono ricattare quanti non vogliono accettare investimenti economici che devastano il territorio. Ed è una presa d’atto delle necessità non di fruire di meno beni, ma di consumare meno merci, e soprattutto meno energia e meno territorio.
La decrescita è l’uscita della mente dal pensiero unico (o pensiero zero, come giustamente lo definisce Emanuel Todd) imposto dal modo di produzione capitalistico che, esigendo l’accumulazione di plusvalore, esige una scala sempre più ampia di produzione di merci, e quindi un’accettazione della necessità dello sviluppo.
I sedicenti antagonisti del sistema che non vogliono rinunciare all’idea dello sviluppo, più o meno corretto (da una diversa distribuzione della ricchezza, dalla sostenibilità ambientale ecc.) sono al rimorchio del pensiero unico. Lo sviluppo, più o meno corretto, è quello che sostengono tutti gli esponenti della casta politica e del ceto economico dominante, nazionale e internazionale.

21. Diversi sono, nel nostro tempo, i casi in cui una vita migliore e più libera è correlata ad una minore quantità di merci. Nei paesi più sviluppati una dieta più sana presuppone il consumo di una minore quantità dei tanti prodotti altamente sofisticati e calorici dell’industria alimentare. Nelle città degli Stati Uniti una minore esposizione ai rischi presuppone una diminuzione delle armi da fuoco vendute e comprate. Una più libera fruizione delle nostre spiagge e delle nostre scogliere presuppone una minore quantità di colate di cemento sulle nostre coste. E via dicendo.
In diversi altri casi, invece, la libertà individuale e la creatività mentale richiedono che la disponibilità di beni e servizi non diminuisca, oppure che aumenti. Ma attenzione: una disponibilità accresciuta di beni e servizi può essere realizzata anche in un contesto non di sviluppo, ma di decrescita. Un esempio: immaginiamo che il nostro sistema sanitario cominci a svolgere una seria attività di prevenzione ecologica delle patologie mediche, e, con un’immaginazione ancor più sganciata dalla realtà attuale, che il nostro sistema politico e amministrativo produca e faccia rispettare leggi che riducano drasticamente i rischi di infortuni sul lavoro e di contatto nell’ambiente con sostanze patogene. In una tale situazione il cittadino fruirebbe di migliori servizi sanitari e potrebbe maggiormente disporre di quei beni preziosi che sono cure mediche attente alle persone e basate su buone informazioni ambientali, nel quadro non di uno sviluppo, ma di una decrescita dell’economia. Infatti il contributo del sistema sanitario allo sviluppo dell’economia è dato dalla quantità di farmaci immessi sul mercato, di apparecchi diagnostici smerciati, di tempi di degenze ospedaliere, che evidentemente diminuirebbero nel caso di un’efficace prevenzione di diverse patologie e di una drastica diminuzione di malattie e infortuni sul lavoro.

22. La crisi da cui è stata investita l’economia capitalistica mondiale è una crisi che è stata prodotta dallo sviluppo e che risulterà distruttiva per le masse popolari se sarà gestita secondo le logiche dello sviluppo, come unanimemente richiedono i ceti dominanti.
Ci viene detto che la crisi non è il prodotto del mercato e dello sviluppo, ma di banchieri troppo avidi e di mercati finanziari troppo poco regolati. Coloro che lo dicono sono gli stessi che hanno lasciato campo libero alla rapine finanziarie e che hanno deregolamentato i mercati con leggi precise che hanno date precise, e lo hanno fatto perché il capitale, che non riusciva ad accumularsi passando attraverso una produzione su scala sempre più ampia di merci, potesse accumularsi come capitale fittizio attraverso la circolazione. Questa accumulazione di puri segni di valore era destinata ad essere sgonfiata dall’impossibilità di passare tutta attraverso le merci.
La crisi finanziaria è stata dunque soltanto l’epifenomeno di una crisi latente di sovraproduzione, che essa stessa ha attualizzato. Dire perciò che non siamo al 1929 è un esorcismo. Siamo proprio ad un 1929, cioè ad una crisi finanziaria che innesca una crisi di realizzo del plusvalore.

23. Tutti ripetono che occorre far riprendere i consumi con adeguate iniezioni di liquidità nella circolazione monetaria per rimettere in moto lo sviluppo dell’economia. Una simile strategia o sarà del tutto inefficace, o capovolgerà la deflazione in forte inflazione. In entrambi i casi la disoccupazione aumenterà e cresceranno le disuguaglianze di reddito.
L’unica via per evitare un dramma sociale è passare dai consumi privati, fonte di profitto per il capitale, a consumi collettivi di pubblici servizi gratuitamente offerti. La proposta di assunzioni massicce nella pubblica amministrazione, di cui abbiamo parlato nella tesi 14, è uno strumento concreto per rendere possibile questo passaggio. Esso naturalmente non basta. Un tale passaggio è possibile solo attraverso un profondo cambiamento culturale che consiste nel dare valore non al consumo di oggetti acquisiti sul mercato ma alla sicurezza di una vita garantita nei suoi bisogni di base e ricca di possibilità di relazioni umane.
Ma tutto questo altro non è che la decrescita, cioè la fine del vincolo dello sviluppo.

24. Questo tipo di politica implica un forte impegno economico e sociale dello Stato, e un forte senso di solidarietà nel corpo sociale. Ma la configurazione storica che nei paesi occidentali ha coniugato forte impegno statale e solidarietà nazionale è quella dello Stato-nazione. La politica che qui indichiamo come necessaria per superare la barbarie capitalistica prossima ventura richiede quindi una riconquista di indipendenza e sovranità dello Stato-nazione, e un deciso contrasto a tutti quei fenomeni, normalmente riassunti sotto l’impreciso termine di “globalizzazione”, che in questi decenni hanno via via eroso e svuotato gli Stati-nazione, per sottoporli al potere delle oligarchie economiche internazionali e del loro Stato di riferimento: gli USA.

25. Fin qui abbiamo parlato delle conseguenze negative dello sviluppo per la vita sociale. Non spendiamo molte parole per ricordare le conseguenze negative per l’ambiente naturale, perché su di esse c’è ormai una vasta letteratura e anche un’attenzione crescente da parte di media e forze politiche e intellettuali. Ricordiamo solo che il peggioramento dell’ambiente non è una astrazione ma si traduce in peggioramento della qualità della vita (depauperamento ed avvelenamento delle falde acquifere, pessima qualità dell’aria respirata, accumulo di rifiuti non smaltibili senza danni, nocività degli alimenti, dai pesci al mercurio alle carni agli ormoni e agli antibiotici ecc.). La crescente invivibilità dell’ambiente per effetto dello sviluppo è una tale evidenza, di cui ciascuna persona psichicamente sana ha percezione quotidiana, che per negarla bisogna essere o privilegiati che hanno ancora per lungo tempo i mezzi per sottrarsi a gran parte delle sue venefiche conseguenze, o sciocchi resi tali da una radicale atrofia dell’anima.

26. In Italia uno dei modi in cui si manifesta la nocività dello sviluppo è quello di progetti economici che tendono a invadere e distruggere il territorio con strutture e opere di vario tipo. Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili, all’interno dell’odierno meccanismo dello sviluppo. Infatti lo sviluppo non può fare a meno dell’accumulazione di realtà fisiche sul territorio (strutture produttive, infrastrutture edilizie come autostrade e aeroporti, strutture commerciali, mezzi di trasporto, rifiuti che occorre smaltire in qualche modo). Ma il territorio italiano è saturo (altrove la situazione può essere diversa): l’Italia è un paese piccolo e sovrapopolato, il cui territorio è stato da tempo invaso dalle realtà fisiche legate allo sviluppo. Non essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche necessarie per lo sviluppo possono inserirsi solo in una realtà fisica e sociale già organizzata, mettendone in crisi gli equilibri. In parole povere, le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola. L’opposizione da parte degli abitanti del territorio attaccato è dunque naturale e istintiva, non necessariamente derivante da opzioni politiche e ideologiche generali, e quindi può certo presentare molti limiti, specie nella fase iniziale. Il punto cruciale sta però nel fatto che essa va nella direzione della critica dello sviluppo, anche se i suoi attori possono non averne coscienza. Con questo intendiamo dire che la prospettiva della critica dello sviluppo è l’unica che renda coerenti queste lotte, dando ad esse un valore e un respiro generali. Al di fuori di tale prospettiva, queste lotte possono essere facilmente criticate e isolate indicandole come espressione di egoismi locali che devono cedere il passo all’interesse generale. La risposta a questa critica sta appunto nell’indicare il rifiuto dello sviluppo, cioè la decrescita, come interesse generale del paese. Queste lotte hanno quindi, al di là della coscienza dei singoli individui che vi partecipano, un carattere di radicale contestazione dell’attuale ordinamento economico e sociale.

mercoledì 10 giugno 2009

La Cina fa shopping in Italia

http://www.repubblica.it/2008/06/rubriche/piazza-asiatica/urso-pechino/urso-pechino.html

Il governo cinese effettuerà una missione di acquisto a fine giugno in Italia per acquistare beni strumentali e prodotti italiani, in particolare energia e tecnologia". Lo ha annunciato il viceministro allo Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero, Adolfo Urso, dopo aver incontrato a Pechino l'omologo cinese Gao Huceng, a cui ha consegnato una lista di oltre 300 aziende italiane interessate a vendere beni e prodotti a investitori cinesi. "La lista è stata elaborata d'intesa con Ice, Confindustria, Confapi e diverse associazioni di categoria, da Ucimu a Federmacchine, - spiega Urso - Quasi la metà delle aziende presenti nella lista appartengono al settore dei macchinari, il resto ai comparti moda e arredo-casa, farmaceutica, agro-alimentare e alta e altissima tecnologia. La Cina dispone di molta liquidità, un forziere di oltre 100 miliardi di dollari. Risorse fresche pronte per essere investite in Europa. Fino ad ora a beneficiarne erano state Germania, Gran Bretagna e Svizzera". L'ultimo shopping cinese dello scorso febbraio si concluse con una missione di acquisto di 13,5 miliardi di euro ma l'Italia rimase tagliata fuori. Ora tenta di recuperare terreno e di accreditarsi come una mèta appetibile per i capitali cinesi. Un progetto cinese in Sicilia promosso dal gruppo HNA (holding cinese attiva nella logistica con un fatturato di oltre 25 miliardi di euro) porterebbe alla creazione di un aeroporto intercontinentale nella Sicilia orientale e a una piattaforma logistica integrata nel triangolo che va dal porto di Augusta all'aeroporto di Catania. Nel 2008 l'export italiano in Cina è stato di 6,4 miliardi di euro, in crescita del 2,5% rispetto al 2007, ma ben 4 volte inferiore rispetto all'import. Oltre il 40% del nostro export è rappresentato da macchinari e apparecchiature. L'Italia è il quinto paese nella UE per flusso di investimenti diretti in Cina dopo Regno Unito, Germania, Paesi Bassi e Francia. I principali settori in cui operano le imprese italiane sono: autoveicoli, trasporti aerei e marittimi, idrocarburi, petrolchimica e ingegneria, aeronautico, telecomunicazioni, opere civili, farmaceutico e sanitario. Per il 2009 si prevede un aumento delle esportazioni cinesi del 19% a livello mondiale, in calo rispetto al +27% degli ultimi cinque anni, mentre la crescita del PIL cinese sarà pari al 6,5%, in diminuzione rispetto al +9% registrato nel 2008 e al +13% del 2007. Per far fronte alla crisi mondiale, Pechino ha varato un piano di sostegno e rilancio economico da 486 miliardi di dollari da utilizzare entro il 2010. Ieri intanto la Cina ha nuovamente aumentato gli sgravi fiscali all'export, per rilanciare le vendite sui mercati esteri. La nuova tornata di aiuti fiscali all'export - la settima dall'inizio della recessione globale - beneficia ben 2.600 prodotti tra cui esportazioni agroalimentari, macchinari, calzature, giocattoli. Pechino ritocca al rialzo le previsioni sulle vendite automobilistiche. Unico mercato a sfidare la crisi, quello cinese ha già superato la soglia dei 10 milioni di vetture vendute su base annua, collocandosi al primo posto mondiale e sorpassando così gli Stati Uniti. Adesso le associazioni di settore prevedono che entro la fine del 2009 le vendite raggiungeranno 11 milioni di autovetture. (9 giugno 2009)

martedì 9 giugno 2009

Con l'Islam un nuovo inizio

http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=85341

Il discorso di Obama al Cairo

Sono onorato di essere qui al Cairo, in questa città senza tempo, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l'Università del Cairo è la culla del progresso dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso. Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum. Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi corrente dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di guerre di religione e di conflitti. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam. Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze. Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia. Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo. Sono ora cosciente che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte. Le mie convinzioni si basano parzialmente sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana. Ho studiato storia e ho imparato quanto la civiltà debba essere debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate; poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l'eguaglianza tra le razze. Anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana e di questo ne sono consapevole. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca personale. Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque esso possa affiorare. Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell'America da parte dei musulmani. Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti, uno solo". Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media. E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all'interno dei nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo. Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che l'America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano. Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze. Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio. Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano. Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso. Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso. Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme. Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano. La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente. Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così. Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l'Islam stesso. Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace. Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione. Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo". Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unito da partner, non da dominatori. E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, e ho dato l'ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell'anno venturo. L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro. La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile. Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all'intera popolazione odierna di Israele. Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita. D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese - formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio. Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza. Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità. I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente. È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere. Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino. Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso. Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato. L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile. Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera. Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire. Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa. Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto. Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo. Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra. Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali. Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque. La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri. Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli. Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui. Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera democrazia. Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi. Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq. La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat. Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo. È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale. Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi. Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo. Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere il diritto delle bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni. Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione. So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e nell'istruzione. Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire qualcosa di completamente diverso. Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando un numero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo. Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo. Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per favorire e promuovere la salute infantile e delle puerpere. Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore. I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati. Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme. So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo". Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani. È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi. Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio". Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra. Grazie, e che la pace di Dio sia con voi.
04 giugno 2009