giovedì 11 giugno 2009

Per salvare la vita. 28 tesi contro la barbarie

è un articolo che avevo messo tempo fa. E' sparito, lo inserisco nuovamente.
Ma non capisco come sia successo


17/12/08
di Marino Badiale, Massimo Bontempelli - Di prossima pubblicazione su www.rivistaindipendenza.org

Premessa: le tesi che seguono rappresentano idee di fondo sulle quali costruire un movimento politico che contrasti la barbarie verso la quale l’attuale organizzazione sociale ed economica ci sta portando. Trattandosi di tesi, l’argomentazione logica ed empirica a loro sostegno è lungi dall’essere completa. Precisazioni ed approfondimenti potranno emergere dalla discussione con le persone interessate.




1. Il modo di produzione capitalistico ha ormai storicamente svelato la sua natura spaventosamente distruttiva su molteplici piani. Esso ha creato ricchezza economica ad un livello mai raggiunto da alcun sistema precedente. Ma la creazione capitalistica di nuova ricchezza ha dimostrato di essere, allo stesso tempo, creazione di nuove povertà, distruzione della socialità degli esseri umani, della loro sanità psichica, dell’ambiente naturale adatto alla loro vita biologica, delle risorse per il loro futuro. Esso è ormai la maledizione del genere umano, che è condannato, per creare e distribuire ricchezza secondo i rapporti di produzione capitalistici, in maniera sufficiente a mantenere un minimo di equilibrio sociale, a vivere in modo sempre più distruttivo nei confronti della natura e di se stesso.

2. La critica più penetrante fino ad ora compiuta del modo di produzione capitalistico è stata quella di Marx. Egli ha indagato la logica dell’accumulazione capitalistica mostrandone il carattere autoreferenziale e illimitato. Marx ha creduto che la logica autoriproduttiva del capitalismo portasse in sé una contraddizione per la quale il proletariato sarebbe cresciuto al suo interno come classe antagonistica dell’intero sistema, fino a rovesciarlo e ad instaurare la società comunistica dei liberi ed eguali, in cui ciascuno avrebbe prodotto secondo le sue capacità e ricevuto secondo i suoi bisogni. Il comunismo novecentesco ha assunto questa idea come dogma condiviso. Ma la realtà della storia è stata sotto questo aspetto completamente diversa. Del comunismo nel senso marxiano del termine non si è mai vista traccia. Ciò che nel Novecento si è fregiato di questo nome è stato un impasto, in proporzioni diverse nei diversi tempi, luoghi ed individui, di lotte di liberazione e nuove oppressioni, orrori ed eroismi, aperture generose ed ottusità fideistiche.

3. Marx è stato a tal punto convinto che il comunismo sarebbe dialetticamente scaturito dallo sviluppo contraddittorio del capitalismo da definirlo come il movimento reale che abolisce lo stato presente delle cose. La definizione è tanto celebre quanto clamorosamente invalidata dalla storia. La storia ci ha insegnato che il movimento che abolisce lo stato presente delle cose non è il comunismo che supera il capitalismo, ma è bensì il capitalismo stesso che nel suo processo di accumulazione allargata del plusvalore trasforma continuamente le condizioni da cui ogni volta muove. Non è affatto vero, dunque, che il capitalismo sia un sistema socialmente conservativo. Esso conserva ferreamente soltanto la logica della sua autoriproduzione e della conseguente gerarchizzazione classista, ma innova di continuo costumi, tecniche, rapporti sociali e condizioni ambientali.

4. L’alternativa cruciale del secolo da poco iniziato sarà quella tra un disfacimento del capitalismo prodotto dalla sua potenza distruttiva operante sulle sue stesse precondizioni antropologiche ed ecologiche, ed una fuoriuscita da esso in qualche misura socialmente promossa e controllata. Soltanto questo secondo lato dell’alternativa eviterà al genere umano una crudele ed orribile regressione. Perché questa alternativa possa darsi è necessario che si costituisca una soggettività operante in tale direzione. Vi sono almeno quattro condizioni necessarie perché una tale soggettività possa nascere. La prima è una decisa e totale rottura, da parte di chi mira a costruirla, con l’intero ceto politico che gestisce le istituzioni pubbliche, senza più alcuna contiguità con nessuna delle sue articolazioni. Il ruolo che tale ceto svolge è infatti quello di far accettare alle masse popolari la situazione di lento depauperamento imposta dal sistema socioeconomico vigente, e di rendere impossibile la protesta o incanalarla in direzioni che non mettano in questione i presupposti del sistema. Perciò le contrapposizioni interne al ceto politico non hanno più nessuno spessore politico o ideologico, e sono semplici scontri sulla distribuzione di posti e prebende fra gang contrapposte. E’ quindi corretta la caratterizzazione del ceto politico come Casta.
Il fatto che esso non decida nulla per quanto riguarda gli aspetti fondamentali della dinamica sociale non significa che il suo ruolo sia irrilevante: è infatti l’ingranaggio che deve mantenere nella passività masse sempre più impoverite sia sul piano materiale sia su quello culturale.

5. La seconda condizione necessaria per la costituzione di una soggettività politica anticapitalistica è che essa non abbia più nulla a che fare con la parola ed il concetto di comunismo. Il comunismo può essere oggi solo un oggetto di indagine storica. Parlare di comunismo in termini di attualità politica significa occultare i problemi concreti di una fuoriuscita dal capitalismo con una fraseologia che dà l’illusione di conoscere mezzi e fini dell’anticapitalismo. Rispetto al problema della costruzione di un pensiero e di una pratica politica effettivamente anticapitalistiche l’idea comunista rappresenta ormai un’occlusione mentale e un intralcio concettuale. Di che cosa essa consiste, infatti, oggi? Escludiamo pure la cosiddetta sinistra radicale, semplice sottocasta della casta politica, per la quale l’idea comunista non è neppure un’idea, ma una pura denominazione di riferimento ad una tradizione: il marchio della ditta, insomma. Cosa rimane? Rimangono conventicole con i loro giornaletti e i loro capetti, per le quali l’idea comunista si riduce ad alcune formule tenute insieme da un pensiero ristretto. Ogni orizzonte di problematiche e di possibilità che compaia fuori dal perimetro delle loro formule è da esse vissuto come una minaccia identitaria, alla quale rispondono con la riproposizione astratta delle loro formule, che spegne ogni pensiero concreto.

6. A partire dalla metà degli anni Venti del Novecento l’intero mondo del comunismo nei paesi occidentali non ha più prodotto una prospettiva politica concreta di fuoriuscita dal capitalismo. Questa dato di fatto riguarda gruppi ideologicamente lontanissimi fra loro, operanti in paesi diversi e nelle più diverse situazioni economiche, sociali e politiche. Si tratta quindi di un dato strutturale. E’ evidente che solo attraverso una gravissima deformazione ideologica della realtà le conventicole comuniste possono mantenere la loro illusione di un anticapitalismo fondato ed illuminato dall’idea comunista. Fatte salve le eccezioni individuali, la verità è che il tipo medio dell’aderente a tali conventicole non vuole una concreta prospettiva politica anticapitalistica, perché essa lo costringerebbe ad uscire dal suo rassicurante recinto identitario, a confrontarsi con la realtà e a scoprire, in questo confronto, quanto povera e vuota sia la sua ideologia.

7. La terza condizione è la necessità di evitare proclamazioni astratte di anticapitalismo. L’anticapitalismo va declinato in obiettivi specifici, che devono rappresentare l’unica materia di discussione e di mobilitazione in ambito politico, mentre la discussione sul modo di produzione capitalistico e sulla necessità del suo superamento deve essere coltivata, ed è importante che lo sia, nella sfera teorica. Una soggettività politica che non voglia rimanere in eterno ultraminoritaria deve porsi l’obiettivo di parlare a settori consistenti delle fasce sociali medie e basse. In tale contesto, ogni proclamazione anticapitalistica appare astrazione ideologica ed estremistica. Questa astrazione può essere superata, e l’anticapitalismo può diventare concreto, solo se esso viene realizzato tramite obiettivi specifici, realizzati per loro stessi, per il loro valore di giustizia. Insomma, l’anticapitalismo non è oggi un obiettivo motivante in se stesso, e potrà diventare operante nella realtà soltanto se verrà tradotto dal linguaggio che ne ha storicamente istituito la nozione in altri linguaggi. Il rapporto tra l’anticapitalismo e gli obiettivi particolari deve corrispondere a quello concepito da Hegel fra fondamento e fondato, in cui il fondamento si inabissa, per così dire, nel fondato, e vi scompare nella misura in cui il fondato lo realizza come fondamento.

8. La quarta condizione è che l’anticapitalismo non venga collegato ad un modello di società futura da realizzare, e neppure ad un percorso predefinito di fuoriuscita dall’attuale sistema. Modelli di questo tipo, nella condizione attuale, hanno l’unico effetto di chiudere la mente rispetto alle novità che la storia porta con sé. E’ importante ricordare quello che la ricerca storica ha ormai acquisito: le rivoluzioni vere, quelle che hanno realmente segnato la storia, come la Rivoluzione Inglese, la Rivoluzione Francese o la Rivoluzione Russa, hanno avuto esiti storici che nessuno dei suoi protagonisti aveva previsto. I rivoluzionari inglesi volevano la società puritana, i rivoluzionari francesi le virtù civiche di Sparta o Roma, i rivoluzionari russi il comunismo. La storia ha avuto tutt’altri percorsi. Se si riuscisse ad innestare un processo rivoluzionario di fuoriuscita dal capitalismo, esso avrebbe percorsi non immaginabili, e coinvolgerebbe soggetti e realtà a priori non prevedibili. Un modello precostituito impedirebbe l’apertura mentale necessaria per avvalersi dei mezzi effettivi che la storia ci offre per orientare una fuoriuscita dal capitalismo. Gli esiti di una rivoluzione non sono mai, e oggi meno che mai, prefigurabili in anticipo. Le rivoluzioni si realizzano strada facendo.
9. Un percorso di fuoriuscita dal capitalismo non potrà dunque essere guidato da un modello predefinito di società, e neppure potrà seguire una strada disegnata in anticipo. Ciò non può essere confuso con una rinuncia ai principi a favore di una visione empiristica e pragmatistica della politica. Al contrario, soltanto un pensiero forte e principi valoriali non contingenti possono orientare la fuoriuscita dal capitalismo. Il punto è che un riferimento valoriale, come hanno chiarito duemilacinquecento anni di riflessione filosofica, ha senso solo se si pensano i valori come una rete trascendentale (e non trascendente: purtroppo questa distinzione non può essere approfondita qui) di significati che non si confondono con configurazioni specifiche di società e con specifici percorsi storici. Così intesi, i valori sono principi da cui sono assiologicamente derivabili e fondabili scelte particolari in situazioni particolari.

10. I valori cui fare riferimento possono essere nominati in molti modi: si può parlare di Libertà, Uguaglianza, Fraternità, oppure semplicemente di Giustizia, attribuendo a questa espressione il senso filosofico del dare a ciascuno ciò che gli spetta secondo la dignità dell’essere umano. E’ chiaro che solo una discussione filosofica può chiarire il senso del richiamo a questi valori, e che una tale discussione fondazionale non può essere il prerequisito dell’azione politica del singolo. I valori indicati hanno però anche un senso intuitivo, oltre ad un significato filosofico, e questo è particolarmente vero per la nozione di Giustizia: mentre per esempio Libertà e Uguaglianza potrebbero essere fraintese (e la libertà essere intesa come libertà di sfruttamento, l’uguaglianza come un annullamento collettivistico delle differenze individuali), intuitivamente è chiaro che un mondo dove molti patiscono la fame mentre nelle società avanzate l’obesità è un problema sociale, è un mondo ingiusto.

11. Una volta soddisfatti i quattro prerequisiti fondamentali enunciati nelle tesi precedenti, quali potrebbero essere le politiche derivate dai valori di un soggetto anticapitalista? Per capirlo, occorre riflettere sulla natura del capitalismo contemporaneo. Il capitalismo come tale è mosso a livello sistemico dall’imperativo dell’accumulazione del plusvalore e a livello individuale dalla ricerca del profitto. Questa dinamica si traduce in una incessante spinta allo sviluppo e all’innovazione. Fino a pochi decenni or sono, questo meccanismo si è mostrato compatibile, sia pure, ovviamente, in modo non automatico ma attraverso lotte e conflitti, con un generale sviluppo di civiltà e in particolare con una serie di importanti conquiste ottenute dai ceti subalterni. Negli anni Settanta del Novecento le cose cominciano a cambiare. Il meccanismo capitalistico, per mantenere accumulazione e profitti, assume la configurazione detta (impropriamente, ma conserviamo i termini per capirci) neoliberista e globalizzata, nella quale viviamo da circa trent’anni. In questa fase le conquiste socialdemocratiche ottenute dai ceti subalterni nella fase precedente non sono più compatibili col meccanismo dell’accumulazione capitalistica, e devono essere distrutte. E’ questo l’unico modo per rilanciare lo sviluppo capitalistico. Tale sviluppo significa quindi, nella fase attuale, distruzione dei diritti dei lavoratori, impoverimento di fasce sempre più larghe della popolazione, asservimento di ogni istituzione pubblica ai fini del profitto privato. E inoltre distruzione sempre più spinta dell’ambiente naturale e del territorio in cui si vive. Le idee-guida, sul piano politico, di un soggetto anticapitalista dovrebbero quindi essere richieste di concreto contrasto di questi processi in quanto valorialmente inaccettabili.

12. Lo schema generale dell’azione politica di un soggetto sociale anticapitalista dovrebbe essere il seguente: attraverso un’azione di contrasto agli sviluppi contemporanei si dovrebbe iniziare, in ambiti determinati, a disarticolare l’attuale organizzazione dell’economia e della politica. Occorre però avere chiaro che una tale disarticolazione non è una cosa innocua: proprio perché il capitalismo è ormai penetrato in tutti gli ambiti della vita sociale, un inizio di disarticolazione avrà effetti imprevedibili, esponendo la società a contraccolpi di vario tipo. Di fronte a tali contraccolpi occorrerà reagire, ovviamente anche con i compromessi e le concessioni che la situazione imporrà, facendosi guidare dai fondamentali principi cui abbiamo accennato, e dall’esigenza di sottrarre ambiti sempre più vasti dell’economia e della società alla presa della logica capitalistica. Queste reazioni indurranno ulteriori contraccolpi, e questa dinamica di azioni e reazioni, largamente imprevedibile, traccerà il percorso di fuoriuscita dal capitalismo.

13. In Italia l’azione e il pensiero di un soggetto anticapitalista può ricevere un inquadramento generale nella denuncia della ininterrotta violazione, da parte del ceto economico e politico dominante, delle leggi costituzionali, e in un’agitazione politica che ne chieda il rispetto. La Costituzione della Repubblica Italiana è nata storicamente da un compromesso fra forze diverse, in un’epoca diversa dalla nostra, e ha espresso una serie di principi del tutto incompatibili con il capitalismo come si è evoluto nel nostro tempo, tanto è vero che le sue norme non sono mai state rispettate. Il richiamo alla difesa della Costituzione (difesa nel senso di battersi per esigerne una attuazione che non c’è mai stata) ha dunque questo senso: porre richieste di civiltà comprensibili a tutti e “irricevibili” all’interno dell’attuale ordinamento economico e sociale. L’enorme vantaggio di questa strategia politica è che essa può permettere di uscire dal minoritarismo politico e di agganciare i sentimenti e le aspirazioni di larghe fasce della popolazione. Predicare l’anticapitalismo oggi significa chiudersi in un ghetto a ripetersi parole vuote, mentre chiedendo la fine della precarietà del lavoro, dei sottosalari, degli orari pesanti, delle produzioni che feriscono e uccidono, dei servizi mercantilizzati, come il rispetto della Costituzione esige, si può sperare di essere ascoltati. E non ha importanza il fatto che chi è disposto a battersi per simili obiettivi non sia su posizioni anticapitaliste: se siamo convinti che essi siano incompatibili con l’attuale ordinamento economico e sociale, la loro richiesta è oggettivamente anticapitalistica.
14. Facciamo un esempio. Una proposta politica fondamentale per una forza anticapitalistica oggi in Italia dovrebbe essere quella di massicce assunzioni di personale a tempo indeterminato da parte delle amministrazioni pubbliche per rendere efficienti e realmente disponibili a tutti una serie di servizi sociali, servizi che oggi non funzionano proprio per mancanza di personale. Occorrono più infermieri e medici per rendere effettiva l’assistenza sanitaria (oggi sempre più carente, specie in servizi come l’analisi diagnostica, le guardie mediche, il pronto soccorso), più magistrati e più impiegati e cancellieri per rimettere in sesto un apparato giudiziario disastrato (una giustizia lenta e farraginosa è un vantaggio per i potenti che possono permettersi di pagare gli avvocati), più tecnici per i servizi di difesa del territorio, di controllo e prevenzione delle nocività ambientali e delle sofisticazioni alimentari, più ispettori per il controllo e la prevenzione degli infortuni sul lavoro. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Questo piano di assunzioni massicce dovrebbe essere finanziato sul piano monetario riducendo alcune spese statali (fine di tutte le missioni militari all’estero, abolizione dei privilegi della casta politica e delle rete di clientele e poteri ad essa legata), eliminando l’evasione fiscale, sottoponendo ad alti prelievi fiscali le grandi concentrazioni di ricchezza finanziaria ed immobiliare, espropriando le ricchezze della criminalità organizzata. Ma la retribuzione di questi nuovi lavoratori dovrebbe essere, in parte, non monetaria, sotto forma di servizi gratuiti che le stesse massicce assunzioni renderebbero possibili.
Essendo le assunzioni finalizzate a rendere effettivamente fruibili a tutti i servizi sociali, esse dovrebbero inoltre essere compiute contrastando severamente ogni tipo di pratica clientelare.
Una misura di questo tipo da una parte rappresenterebbe un aiuto concreto alle persone, perché servizi sociali efficienti alzano la qualità della vita, oltre a rappresentare una forma di reddito indiretto. Dall’altra rappresenterebbe un deciso attacco al problema della disoccupazione. Essa inoltre implicherebbe necessariamente l’abbandono delle grandi opere ad alta intensità di capitale (TAV, Ponte sullo stretto e simili), che hanno solo la funzione di permettere l’accumulazione del capitale, per investire piuttosto in un lavoro di manutenzione, in tutti i sensi, delle fondamentali strutture della nostra società, che oggi stanno lentamente cadendo a pezzi.
Una lotta che metta al proprio centro richieste di questo tipo può trovare la sua ispirazione ideale e il suo fondamento giuridico nella Costituzione. Ad esempio l’articolo 4 non soltanto riconosce il lavoro come diritto e dovere di ogni cittadino, ma vincola anche lo Stato a promuovere le condizioni che rendano effettivo tale diritto, e gli articoli 41, 42, 43 fondano il diritto dello Stato ad intervenire nella vita economica quando sia in gioco un “preminente interesse generale”.

15. L’incapacità di capire il carattere rivoluzionario di un simile appello alla Costituzione è indice di profondi limiti da parte delle realtà politiche e culturali (oggi disperse e minoritarie) che dicono a parole di opporsi alla dinamica distruttiva del mondo contemporaneo. Come si potrebbe altrimenti rinunciare a presidiare una trincea così avanzata come quella della carta costituzionale? Certo, occorre che la difesa della Costituzione non sia intesa come lo è generalmente da coloro che se ne propongono difensori, nel senso di un rispetto di regole formali violate dal cesarismo berlusconiano. Così intesa, la difesa della Costituzione non è tale, perché ignora niente meno che tutti i principi sanciti nella prima parte del testo costituzionale. Inoltre, questa difesa non può oggi passare per nessuna delle istituzioni dello Stato, perché esse sono in mano al ceto politico dominante. Quel che servirebbe sarebbe incoraggiare e promuovere lotte in difesa dei principi definiti dalla Costituzione etico-sociali ed economici.

16. La difesa della Costituzione è importante anche in relazione ai principi da essa definiti civili, che sono quelli più strettamente “liberali”: libertà della persona, habeas corpus, libertà di opinione, libertà di associazione, diritto per gli accusati di essere processati da una magistratura indipendente dal potere politico e soggetta solo alla legge. Si tratta di diritti e garanzie che l’evoluzione del capitalismo sta erodendo. Le innovazione legislative fatte approvare in vari paesi occidentali con il pretesto dell’11 settembre compiono passi significativi nelle direzione dell’erosione di tali principi. La nozione stessa di “terrorismo” è una scatola vuota che permette al potere ogni forma di arbitrio. Questa evoluzione ha una sua logica. Se non si riesce a realizzare una fuoriuscita dal capitalismo, assisteremo ad una fase nella quale il potere dello Stato dovrà intervenire in modo sempre più esplicito e diretto a sostegno dell’accumulazione capitalistica, che risulterà sempre più difficile e sempre più dannosa per il genere umano. Questo intervento statale non potrà più permettersi il lusso delle garanzie liberali. E’ il modello del capitalismo “alla cinese”. E’ quello che ci aspetta, e contro un tale orrore anche la difesa dei diritti “liberali” è un utile strumento di resistenza.

17. Il riferimento alla Costituzione implica un’attribuzione di valore al principio di legalità che è di aiuto, se ben intesa, nella lotta al capitalismo. Un aspetto decisivo del capitalismo contemporaneo è infatti l’ossessiva ricerca del profitto senza limiti e a breve e brevissimo termine, inattuabile nell’ambito delle stesse leggi vigenti: di qui il carattere criminale di una parte sempre più grande dell’economia capitalistica contemporanea. Criminale nel senso di essere legata a pratiche di truffa e di corruzione, e nel senso di lasciare uno spazio crescente all’economia delle grandi organizzazioni criminali, che si confonde sempre di più con quella “legale”. Gli esempi sono innumerevoli. Basti pensare ai collegamenti che si devono instaurare fra imprese industriali del nord e camorra per lo smaltimento illegale dei rifiuti, secondo le denuncie dell’ormai famoso “Gomorra” di Roberto Saviano. Basti pensare a come il commercio delle armi porti necessariamente ad analoghi collegamenti, visto che le armi iniziano con l’essere prodotte legalmente da rispettabili industrie e finiscono poi in mano a criminalità e gruppi armati di vario tipo. Basti pensare a quali devono essere i legami che rendono possibili la “ripulitura” dell’immenso fiume di denaro sporco prodotto da attività come appunto il commercio di armi o la droga, e a come questo fiume di denaro accresca, in questi tempi di capitalismo finanziario, il potere di chi, nel mondo dell’economia “ufficiale”, riesce a sfruttarlo. E si potrebbe continuare notando come l’illegalità sia ormai un aspetto strutturale dell’economia contemporanea. La richiesta di un controllo di legalità sulle azioni dei potenti della politica e dell’economia ha un carattere di resistenza e ostacolo al dispiegamento della logica dell’attuale sistema sociale ed economico, ed il vantaggio di poter raccogliere consensi anche tra chi non comprende la natura del capitalismo, mettendo in difficoltà, se ben condotta, i ceti economici e politici dominanti. Ciò è tanto più importante in Italia, un paese nel quale le organizzazioni criminali rappresentano una componente fondamentale della struttura di potere del capitalismo presente e futuro. Le zone del sud controllate dalle varie mafie rappresentano una probabile prefigurazione di ciò che ci aspetta, se non riusciamo a mettere in campo una forza antagonista rispetto alla barbarie cui ci porta il capitalismo.

18. L’incomprensione di questo valore della legalità, nelle condizioni attuali, è un altro indice della totale incapacità di pensare una proposta politica concreta e praticabile da parte delle piccole minoranze antisistema. Si potrebbe parlare, a questo proposito, di una vera “volontà di impotenza”. Lo si capisce con chiarezza pensando al sospetto con cui negli ambienti dell’estrema sinistra si guarda agli scontri che in questi anni hanno segnato i rapporti fra politica e magistratura, e all’indifferenza sul tema dell’autonomia della magistratura. La magistratura è ovviamente una delle strutture del sistema di potere attuale. Il punto è che, per varie ragioni che non possiamo qui approfondire, è proprio dalla magistratura, dall’azione di una sua parte minoritaria, che sono venute in questi anni alcuni significativi ostacoli alle scelte dei ceti dominanti. Nella magistratura ci sono i giudici che assolvono i responsabili delle torture di Genova 2001, ma anche quelli che accusano i dirigenti della Thyssen di omicidio volontario. Ci sono magistrati collusi in varie forme col potere e magistrati che indagano sulle loro collusioni. Una volta eliminata l’autonomia della magistratura, avremo sempre e solo sentenze come quella di Genova. Una forza anticapitalistica deve agire su queste contraddizioni, e autonomia della magistratura e rispetto della legalità sono i principi su cui farlo. Non capire questo è un madornale errore politico.

19. Per dare organicità a una prospettiva di fuoriuscita dal capitalismo occorre un elemento radicalmente nuovo rispetto alla tradizione della sinistra, cioè la critica allo sviluppo, critica che oggi si riassume nella formula della decrescita.
La parola può non piacere o risultare fuorviante. Ma non si può evitare di usare le parole entrate nel linguaggio sociale. Chi conosce la storia delle idee sa che quando Marx inizia a parlare di “comunismo” la parola era equivoca e fuorviante, perché associata ad utopie e sogni di palingenesi religiosa.
Un punto fondamentale da comprendere, nella discussione sulla nozione di decrescita, è la distinzione fra beni d’uso da una parte e merci dall’altra. “Merce” non è sinonimo di bene o servizio, ma è un bene o servizio prodotto per il mercato in vista di un profitto e dotato quindi di un prezzo. Non c’è dunque alcun rapporto necessario tra aumento quantitativo delle merci, diffusione del benessere e progresso delle conoscenze. Per un lungo periodo storico, fino a tutti gli anni Sessanta del secolo scorso, l’allargamento della scala di produzione di merci, pur con tanti risvolti negativi, è stato effettivamente associato, in un quadro storico complessivo, alla diffusione del benessere economico, all’ampliamento della libertà individuale, all’avanzamento dei costumi e delle conoscenze. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, però, l’ulteriore aumento quantitativo dei beni prodotti per il mercato è stato sempre più correlato, non accidentalmente (come mostra una vasta letteratura economica e sociologica), alla crescita delle diseguaglianze sociali, alla riduzione delle risorse destinate alla protezione sociale, a minori diritti del lavoro dipendente, alla diminuzione del tempo libero dal lavoro, allo sviluppo di processi di de-emancipazione e di marginalizzazione, cioè a indicatori precisi di un diminuito benessere della maggioranza della popolazione e di una minore libertà individuale.
E’ interessante notare come questa verità abbia finito per rendersi visibile anche all’interno di saperi accademici lontani da intenti di critica anticapitalistica. Nel 1996 Marc e Luise Miringoff, studiosi della Fordhan University, hanno costruito un grafico cartesiano in cui hanno rappresentato insieme le variazioni del Prodotto Interno Lordo (PIL) degli Stati Uniti nell’ultimo mezzo secolo e quelle, relative allo stesso periodo, di un “indicatore di salute sociale” (ISH) di loro costruzione. Questo indicatore rappresenta la media ponderata di sedici indicatori di progresso sociale (fra gli altri: mortalità infantile, occupazione lavorativa e redditi da essa derivanti, copertura sociale dei rischi sanitari). L’effetto visivo del grafico ha un’evidenza addirittura spettacolare: le due linee, quella del PIL e quella dell’ISH, crescono insieme fino al 1973, ma a partire dal 1974 la prima continua a salire e la seconda inizia scendere. A metà degli anni Novanta il valore dell’ISH è nettamente più basso di quello della metà degli anni Settanta. Altri indici di benessere, introdotti da altri autori, hanno simile andamento.
20. Un altro punto da comprendere riguardo alla decrescita è che essa, proprio perché riguarda le merci e l’incorporazione di energia e materie prime nei prodotti, non i beni ed i servizi in quanto tali, non è affatto un progetto francescano di rinuncia alla ricchezza economica (o almeno non lo è nell’idea a cui qui si fa riferimento, ad esempio di Latouche o Pallante; certamente ci sono idee non condivisibili di decrescita, come al tempo di Marx c’erano idee non condivisibili di comunismo o socialismo). Non è neppure un de-sviluppo. E’ un rifiuto della logica dello sviluppo, dello sviluppo come vincolo indiscutibile, con cui si vogliono ricattare quanti non vogliono accettare investimenti economici che devastano il territorio. Ed è una presa d’atto delle necessità non di fruire di meno beni, ma di consumare meno merci, e soprattutto meno energia e meno territorio.
La decrescita è l’uscita della mente dal pensiero unico (o pensiero zero, come giustamente lo definisce Emanuel Todd) imposto dal modo di produzione capitalistico che, esigendo l’accumulazione di plusvalore, esige una scala sempre più ampia di produzione di merci, e quindi un’accettazione della necessità dello sviluppo.
I sedicenti antagonisti del sistema che non vogliono rinunciare all’idea dello sviluppo, più o meno corretto (da una diversa distribuzione della ricchezza, dalla sostenibilità ambientale ecc.) sono al rimorchio del pensiero unico. Lo sviluppo, più o meno corretto, è quello che sostengono tutti gli esponenti della casta politica e del ceto economico dominante, nazionale e internazionale.

21. Diversi sono, nel nostro tempo, i casi in cui una vita migliore e più libera è correlata ad una minore quantità di merci. Nei paesi più sviluppati una dieta più sana presuppone il consumo di una minore quantità dei tanti prodotti altamente sofisticati e calorici dell’industria alimentare. Nelle città degli Stati Uniti una minore esposizione ai rischi presuppone una diminuzione delle armi da fuoco vendute e comprate. Una più libera fruizione delle nostre spiagge e delle nostre scogliere presuppone una minore quantità di colate di cemento sulle nostre coste. E via dicendo.
In diversi altri casi, invece, la libertà individuale e la creatività mentale richiedono che la disponibilità di beni e servizi non diminuisca, oppure che aumenti. Ma attenzione: una disponibilità accresciuta di beni e servizi può essere realizzata anche in un contesto non di sviluppo, ma di decrescita. Un esempio: immaginiamo che il nostro sistema sanitario cominci a svolgere una seria attività di prevenzione ecologica delle patologie mediche, e, con un’immaginazione ancor più sganciata dalla realtà attuale, che il nostro sistema politico e amministrativo produca e faccia rispettare leggi che riducano drasticamente i rischi di infortuni sul lavoro e di contatto nell’ambiente con sostanze patogene. In una tale situazione il cittadino fruirebbe di migliori servizi sanitari e potrebbe maggiormente disporre di quei beni preziosi che sono cure mediche attente alle persone e basate su buone informazioni ambientali, nel quadro non di uno sviluppo, ma di una decrescita dell’economia. Infatti il contributo del sistema sanitario allo sviluppo dell’economia è dato dalla quantità di farmaci immessi sul mercato, di apparecchi diagnostici smerciati, di tempi di degenze ospedaliere, che evidentemente diminuirebbero nel caso di un’efficace prevenzione di diverse patologie e di una drastica diminuzione di malattie e infortuni sul lavoro.

22. La crisi da cui è stata investita l’economia capitalistica mondiale è una crisi che è stata prodotta dallo sviluppo e che risulterà distruttiva per le masse popolari se sarà gestita secondo le logiche dello sviluppo, come unanimemente richiedono i ceti dominanti.
Ci viene detto che la crisi non è il prodotto del mercato e dello sviluppo, ma di banchieri troppo avidi e di mercati finanziari troppo poco regolati. Coloro che lo dicono sono gli stessi che hanno lasciato campo libero alla rapine finanziarie e che hanno deregolamentato i mercati con leggi precise che hanno date precise, e lo hanno fatto perché il capitale, che non riusciva ad accumularsi passando attraverso una produzione su scala sempre più ampia di merci, potesse accumularsi come capitale fittizio attraverso la circolazione. Questa accumulazione di puri segni di valore era destinata ad essere sgonfiata dall’impossibilità di passare tutta attraverso le merci.
La crisi finanziaria è stata dunque soltanto l’epifenomeno di una crisi latente di sovraproduzione, che essa stessa ha attualizzato. Dire perciò che non siamo al 1929 è un esorcismo. Siamo proprio ad un 1929, cioè ad una crisi finanziaria che innesca una crisi di realizzo del plusvalore.

23. Tutti ripetono che occorre far riprendere i consumi con adeguate iniezioni di liquidità nella circolazione monetaria per rimettere in moto lo sviluppo dell’economia. Una simile strategia o sarà del tutto inefficace, o capovolgerà la deflazione in forte inflazione. In entrambi i casi la disoccupazione aumenterà e cresceranno le disuguaglianze di reddito.
L’unica via per evitare un dramma sociale è passare dai consumi privati, fonte di profitto per il capitale, a consumi collettivi di pubblici servizi gratuitamente offerti. La proposta di assunzioni massicce nella pubblica amministrazione, di cui abbiamo parlato nella tesi 14, è uno strumento concreto per rendere possibile questo passaggio. Esso naturalmente non basta. Un tale passaggio è possibile solo attraverso un profondo cambiamento culturale che consiste nel dare valore non al consumo di oggetti acquisiti sul mercato ma alla sicurezza di una vita garantita nei suoi bisogni di base e ricca di possibilità di relazioni umane.
Ma tutto questo altro non è che la decrescita, cioè la fine del vincolo dello sviluppo.

24. Questo tipo di politica implica un forte impegno economico e sociale dello Stato, e un forte senso di solidarietà nel corpo sociale. Ma la configurazione storica che nei paesi occidentali ha coniugato forte impegno statale e solidarietà nazionale è quella dello Stato-nazione. La politica che qui indichiamo come necessaria per superare la barbarie capitalistica prossima ventura richiede quindi una riconquista di indipendenza e sovranità dello Stato-nazione, e un deciso contrasto a tutti quei fenomeni, normalmente riassunti sotto l’impreciso termine di “globalizzazione”, che in questi decenni hanno via via eroso e svuotato gli Stati-nazione, per sottoporli al potere delle oligarchie economiche internazionali e del loro Stato di riferimento: gli USA.

25. Fin qui abbiamo parlato delle conseguenze negative dello sviluppo per la vita sociale. Non spendiamo molte parole per ricordare le conseguenze negative per l’ambiente naturale, perché su di esse c’è ormai una vasta letteratura e anche un’attenzione crescente da parte di media e forze politiche e intellettuali. Ricordiamo solo che il peggioramento dell’ambiente non è una astrazione ma si traduce in peggioramento della qualità della vita (depauperamento ed avvelenamento delle falde acquifere, pessima qualità dell’aria respirata, accumulo di rifiuti non smaltibili senza danni, nocività degli alimenti, dai pesci al mercurio alle carni agli ormoni e agli antibiotici ecc.). La crescente invivibilità dell’ambiente per effetto dello sviluppo è una tale evidenza, di cui ciascuna persona psichicamente sana ha percezione quotidiana, che per negarla bisogna essere o privilegiati che hanno ancora per lungo tempo i mezzi per sottrarsi a gran parte delle sue venefiche conseguenze, o sciocchi resi tali da una radicale atrofia dell’anima.

26. In Italia uno dei modi in cui si manifesta la nocività dello sviluppo è quello di progetti economici che tendono a invadere e distruggere il territorio con strutture e opere di vario tipo. Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili, all’interno dell’odierno meccanismo dello sviluppo. Infatti lo sviluppo non può fare a meno dell’accumulazione di realtà fisiche sul territorio (strutture produttive, infrastrutture edilizie come autostrade e aeroporti, strutture commerciali, mezzi di trasporto, rifiuti che occorre smaltire in qualche modo). Ma il territorio italiano è saturo (altrove la situazione può essere diversa): l’Italia è un paese piccolo e sovrapopolato, il cui territorio è stato da tempo invaso dalle realtà fisiche legate allo sviluppo. Non essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche necessarie per lo sviluppo possono inserirsi solo in una realtà fisica e sociale già organizzata, mettendone in crisi gli equilibri. In parole povere, le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola. L’opposizione da parte degli abitanti del territorio attaccato è dunque naturale e istintiva, non necessariamente derivante da opzioni politiche e ideologiche generali, e quindi può certo presentare molti limiti, specie nella fase iniziale. Il punto cruciale sta però nel fatto che essa va nella direzione della critica dello sviluppo, anche se i suoi attori possono non averne coscienza. Con questo intendiamo dire che la prospettiva della critica dello sviluppo è l’unica che renda coerenti queste lotte, dando ad esse un valore e un respiro generali. Al di fuori di tale prospettiva, queste lotte possono essere facilmente criticate e isolate indicandole come espressione di egoismi locali che devono cedere il passo all’interesse generale. La risposta a questa critica sta appunto nell’indicare il rifiuto dello sviluppo, cioè la decrescita, come interesse generale del paese. Queste lotte hanno quindi, al di là della coscienza dei singoli individui che vi partecipano, un carattere di radicale contestazione dell’attuale ordinamento economico e sociale.

mercoledì 10 giugno 2009

La Cina fa shopping in Italia

http://www.repubblica.it/2008/06/rubriche/piazza-asiatica/urso-pechino/urso-pechino.html

Il governo cinese effettuerà una missione di acquisto a fine giugno in Italia per acquistare beni strumentali e prodotti italiani, in particolare energia e tecnologia". Lo ha annunciato il viceministro allo Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero, Adolfo Urso, dopo aver incontrato a Pechino l'omologo cinese Gao Huceng, a cui ha consegnato una lista di oltre 300 aziende italiane interessate a vendere beni e prodotti a investitori cinesi. "La lista è stata elaborata d'intesa con Ice, Confindustria, Confapi e diverse associazioni di categoria, da Ucimu a Federmacchine, - spiega Urso - Quasi la metà delle aziende presenti nella lista appartengono al settore dei macchinari, il resto ai comparti moda e arredo-casa, farmaceutica, agro-alimentare e alta e altissima tecnologia. La Cina dispone di molta liquidità, un forziere di oltre 100 miliardi di dollari. Risorse fresche pronte per essere investite in Europa. Fino ad ora a beneficiarne erano state Germania, Gran Bretagna e Svizzera". L'ultimo shopping cinese dello scorso febbraio si concluse con una missione di acquisto di 13,5 miliardi di euro ma l'Italia rimase tagliata fuori. Ora tenta di recuperare terreno e di accreditarsi come una mèta appetibile per i capitali cinesi. Un progetto cinese in Sicilia promosso dal gruppo HNA (holding cinese attiva nella logistica con un fatturato di oltre 25 miliardi di euro) porterebbe alla creazione di un aeroporto intercontinentale nella Sicilia orientale e a una piattaforma logistica integrata nel triangolo che va dal porto di Augusta all'aeroporto di Catania. Nel 2008 l'export italiano in Cina è stato di 6,4 miliardi di euro, in crescita del 2,5% rispetto al 2007, ma ben 4 volte inferiore rispetto all'import. Oltre il 40% del nostro export è rappresentato da macchinari e apparecchiature. L'Italia è il quinto paese nella UE per flusso di investimenti diretti in Cina dopo Regno Unito, Germania, Paesi Bassi e Francia. I principali settori in cui operano le imprese italiane sono: autoveicoli, trasporti aerei e marittimi, idrocarburi, petrolchimica e ingegneria, aeronautico, telecomunicazioni, opere civili, farmaceutico e sanitario. Per il 2009 si prevede un aumento delle esportazioni cinesi del 19% a livello mondiale, in calo rispetto al +27% degli ultimi cinque anni, mentre la crescita del PIL cinese sarà pari al 6,5%, in diminuzione rispetto al +9% registrato nel 2008 e al +13% del 2007. Per far fronte alla crisi mondiale, Pechino ha varato un piano di sostegno e rilancio economico da 486 miliardi di dollari da utilizzare entro il 2010. Ieri intanto la Cina ha nuovamente aumentato gli sgravi fiscali all'export, per rilanciare le vendite sui mercati esteri. La nuova tornata di aiuti fiscali all'export - la settima dall'inizio della recessione globale - beneficia ben 2.600 prodotti tra cui esportazioni agroalimentari, macchinari, calzature, giocattoli. Pechino ritocca al rialzo le previsioni sulle vendite automobilistiche. Unico mercato a sfidare la crisi, quello cinese ha già superato la soglia dei 10 milioni di vetture vendute su base annua, collocandosi al primo posto mondiale e sorpassando così gli Stati Uniti. Adesso le associazioni di settore prevedono che entro la fine del 2009 le vendite raggiungeranno 11 milioni di autovetture. (9 giugno 2009)

martedì 9 giugno 2009

Con l'Islam un nuovo inizio

http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=85341

Il discorso di Obama al Cairo

Sono onorato di essere qui al Cairo, in questa città senza tempo, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l'Università del Cairo è la culla del progresso dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso. Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum. Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi corrente dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di guerre di religione e di conflitti. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam. Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze. Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia. Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo. Sono ora cosciente che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte. Le mie convinzioni si basano parzialmente sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana. Ho studiato storia e ho imparato quanto la civiltà debba essere debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate; poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l'eguaglianza tra le razze. Anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana e di questo ne sono consapevole. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca personale. Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque esso possa affiorare. Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell'America da parte dei musulmani. Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti, uno solo". Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media. E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all'interno dei nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo. Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che l'America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano. Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze. Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio. Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano. Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso. Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso. Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme. Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano. La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente. Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così. Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l'Islam stesso. Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace. Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione. Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo". Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unito da partner, non da dominatori. E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, e ho dato l'ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell'anno venturo. L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro. La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile. Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all'intera popolazione odierna di Israele. Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita. D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese - formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio. Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza. Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità. I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente. È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere. Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino. Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso. Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato. L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile. Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera. Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire. Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa. Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto. Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo. Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra. Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali. Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque. La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri. Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli. Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui. Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera democrazia. Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi. Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq. La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat. Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo. È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale. Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi. Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo. Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere il diritto delle bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni. Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione. So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e nell'istruzione. Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire qualcosa di completamente diverso. Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando un numero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo. Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo. Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per favorire e promuovere la salute infantile e delle puerpere. Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore. I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati. Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme. So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo". Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani. È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi. Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio". Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra. Grazie, e che la pace di Dio sia con voi.
04 giugno 2009

Risolvere la crisi

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9218

Risolvere in modo semplice e facile l'odierna crisi economica, in America e nel Mondo

di Stephen Lendman - Global Research, tradotto da comedonchisciotte.org
Spesso le idee migliori sono le più semplici e se questo si applica alla crisi economica globale la soluzione è più semplice di quanto non si immagini. Il nodo Gordiano, in realtà, è avere la volontà politica di risolverla. Persino nodi cosi grandi possono essere sciolti con un colpo deciso.


Come nell’epica soluzione Alessandrina quando, con un colpo di spada, Alessandro Magno tagliò il nodo a metà. Applicare tale metafora alla crisi economica globale significa affrontarla con politiche efficaci e non con quelle che stanno distruggendo sia gli Stati Uniti che altri paesi del mondo.
L’economista Michael Hudson spiega che " è stata la leva del debito a causare l’attuale collasso globale" e continuare ad accatastare debito su debito ("Il Piano di Risanamento verso l’Inferno”, come lo chiama lui) non fa che peggiorare le cose, specialmente per il modo in cui ciò viene implementato:
-- negli Stati Uniti dal cartello di banche private che fanno capo alla Federal Reserve e che salva e arricchisce i propri membri, il maggiore dei quali si chiama Wall Street;
-- dal dipartimento dell’Economia che ha fatto esattamente la stessa cosa. Ha lasciato che il debito pubblico assumesse dimensioni stratosferiche confermando quanto affermato da Adam Smith in “The Wealth of Nations” [La Ricchezza delle Nazioni, n.d.t.] ovvero che nessun paese ha mai pagato i suoi debiti, e certamente non quelli di stati controllati da un cartello di banche private. Ed è proprio qui che risiede il problema altrimenti facilmente risolvibile con un colpo deciso, che non può avvenire se non sotto pesante pressione da parte dell’opinione pubblica.
Questa è la ragione per cui questo articolo è stato da me scritto e ispirato dal lavoro di altri. Mi riferisco all’economista Michael Hudson, a Michel Chossudovsky editore di Global Research, nonché alla famosa autrice e scrittrice Ellen Brown per il suo straordinario libro "Web of Debt" [La Ragnatela del Debito, n.d.t.] e per la sua trattazione in “Cash-Starved States Need to Play the Banking Game" [Gli Stati Affamati di Contante Devono Partecipare al Gioco Bancario, n.d.t.]. Ricordo infine lo stato del Nord Dakota.
Effettuata a livello statale o federale può non solo salvare l’economia dalle pratiche predatorie di Wall Street ma eliminare il 'debt overhang' [situazione nella quale il debito eccede la capacita di essere ripagato, n.d.t.], ridurre il debito, finanziare prosperità sostenibile e priva di processi inflattivi. Non è sogno, ma è realtà. E’ gia accaduto e può accadere ancora.
In breve, secondo Hudson: "essere asserviti al debito esclude la spesa per beni e servizi e impedisce il rilancio economico. La deflazione debitoria precipita l’economia e concentra ulteriormente la ricchezza nelle mani del 10% più ricco della popolazione (in particolare quell’1% più in alto) che opera nel settore finanziario".
Successivamente l’economia collassa e mentre Wall Street ne beneficia supportata da amministratori pubblici corrotti al servizio della parassitaria Federal Reserve, l’America si trasforma in ciò che Hudson definisce una "economia di zombie” e una repubblica delle banane.
Quello che Funziona in Nord Dakota, Può Funzionare in Altri Stati, in America, Dovunque
bailoutLo scorso 2 marzo, Brown ha illustrato il “gioco bancario” del Nord Dakota chiedendo, "Cosa ha lo Stato del Nord Dakota che gli altri stati non possiedono…la sua banca” ed è qui la sua unicità e la sua forza. In un momento in cui solo quattro dei 50 stati sono solventi, il Nord Dakota sta accantonando un surplus e secondo il Centro per le Politiche Monetarie, questa tendenza continuerà anche negli anni fiscali 2009 e 2010.
Nel gennaio 2009 durante lo State of the State address [discorso annuale del governatore a camere riunite e riassuntivo delle condizioni economiche dello stato, n.d.t.] il governatore John Hoeven ha spiegato, "Dal 2000, lo Stato del Nord Dakota ha aumentato i posti di lavoro e ora stiamo incrementando anche la popolazione. Il reddito individuale è cresciuto del 43%, quasi il 15% più velocemente della media nazionale. Il reddito pro-capite è di fatto salito di ben 12 posti, dal 38mo al 26mo tra tutti gli stati (tutto questo nonostante una popolazione di soli 641,481 abitanti, secondo i dati dello US Census Bureau 2008 [Istituto di Statistica Nazionale, n.d.t.]).
I salari sono cresciuti del 34%, comparato al solo 26% del resto del paese. Dal 2000 il prodotto statale lordo è aumentato di quasi $10mld., dai $17.7mld. a oltre $27mld. dello scorso anno, un aumento del 56%, e anche questo il più veloce a livello nazionale. Le nostre esportazioni verso l’estero sono cresciute del 225% dal 2000 superando per la prima volta nella storia del Nord Dakota il tetto dei $2mld.
A questo si aggiunge che crescita economica e diversificazione, unite alla buona gestione finanziaria, hanno consentito di creare un surplus e una robusta riserva finanziaria per il futuro....la situazione del nostro stato è solida (nel momento in cui) l’economia nazionale è afflitta da un ciclo negativo...."
Il 23 maggio, il Bismark Tribune e altri giornali locali riportarono la notizia che il tasso di disoccupazione in Nord Dakota era pari al 4%, il più basso a livello nazionale. E’ palese che il Nord Dakota è un passo avanti rispetto agli altri stati e tale fatto dovrebbe essere notato dagli altri governatori e dagli amministratori, sia a livello locale che a Washington. Quel che funziona in Nord Dakota può infatti funzionare dovunque.
La Banca del Nord Dakota è l’unica banca statale negli Stati Uniti. Secondo Brown che cita il consulente amministrativo Charles Fleetham in un articolo pubblicato nel suo stato, il Michigan, nel febbraio 2009, la banca fu fondata nel 1919 “per liberare gli agricoltori e le piccole imprese dal giogo del banchieri di altri stati e dalle imprese ferroviarie".
Brown continua, "Tre cariche elettive controllano e gestiscono la banca: il Governatore, il Procuratore Generale, e il Commissario all’Agricoltura. La missione della banca è fornire servizi finanziari per promuovere l’agricoltura, il commercio, e l’industria (e operare) come 'banca delle banche' collaborando con le banche private nel prestito di denaro agli agricoltori, alle imprese edilizie, alle scuole e alle piccole aziende". A questi si aggiungano studenti e privati cittadini dello stato, a tutti ad un tasso di interesse accessibile.
La chiave per comprendere come la Banca del Nord Dakota possa mantenersi solvente mentre cosi tante altre istituzioni nazionali sono sull’orlo della bancarotta finanziaria, viene così spiegata da Brown, "Alle banche certificate è permesso ciò che nessun altro può fare, ovvero creare ‘credito' tramite voci contabili nei propri registri". Attraverso la pratica del "fractional reserve banking" [riserva bancaria frazionaria, n.d.t.] il denaro si trasforma in credito e moltiplica magicamente ogni dollaro depositato per 10 in forma di prestiti o di fondi generati dal computer. E’ denaro letteralmente inventato affinché la banca possa ri-prestarlo numerose volte. E maggiore è il deposito, maggiore sarà l’ammontare del prestito.
Come ha scritto Brown il 29 dicembre nell’articolo, "Prestare da Peter per Pagare Paul: Lo schema Ponzi di Wall Street ovvero la Riserva Bancaria Frazionaria", la questione infatti è se il credito debba essere privato o pubblico. "Sin dall’epoca delle 13 colonie, il credito prontamente disponibile ha fatto degli Stati Uniti il paese delle opportunità". Brown continua, "Ciò che ha trasformato tale sistema di credito nello schema Ponzi, il quale necessita costantemente di iniezioni di denaro pubblico, è che il potere di credito è stato assegnato alle banche private. Tali banche necessitano di più denaro di quanto ne abbiano in realtà creato" in quanto impongono interessi elevati al fine di ottenere un profitto. Differentemente quando è il governo a prestare il denaro, il profitto non è un fattore cruciale e quindi il tasso di interesse può essere mantenuto basso e accessibile alle imprese, agli agricoltori, ai privati, o addirittura a tasso zero quando prestato per necessità proprie dell’amministrazione pubblica.
Brown e altri hanno spiegato che il “la riserva bancaria frazionaria” risale al 17mo secolo. All’epoca era prevalentemente in monete d’oro e d’argento, ma i primi banchieri compresero abbastanza velocemente che era più facile emettere una ricevuta di deposito (chiamata nota) come mezzo di pagamento. In seguito iniziarono a creare denaro tramite il prestito con promessa di pagamento. In questo modo si poteva prestare molto più denaro di quante in realtà fossero le monete in deposito. E questo è esattamente l’odierno concetto di riserva bancaria.
Ciò che iniziò a quel tempo come nota, oggi sono voci contabili atte a creare denaro dal nulla. Questo vale sia per i governi che per le banche private con la sola eccezione delle istituzioni pubbliche, le quali hanno uno statuto interamente differente. Esse infatti non hanno il dovere di fare profitti; non hanno obblighi nei confronti di Wall Street o degli azionisti; e infine l’unica cosa per loro importante è che il rischio sul debito dello stato si mantenga basso. Fino a oggi, in più di 230 anni, nessuno stato ha mai dichiarato fallimento e, anche quando malamente governato, ha mai omesso di pagare i propri debiti.
Tali istituzioni possono inoltre emettere prestiti a se stesse e ad altre municipalità a tasso d’interesse zero, mentre alle imprese, agli agricoltori, e ai privati possono offrire un tasso basso e accessibile che garantisca la crescita interna e una prosperità sostenibile.. In un tale sistema, più il prestito si rinnova, più denaro privo di debito si crea con il risultato di minimizzare il rischio di processi inflattivi.
Fintanto che il denaro produce beni e servizi l’inflazione è sotto controllo in quanto sono i disequilibri a causare i problemi "ogni qualvolta la domanda (denaro) eccede l'offerta (beni e servizi)." La stabilità del prezzo è assicurata quando sia la domanda che l’offerta crescono proporzionalmente come avveniva nelle 13 colonie e come illustrato da Brown in “Web of Debt” durante l’amministrazione Lincoln all’epoca della Guerra Civile.
Nel 1691 lo stato del Massachusetts fu "il primo governo locale a emettere denaro cartaceo...." chiamato 'scrip' [banconote emesse a titolo temporaneo o di emergenza, n.d.t.]. Le altre colonie si accodarono tra cui la Pennsylvania che emise nuovo denaro privo di inflazione o tassazione fiscale. Per i successivi 25 anni lo stato non riscosse tasse, con il risultato che la popolazione aumentò numericamente e il commercio prosperò. Il “segreto infatti era nel non emettere troppo (credito) e nel restituire il denaro al governo in forma di capitale e interesse su prestiti emessi dal governo stesso". In altre parole mantenendo un sistema proporzionalmente equilibrato al fine di non dover pagare interessi a finanziatori predatori privati ovvero quel sistema che oggi sta distruggendo gli Stati Uniti e altre economie controllate dalle banche centrali private.
Nonostante le minacce di morte prima della sua inaugurazione e a dispetto dell’accusa di “tradimento, insurrezione, bancarotta nazionale” durante il suo primo anno di presidenza, Lincoln applicò il medesimo criterio. E considerati i rischi da lui corsi quel che riuscì a realizzare è davvero ammirevole: la creazione del più grande esercito del mondo; la sconfitta del Sud; la trasformazione del paese nella “maggiore potenza industriale" del mondo; il decollo dell’industria dell’acciaio, la realizzazione del sistema ferroviario continentale, e una nuova era di macchine agricole e attrezzature economiche; l’istruzione superiore gratuita; attraverso l’Homestead Act lo sviluppo del territorio e la garanzia del diritto di proprietà ai coloni; il supporto governativo a tutte le branche della scienza; la standardizzazione dei metodi di produzione di massa; e l’aumento della produttività lavorativa del 50/75%. Tutto questo fu realizzato nonostante "un dipartimento dell’Economia al fallimento e un Congresso che non percepiva salario".
Lincoln realizzò tutto questo nazionalizzando il sistema bancario affinché fosse il governo a stampare, a interesse zero, il proprio denaro così da non dover ricorrere ai prestiti a tasso d’usura dal 24 - 36% applicati dai banchieri privati. "L’economia registrò immediatamente una crescita della spesa pubblica e del credito per la produzione pari al 600%” risultato questo reso possibile con denaro emesso dal governo centrale. Fu finanziata la guerra, pagate le truppe, e rilanciata la crescita nazionale una volta liberato il paese da quel sistema che oggi ne devasta l’economia garantendo prosperità ai parassiti delle banche private.
In "Web of Debt" Brown spiega che nei primi anni del ventesimo secolo anche l’Australia operava in un sistema bancario pubblico dove la Commonwealth Bank creava denaro, emetteva prestiti, e raccoglieva interessi ad una frazione del tasso applicato dalle banche private. Il sistema funzionava al punto di garantire al paese, a quell’epoca, uno dei migliori standard di vita nel mondo. Quando poi le banche private presero il sopravvento, l’Australia si indebitò pesantemente tanto che il suo standard di vita precipitò al a 23mo posto. Chiara dimostrazione del potere distruttivo del denaro creato dalle banche private a paragone dei grandi benefici prodotti dal denaro stampato dai governi.
Oggi gli Stati Uniti potrebbero godere dei medesimi vantaggi realizzati:
all’epoca delle 13 Colonie
nell’era della presidenza Lincoln
dell’Australia dei primi anni del ventesimo secolo
nel Medioevo falsamente dipinto come un’era di arretratezza salvata dal capitalismo industriale quando in realtà tale sistema, privo di banchieri, prosperò per centinaia di anni
della Cina di migliaia di anni prima dell’era delle banche private, e di quella attuale, in quanto Beijing attraverso la People's Bank of China (la propria semi-indipendente banca centrale) controlla la crescita dell’economia nazionale e la creazione di milioni di posti di lavoro per una popolazione in costante aumento
Soltanto attraverso uno sforzo finalizzato alla sostituzione di questo sistema corrotto con uno più onesto e funzionale, l’America e le altre economie mondiali possono prosperare in maniera analoga.
Un sistema bancario a controllo pubblico beneficia tutti tramite depositi finalizzati alla crescita interna sostenibile, attraverso la soddisfazione delle necessità a livello sia statale che locale, e infine tramite l’emissione di denaro a interesse zero.
Tanto chi scrive che Brown crediamo che il credito dovrebbe essere un servizio pubblico all’interno di un sistema bancario nazionalizzato. Tale sistema crea denaro proprio a livello federale e lo gestirebbe poi con depositi in banche statali che servano finalmente le necessità della gente e non l’avidità di banchieri predatori. Un sistema del genere sarebbe il più equo, il più sostenibile, il più efficiente e il più democratico dei sistemi, nonché il più libero da parassiti. Tale sistema funzionerebbe bene a livello federale, statale, e locale con filiali della banca centrale che finalmente servono le municipalità, le imprese, e i residenti ad un costo accessibile.
Grazie alla gestione privata della Federal Reserve e del gigantesco e parassitario sistema bancario, è oggi il monopolio delle multinazionali a governare l’America e ad utilizzare "le banche accolite per generare fondi illimitati, per comprare i competitori, i media, e il governo stesso, sopprimendo quelle che sono le vere imprese private indipendenti". Proprio quel sistema che gli economisti classici aborrivano.
Le banche private tengono in ostaggio nazioni intere facendo loro pagare interessi sul loro stesso denaro e "profondendo prestiti massicci ai cartelli affiliati nonché agli hedge funds [fondi speculativi n.d.r.] che usano il denaro per eliminare la competizione e manipolare i mercati".
E’ una forma estrema di Darwinismo con un governo federale, e 46 dei 50 stati, che sono insolventi e piccole imprese e gente comune a pagarne il prezzo. In tale contesto, un’altra via è necessaria affinché il paese, gli stati, le comunità locali, insomma la maggior parte delle persone non si trasformino in "zombie" e che l’America non diventi il Guatemala.
L’eventuale trasformazione delle banche federali, statali e locali in istituzioni di pubblica utilità all’interno di un sistema bancario nazionalizzato, produrrebbe i seguenti benefici:
-- l’eliminazione della tassazione personale e d’impresa
-- la creazione di una crescita economica stabile e sostenibile
-- la ricostruzione della base produttiva del paese
-- la realizzazione di vitali infrastrutture di dimensioni mai immaginate prima incluso il ripristino dell’ambiente e lo sviluppo di fonti energetiche alternative, sostenibili, pulite, sicure ed economiche
-- la creazione di molti milioni di nuovi e ben pagati posti di lavoro eliminando la disoccupazione per coloro che possono e vogliono lavorare e un sostegno per quelli impossibilitati in quanto disabili
-- la fine del pignoramento dell’abitazione e la realizzazione per tutti del sogno di diventare proprietari di casa grazie all’abbondante disponibilità di mutui a buon mercato senza rischi di fregature per i più sprovveduti
-- la scomparsa dell’inflazione
-- boom e contrazioni economiche diverrebbero ricordi del passato
-- la cessazione delle distruttive svalutazioni monetarie e delle guerre economiche per fini privati
-- la tutela di pensioni private, di risparmi e di investimenti
-- l’eliminazione del debito federale, statale, e locale.
Proviamo a immaginare quanto segue:
Alcune settimane fa Bloomberg e altre fonti hanno riportato che tra $12 e i 14 trilioni (migliaia di miliardi N.d.r.] del denaro destinato al salvataggio e stimolo sono stati stanziati o spesi per coprire il buco da $9 trilioni in transazioni di cui la Fed [Federal Reserve, Banca Centrale USA, n.d.t.] non ha alcuna registrazione. Questo perché a Washington amministratori pubblici in combutta con banchieri criminali chiudevano gli occhi di fronte a un truffa senza precedenti depredando il Tesoro e i citttadini.
Proviamo invece a immaginare se $1 trilione di quel bottino fosse andato a banche pubbliche per finalità produttive. La magia della "riserva frazionaria" avrebbe creato $10 trilioni, e se anche metà di quella somma fosse stata stanziata o spesa per coprire quel buco, i famosi $70 trilioni avrebbero potuto essere usati in maniera produttiva e non sprecati nell’acquisto di asset tossici a prezzo scontato per un maggiore consolidamento o per speculazione con il rischio di una futura drammatica inflazione.
Proviamo ora a immaginare un futuro nuovo dove:
il debito federale possa essere eliminato
la copertura per Social Security, Medicare, e Medicaid [programmi di previdenza e assistenza sociale, n.d.t.] sia garantita in eterno
l’intera nazione e tutti i 50 stati siano solventi e addirittura vadano verso un cospicuo surplus
un futuro sostenibile, prospero e libero dall’inflazione produce benefici sociali essenziali per ognuno tra i quali l’assistenza sanitaria accessibile o addirittura gratuita, l’istruzione, e la fine della povertà grazie a un reddito minimo garantito.
Tutto questo sarebbe niente meno che un’America rivoluzionaria e nuova, simile a quella retoricamente dipinta fino a oggi, ma con tutti vincitori e nessun perdente fatta eccezione per i predatori delle banche private e i loro partner corrotti del settore pubblico.
E ricordate, il denaro creato non genera inflazione fintanto che gli squilibri vengano evitati ed esso venga produttivamente utilizzato per nuovi beni e servizi.
Questa è l’America per cui vale la pena di continuare a lavorare senza tregua fino a che l’obiettivo non venga raggiunto. Se non ora quando? E se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non viene fatto al più presto, potrebbe essere troppo tardi e se questo non è un incentivo ad agire, quale altro può esserlo?
Stephen Lendman è Ricercatore Associato del Centre for Research on Globalization. Vive a Chicago e può essere raggiunto a lendmanstephen@sbcglobal.net.
Titolo originale: "Ending Today's Economic Crisis Simply and Easily, in America and Globally"
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI LOSI

Viaggio dentro le FARC

http://altronline.it/node/282

Intere generazioni di colombiani hanno conosciuto solo la guerra, di cui è ancora più difficile ottenere un bilancio preciso; si parla di almeno 300.000 morti, ma sono numeri che cambiano ogni giorno
Libertà! giustizia sociale! nuovo potere! E' il grido che si leva dal piccolo villaggio di Marquetalia, sulle montagne del Tolima, il 27 maggio 1964, destinato a riecheggiare a lungo nel paese andino.Quel giorno, narra la leggenda eroica della guerriglia, 48 «campesinos» sono costretti a imbracciare le armi contro 16.000 soldati dispiegati nell’ambito del Plan Laso (Latin American Security Operation), strategia messa a punto dai vertici colombiani e dai consiglieri militari statunitensi nel quadro dei rigori della Dottrina della sicurezza nazionale per impedire che la rivoluzione cubana del 1959 si diffonda in altri Paesi latinoamericani.L’attacco fallisce per la resistenza di quel manipolo di contadini agguerriti guidati da Manuel Tirofijo (che non sbaglia un colpo) Marulanda Vélez che avrebbero dato vita alle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), poi Farc-Ep (Esercito del popolo), la formazione guerrigliera più longeva dell’America Latina.Oggi, 45 anni dopo, di Marquetalia non resta quasi nulla, solo qualche casupola abitata da altri campesinos che sopravvivono con pochi mezzi, raggiungibile dopo molte ore di marcia; qualche vecchio si ricorda di Tirofijo, classe 1932, morto un anno fa per infarto, «un uomo di poche parole, cattivo con i cattivi, giusto con i buoni».Eppure la guerra continua, nonostante il presidente Alvaro Uribe si rifiuti di definirla tale, centinaia di migliaia di civili – fra i 3 e i 4 milioni, sommando le stime dell’Onu e delle organizzazioni a difesa dei diritti umani colombiane, protagonisti dimenticati della più grave crisi umanitaria dell’Occidente – sono costretti a lasciare le loro case per la furia della violenza, confluendo nella massa dei desplazados (sfollati) che cresce ogni giorno e per cui il futuro si prospetta in una vita di stenti e abbandono nelle cinture periferiche dei grandi centri urbani.Intere generazioni di colombiani hanno conosciuto solo la guerra, di cui è ancora più difficile ottenere un bilancio preciso; si parla di almeno 300.000 morti, ma sono numeri che cambiano ogni giorno nell’unico paese ancora insanguinato da un conflitto interno in un'America Latina pacificata e sempre più orientata a sinistra.«La guerra nasce perché lo Stato non riesce ad ascoltare e a dare risposte al grido di aiuto che viene dalla gente: ecco perché è la gente che da sola cerca di trovare una soluzione ai suoi problemi, a quello della terra, dell’esclusione sociale, soprattutto per gli indigeni e gli afro-colombiani, dell’impossibilità di partecipare alla vita politica» ci dice un operatore umanitario colombiano, costretto a rimanere anonimo per ragioni di sicurezza; ha 45 anni e non sa cosa sia la pace, ma, aggiunge, «non c’è un solo colombiano che non l’abbia vissuta sulla propria pelle, che non abbia avuto un parente o un amico sequestrato, ucciso, ferito o desplazado».La guerra, dice ancora il nostro interlocutore, «non finirà in tempi brevi perché nasce e si alimenta su un’ingiustizia strutturale.

Se non si andranno realmente ad esaminare i problemi alle radici, provando solamente tra molte difficoltà di controllarne i frutti, non c’è speranza, siamo tutti perdenti».A 45 anni da Marquetalia, le Farc attraversano forse il momento più critico della loro storia: nonostante i proclami e le rivendicazioni - «Siamo la risposta armata degli sfruttati e dei giusti alla violenza dello Stato» scrivono nel comunicato diffuso in occasione dell’anniversario della loro formazione - col passare del tempo il loro manifesto politico sembra essere sopravvissuto solo sulla carta, tra diatribe interne, sequestri e narcotraffico. Nel 2008 hanno perso tre dei sette membri del Segretariato, il loro comando centrale, oltre a Marulanda anche Raúl Reyes, il numero 2 ucciso nel bombardamento del 1° marzo contro un accampamento della guerriglia in territorio ecuadoriano (che ha causato la rottura delle relazioni diplomatiche con Quito), e Ivan Ríos, assassinato dalla sua guardia del corpo. Tra catture e diserzioni, amplificate dalla stampa governativa, hanno subito l’umiliante sconfitta della cosiddetta Operazione Scacco, degna di un confuso film d’azione in cui non tutte le sequenze risultano limpide allo spettatore, con cui il governo ha liberato il loro ostaggio più famoso, l’ex-candidata alla presidenza franco-colombiana Ingrid Betancourt, ma decine restano ancora prigionieri. Sta di fatto che nessuna offensiva militare, dall’antica Centauro alle più recenti e sofisticate Plan Colombia o Plan Patriota nonostante i generosi contributi finanziari e militari della Casa Bianca al suo più stretto alleato latinoamericano è riuscita finora a decretarne la fine.Così come sono falliti tutti i tentativi di negoziare la pace, dalle trattative volute dal Belisario Betancourt alla metà degli anni ‘80 fino alle ultime del 2002 con Andres Pastrana. Intanto, imboscate e attentati dinamitardi non si fermano – con tre auto-bomba nei primi mesi dell’anno sono stati almeno 10 i morti e decine i feriti attribuiti alle Farc a Bogotá, Cali e Neiva, mentre a marzo l’attacco a un acquedotto a Villavicencio ha lasciato per una settimana senza acqua potabile 300.000 persone – e finanche il nuovo alto commissario per la pace del governo, Frank Pearl, nonostante la ‘vittoria’ sia stata ripetutamente annunciata, ha di recente ammesso che la fine della guerra non è certo vicina; “Occorreranno almeno 15 o 20 anni – ha detto a maggio - incluso un buon percorso di riconciliazione”. Ma oggi sono in molti a chiedersi: che prospettive possono esserci per la pace in un paese guidato da un presidente il cui padre fu ucciso dalle Farc e che fu accolto all’inaugurazione del suo mandato nel 2002 dal pubblico apprezzamento di Salvatore Mancuso, comandante dei feroci paramilitari delle Autodifese unite della Colombia (Auc)? Che, accusato in un rapporto declassificato della ‘Defense Intelligence Agency’ americana di strette relazioni con il defunto capo del cartello della droga di Medellín, Pablo Escobar, ha privilegiato finora l’opzione militare con la sua cosiddetta ‘politica di sicurezza democratica’, senza riuscire ad archiviare il conflitto? Travolto da una serie di scandali – dal clamoroso caso della ‘para-politica’ che sta portando alla luce del sole collusioni stranote tra decine di esponenti della maggioranza e gli squadroni della morte paramilitari di estrema destra, all’inchiesta sulle mazzette pagate ad alcuni ex-deputati nel 2004 per approvare la riforma costituzionale che gli consentì di ricandidarsi per un secondo mandato consecutivo nel 2006? E che ora punta anche al terzo attraverso un referendum popolare? Esecuzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture, detenzioni illegali, fosse comuni, bambini-soldato, spostamenti forzati di civili per violenza o interessi economici, omicidi di sindacalisti e difensori dei diritti umani sono all’ordine del giorno, hanno tuonato di fronte al Consiglio dei diritti umani dell’Onu decine di organizzazioni non governative (ong) e organismi internazionali, denunciando, dati alla mano, che «solo tra il 2002 e il 2007 – durante il governo Uribe - 13.634 persone sono morte per la violenza socio-politica (non si contano i morti in combattimento); il 75,4% (8049 casi) delle vittime è responsabilità dello stato, in modo diretto o indiretto, attraverso gruppi di paramilitari di estrema destra». La mano dura di Uribe finora non è servita, degenerando in altri scandali come quello dei "falsi positivi" , ma neanche la politica della guerriglia ha dato risultati.
Frida Boni - Bogotà

Hamas applaude Obama

http://altronline.it/node/288

«America e Islam non devono essere in competizione. Ma si sovrappongono e condividono gli stessi principi di giustizia e progresso, di tolleranza e dignità di tutti gli esseri umani».
L'applauso della folta platea dell'università del Cairo interrompe per qualche istante l'atteso ed emotivamente coinvolgente discorso di Obama al mondo musulmano. Barack è il primo presidente nero della storia statunitense, ma vuole essere ricordato nel mondo arabo e in Medio oriente anche come il presidente della nuova era di riconciliazione e pace. «Sono venuto qui per cercare un nuovo inizio fra gli Stati Uniti e il mondo musulmano basato su mutuo interesse e mutuo rispetto», dice poco prima del saluto in arabo: "Salam alekum" e la platea è oramai tutta sua.
Solo in un altro momento la tensione, tra i consueti flash e applausi, sarà più forte: l'ovazione del pubblico è per la citazione del Corano «siate consapevoli di Dio e dite la verità». Primo richiamo al testo sacro dell'islam di altri due che scandiranno i 55 minuti di monologo. Una trovata che non costituisce sorpresa per chi conosce le straordinarie abilità oratorie evocative del presidente, ma sicuramente un regalo piacevole per i musulmani all'ascolto. E poi ancora applausi, molti, forti. Soprattutto quando il suo sorriso lascia il posto alla solennità dell'annuncio del ritiro statunitense dall'Iraq - che con inizio il prossimo mese, sarà completato entro la fine del 2011 - o quando scandisce la parola democrazia, parlando di governi trasparenti che lavorano per il popolo, e di diritti delle minoranze. E dalla platea arriva anche un «bravo».La democrazia di Obama però non è la scelta imposta da una nazione su un'altra, ma è il modo per migliorare la qualità della vita, di tutti. Nessun riferimento esplicito ai governi dei Paesi arabi, ma una chiara definizione: democrazia non significa solo elezioni. Abile ed elegante anche il passaggio sull'Iran e sul nucleare. Obama sa che nel mondo arabo i sostenitori della bomba atomica di Teheran ricordano che anche Israele ce l'ha e da sempre. Così senza alcun riferimento esplicito a Tel Aviv, ma tenendola bene in mente, Barack sgombra il campo da equivoci: «Noi vogliamo un mondo in pace, dove nessun Stato possegga la bomba nucleare».Ad Israele il messaggio invece arriva esplicito quanto si parla di pace con i palestinesi. Due gli obiettivi della nuova politica Usa in Medio oriente: diritto per palestinesi e israeliani a vedere realizzate le singole aspirazioni con la creazione di due Stati; congelamento degli insediamenti israeliani in terra palestinese.Riferimenti che non devono essere piaciuti troppo al governo di Netanyau e che hanno scatenato le ire dei coloni in Cisgiordania per cui '«Hussein Obama ha dato priorità alle bugie degli arabi" . Eppure il presidente non manca di riconoscere che il suo paese "ha un legame indissolubile con Israele». Ma ricorda anche che i palestinesi hanno vissuto 60 anni di «umiliazioni quotidiane» a causa dell'occupazione.Così, se l'Olocausto non va dimenticato - il capo della Casa Bianca oggi visiterà il campo di concentramento di Buchenwald in Germania - «non possiamo negare che il popolo palestinese ha sofferto per la ricerca di una patria». Parole che costringono Hamas, nonostante il chiaro richiamo di Obama contro l'uso della violenza da parte del gruppo islamista, a tendere la mano. E davanti alle telecamere di al Jazeera il ministro degli Esteri di Hamas poco dopo il discorso del presidente si trova ad apprezzarlo come «tappa important» nel processo di pace, con l'auspicio di «ogni forma di dialogo con l'amministrazione Usa, fondata sul rispetto delle scelte democratiche dei popoli». Ma la politica statunitense è anche altro. Nonostante il mondo debba essere grato all'islam per il suo contributo di secoli di conoscenza, esistono tra i musulmani gli estremismi. E' il turno di Afghanistan, Pakistan, Iraq. L'invasione Usa dell'Afghanistan è stata ben altra cosa rispetto a quella dell'Iraq. "Non è stata una scelta" , l'11 settembre 2001 gli estremisti avevano ucciso più di 3000 innocenti. Quegli estremismi vanno combattuti, per questo gli americani restano in Afghanistan. L'occupazione di Baghdad invece è stata una scelta. Che oggi avrà un'inversione di tendenza: «Voglio ridare l'Iraq agli iracheni», dice Obama. Nessuna esplicita scusa per la politica di Bush, ma le sue parole strappano un applauso lungo. Simile solo a quello che concluderà il discorso dedicato ai diritti universali: di religione prima, delle donne poi. E' chiaramente il padre di due bambine quello che negli ultimi dieci minuti davanti ai microfoni assicura al mondo musulmano di essere «contrario a chi in Occidente vuole vietare l'hijab», ma ribadisce a gran voce che «negare l'istruzione alle donne significa negare l'uguaglianza». E Washington si impegnerà nella cooperazione con le nazioni arabe per assicurare sviluppo, fatto di prosperità economica ma anche di opportunità, soprattutto per i giovani. Che devono oggi più che mai essere coscienti della loro capacità "di ridisegnare il futuro mondiale". Ma intanto ieri il presidente degli Stati Uniti quel futuro lo ha tracciato, almeno in Medioriente. «Inshallah, lo farà», sperano oggi gli arabi.