venerdì 24 aprile 2009

In coda per ascoltare Amato e le altre star della Biennale

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/biennaledemocrazia/200904articoli/10291girata.asp

In coda per ascoltare Amato e le altre star della Biennale
MARCO CASTELNUOVO
TORINO
Dicono che la politica non interessi più. E invece. La dimostrazione ieri a Torino in piazza Carignano, davanti al maxischermo che non riporta, come al solito, le partite dei Mondiali, ma la lectio di Gustavo Zagrebelsky la mattina o la prolusione di Giuliano Amato nel pomeriggio o la lectio di Alain Touraine la sera. Ad ascoltare ragazzi che prendono appunti, donne in bicicletta che si fermano, anziane che appoggiano i sacchetti della spesa. Persone, insomma. In fondo, è questa l’essenza della democrazia.

Lo spiega bene Giuliano Amato, per nulla sorpreso dalla gente in coda che aspetta, se mai riuscirà, di accaparrarsi un posto dentro il teatro dove l’ex premier discuterà di democrazia deliberatva con il sociologo norvegese Jon Elster e il professore americano John Gastil. Non proprio due vip che trascinano le folle. «Per me non è certo una novità - dice Amato mentre saluta la gente in fila composta -. Anche al festival dell’Economia di Trento, a quello del Diritto di Piacenza o della Letteratura a Mantova, vedo le stesse scene. C’è sempre tanta gente, e di anno in anno sempre di più, in piazza a seguire. Dove le persone possono conoscere, imparare, discutere, ecco che la politica torna a essere passione».

In fondo, è il cuore stesso del tema affrontato da Amato con Elster e Gastil: la democrazia deliberativa. Dove per «deliberativa» non si intende «che decide», quindi non è «volontà del popolo», ma «discussione». Si fa spesso confusione sulla democrazia deliberativa. Per molti politici è utile per fare digerire meglio decisioni già prese (per esempio, la Tav) o quando, davanti a questioni problematiche, si fa fatica a raggiungere una soluzione soddisfacente e si tende così a procrastinarla (il testamento biologico).

Per Gastil il ragionamento va rovesciato: «Il dibattito pubblico deve assicurare che ogni partecipante abbia adeguate occasioni di espressione, che i partecipanti si capiscano reciprocamente e mostrino la dovuta considerazione gli uni per gli altri. Il dibattito dovrà essere deliberativo, cioè stabilire una solida base informativa, elencare in ordine di priorità i valori chiave, identificare un ventaglio di soluzioni, studiare attentamente vantaggi, svantaggi e compromessi tra le tante scelte possibili e infine raggiungere la decisione migliore».
Il segno più evidente di quanto si sta raccontando tra i velluti del Teatro Carignano rimbalza sui porfidi della piazza. Le persone che guardano al maxischermo cominciano a discuterne, a dialogare.

Per Giancarlo Bosetti, direttore di Reset e moderatore del dibattito, basta questo a decretare il successo: «L’ideale di una cittadinanza che discute con competenza è lontano dalla democrazia reale. La democrazia deliberativa cerca di migliorare le conoscenze dell’opinione pubblica e alzare la qualità del dibattito».

Teoria e prassi si mescolano, per la soddisfazione di Amato: «Quando la politica si fa comunicazione e i cittadini diventano tifosi, allora la rappresentazione non può che essere quella che leggiamo sui giornali. Ma il pensiero e i dilemmi dell’uomo non possono certo ridursi alla polemica quotidiana. Le persone hanno bisogno di capire, di conoscere, d’imparare. Per dare un giudizio, che si riflette nel voto, nella militanza, o in altro, in modo più cosciente». Nel mondo esempi di democrazia deliberativa ce ne sono moltissimi, dagli Stati Uniti all’Australia. In Italia ci sono esperimenti in Lazio e in Toscana. E a Torino, evidentemente. A partire da questa piazza.

Marx-Stuart Mill, un duello all’ultimo bicchiere

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/biennaledemocrazia/200904articoli/10295girata.asp

Democrazia rappresentativa o partecipativa?
Un dialogo immaginario tra i due pensatori
PAUL GINSBORG
Terza giornata della Biennale Democrazia, che prosegue fino a domenica a Torino. In questa pagina anticipiamo uno stralcio del testo che Paul Ginsborg ha preparato per dopodomani.

MILL: «Grazie di aver accettato il mio invito. È un onore per me».
MARX: «L’onore è tutto mio. L’oggetto della nostra conversazione sarà la democrazia, vero?».
MILL: «Proprio così. E se me lo consente andrò io per primo a illustrare la mia tesi. Sono un convinto fautore del governo rappresentativo. In definitiva nulla è più auspicabile dell’ammissione di tutti ad avere parte attiva al potere sovrano dello Stato. Ma poiché in una comunità che ecceda le dimensioni del piccolo centro urbano è impossibile che tutti partecipino in prima persona se non in misura assai ridotta all’attività pubblica, ne consegue che il modello ideale del governo perfetto deve essere rappresentativo. I parlamenti delle nostre nazioni devono fondarsi, per quanto possibile, su una rigida rappresentanza proporzionale, così che la totalità delle opinioni dei cittadini, e in particolare quelle delle minoranze, trovino voce in seno alle istituzioni del paese. Esiste, e in questo mi trovo d’accordo con Monsieur De Tocqueville quando scrive della giovane democrazia americana, esiste, dicevo, il grave rischio che si instauri una nuova tirannia, quella della maggioranza parlamentare. Il parlamento ha il dovere di essere al contempo il Comitato di protesta della nazione e il suo Congresso di opinioni, un ampio consesso in cui non solo l’opinione generale della nazione, ma quella di ogni sua componente, e per quanto è possibile di ogni illustre individuo che vi risieda, può propagarsi alla luce del sole e stimolare il dibattito \».
MARX: «Si è mai visto un parlamento borghese che somigli vagamente a questa idea? È un’ipotesi utopistica».
MILL: «Detto da lei, caro dottor Marx, lo prendo come un complimento. Ma se me lo consente vorrei aggiungere due altre riflessioni. La prima è che le donne dovrebbero votare per questo parlamento al pari degli uomini. \ Il secondo principio è che il passaggio del suffragio, dalla base attuale ristretta al suffragio universale esteso a tutti gli uomini e le donne adulti, dovrebbe avvenire per gradi. \ Tutti devono votare, se non oggi, in un futuro non troppo lontano. Ai nostri rappresentanti in parlamento spetta il compito di discutere e deliberare \. Ma l’azione - il governo e la gestione del paese - devono essere sempre opera di una piccola élite responsabile. La direzione effettiva della cosa pubblica dev’essere affidata a un’élite non eletta - un ristretto numero di uomini illustri, qualificati, preparati da una educazione e da una esperienza particolari, personalmente responsabili di fronte alla nazione. In poche parole questa è la mia visione della moderna democrazia».
MARX: «Siamo lontani, Mr. Mill. \ A mio giudizio la democrazia parlamentare come l’ha appena descritta è un’impostura. Non è che il sofisma dello Stato politico. Lei reputa la democrazia un sistema meramente politico sganciato dalla sfera economica. Ma non può esistere vera democrazia finché le due sfere - economica e politica - non si intersecano in modo che l’individuo mantenga in entrambe gli stessi diritti e lo stesso potere. Vediamo come agisce l’elettore nel suo sistema. Per un giorno - no, nemmeno, per un attimo - indossa la sua “pelle del leone” e va alle urne. Per un momento è uguale a tutti gli altri uomini, a tutti i cittadini di una determinata nazione. Ma è una condizione effimera. Subito dopo torna alla sua vera essenza, torna alla sua vera identità che non è quella politica, torna un semplice proletario, o contadino, o piccolo artigiano o ricco capitalista. Il vero potere resta nelle mani di quest’ultima classe, quella capitalista, e lo Stato non è altro che un comitato che gestisce gli affari di tutta la borghesia. \ Perché le cose cambino davvero deve avvenire una trasformazione rivoluzionaria che conduca alla democrazia economica nonché politica».
MILL: «Avrà forse notato che nella terza edizione del mio Principi di economia politica, quella del 1852, ho inserito un passaggio sulle cooperative dei lavoratori, considerandole l’auspicabile futura forma di organizzazione della produzione industriale. È un passo verso l’idea di una redistribuzione finale della proprietà su base più equa e a vantaggio delle classi lavoratici».
MARX: «Sì, è interessante, ma non basta. Tra noi c’è un abisso. Lei è un grande ammiratore di Atene, ma è convinto che nella società moderna l’unica possibile democrazia sia quella rappresentativa. A mio giudizio la democrazia partecipativa è una forma superiore di democrazia, altamente realizzabile. Sotto questo aspetto la Comune di Parigi del 1871, quella breve insurrezione radicale che ha travolto la capitale francese nel periodo immediatamente successivo alla guerra franco-prussiana, costituisce l’embrione di un nuovo, più avanzato sistema di organizzazione politica. La Comune secondo me fornisce a una repubblica moderna la base di istituzioni realmente democratiche. È la forma politica finalmente scoperta nel cui ambito si può sviluppare l’emancipazione economica della classe operaia. Il potere viene decentralizzato, i cittadini partecipano attivamente al processo decisionale, i delegati hanno retribuzioni pari al salario degli operai e possono essere rimossi dall’incarico dai loro elettori, una milizia popolare si sostituisce all’esercito ecc. Ecco il modo in cui la Comune di Parigi è la storica dimostrazione che la democrazia diretta, lungi dall’essere attuabile solo in un piccolo centro, come sostiene lei, può essere realizzata in una grande città, e il modello parigino avrebbe potuto essere imitato in una nuova Francia federalista. Nella Comune di Parigi la democrazia economica, è vero, non ha avuto compiuta realizzazione ma la sfera politica, quella sì, è stata avvicinata ai bisogni e al controllo della popolazione nel suo complesso. I comunardi non hanno avuto tempo di stabilire cosa fosse necessario alla sopravvivenza della Comune - una vera dittatura del proletariato, cioè il dominio di classe democratico della stragrande maggioranza della popolazione. Questa dittatura in sé non rappresenta altro che una fase di transizione verso l’abolizione di tutte le classi e una società senza proprietà privata.

domenica 19 aprile 2009

Interpretare e agire nella crisi strutturale e sistemica

http://www.granma.cu/italiano/2009/abril/juev9/vasapallo.html

Con la “cassetta degli attrezzi” di Marx

Luciano Vasapollo *

1. Le attuali politiche economiche neoliberiste , a partire da quelle del Keynesismo militare realizzate nell’economia di guerra prima-durante-dopo gli eventi delle guerre guerreggiate, sono un tentativo del capitale di risolvere, meglio di nascondere, la grande crisi di accumulazione a carattere ormai strutturale che si presenta con tutta la sua forza già dagli anni ’70, determinando così la struttura e le dinamiche anche dell’attuale modo di presentarsi della competizione globale tra imprese, tra paesi e tra blocchi geoeconomici e geopolitica, cioè tra poli imperialisti . Mentre fino agli ’70 Keynes e la pianificazione economica hanno influenzato l’economia, dagli anni ’80 e ’90 il monetarismo e tutto l’impianto neoliberista hanno dominato il mondo governandolo con “il mercato senza vincoli” .
Nel tentativo, impossibile, vista la sua natura strutturale, di uscire dalla crisi che si protrae ormai da oltre 35 anni, più concretamente di non voler prendere atto e fare i conti con le vere cause sistemiche, i capitalismi internazionali hanno usato la finanza in maniera sovrastrutturale ma anche sostitutiva in chiave speculativa per supplire alle forti difficoltà dei processi di accumulazione del capitale. In questo senso si è giunti ad una prevalenza e autonomizzazione, fino ad un vero dominio dei processi della finanza speculativa proprio per tentare di recuperare l’insufficiente produzione di plusvalore in relazione alla sovrapproduzione di merci e di capitali, o meglio alle loro relazioni di valorizzazione con una significativa crisi di accumulazione del capitale internazionale.
E’ con il neoliberismo in particolare da fine degli anni ’70 che nella politica economica assume un peso determinante il settore finanziario e i processi speculativi attraverso la deregolamentazione finanziaria, voluta dia governi Reagan e Tatcher ,che ha eliminato ogni restrizione ai movimenti del capitale, in particolare di quello fittizio, realizzando in questo caso si la globalizzazione ma non la globalizzazione delle economie in generale ma semplicemente la globalizzazione finanziaria. Sono state così abbattute le riserve bancarie di garanzia , si sono moltiplicati i paradisi fiscali, si è permessa la proliferazione della finanza creativa e della possibilità di scommettere in Borsa non solo sui flussi degli strumenti finanziari ma anche sulle materie prime, sui tassi di cambio, sugli alimenti generando speculazioni per permettere il guadagno facile , cioè la rendita speculativa,, e quindi la determinazione dei prezzi con superprofitti su petrolio, grano, mais,disinteressandosi completamente del fatto che tali guadagni significassero poi fame, miseria e distruzione per interi continenti.
In tal modo si trasferisce inoltre possibilità di investimento nell’economia reale in facile e apparentemente più redditizio collocamento speculativo finanziario , distruggendo volutamente in tal modo il capitale in eccesso a fini produttivi.
L’economia dominante, e in generale quella ortodossa e convenzionale, compresa l’impostazione keynesiana, assume la crisi come evento anomalo e eccezionale, non solo per la rarità della frequenza ipotizzata ma perché si suppone un modello macroeconomico di equilibrio, e quindi, un sistema supposto regolare e prevedibile sia nei comportamenti degli operatori economici sia appunto, negli stessi assetti sistemici. All’interno di tale logica si suppone, altresì, una netta separazione fra l’economia reale e l’economia finanziaria; conseguenza di ciò è che la crisi finanziaria avrebbe una sua dinamica da cui ne conseguirebbe una eventuale crisi dei fondamentali dell’economia, così come voluti e imposti dalle leggi del modo di produzione capitalista.
A tale impostazione spesso si rifanno anche molti economisti che si autodefiniscono marxisti e che hanno ormai da tempo abbandonato la “cassetta degli attrezzi marxiana” per portare avanti quella operazione teoricamente infondata, ma politicamente pagante alla cosiddetta sinistra radicale, di conciliare Marx e Keynes. Così però si elogia come una sorta di oppositore di sistema, soltanto Keynes, sia esso, a secondo delle necessità utilizzato attraverso le ricette del keynesismo a carattere più o meno sociale, o del keynesismo militare e le altre sue possibili varianti del sostenimento del sistema impresa. In tal modo si arriva a confondere le riforme di struttura con il rifomismo, nella migliore delle ipotesi, la strategia con la tattica, arrivando all’inverso a trattare la tattica come strategia, sia sul piano politico-economico sia direttamente sul piano più strettamente politico, abbandonando cioè la strategia politica chiave e ultima del conflitto di classe che deve da subito e sempre porsi sul terreno del superamento del modo di produzione capitalista e su percorsi di costruzione del socialismo.
E allora basta con gli imbrogli , ed esplicitiamo, chiaramente, come abbiamo sempre fatto, perché la fede in Keynes è semplicemente la dimostrazione della subalternità della sinistra anche radicale alle idee della democrazia politica ed economica imposta dal modo di produzione capitalista e le ipotizzate soluzioni della crisi sono tutte compatibili alla riproduzione e continuazione del sistema capitalista stesso.
2. Spieghiamoci meglio e facciamo riferimento a nostri scritti ( si veda tra gli ultimi Vasapollo L. “Trattato di Economia Applicata. Analisi Critica della Mondializzazione Capitalista”; Jaca Book , Milano, marzo 2007) , e per dir la verità di pochi altri come ad esempio Gianfranco Pala, Mino Carchedi e Maurizio Donato, in cui andiamo dicendo da oltre quindici anni il perché la globalizzazione è l’attuale fase della mondializzazione capitalista e quindi il modo di presentarsi dell’imperialismo, e marxianamente che la “normalità” della crisi ha assunto tutti i caratteri ,ormai da oltre 35 anni di crisi strutturale di accumulazione e valorizzazione del capitale.

Da quando Marx parlò per la prima volta di crisi economiche del sistema capitalista forse se ne sono realizzate oltre cento, ma con caratteristiche diverse, con più o meno grandi decelerazioni della crescita quantitativa, con più o meno grandi distruzioni di forza lavoro con disoccupazione e precarietà, con più o meno grandi distruzioni del capitale, in particolare da quando la finanziarizzazione ha assunto una importanza sempre più centrale. E’ proprio con tale ruolo centrale della finanza le crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo esplodono in una forma non prevista ai tempi di Marx ,poiché lo scoppio delle bolle finanziarie nel danneggiare le possibilità di credito all’investimento e al consumo provocano maggiormente significativi crolli della domanda reale che possono sfociare, come nella crisi attuale, in determinanti strutturali e sistemiche.
L’economia reale considerata efficiente e in equilibrio non può essere separata dall’economia finanziaria poiché il capitale finanziario e il capitale cosiddetto produttivo trovano unità nelle multinazionali, nelle holding, nelle interconnessioni fra sistemi industriali, e delle imprese di produzione di beni e servizi in generale, e sistema bancario, società finanziarie e assicurative . L’imperialismo è il frutto della “combinazione”, della “simbiosi” (è un’idea di Bucharin) del capitale bancario e di quello industriale.
3. Oltre all’innovazione di processo e di prodotto è chiaro anche che un’immissione di attività finanziarie, e quindi il poter acquisire da parte degli imprenditori capitali materiali, immateriali e beni e servizi intermedi attraverso l’indebitamento, fanno si che anche in questo caso si realizzi sovrapproduzione di capitali e, tramite il debito estero, fondamentale nell’attività di import-export si realizzi al contempo una sovrapproduzione di merci. Le dimensioni raggiunte dai complessi imprenditoriali multi(trans)nazionali sono enormi.
Nonostante questo “volume di fuoco”, le imprese transnazionali non riescono sempre a fare fronte, a mezzo di “autofinanziamento”, alle enormi spese di investimenti e costi cui sono sottoposti: per lo più devono ricorrere a “fonti esterne” di finanziamento. Immancabilmente trovano il potere finanziario pronto a concedere prestiti “interessati” di medio-lungo periodo. Le banche, ma oggi anche le assicurazioni e i cosiddetti “investitori istituzionali” (Fondi Pensione, Fondi Investimento), sono degli enormi “forzieri” di denaro non investito. Hanno la necessità di “far fruttare” la propria liquidità e per farlo, oltre alla speculazione borsistica di vario tipo (che non crea ricchezza, ma al meglio può essere considerata un “gioco a somma zero”, dove chi perde cede ad un altro la proprio quota di ricchezza complessiva “giocata” nei mercati dei titoli e monetari di tutto il mondo, ma senza appunto creare nulla di nuovo), possono investirli nel settore produttivo per valorizzare la propria massa di denaro che altrimenti resterebbe capitale non valorizzato in termini di accumulazione.
La funzione principale del sistema bancario-finanziario è proprio quella di rendere disponibile al capitale , attraverso il sistema del credito e finanziario ,una somma enorme di denaro che sarebbe non valorizzabile ed utilizzarlo per estendere il proprio potere su scala mondiale tramite investimenti diretti esteri, partecipazioni e finanziamenti innumerevoli.
Quindi , quella finanziaria e produttiva sono semplicemente due funzioni del capitale che sempre più spesso convivono nello stesso operatore economico anche nella commistione fra attività tecnico-materiali e attività di speculazione finanziaria, in particolare in questi ultimi 25 anni con la deregolamentazione del sistema finanziario e con l’utilizzo dei cosiddetti strumenti della finanza allegra e creativa.
4. La via di uscita per la gestione della crisi è sembrata essere solo quella di marciare attraverso la finanziarizzazione e secondo i parametri del sostenimento della domanda e del dominio capitalistico in una sorta di "maccartismo globalizzato" e di una nuova fase keynesiana. Cioè sviluppare ancora una volta un keynesismo militare come tentativo di risolvere, o almeno gestire, la crisi.
Non è un caso che si guardi al passato, quando ad esempio la crisi economica di fine ’800 trova la sua soluzione nella prima guerra mondiale successiva alla “belle epoque” e chiudendo la fase dell’imperialismo inglese. La crisi dei primi anni ’20 trova la sua manifestazione più evidente nello scoppio della bolla finanziaria del ’29 che colpisce le capacità di credito e fa precipitare la domanda reale, e non viene certo risolta semplicemente con il New deal nel 1933 ma trova soluzione definitiva con la seconda guerra mondiale , quando si chiude l’era del predominio tedesco anche attraverso la sua esplicitazione politico-economica del nazismo; si apre così la fase di ricostruzione del dopoguerra che mette al centro il potere politico ed economico degli Stati Uniti.
In questi ultimi anni gli Stati Uniti sono tornati ad avere una quota intorno ad oltre un quarto del PIL globale, grazie alle spese militari. Gli USA sono consapevoli che senza egemonia militare non potrebbero imporre al mondo il finanziamento dei loro deficit, che gli consente di mantenere la loro posizione-guida anche in campo economico ma in maniera del tutto artificiale, fittizia, senza alcuno stabile e strutturale retroterra in alcun fondamentale macroeconomico.
Mentre gli altri poli geoeconomici, rappresentati dal Giappone, o meglio dalla variabile asiatica, e dall’UE, infatti hanno privilegiato un avanzamento nel campo economico, gli USA, invece, sono sottoposti a pressioni dovute alle scelte di investimenti militari che portano ad accrescere sempre di più il rapporto tra spesa militare e PIL; questo perché solo attraverso l’economia di guerra gli USA sperano di uscire da una crisi di accumulazione senza precedenti. E non si dimentichi che la crescita del PIL degli USA è stata sostenuta per oltre i due terzi dall’economia di guerra. Una diminuzione delle spese militari negli USA comporterebbe oggi una profonda e ancora più acuta crisi dell’intero sistema economico americano e aggraverebbe la già sistemica e violenta crisi economica, arrivando a livelli forse peggiori di quella del ’29 (crisi risolta anche allora con la crescita degli armamenti nel corso della seconda guerra mondiale e anche dopo).
Se con la guerra all’Iraq si manifesta in tutta la sua complessità la competizione globale questa era esplosa già con l’avvento dell’euro, togliendo il monopolio al dollaro nelle relazioni internazionali, con forte capacità attrattiva dei capitali internazionali e con l’inglobamento dei mercati dell’Est europeo e tendenzialmente con la forte ambizione espansionistica nell’Eurasia allargata.
Pertanto, la competizione globale rappresenta il nuovo sistema di sfruttamento tecnologico, scientifico, economico e sociale su scala mondiale, che evidenzia il modo attuale di presentarsi della divisione internazionale del lavoro e le diseguaglianze tra le classi, in un ambito di conflitti interimperialistici economico-finanziari-commerciali e guerreggiati.
5. Per realizzare dalla produzione il plusvalore, in particolare in una situazione di competizione globale fra imprese e fra aree valutarie, monetarie e produttive, è chiaro che, attraverso le dinamiche di innovazione di processo e di prodotto, si può sopravvivere in termini concorrenziali,realizzando quantità maggiori di prodotto con meno lavoro rispetto alle tecnologie precedenti e andando sul mercato anche a prezzi più bassi e ottenendo più bassi saggi di profitto.
Tale riduzione del saggio di profitto a causa di una sovrapproduzione di capitali può essere contrastata svalutando o distruggendo il capitale in eccesso, accettando di diminuire il plusvalore in modo da ripristinare il “gradito” saggio di profitto. In questo senso nascono settori di produzione del tutto nuovi, nuovi modi di fornire servizi finanziari, nuovi mercati e, principalmente, processi economico-produttivi caratterizzati da tassi molto più elevati di innovazione commerciale, tecnologia e organizzativa. L’accelerazione del ciclo di produzione implica una parallela accelerazione negli scambi e nel consumo.
La maggiore produttività del lavoro e del capitale insita ai processi di innovazione tecnologica riduce il lavoro necessario medio sociale per realizzare il singolo prodotto, e quindi in termini marxiani ne riduce il valore. Tali processi aumentano quindi la presenza del capitale fisso nel ciclo produttivo e riducono il tempo di lavoro necessario, quindi il capitale variabile, che anche se dovesse crescere in termini assoluti si riduce ovviamente in termini relativi rispetto al capitale costante o fisso.
La ristrutturazione d’impresa e la riconversione dei cicli e dei modelli produttivi, con gli intensi processi di terziarizzazione a causa di una deindustrializzazione imposta dai “nuovi assetti anticrisi” portano allo sviluppo del cosiddetto postfordismo. Un tentativo di superare la crisi attraverso la scomposizione della classe operaia che vive in quelle aree e settori più avanzati, maggiormente incentrati in fasi di produzione ad alto valore aggiunto, con forte presenza di diverse tipologie di servizi e in ambienti economico-produttivi fortemente terziarizzati, con uso massiccio del capitale intangibile e messa diretta a produzione delle risorse legate ai processi comunicativi. Si ha così una particolare realizzazione di dinamiche di accumulazione flessibile caratterizzate anche fortemente dal capitale immateriale che muta la stessa struttura produttiva di mercato e sociale.
La riduzione di lavoro necessario in termini relativi di conseguenza riduce il saggio di profitto del capitale immesso in circolazione nei cicli di produzione , riproduzione. L’aumento di competitività concorrenziale, attraverso le innovazioni di processo e di prodotto, l’aumento del capitale fisso e diminuzione relativa di forza lavoro fa sì che la contraddizione che alimenta la caduta del saggio del profitto tenda a riproporsi su scala allargata e le spinte alla determinazione di una nuova fase della mondializzazione economico-produttiva si tramutino nell’attuale realtà della competizione globale. Ne segue che sempre più grande risulta essere la massa di capitale che non trova sufficiente remunerazione, valorizzazione, nei normali processi produttivi di gestione tipica-caratteristica e si sposta verso la speculazione finanziaria. Questa è infatti una delle caratteristiche che ha assunto l’attuale fase della cosiddetta globalizzazione neoliberista nel tentativo di risolvere la crisi, o meglio prolungarne più possibile l’agonia, nascondendo ciò che fin dagli inizi si intuiva , cioè che che portava in sé caratteri strutturali.
6. Ecco perché parliamo da tempo di crisi strutturale irrisolta fomentata e allargata attraverso la deregulation finanziaria che ha determinato una sorta di dominio del capitale fittizio, ma non una sua esclusività né tanto meno si potrà mai dire che tale forma di capitale sia mai stato elemento fondante o precursore dei processi di accumulazione. E’ chiaro ,come evidenziato più volte da Marx, che ogni crisi si manifesti fenomenicamente come crisi monetario-finanziario ma l’elemento finanziario non è la causa . E ciò vale per l’attuale crisi come per quella del 1929, nelle quali l’elemento finanziario è un effetto e non una causa poiché quest’ ultima è da ricercarsi nella cosiddetta economia reale, quindi negli stessi meccanismi del modo di produzione capitalista.
Si potrebbe a tal proposito in qualche modo fare riferimento alla teoria dei cicli lunghi di Kontratieff che dopo una prima lunga fase espansiva, quella del dopo la seconda guerra mondiale fino ai primi anni ’70 può far individuare un lungo ciclo di crisi appunto dai primi anni ’70 a tutt’oggi; e in questa lunga crisi i capitalismi tentano di recuperare l’assenza di superprofitti soprattutto attraverso la rendita da speculazione finanziaria.
Il potere finanziario si ramifica in tutto il mondo,sempre più spesso superando le limitazioni geografiche nazionali, creando complessi industrial-finanziari di tipo transnazionale,il che comunque non significa che non abbiano una base nazionale o sopranazionale di riferimento per la difesa di ultima istanza dei propri interessi.
Ma la finanziarizzazione dell’economia ha portato non a una soluzione della crisi ma a una bolla finanziaria senza precedenti con un aggravamento della crisi economica generale; la privatizzazione dell’economia non ha portato a soluzioni , tant’è che oggi sia i progressisti, la sinistra, i conservatori ,vogliono tutti ritornare ad un ruolo interventista, regolatore e occupatore dello Stato ;si attua così una forma di keynesismo che non ha soltanto caratteri militari e di sostenimento all’economia di guerra ma anche di forte sostegno alle imprese, alle banche, alle assicurazioni che in questa fase erano destinati a fallire, senza dare, a differenza della fase fordista di crescita alcuno spazio al sostenimento della domanda in spesa sociale. Anche la terza forma di tentativo di uscire dalla crisi attraverso un duro attacco e compressione complessiva del costo del lavoro ,e quindi del salario sociale generale in forma diretta, indiretta e differita, non ha aiutato il capitale ad uscire dalla crisi poiché ha determinato una contrazione del potere di acquisto generale dei salari e quindi ha unito alla crisi di sovrapproduzione i contenuti e gli effetti di una crisi di sottoconsumo.
Risulta chiaro allo stesso tempo che neppure l’economia di guerra sta risolvendo la crisi internazionale che si protrae ormai da circa quaranta anni proprio per il suo carattere strutturale e gli interrogativi sulla fase assumono ormai rilevanza strategica per le sorti dell’umanità. Ad esempio la guerra e l’ipotesi forzata del keynesimo militare sono oggi in grado di risolvere la profonda crisi economica USA, che si associa ad una crisi di egemonia politica culturale e di civiltà? E la crisi è solo americana o siamo in presenza di una crisi a carattere strutturale del capitalismo,come sosteniamo da molto tempo, che nasce proprio nelle contraddizioni dei processi di accumulazione internazionale e nelle modalità quantitative e qualitative di crescita del modo di produzione capitalistico ,così come oggi si presenta nelle sue diverse modalità di espressione dei vari capitalismi?
Nonostante ciò che sostengono le voci ufficiali, anche di sinistra, gli Stati Uniti hanno esaurito la loro funzione di locomotiva economica internazionale e pur tentando in tutte le diverse forme non potranno riavere tale ruolo. A tutto ciò vanno aggiunti fenomeni assolutamente nuovi come la sovrapproduzione da sfruttamento di risorse non rinnovabili a partire dal petrolio, arrivando all’acqua , ai generi alimentari ,realizzando, quindi,contemporaneamente anche crisi ambientale, crisi alimentare, crisi energetica, crisi dello stato di diritto .
E’ quindi crisi sistemica generalizzata che non si può risolvere neppure tramite distruzione di capitale proprio, perché è crisi del sistema del modo di produzione capitalista.
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7. Ecco la particolarità di questa crisi che è strutturale e sistemica ,e determina quindi sicuramente la fine del predominio del capitalismo e imperialismo statunitense e allo stesso tempo preannuncia la fase terminale del sistema stesso capitalista, proprio perchè le possibilità di accumulazione reale del sistema hanno raggiunto il loro limite.
E questa crisi può essere più grave di quella del ’29 poiché non è detto che i nuovi paesi competitori emergenti come ad esempio Cina, Russia, India possano compensare il crollo degli USA, proprio perché questi ultimi hanno un notevole peso nel commercio mondiale, nella funzione generale dei mercati finanziari e monetari , e per il fatto che a tutt’oggi continua il signoreggio del dollaro e oltre il sessanta per cento , nonostante le ultime contrazioni, delle riserve monetarie internazionali sono in dollari. Inoltre ,questa crisi ha conseguenze immediate e dirette sui lavoratori in termini di ulteriore aggravio della disoccupazione strutturale, del taglio al costo del lavoro ,oltre che ai diritti, al salario diretto, indiretto e differito anche attraverso la rapina dei Fondi pensione ; crescerà la massa dei nuovi poveri con una forte polarizzazione verso il basso anche da parte dei ceti medi che avranno sempre più intaccato il loro potere d’acquisto e ciò si accompagnerà alle vecchie forme di povertà.
Siamo davanti a un crescente disfacimento di interi gruppi sociali ad un impoverimento di classi sociali che si ritenevano immuni da ogni crisi di sistema. A ciò continua ad accompagnarsi la marginalizzazione di intere regioni del globo con una concorrenza internazionale sempre più intensa e la necessità per il capitale di creare i nuovi confini delle terre di nessuno.
8. E allora bisogna meglio capire la cause e gli effetti sul mondo del lavoro, e del lavoro negato, dell’attuale crisi economica e costruire in maniera indipendente le proprie prospettive muovendosi da subito nella piena autonomia da qualsiasi modello consociativo, concertativo e di cogestione della crisi. Solo così l’autonomia di classe assume il vero connotato di indipendenza dai diversi modelli di sviluppo voluti e imposti dalle varie forme di capitalismo, ma soprattutto da sempre lo stesso sistema di sfruttamento imposto dall’unico modo di produzione capitalistico ;e quindi in tal senso il movimento dei lavoratori non può e non deve essere elemento cogestore della crisi ma trovare anche nella crisi gli elementi del rafforzamento della sua soggettività tutta politica.
Sicuramente il capitalismo statunitense potrà restare ancora un attore importante ma si realizzerà la fine di un ciclo politico in cui gli USA non avranno una posizione dominante rispetto ad altri centri di potere come l’Europa, la Russia, la Cina, l’India, il Brasile, che imporranno, anche se in maniera diversificata, nuove forme di potere politico del capitale, che così come per la natura economica della crisi di cui si è detto in precedenza, entrerà in crisi soltanto se le forze soggettive del movimento operaio e di classe sapranno trasformare la crisi economica e politica in crollo e superamento del sistema di produzione capitalista attraverso processi di costruzione di sistemi di relazioni socialiste.
Ecco perché la nostra analisi non ha a che fare con una visione immediata di fine del capitalismo per “autodistruzione” e quindi in una sorta di teoria del crollismo. Il sistema capitalista troverà ancora delle modalità attuative dei capitalismi per far sopravvivere il modo di produzione capitalista, ma soprattutto perché il passaggio ad un modo di produzione altro, meglio il passaggio alla società socialista , presuppone ovviamente non solo l’esplosione dell’oggettività drammatica in cui si presenta la crisi ma la presenza organizzata della soggettività rivoluzionaria che può indirizzare la classe verso i percorsi reali di superamento del modo di produzione capitalistico.
Le tendenze che abbiamo individuato segnano l’attuale fase del conflitto economico, sociale e del confronto politico e militare nella competizione globale. Le forze del capitale sono organizzate in modo transnazionale, con una borghesia che ha coscienza delle sue funzioni e che si adopera per difendere i suoi interessi, facendo pagare la sua agonia con guerre finanziarie , commerciali , economiche ,sociali , con repressione e guerre militari.
E allora la risposta alla crisi non può avere altro carattere che quello del rafforzamento politico del conflitto di classe internazionale, nelle sue diverse forme di rappresentazione sociale e politica. Un’alternativa mondiale per la trasformazione radicale deve essere un progetto che contenga un significato di classe transnazionale, con da subito una strategia che si muova in un orizzonte capace di determinare processi politici che, anche nei momenti rivendicativi tattici, abbiano sempre chiara la strategia politica per il superamento del modo di produzione capitalista e di costruzione del socialismo (*Univ. “La Sapienza”; Direttore Scientifico Cestes e di Proteo).

Il Premio Ubuntu, del Sudafrica, per Fidel

http://www.granma.cu/italiano/2009/abril/juev16/Premio-Ubuntu.html

Due mani ferme sostengono una sfera di cristallo con la figura del continente africano. Il disegno del trofeo è stato concepito proprio per la consegna al Comandante in Capo Fidel Castro.

Si tratta del Premio Ubuntu, un omaggio del 23 settembre dell’anno scorso Assegnato dal Consiglio Nazionale del Patrimonio Culturale della Repubblica Sudafricana per il leader della Rivoluzione cubana. La notizia è stata resa nota ora a L’Avana

In nome di Fidel, Abel Prieto, membro del Burò Politico del Partito e ministro di Cultura, ha ricevuto il prezioso simbolo portato espressamente nell’Isola da Sonwabile Mancotywa, direttore esecutivo dell’entità sudafricana.

Fidel condivide il prezioso omaggio con altre due grandi personalità politiche: gli ex presidenti del Sudafrica, Nelson Mandela, e dello Zambia, Kenneth Kaunda.

Mancotywa durante la cerimonia di consegna che si è svolta nel Museo delle Arti Decorative, con la presenza di Esteban Lazo, membro del Burò Politico del Partito e vicepresidente del Consiglio di Stato, ha detto che la decisione di premiare il Comandante in Capo è stata unanime e giustamente accolta nel suo paese, per l’opera internazionale, solidale e umanista di Fidel, che incarna le pure fondamenta della filosofia Ubuntu, che si riassume nel concetto zulú umuntu, nigumuntu, nagamuntu (una persona è una persona per via degli altri).

“Fidel, ha sottolineato, è un’impronta indelebile nel presente e nel futuro dei popoli africani”.

Il Sudafrica pochi giorni fa ha decorato Fidel con l’Ordine Oliver Tambo.

Ringraziando a nome di Fidel, Abel Prieto ha richiamato l’attenzione sul fatto che il nord, frivolo e consumista, ha sempre disdegnato le conoscenze delle culture tradizionali dei popoli del sud, che apportano valori etici per cambiare il mondo (Traduzione Granma Int.).

venerdì 17 aprile 2009

Gli Usa lasciano la porta aperta e Pechino sbarca in Sud America

http://www.loccidentale.it/autore/edoardo+ferrazzani/gli+usa+lasciano+la+porta+aperta+e+pechino+sbarca+in+sud+america+.0051952

è datato.. ma interessante.

Quando da segretario di stato Quincy Adams elaborò la sua 'dottrina', offrendola al presidente Usa James Monroe, allora in centro e sud America la partita giocata da Washington era quella di respingere i governi europei e la loro decadente politica coloniale. Favorire un destino democratico per quelle nazioni sorelle che si ispiravano ai principi della guerra d'indipendenza statunitense. “L'America agli americani” insomma, come gridava proprio Monroe. Oggi la partita è un'altra: nel cortile di casa si è affacciata Pechino ridefinendo completamente le geometrie relazionali trans-pacifiche. Dopo aver investito grandi risorse in una penetrazione economica ultra decennale verso il sud-est asiatico, il Medio Oriente e il continente africano, a caccia di forniture energetiche e di mercati su cui piazzare il proprio export, da quasi otto anni la Cina si è rivolta ai governi sud-americani dando il via a una lenta ma intensa relazione.

La prima visita di rilievo di un presidente cinese in America latina risale al 2001 quando Jiang Zemin aprì la strada al suo vice e poi successore Hu Jintao. Il primo viaggio ufficiale di Hu Jintao nel continente sud-americano è del novembre 2004; un tour di due settimane attraverso il Brasile, l'Argentina, il Cile e Cuba. Qualche mese più tardi fu la volta dell'allora vice presidente Zeng in Messico, Peru, Venezuela, Trinidad, Tobago e Giamaica. In un breve periodo le autorità cinesi sono riuscite a passare più tempo in sud America di quanto non abbia fatto il presidente Usa Bush durante tutto il suo primo mandato. Hu Jintao e Zeng portavano con sé una borsa piena di denari e molte promesse. Come quella di portare l'interscambio commerciale tra la Cina e l'America latina alla cifra di 100 miliardi di dollari entro il 2015 e lo stanziamento di risorse finalizzate a progetti infrastrutturali di varia natura.

Una strategia sud-sud, quella cinese, che ruota intorno a pochi ma decisivi principi: offrire relazioni diplomatiche senza obblighi politici, proporsi come il campione del principio di non interferenza negli affari interni e porsi come il difensore dell'integrità territoriale dello stato. Tutto in cambio di materie prime, abbassamento dei dazi, progetti di sviluppo e ricerca. A guardare le cifre degli investimenti diretti cinesi verso l'America latina si è di fronte ad un dato apparentemente irrilevante: al 2005 solo 100 milioni di dollari. Ma i veri investimenti sono altrove. Pochi mesi fa la Chinalco (China Aluminium Corp.) e la canadese Alcoa hanno acquistato una partita nelle attività minerarie sul Rio Tinto spendendo una cifra pari a 14 miliardi di dollari. Il più ingente investimento offshore di una compagnia statale cinese nella sua storia repubblicana.

Vari sono le ragioni che hanno indotto Pechino a una offensiva diplomatica nella regione. L'energia conta e non poco. Oggi Pechino consuma il 9 per cento delle risorse petrolifere mondiali. Nel 2030 si prevede che ne consumerà per il 14 per cento. Pechino già produce petrolio in Perù e Ecuador e sta investendo nel settore energetico in Bolivia, Brasile, Colombia e Venezuela. Ma c'è anche la questione ossessiva del riconoscimento di Taiwan. Dodici dei ventiquattro stati che ancora riconoscono la Repubblica taiwanese, si trovano proprio nella regione caraibica e centro americana. Attirare questi paesi nella propria orbita privando Taipei del suo residuo margine di azione a livello internazionale è strategico per la dirigenza comunista di Pechino.

A Washington si bada attentamente a considerare le possibili conseguenze di un aumento del peso cinese nella regione. Nel 2005 la sottocommissione per l'emisfero occidentale della camera dei rappresentanti, allora a maggioranza repubblicana, si spinse sino a dedicare una sessione proprio alla 'Cina nel cortile di casa'. Ma in fondo l'arrivo di Pechino è anche il sintomo di un male che si chiama disimpegno politico. Se il predominio economico statunitense nell'emisfero occidentale appare incontestabile, testimoniato da un interscambio commerciale di più di 300 miliardi di dollari, il progetto statunitense di riforma per le Americhe è miseramente fallito negli anni novanta con le presidenze Clinton e ancora più manifestamente con il declino della condivisone tra i governi di tutto il continente del cosiddetto Washington consensus, ovvero di quell'insieme di riforme che gli Usa proposero ai paesi americani il cui fallimento ha prodotto fenomeni neo populisti come l'ascesa venezuelana di Chavez, quella di Morales in Bolivia e infine di Lugo in Paraguay.

Oggi, al termine del secondo mandato, Bush può solo portare in dote un misero accordo tariffario con il governo colombiano, piuttosto osteggiato, in verità, sia in campo democratico che repubblicano. Insomma la dottrina della 'porta aperta' nei confronti della Cina ha nei fatti svuotato la 'dottrina Monroe' di una qualsivoglia attualità. Chiunque vincerà le prossime presidenziali negli Usa dovrà rimodulare la propria idea di 'backyard' e predisporre nuovi strumenti capaci di mettere il governo cinese in condizione di dover assumere quel ruolo di maggiore responsabilità che nella area sud americana si sta conquistando a suon di investimenti. Una nuova era si è aperta dunque nel Pacifico, foriera di turbolenze ma anche di grandi opportunità politiche e economiche.

Obama apre al dialogo con Cuba

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200904articoli/42886girata.asp

CUMANA (VENEZUELA)
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha rilanciato oggi da Città del Messico i segnali di apertura nei confronti di Cuba, esprimendo l’auspicio che l'isola «sappia rispondere alla buona fede dei nostri sforzi» per arrivare ad una nuova fase delle relazioni tra i due Paesi. «Cinquant’anni di gelo non si risolvono dalla sera alla mattina - ha detto Obama nella conferenza stampa tenuta con il presidente del Messico, Felipe Calderon -. Noi abbiamo preso iniziative importanti. Ma si possono ottenere risultati solo se anche Cuba fa dei passi e si dimostra pronta a rispondere alla buona fede dei nostri sforzi». Il governo cubano secondo Obama «deve manifestare la volontà di fare passi che vanno al di là di questi ultimi 50 anni». Obama ha chiesto a Cuba di impegnarsi per quanto riguarda «i diritti umani, la libertà di stampa, la libertà di opinione, la libertà di movimento». «Spero che i segnali che abbiamo mandato siano chiari: vogliamo essere aperti nei confronti di Cuba e impegnarci per una nuova fase dei rapporti» ha concluso Obama.

Il presidente Usa ha daltronde già allentato la morsa nei confronti dell'isola caraibica: lunedì infatti ha ordinato la revoca delle restrizioni ai viaggi e alle rimesse per il milione e mezzo di cubano-americani con parenti a Cuba; e ha spiegato che si tratta di un’iniziativa di «buona volontà» perchè migliorino non solo le relazioni cubano-statunitensi, ma si «mettano in moto la creatività e l’energia del popolo cubano». Ma il presidente Usa è per ora ancora contrario a levare l’embargo.

Da parte sua il presidente cubano Raul Castro è disponibile a dialogare con gli Stati Uniti di democrazia, libertà e diritti umani e qualunque altro tema, compreso lo scambio di prigionieri, purchè a parità di condizioni. «Abbiamo mandato a dire al governo nordamericano, in privato e in pubblico, che quando loro vorranno, potremo discutere tutto», ha detto Castro con un appassionato discorso al vertice dell’Alba (L’alternativa bolivariana per le Americhe), alla vigilia del VI summit delle Americhe, che comincia oggi alla presenza di Barack Obama. «Diritti umani, libertà di stampa, prigionieri politici, qualunque cosa, qualunque cosa di cui vogliano parlare», ha aggiunto Castro.

Già nel dicembre scorso, durante una visita ufficiale in Brasile, il presidente cubano aveva lasciato capire che era disposto a scambiare con Barack Obama i prigionieri dissidenti rinchiusi nelle carceri dell’isola, in cambio dei «cinque eroi» dell’Avana, gli agenti cubani detenuti negli Stati Uniti. «Se vogliono i dissidenti, li mandiamo domani, con le famiglie e tutto, però devono restituirci i nostri cinque eroi», aveva detto alludendo a Gerardo Hernandez, Rene Gonzalez, Antonio Guerrero, Ramon Labañino e Fernando Gonzalez,, arrestati in Florida il 12 settembre 1998. In Venezuela il presidente cubano ha aggiunto che il dialogo con gli Stati Uniti deve avvenire «in eguaglianza di condizioni»: «Senza la minima ombra sulla nostra sovranità e senza la benchè minima violazione al diritto all’autodeterminazione del popolo cubano».

Nell’incontro in Venezuela, i rappresentati dei Paesi che compongono l’Alba -oltre al presidente cubano, i leader di Bolivia, Ecuador, Honduras, Nicaragua, Paraguay, Venezuela- hanno abbandonato i temi economici per elaborare una dichiarazione congiunta in cui si sottolinea la necessità di togliere l’embargo economico a Cuba (un tema su cui c’è praticamente l’unanimità in tutta l’America Latina). Evo Morales, presidente della Bolivia, ha annunciato che presenterà una proposta di risoluzione in cui si chiede di riconoscere la piena libertà di commercio dell’isola; esattamente come altri leader latino-americani, Morales ha anche criticato il fatto che Cuba rimanga ai margini dell’Organizzazione degli Stati Americani (l’Oea), perchè il suo governo si è dichiarato marxista-leninista. È probabile dunque che il vertice delle Americhe si svolga proprio all’ombra di Cuba, il Paese assente.

lunedì 13 aprile 2009

La metà esclusa del sacro regno

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=291

Hatun Al-Fassi da cinque anni percepisce regolarmente lo stipendio di docente universitario, partecipa a seminari di aggiornamento e tiene lezioni all'estero ma non ha avuto più la possibilità di insegnare nel suo ateneo, il Re Saud di Riyadh. "Non mi è mai stata data alcuna motivazione ufficiale di questa esclusione, il direttore del mio dipartimento evita di affrontare il problema". Al-Fassi tuttavia conosce bene le ragioni della discriminazione che subisce da tanti anni: le sue idee "sovversive" e la sua attività in sostegno dei diritti delle donne in Arabia Saudita. Al-Fassi oggi è la principale esponente del nascente movimento delle donne saudite. L'abbiamo incontrata a Riyadh e con lei abbiamo discusso della condizione femminile nel paese e della esclusione delle donne dalle elezioni di giovedì scorso.

Nei giorni che hanno preceduto il primo voto della storia saudita lei ha dichiarato più volte che l'esclusione delle donne ha rappresentato un colpo duro alle speranze di chi si batte per cambiare il Paese.
Negare il diritto di voto alle donne è stato un errore gravissimo da parte delle autorità. Si sarebbe potuto dare uno scossone al paese e, senza violare in alcun modo i principi dell'Islam, infrangere la tradizione alla quale la nostra società è ancorata. Non si può perdere altro tempo. La donna deve diventare cittadina a pieno titolo dell'Arabia saudita e non essere vincolata in ogni aspetto della sua vita agli uomini. Se vogliamo comprare un telefono cellulare o aprire un conto corrente dobbiamo avere l'autorizzazione del marito o dei familiari maschi. Possiamo circolare in strada o viaggiare soltanto se accompagnate da un mahram (custode maschio) e, ancora oggi, ci viene proibito di guidare. Tutto ciò si scontra con i passi in avanti fatti dalle donne che sono mediamente ben istruite e in grado di inserirsi nel mondo del lavoro. Pensate, una donna saudita (Hanadi Hindi, ndr) di recente ha avuto il brevetto di pilota civile e tra qualche mese saràal comando di un jet del principe Walid ma non può mettersi al volante di una automobile.
Lei ha fatto riferimento all'istruzione. Le ragazze oggi possono accedere a tutti gli studi?
Ad una buona parte ma non a tutti. All'università ad esempio, non possono frequentare le facoltà di ingegneria e legge e i programmi di studio spesso sono diversi da quelli dei loro coetanei maschi. Lo sviluppo recente più positivo è stato l'aver sottratto l'istruzione femminile al controllo delle gerarchie religiose. Ciò purtroppo è avvenuto solo dopo l'incendio, qualche anno fa, in un college femminile di Medina in cui morirono una quindicina di ragazze. In quel caso le autorità ebbero modo di vedere la pericolosità oltre che l'assurdità della segregazione in cui vengono tenute le donne. Mentre l'edificio veniva divorato dalle fiamme le guardie della mutawa (polizia morale) si preoccupavano di far uscire dal college solo le ragazze con l'abaya (il lungo mantello che le donne devono indossare quando vanno in strada, ndr). Inoltre alle studentesse non venne concesso di telefonare direttamente ai vigili del fuoco poiché alle donne non è consentito parlare ad uomini estranei alla loro famiglia.
Le autorità di governo e la monarchia in modo particolare, si vantano di aver concesso alle donne il documento di identità. Come spiega che sino ad oggi solo il 6% della popolazione femminile ha richiesto la tessera?
La spiegazione più comune è che le donne rifiutano di farsi fotografare perché non vogliono farsi vedere a volto scoperto da uomini estranei alla loro famiglia. Questo però è vero solo in parte. Il motivo reale è che la legge prevede che siano ancora gli uomini ad autorizzare moglie, figlie e sorelle a fare richiesta del documento di identità. Inoltre negli uffici pubblici alle donne viene ancora chiesto di presentare il vecchio documento con la foto del padre. In ogni caso questo piccolo passo in avanti fatto dalle autorità non è stato la conseguenza di una sincera volontà di cambiamento sociale ma piuttosto una necessità dettata da motivi di sicurezza. La lotta alle organizzazioni estremiste armate, responsabili di gravi attentati, ha imposto alle autorità la distribuzione di documenti di riconoscimento anche alle donne.
Qual è il nodo che dovrà essere sciolto per dare una svolta alla condizione della donna in questo Paese? Sono due i punti centrali. Il primo riguarda il rapporto tra tradizione e Islam. Gli uomini in Arabia saudita affermano di essere custodi dei principi della religione ma ciò non è vero. Le restrizioni fortissime alle quali sono soggette le donne non sono previste dall'Islam ma imposte da una società tribale che si fonda su valori vecchi di mille anni. Il secondo riguarda l'atteggiamento di molte donne che, inconsapevolmente, legittimano la segregazione. Molte di noi hanno interiorizzato l'idea di inferiorità rispetto agli uomini. Tante di noi pensano che sia un errore sfidare la tradizione. Modificare questo modo di pensarci all'interno della società e cominciare a prendere piena coscienza dei nostri diritti è una delle sfide più difficili che abbiamo davanti a noi.
Vi state organizzando, esiste un coordinamento tra i vari gruppi di donne attive sul tema della emancipazione?
Non abbiamo organizzazioni ufficiali perché sono vietate dalla legge. Ci riuniamo in abitazioni private e sedi di associazioni e formiamo gruppi di lavoro. A Riyadh circa 150 donne stanno elaborando proposte per migliorare la condizione femminile che, si spera, possano essere presentate alle autorità di governo al più presto. Siamo in contatto anche con gruppi di attiviste a Jedda e altre località del paese, allo scopo di promuovere un maggiore inserimento della donna nel mondo del lavoro che riteniamo fondamentale per trasformare radicalmente la nostra condizione. La collaborazione con organizzazioni all'estero e' l'altro nostro obiettivo immediato. Solo se saranno alleate le donne, in questo paese e nel resto del mondo, potranno conquistare i loro diritti.
Michele Giorgio ( tratto da Il Manifesto)