mercoledì 27 agosto 2008

viva la follia

http://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Foucault

Paul Michel Foucault (Poitiers, 15 ottobre 1926Parigi, 26 giugno 1984) è stato uno storico e filosofo francese.

Tra i grandi pensatori del XX secolo Foucault fu l'unico che realizzò il progetto storico-genealogico propugnato da Nietzsche allorché segnalava che, nonostante ogni storicismo, continuasse a mancare una storia della follia, del crimine e del sesso.

I lavori di Foucault si concentrano su un argomento simile a quello della burocrazia e della connessa razionalizzazione trattato da Max Weber. Egli studiò lo sviluppo delle prigioni, degli ospedali, delle scuole e di altre grandi organizzazioni sociali. Sua è la teorizzazione che vide il modello del Panopticon, ideato da Jeremy Bentham come applicabile alla società moderna.

Importanti sono anche gli studi di Foucault sulla sessualità, secondo il quale non è sempre esistita così come la conosciamo noi oggi e così come soprattutto ne discutiamo. In particolare negli ultimi due secoli la sfera del sesso è stata oggetto di una volontà di sapere, di una pratica confessionale che prosegue in maniera blanda ma comunque diffusa la volontà di potere e di sapere istituita con la modernità dalle istituzioni prima religiose e poi secolari.

La sua produzione può essere divisa generalmente in due periodi: il primo relativo alle teorie raccolte nelle opere Storia della follia nell'età classica, Nascita della clinica, Le parole e le cose e L'archeologia del sapere. In queste opere Foucault propone un'analisi ch'egli definisce "archeologica", dei processi di costituzione e di formazione del 'sapere' di un certo momento, in un certo luogo, per una certa disciplina. In particolare Foucault analizza il formarsi del campo di studi delle "scienze umane".


Per la realizzazione di quest'analisi egli introdurrà, tra gli altri, il concetto di "
episteme", col quale indicherà l'insieme delle formazioni discorsive performanti per i sistemi concettuali di una determinata epoca storica, in un determinato contesto geografico e sociale. A partire dall'episteme, secondo Foucault, diviene possibile che solo certi "giochi di verità" abbiano luogo e non altri. Un esempio di disciplina che, nella nostra epoca e cultura, fornisce epistemi, è la psicanalisi freudiana che ricorre spesso nell'opera dell'autore oltre che come esempio di scienza in grado di produrre conoscenza, anche come fonte di esercizio di potere nel limitare la libertà critica, sfruttando la propria autorità di disciplina consolidata.

Il secondo periodo della sua produzione è invece direttamente interessato all'esercizio del potere e al suo funzionamento. Visse il '68 fuori dalla Francia, ma partecipò alla temperie culturale seguente, come pensatore di prestigio oltre che accademico riconosciuto. Risente della cultura marxista, ma ribalta completamente il discorso sul soggetto della storia. Non c'è una classe repressa portatrice inevitabile di sviluppo, come in Marx. Foucault parla di una microfisica del potere, risentendo chiaramente del dibattito strutturalista e poststrutturalista, nonché della Nietzsche renaissance che a lui deve molto.

Il concetto di potere espresso da Foucault è profondamente attuale, essendo una sorta di campo relazionale mai gestito da qualcuno (il capitalista, il prete...). È prima di tutto un discorso (una proliferazione di discorsi) portato verso una direzione in seguito a stratificazioni di un senso piuttosto che un altro. Qualcosa che condiziona ma che lascia margini di gioco, di distorsione, di sviluppo.

Il tema della conoscenza è centrale nel pensiero di Foucault, che ad essa lega la storia stessa della cultura dell'occidente con riferimenti all'esercizio del potere tramite la gestione della verità effettuati ad esempio dalla Chiesa o dalla scienza positiva. Una rivoluzione della conoscenza e della "verità" porta inevitabilmente dei cambiamenti forti nella essenza stessa della società e della sua cultura. Cosicché la storia si viene a delineare come costituita da momenti di grave crisi delle "verità" seguiti da periodi di relativa stabilità in cui una serie di "discorsi" domina su altri. Il "discorso", quindi, si viene a delineare come una costruzione basata su degli epistemi tramite il quale viene esercitato un potere e rispetto al quale, per la difesa di questo discorso, esistono una serie di tecniche e procedure, tra cui l'interdetto ossia il divieto per certi argomenti ad essere trattati: la creazione dei tabù, oppure il rapporto con i discorsi dei folli, che in quanto tali non vengono presi in considerazione oppure caricati di valori misteriosi, ma mai trattati come discorsi reali e valutabili in quanto tali (da ciò il procedimento inverso, ossia il considerare folli coloro che fanno dei discorsi inaccettabili e al limite bruciarli al rogo!).

venerdì 22 agosto 2008

Ormai l'Italia accetta tutto senza dissenso

questa professoressa vorrei ascoltarla tutti i giorni.

da: liberazione.it

«Ormai l'Italia accetta tutto senza nessun dissenso»

Antonella Marrone
Professoressa Urbinati lei ha scritto qualche giorno fa su "La Repubblica" che l'Italia è un paese senza dissenso, una società democratica docile. Altri parlano di opinione pubblica inesistente, di società mucilllagine. Insomma, un agosto ricco di pensieri sulla democrazia nel nostro paese che lei definisce - anche - autoriaria e paternalista. Oltre che docile.
La società democratica è un concetto complesso e può stimolare due letture importanti. La prima si fonda sull'idea dell'unanimità e sul potere della maggioranza: la maggioranza regge il governo democratico in nome del popolo. Una visione che da un senso di compatezza, propone l'unità del "demos" attraverso la decisione. Questa visone ha avuto una lunga tradizione, Carl Schmitt ne ha parlato come di un esempio di democrazia che viene da Rousseau. Accanto a questa visione ce n'è un' altra che ha avuto anch'essa una grande tradizione storica e che parte dalle rivoluzioni per i diritti (inglese, francese, americana). È una visione che possiamo definire conflittualistica, liberale, che poggia sui i diritti, che insiste sul processo formativo delle opinioni, plurale, aperto al dissenso. L'Italia di oggi assomiglia a una grande caserma, docile e assuefatta. Sia a destra che a sinistra i cittadini sono portati a pensare in un modo - lo stesso - che pare essere diventato naturale.

Dove c'è decisionismo non c'è gran democrazia, quindi.... La democrazia non è un semplice sistema di decisioni, ma un sistema di decisioni alle quali si arriva attraverso il libero confronto delle idee. Decisionismo vuol dire insistere sul momento finale, sulla decisione e sulla volontà. Se invece si vede l'intero processo politico - e non solo le regole che definiscono i modi delle decisioni - si da spazio a quelle misure che tutelano la libertà delle opinioni e quindi si lascia espressione libera al dissenso. Mi sembra che possiamo parlare di una visione molto più ricca e articolata della democrazia.

E noi dove ci collochiamo tra le diverse società democratiche, secondo lei?
Non ho la pretesa di fare analisi di tipo sociologico. Questo trend che prosegue da diversi anni - non è una cosa nuova - mi sembra che porti verso una visione molto riduttiva della democrazia, direi elettoralistica. Ovvero gli elettori vanno a votare e il resto viene fatto da altri, da chi governa. Il cittadino ha una funzione politica ridotta, che è soltanto quella elettorale. Ciò che viene fatto è fatto per via decisionista. Manca il senso della visione complessiva, anche conflittuale, della democrazia. Viviamo in una società omogenea dal punto di vista delle opinioni. Per questo parlo di docilità, che significa non avere una opinione diversa rispetto all'opinione preponderante, significa accettare pacificamente quello che l' opinione generale di una più o meno larga maggioranza, crede e vuole.

Società docile, opinioni omogenee: da più parti si denuncia un sospetto di fascismo.
È molto difficile dirlo. Mi spiego: Famiglia Cristiana ha parlato esplicitamente di fascismo. Ma così non credo che si colga il punto. Ci sono forme diverse per implementare una democrazia. Io dubito che una democrazia che imbavagli l'opposizione la si possa chiamare tale. Bisogna però vedere come la imbavaglia. Se le strade perseguite sono persecuzione e galera è ovvio che si colloca fuori da una dimensione di stato di diritto,è puramente fascista. Ma la nostra situazione è diversa. Questa nuova forma di omogeneità non passa più attraverso la coercizione delle azioni, ma attraverso una dolce trasformazione delle idee. Ci sono forme diverse di addolcimento dell'opposizione o di neutralizzazione dell'opposizione. Per me la parola fascismo denota ancora un regime particolare

Quanto siamo vicini alla democrazia americana da un punto di vista formale?
In America è così ed è diverso nello stesso tempo. In Europa un elemento come il personalismo ha cambiato il modo di intendere la democrazia che si era sempre sviluppata per movimenti, partiti, organizzazioni collettive delle opinioni - anche per reagire ai fascismi che appunto personalizzavano la politica. In America c'è sempre stato un misto delle due cose: molti movimenti, una società molto in moto, dove i diritti - individuali e collettivi - sono una strategia di azione politica e non semplicemente un "oggetto" che viene usato qualche volta, o sempre, o solo dai giudici. Rappresentano veramente, i diritti, un progetto politico. In questo senso è una società molto più in moto, attiva e turbolenta, anche se non è una turbolenza che crea disordine. L'Italia in questo momento è pacificata, accetta con straordinaria, paurosa tranquillità l'idea che le regole o le ordinanze dei comuni possano interferire sulla vita privata delle persone. Cosa che in America non sarebbe accettabile. Qui ci sono situazioni nelle quali si accetta più facilmente la decurtazione dei diritti.

Non molto tempo fa, una delle tante indagini sul nostro vivere, descriveva gli italiani come un popolo che, pur di avere più sicurezza, avrebbe rinunciato volentieri ad un po' di "privacy"
La paura è stata alimentata ad arte e le misure di sicurezza accettate in modo incredibilmente pacifico. Eppure stiamo parlando di una situazione criminale individuale, ordinaria. Quindi una paura che non ha senso. Pensiamo agli anni Settanta con la strategia del terrore, quando l'Italia aveva certo ragione ad avere paura! Oggi questa paura serve per poter giustificare azioni di governo che sono ai limiti della legittimità dello stato di diritto. Il nostro paese giustifica fenomeni di razzismo, e di interferenza con i diritti individuali universali, che è pauroso.

Riproporre il dissenso, il conflitto: il mondo del lavoro può essere la chiave per tornare ad una democrazia di "opinioni" non omogenea, né docile?
Può esserlo, secondo me, solo ad una condizione: che torni ad essere un valore e non solamente una "prestazione d'opera" che serve per avere un salario. Il lavoro ha subito una trasformazione epocale, una svalutazione totale. È stato trasformato in semplice prestazione d'opera - e già l'uso di queste parole, di questa frase, toglie senso al lavoro come responsabilità, fatica, impegno - rendendo tutto generico ed uguale. Al lavoro è stata tolta la caratteristica di forza integrativa della società, il suo essere strumento che guadagna diritti, e spende benessere e diritti. Così si è avuta una progressiva scrematura delle organizzazioni che potevano difendere i diritti del lavoro, si sono create situazioni di contrasto tra lavoro occupato e non occupato, giovani e vecchi. Insomma una situazione che ha contribuito a rendere il lavoro veramente vulnerabile a tutti gli attacchi possibili e recentemente anche a questa straordinaria facilità di licenziare per ragioni alcune volte giuste, altre volte assolutamente faziose, pretestuose. Il lavoro potrà essere la chiave che lei dice, ma ci vuole tempo. Perché al lavoro, come alle forme di vita pubblica, sono stati tolti valori etici.

L'opinione pubblica, ci dicono i giornali, non è comunque interessata a questo... ammesso che abbia un senso parlare di "opinione pubblica"
Non mi soddisfa parlare di queste cose. Da una parte, come dice lei, l'opinione pubblica, detta così non significa nulla. Dall'altra parte, visto che l'opinione pubblica è il giudizio politico in generale, occorrerebbe tornare a pensare a quali sono gli strumenti di formazione, a come vengono gestiti e che ruolo ha il pubblico nella regolamentazione di questi strumenti per la formazione. Un'opinione non è un fatto privato, l'opinione politica, nella democrazia rappresentativa, è una componente della sovranità. La scheda nell'urna - il semplice gesto di andare a votare - è espressione della volontà. Ma io non vado semplicemente a votare. La scheda nell'urna - ecco perché la democrazia deve essere completa - viene alla fine di un processo di formazione delle opinioni, ovvero di una funzione del giudizio. Anche questa è parte della sovranità, non è un fatto privato. Le nostre leggi e le nostre costituzioni sono sguarnite su un punto che ha indicato molto bene uno studioso norvegese, Jon Elster. Scrive Elster che nessuna costituzione dei paesi occidentali si preoccupa della pluralità dei mezzi di informazione. Pluralità dei media e, dunque, delle opinioni. È vero, perché sono tutte costituzioni scritte prima della rivoluzione mediatica. Quando si parla di opinione pubblica si parla di questo. E su questo occorre lavorare. Del resto mi sembra che venti anni di discussioni non hanno portato a nessuna soluzione legislativa che avrebbe potuto rendere il nostro paese meno problematico da queso punto di vista.

È ancora vero che le "idee della classe dominante sono le idee dominanti"?
Occorrerebbe uno studio approfondito. A me sembra che ci sia una trasformazione della democrazia, anche se la parola democrazia purtroppo è generica. Ci sono democrazie dirigistiche, dove l'esecutivismo è molto più accentuato ed è evidente l'erosione del ruolo delle decisioni collettive dei parlamenti, in tutta Europa. Da noi la democrazia interna ha avuto delle evoluzioni che si accompagnano alla de-politicizzazione della società civile e anche di molte decisioni. Pensiamo, per fare un esempio, alle commissioni bipartisan in parlamento. Ce ne sono tantissime, come se fosse davvero possibile risolvere questioni di tipo pubblico da un punto di vista "non politico", in altre parole: come se ci fosse una visione scientifica, oggettiva di una verità. Sono forme di de-politicizzazione. La politica ridotta ad una cosa volgare che si basa su opinioni opposte. Difficile da comprendere questa democrazia.

Nanni Moretti, tanto per restare nel mood agostano, parla da tempo di una classe politica - di sinistra - che non fa più bene il suo mestiere. Sintomo o causa del malessere della democrazia?
Non c'è bisogno dei massimi sistemi per analizzare la crisi della sinistra. Sappiamo benissimo quanto sono importanti le leadership. La classe dirigente di oggi è povera, povera dal punto di vista culturale e ideale, parlamentarizzata. L'opposizione non incalza. Andrebbe fatta una bella analisi sociale della trasformazione delle classi dirigenti tenendo conto anche della loro funzione sociale. E tenendo conto di come sia cambiato il linguaggio politico con la presenza massiccia della televisione.

L'Italia è stata attraversata da un euforico vento di cambiamento, di innovazione, di "gioventù". Di cui si vedono i segni anche in parlamento, dove un'intera generazione politica è stata spazzata via...
Non sono così sicura che cambiando si possa recuperare quello che non si ha più. Le idee politiche hanno bisogno di tempo per sedimentare. Se si cambia troppo facilmente si perde l'identità

Identità è parola grossa e anche abusata, oggi. Non c'è il rischio che il dialogo politico si atrofizzi tra tante "identità"?
Allora diciamo questo: io non so che cosa sia identità. Ma non è l'identità, a mio parere, che limita il dialogo e il confronto. A meno che l'identità non diventi una sede dogmatica.

Torniamo al punto di partenza. Società docile, dissenso inesistente, opinione pubblica senza strumenti per "formarsi". C'è da sperare in una "mutazione" generazionale che arrivi quanto prima
È disarmante perché è veramente finito un ciclo. I ragazzi e le ragazze con cui a volte ho discussioni non amano né il dissenso, né visioni progressiste. È già un mutamento. Penso che Gramsci sia ancora importante e attuale: è un mutamento di egemonia. La cultura egemonica politica non è quella progressista quella radicale o di sinistra. Non lo è, si tratta di prepararsi ad un lungo periodo di difficile dialogo e accettazione della realtà usando quegli strumenti che si sono sempre usati nelle democrazie: giornali, movimenti, parlamento.... Non credo ad una breve durata. Questo è un mutamento molto molto profondo.


22/08/2008

venerdì 18 luglio 2008

La politica cinica dell’impero

da: Riflessioni di Fidel - Granma

Fidel Castro Ruz - 25 maggio 2008

(Ore 22.35 – Traduzione Gioia Minuti)

La politica cinica dell’impero

No sarebbe onesto da parte mia restare in silenzio dopo il discorso di Obama del pomeriggio del 23 maggio, nella Fondazione Cubano-Americana creata da Ronald Reagan. L’ho ascoltato, come ho fatto con i discorsi di McCain e di Bush. Non provo rancore verso la sua persona, perchè non è stato responsabile dei crimini commessi contro Cuba e l’umanità. Se lo difendessi farei un enorme favore ai suoi avversari. Non temo di criticarlo e d’esprimere con franchezza i miei punti di vista sulle sue parole.

Che cosa ha affermato?

“Durante la mia vita sono avvenute ingiustizie e repressioni in Cuba e mai, durante la mia vita, il popolo ha conosciuto la vera liberta; mai nella vita di due generazioni il popolo di Cuba ha conosciuto una democrazia e non abbiamo visto elezioni da 50 anni. Noi non sopporteremo queste ingiustizie e insieme andremo a cercare la libertà per Cuba”, ha detto agli annessionisti e ha continuato: “Queste sono le mie parole, questo è il mio impegno. È ora che il denaro statunitense faccia sì che il popolo cubano sia meno dipendente dal regime di Castro. Manterrò il blocco”.

Il contenuto di queste parole del forte candidato mi esonera dalla necessita di spiegare il perchè di questa riflessione.

Lo stesso José Hernández, uno dei dirigenti della Fondazione Cubano - Americana elogiato da Obama nel suo discorso, era il proprietario del fucile automatico calibro 50, con mirino telescopico e raggi infrarossi sequestrato per casualità assieme ad altre armi potenti durante il loro trasporto via mare verso il Venezuela, dove la Fondazione aveva progettato d’assassinare colui che scrive durante una riunione internazionale che si svolgeva a Margarita, nello Stato venezuelano di Nueva Esparta.

Il gruppo di Pepe Hernández desiderava ritornare all’accordo con Clinton, tradito dal clan di Mas Canosa offrendo con la frode la vittoria a Bush nel 2000, perchè aveva promesso d’assassinare Castro, fatto che tutti avevano accettato con piacere. Sono imbrogli politici propri del sistema decadente e contraddittorio degli Stati Uniti. Il discorso dl candidato Obama si può tradurre in una formula di fame per la nazione, le rimesse come elemosina e le visite a Cuba una propaganda per il consumismo e il modo di vita insostenibile che lo sostenta.

Come affronterà il gravissimo problema della crisi alimentare? I legumi vanno distribuiti tra gli esseri umani, agli animali domestici e che dire dei pesci che un anno dopo l’altro sono sempre più piccoli e scarsi nei mari super sfruttati dalle grandi navi pescherecce a strascico che nessun organismo internazionale è mai stato capace di frenare. Non è facile produrre carne partendo dal gas e dal petrolio.

Lo stesso Obama sopravaluta le possibilità della tecnologia nella lotta contro il cambio climatico, anche se è più cosciente di Bush sui rischi e sullo scarso tempo disponibile. Potrebbe consultare Gore, che è democratico anche lui e non è più candidato perchè conosce bene il ritmo accelerato con cui si sta incrementando il riscaldamento.

Il suo rivale politico più vicino anche se non aspirante, Bill Clinton, esperto in leggi extraterritoriali come la Helms-Burton e la Torricelli, lo può consigliare in un tema come il blocco, che aveva promesso d’eliminare ma non lo ha mai fatto.

Quel che ha detto nel suo discorso di Miami ne fa senza dubbio il più avanzato candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

“Per 200 anni, ha detto, gli Stati Uniti hanno chiarito con forza che non sopporteranno un intervento nel nostro emisfero, ma dubbio dobbiamo vedere che ci sono interventi importanti, la fame, le malattie, la disperazione. Sia ad Haiti che in Perù possiamo fare qualcosa di meglio e lo dobbiamo fare; non possiamo accettare questa globalizzazione imperialista: quella degli stomaci vuoti”! Magnífica definizione della globalizzazione imperialista: quella degli stomaci vuoti!

200 anni fa però Bolívar lottò per l’unità dell’America Latina e più di cento anni fa Martí diede la vita combattendo contro l’annessione di Cuba agli Stati Uniti!

Dove sono le differenze tra quello che proclamò Monroe e quel che due secoli dopo proclama e rivendica Obama nel suo discorso?

“Avremo un inviato speciale della Casa Bianca come ha fatto Bill Clinton”, ha detto quasi alla conclusione e amplieremo il corpo di pace e chiederemo ai più giovani che facciano sì che i nostri vincoli con la gente si rafforzino e siano anche più importanti. Possiamo forgiare il futuro e non lasciare che il futuro forgi noi tutti”.

È una bella frase perchè ammette l’idea o almeno il timore che la storia faccia i personaggi e non il contrario.

Gli Stati Uniti di oggi non hanno nulla in comune con la Dichiarazione dei Principi di Filadelfia, formulata da 13 colonie che si ribellarono contro il colonialismo inglese. Oggi costituiscono un gigantesco impero che in quei tempi non passava per la mente dei suoi fondatori.

Non cambiò nulla per gli indios e per gli schiavi.

I primi furono sterminati mentre la nazione si estendeva e i secondi continauraono ad essere oggetto di aste nei mercati- uomini, donne e bambini - durante quasi un secolo, anche se “tutti gli uomini nascono liberi e uguali”, come afferma la dichiarazione. Le condizioni oggettive nel pianeta favorirono lo sviluppo di quel sistema.

Obama nel suo discorso attribuisce alla Rivoluzione cubana un carattere anti democratico e carente di rispetto alle libertà e ai diritti umani. È esattamente l’argomento che quasi senza eccezioni hanno utilizzato tutte le amministrazioni degli USA per giustificare i loro crimini contro la nostra Patria. Il blocco stesso da solo è genocida. Non desidero che i bambini nordamericani si educhino in qusta etica vergognosa.

La rivoluzione armata nel nostro paese forse non sarebbe stata necessaria senza l’intervento armato, l’Emendamento Platt e la colonia economica che portò nell’Isola.

La Rivoluzione fu il prodotto del dominio imperiale e non ci possono accusare d’averla imposta. I cambi veri sono avvenuti e si sono originati negli Stati Uniti: i loro stessi operai più di un secolo fa lanciarono la domanda delle otto ore, figlia della produttività del lavoro.

La prima cosa che noi leaders della Rivoluziione cubana abbiamo imparato da Martí è credere e attuare in nome di un’organizzazione fondata per creare una rivoluzione. Abbiamo sempre avuto facoltà previe e una volta istituzionalizzate, siamo stati eletti con la partecipazione di più del 90% degli elettori, come accade abitualmente in Cuba, e non la ridicola partecipazione che molte volte, come negli Stati Uniti, non raggiunge il 50% degli elettori.

Nessun altro piccolo paese bloccato come il nostro avrebbe saputo resistere tanto tempo su una base d’ambizione, vanità, inganno e abuso di potere come nel suo vicino.

Affermarlo costituisce un insulto all’intelligenza del nostro eroico popolo. Non discuto l’acuta intelligenza di Obama, la sua capacità polemica e il suo spirito di lavoro. Domina la tecnica della comunicazione ed è al disopra dei suoi rivali nella gara elettorale. Osservo con simpatia sua moglie e le sue bambine che lo accompagnano e lo animano tutti i martedì. Sono un quadro umano molto gradevole. Nonostante questo però, mi vedo obbligato e fare varie e delicate domande, anche se non pretendo risposte: unicamente le esprimo.

1º È corretto che il presidente degli Stati Uniti ordini l’assassinio di qualsiasi persona nel mondo, qualunque sia il pretesto?

2º È etico che il presidente degli Stati Uniti ordini di torturare altri esseri umani?

3º Il terrorismo di stato è uno strumento che un paese tanto poderoso come gli Stati Uniti deve utilizzare perchè esista la pace nel pianeta?

4º È buona e onorevole una Ley de Ajuste che si applica come castigo per un solo paese, Cuba, per destabilizzarlo, anche se costa la vita di bambini e madri innocenti? Se è buona, perchè non si applica il diritto automatico di residenza per gli haitiani, dominicani o di altri paesi dei Caraibi e pecrhè non si fa lo stesso con messicani, centro americani e sudamericani che muoiono come mosche alla muraglia della frontiera messicana o nelle acque dell’Atlantico e del Pacifico?

5º Gli Stati Uniti possono prescindere dagli immigranti che coltivano vegetali, frutta, mandorle e altre squisitezze per i nordamericani? Chi spazzerà le loro strade, presterà servizi domestici e realizzerà i peggiori e meno remunerati lavori?

6º Sono giuste le retate di “senza documenti” che colpiscono anche i bambini nati negli Stati Uniti?

7º È morale e giustificabile il furto dei cervelli e la continua estrazione delle migliori intelligenze scientifiche e intellettuali dai paesi poveri?

8º Lei afferma, come ho ricordato all’inizio di questa riflessione, che il suo paese ha avvisato molto tempo fa le potenze europee che non avrebbe ammesso interventi nell’emisfero e a sua volta reitera la domanda di questo diritto, reclamando il diritto nello stesso tempo d’intervenire in qualsiasi parte del mondo con l’appoggio di centinaia di basi militari, forze navali, aeree e spaziali distribuite nel pianeta. Le chiedo: è questa la forma in cui gli Stati Uniti esprimono il loro rispetto per la libertà, la democrazia e i diritti umani?

9º È giusto attaccare a sorpresa sessanta e più angoli oscuri del mondo, come li chiama Bush, con qualsiasi pretesto?

10º È onorevole e degno investire milioni di milioni di dollari nei complessi militari per produrre armi che possono liquidare varie volte la vita sulla terra?

Lei dovrebbe conoscere prima di giudicare il nostro paese, che Cuba con i suoi programmi d’educazione, salute, sport, cultura e scienze applicate, non solo nel suo proprio territorio, ma anche in altri paesi poveri del mondo, e il sangue versato in solidarietà con altri popoli, nonostante il blocco economico e finanziario e le aggressioni del suo poderoso paese, costituisce la prova che si può fare molto con poco.

Nemmeno alla nostra migliore alleata, alla URSS, abbiamo permesso di tracciare il nostro destino.

Per cooperare con altri paesi gli Stati Uniti possono solo inviare professionisti vincolati alla disciplina militare; non possono farlo in altra forma perchè mancano di personale sufficiente disposto a sacrificarsi per gli altri e ad offrire appoggio significativo ad una paese in difficoltà, anche se in Cuba abbiamo conosciuto e hanno cooperato con noi eccellenti medici nordamericani.

Loro non sono colpevoli: la società non li educa in massa in questo spirito.

La cooperazione nel nostro paese non l’abbiamo subordinata ai requisiti ideologici, l’abbiamo offerta agli Stati Uniti quando l’uragano Katrina colpì duramente la città di New Orleans.

La nostra Brigata Medica Internazionale porta il nome glorioso di Henry Reeve, un giovane nato negli USA che ha combattuto ed è morto per la sovranità di Cuba nella prima guerra per la nostra indipendenza.

La nostra Rivoluzione può convocare decine di migliaia di medici e tecnici della sanità e può ugualmente convocare in massa maestri e cittadini disposti a marciare verso qualsiasi angolo del mondo per qualsiasi nobile proposito, non per usurpare diritti o conquistare materie prime.

Nella buona volontà e nella disposizione delle persone ci sono infinite risorse che non si trovano e non stanno nei sedili degli scanni.

Non emanano dalla politica cinica di un impero.


venerdì 11 luglio 2008

Cause ed effetti del caro petrolio

http://qualenergia.it

Cause ed effetti del caro petrolio

Qualenergia.it intervista Ugo Bardi, presidente di ASPO, l'associazione che studia il picco del petrolio e del gas. Quali fattori conducono a prezzi oscillanti intorno ai 100 dollari e cosa comporteranno ulteriori aumenti. Le alternative da percorrere.

Il prezzo del petrolio oscilla ormai attorno ai 100 $ al barile (105 oggi) e a queste cifre si prevede che la bolletta petrolifera, ovvero il costo per l'acquisto di petrolio e suoi prodotti dall'estero – arriverà ai massimi storici.
Se le quotazioni del greggio non dovessero cambiare tendenza, la bolletta di quest’anno potrebbe raggiungere ben 32 miliardi di euro: 6 miliardi in più del 2007, nonostante l’euro forte e un andamento dei consumi previsto anche quest'anno in calo.
Abbiamo chiesto una valutazione dei prezzi del petrolio e delle conseguenze che questo potrà comportare a Ugo Bardi, presidente di Aspo Italia, l’associazione che studia l’esaurimento delle riserve petrolifere.

Professor Bardi, quanto gli attuali prezzi del petrolio sono da attribuire al fatto che la risorsa sta diminuendo, anche grazie all’aumento della domanda e quanto alle speculazioni finanziarie?
L’aumento del prezzo del petrolio riguarda il periodo degli ultimi 6-7 anni e già nel marzo 1998, quindi esattamente dieci anni, i fondatori di Aspo avevano pubblicato un articolo su Scientific American in cui ipotizzavano che il petrolio avrebbe raggiunto questi prezzi e avevano visto giusto. Riguardo ai motivi, le speculazioni finanziarie incidono veramente poco, non più di qualche dollaro al barile anche perché non sono in grado di intervenire sul lungo periodo. Quindi le speculazioni sono quelle che, possiamo dire, determinano l’oscillazione di questi giorni attorno ai 100 $.

Allora l’aumento del prezzo è da attribuire alla diminuzione della risorsa, almeno della parte estraibile, quindi al picco di Hubbert?
In effetti il problema sta proprio nei costi di estrazione e nel fatto che in certe regioni come l’Arabia Saudita dove estrarre petrolio costa relativamente poco, attorno ai 15 $ al barile, non si riesce ad aumentare la produzione e ci sono dubbi anche sul fatto che si riesca a mantenere i livelli attuali. In altre regioni si estrae a costi molto più alti, anche sino a 70 $ dollari al barile e quindi il prezzo del petrolio è più alto.

Quali sono le regioni dove costa di più?
Sicuramente l’off-shore dell’Alaska, degli Stati Uniti e del Messico. Adesso pare ci sia un grosso giacimento nel golfo del Messico, ma ancora non si sa quanto sia davvero grande e quanto costerà estrarlo. Solo allora si potrà stabilire il prezzo.

L’aumento della domanda quanto influisce sui costi?
Questo va visto. Le economie emergenti sino ad ora sono riuscite a seguire prezzi del petrolio a 90 $, quindi la domanda ancora tiene. Il momento preoccupante sarà quando non ce lo potremo più permettere. Se arriveremo a un picco, forse di 120 $, la domanda non ce la farà a reggere e calerà di conseguenza.

Già adesso si lamentano problemi economici, questi incrementi potrebbero determinare uno shock dell’economia?
Comincia ad essere una situazione preoccupante e pesante e si riverbera sulle classi medio basse. Del resto dal momento che l’aumento del prezzo del petrolio si manifesta in prima battuta sul costo dei trasporti, e che questi sono un elemento importante nelle voci di costo, si ripercuote su tutti i settori.
A partire da quello minerario, in cui i costi del trasporto incidono per il 35%, ma anche sull’agricoltura, dove il prezzo del petrolio si risente sui trasporti, sul costo dei fertilizzanti e sui pesticidi e, infatti, il prezzo del grano è raddoppiato.

Ma l’alto costo del petrolio può essere un bene in termini ambientali, nel senso che può spingere verso altre risorse energetiche?
Può darsi di sì, come no. Perché se invece di usare petrolio si punta al carbone è un male.

Anche il carbone tra l’altro non è una fonte inesauribile.
Le conoscenze sull’abbondanza o meno del carbone sono più incerte, rispetto al petrolio. In Europa è in esaurimento e la fonte principale adesso è l’Australia ma costa molto esportarlo. Il carbone si trasporta peggio del petrolio, perché occupa maggiori volumi e richiede molta più energia, quindi dà risultati più scarsi rispetto al greggio. La Cina ha cessato di esportarlo proprio perché le esportazioni hanno questi problemi.

Si parla molto anche in questa campagna elettorale di tornare al nucleare, ma anche l’uranio non è inesauribile?
Sulle quantità di uranio ci sono forti controversie. Al momento abbiamo carenza di materia prima e i reattori funzionano soprattutto grazie alle scorte e all’uranio che era contenuto nelle bombe atomiche. Gli attuali consumi sono di circa 65.000 tonnellate/anno e la produzione attuale si attesta a 40.000 tonnellate l’anno. Quindi le rimanenti 25.000 derivano appunto dalle scorte e dalle bombe atomiche. La produzione mineraria sta riprendendo e si tratta di vedere se riuscirà a raggiungere il fabbisogno attuale, o eventualmente in aumento se aumenteranno i reattori, e soprattutto a quali costi.

Già adesso i costi del chilowattora nucleare non vengono ritenuti competitivi né rispetto al gas né rispetto al carbone, lo scrive Leonardo Maugeri nel suo libro “Con tutta l’energia possibile”.
L’energia nucleare ha costi nascosti. Anche la Francia che ha puntato molto su questa fonte energetica, quanto ha speso per costruire le centrali che possiede? Se non fosse intervenuto lo Stato a finanziarle non sarebbero mai state realizzate.
Io non sono contrario al nucleare, ma la situazione attuale non è favorevole a questo tipo di energia. Bisognerebbe invece puntare il massimo possibile sulle rinnovabili, come ha fatto la Germania, che ha ancora centrali nucleari, ma non ci conta più e ha fatto una programmazione che potrà portare il paese a raggiungere l’indipendenza energetica in 10 anni.
Anche noi continuiamo a importare energia nucleare e non c’è niente di male, ma dovremo andare sulle rinnovabili dieci volte più in fretta di quanto stiamo facendo attualmente. Tra l’altro ormai le fonti rinnovabili in combinazione tra loro e gestite in maniera intelligente possono garantire il 100% di energia tutto l’anno. Quelle dell’intermittenza ormai sono favole.

Il geotermico potrebbe essere, per noi , una fonte interessante?
Noi potremmo ottenere una buona resa dal geotermico, invece è attualmente fermo, perché è stato mal gestito. Peccato perché invece è una fonte che sta andando fortissimo in tutto il mondo. Gli Usa ad esempio stanno crescendo e noi invece siamo fermi al palo.

Intervista a cura di Lucia Venturi

6 marzo 2008

sabato 10 maggio 2008

Ma gli USA meritano Obama?

Ma l'America merita Obama?
Suketu Metha
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Ma-lAmerica-merita-Obama/2024591&ref=hpsp


C'è un Paese che si è reso conto di non essere al di sopra della società delle Nazioni ma di farne parte

Da tempo credo che il resto del mondo debba avere lo stato giuridico di osservatore ufficiale del Congresso Usa. Le decisioni prese a Washington, infatti, possono avere un impatto nella vita degli abitanti di Paesi anche molto lontani maggiore di quelle prese nelle loro rispettive capitali. I pachistani, i venezuelani, i palestinesi, per esempio, per la loro stessa sopravvivenza sono obbligati a seguire da vicino il mutare e l'alternarsi delle maree della politica estera americana. A seconda di chi siede alla Casa Bianca, i giovani britannici o italiani saranno obbligati a recarsi all'estero ad ammazzare e a farsi ammazzare, oppure resteranno a casa loro a fare l'amore e a guadagnarsi di che vivere. Tutto ciò spiega l'enorme attenzione che in tutto il mondo destano le elezioni del presidente degli Stati Uniti: si tratta nello specifico delle elezioni più importanti della nostra epoca e non è così scontato che gli americani effettuino la scelta giusta. Dopo che nel 2000 la Corte Suprema assegnò a George W. Bush la vittoria, furono molte le richieste di convocare osservatori stranieri per monitorare da vicino lo svolgimento delle elezioni, come potrebbe accadere nello Zimbabwe.

Gli Stati Uniti sono effettivamente in crisi: stentano a rendersi conto che il XXI secolo non è di loro esclusiva proprietà, come è stato per il XX secolo. I loro studenti liceali si classificano agli ultimi posti dei rilevamenti internazionali sull'educazione e l'istruzione dei Paesi sviluppati. La metà dei liceali delle grandi città americane non consegue il diploma. Soltanto un terzo dei giovani è effettivamente in grado di frequentare l'università. Una buona parte dei giovani che abbandonano gli studi finisce in prigione: gli americani rappresentano il 5 per cento della popolazione terrestre, ma sono americani un quarto dei prigionieri di tutto il mondo. Cinquanta milioni di americani sono privi di copertura sanitaria, e vivono nel terrore di ammalarsi.


Nelle elezioni, queste questioni di cruciale importanza non ricevono tutta l'attenzione che meriterebbero da parte della stampa, specialmente della televisione, che è interessata a dettagli assolutamente banali, come sapere se Obama indossa la spillina con la bandiera Usa o se Clinton ha mentito sul fatto di essere scampata in Bosnia ai cecchini. Eppure, la portata dell'emergenza nella quale vive il Paese l'avvertono gli americani sulla loro pelle, quando perdono le loro case, vedono svanire nel nulla i loro risparmi, restano impantanati in una guerra che nessuno sarà in grado di vincere in un immediato futuro. L'81 per cento degli americani crede che il loro Paese sia sulla rotta sbagliata e il presidente in carica ha raggiunto il più basso indice di gradimento della storia.

Barack Obama afferma che l'America ha ancora qualche possibilità. Il suo discorso sul problema razziale intitolato 'Verso un'unione più perfetta' non ha precedenti in fatto di irreprensibilità, franchezza e complessità. Quale altro politico americano ha mai citato uno scrittore in un discorso elettorale? Obama ha ricordato Faulkner: "Il passato non è morto e sepolto. Di fatto non è nemmeno passato". Questo è un livello di raffinatezza al quale gli americani non sono abituati nei discorsi elettorali dei candidati. Non stupisce, pertanto, che Obama sia spesso definito un 'elitista'. In buona parte del Paese prevale un dilagante anti-intellettualismo. Esempio celebre di questo anti-intellettualismo fu un discorso di un senatore del Nebraska, Roman Hruska, nel 1970. Cercando di sostenere che un giudice reputato palesemente mediocre dovesse essere nondimeno nominato per la Corte Suprema disse: "Che importa se è mediocre? Ci sono moltissimi giudici, moltissime persone e moltissimi avvocati mediocri. non hanno anche loro il diritto ad avere una piccola rappresentanza?".

Il modo in cui Hillary Clinton ha gestito la sua campagna elettorale ha sconcertato più d'uno di coloro che avrebbero potuto appoggiarla. La sua minaccia di "annientare" l'Iran qualora Teheran decidesse di attaccare Israele ha fatto sì che la gente si chiedesse se è poi tanto diversa da George Bush. Da molti punti di vista, Hillary è sicuramente meglio di Obama, ad esempio per il fatto di essere propensa a estendere a tutti l'assistenza sanitaria, una scelta logica per un Paese che si ripropone di essere considerato civile.

Ma un'eventuale elezione di Obama alla presidenza non ha molto a che vedere con la politica, quanto piuttosto con un'idea di America, quell'America multi-razziale, quella meraviglia composita e multiforme di colori e sfumature di pelle che si vede circolare per le strade di New York. Obama è un candidato nato da madre bianca del Kansas, da padre nero del Kenya, con un patrigno musulmano indonesiano, che non solo ha viaggiato molto, ma ha anche vissuto all'estero. Obama rappresenta l'America che si è finalmente resa conto di non essere al di sopra della comunità delle nazioni, ma di farne parte.

In definitiva, la questione non è se Obama meriti o meno la vittoria, ma se l'America si meriti un presidente del calibro di Obama, se i suoi elettori siano abbastanza colti e raffinati da eleggerlo. Questa elezione è troppo importante, per l'America e per il mondo intero, perché a decidere siano i mediocri.

traduzione di Anna Bissanti

venerdì 2 maggio 2008

Se lo stato sociale diventa un nemico


Repubblica — 24 aprile 2008 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA
- NADIA URBINATI

Le analisi via via più puntuali dei risultati elettorali dimostrano che operai e casalinghe hanno votato per il partito più radicale e populista della coalizione di centrodestra, premiando un messaggio a un tempo liberista e razzista. E nemmeno a tener fuori prodotti e manovalanza a basso costo; e infine e soprattutto lo stato sociale che con le sue politiche dei servizi sociali è reso colpevole di debilitare la solidarietà locale e le reti comunitarie di sostegno ai bisognosi. Il messaggio che viene dalla cascata di voti rastrellati dalla Lega Nord anche in regioni di consolidata tradizione socialdemocratica come l' Emilia-Romagna, sarebbe dunque questo: il mercato deve riportare lo stato alla sua vocazione originaria, quella che aveva prima della formazione dello stato-nazione e della conversione bismarkiana dei governi europei; deve tornare ad essere un sistema coercitivo che si occupa esclusivamente di difendere diritti civili di base e che investe le proprie risorse nella sicurezza dei cittadini e nella difesa delle frontiere. Lo stato non deve più occuparsi di giustizia sociale e di ridistribuzione della ricchezza tra i "figli uguali della nazione", come èstato costretto a fare negli anni della ricostruzione del dopo guerra. Non deve più essere ostaggio delle illusioni socialdemocratiche per la ragione assai semplice che non c' è alcun problema di ingiustizia sociale a cui rimediare, ma solo la sfortuna e la disgrazia del bisogno: piaghe fatali che l' umanità ha ereditato dalla caduta di Adamo ed Eva e che la carità del buon samaritano può curare molto più umanamente di uno stato dispensatore di servizi di cittadinanza. Questa è la lezione filosofica che ci viene dalle recenti elezioni. Comunitarismo e liberismo sono naturalmente alleati, soprattutto quando, come in questo scorcio di modernità, le coordinate tradizionali della politica (gli stati nazione) non sono in grado di far fronte ai rischi e alle sfide della mondializzazione. Ma contrariamente ai vaticini dei filosofi d' occasione, Marx aveva visto giusto. Il suo Manifesto è l' earthlink del nostro tempo, una lente che zumma dal pianeta alle sue periferie e viceversa, dandoci immagini nitide di come siamo. Ci fa vedere come l' integrazione globale dei mercati stia insieme a un ricompattamento comunitario locale; come l' espansione a macchia d' olio delle metropoli si affianchi a periferie selettive e chiuse (i sobborghi americani creati ex novo e protetti come cittadelle medievali, con cancelli, guardiani e visti d' ingresso); come la diffusione planetaria di una cultura di massa e di una lingua (quella inglese) si integri alla rinascita di linguaggi e culture locali, spesso permeabili solo a chi li pratica quotidianamente (come molti cartelli stradali nei villaggi e nelle campagne del Nord-Est). In questa schizofrenia le solidarietà trasversali, per intenderci quella cultura etica universalista sulla quale la "classe operaia" aveva definito la propria identità e lo stato sociale le proprie politiche di giustizia, appaiono inattuali, inefficaci, e perfino tirannici. La libertà contro lo stato sociale (non contro lo stato gendarme) è la sola forte libertà che le destre liberiste-comunitarie esaltano e vogliono proteggere. Se le questioni sociali sono questioni di povertà e carità volontaria non più di giustizia sociale, la classe operaia non ha più senso di esistere. Essa non è altro che una fascia di basso reddito misurata dalle statistiche, l' insieme delle famiglie povere o a rischio di povertà, gente (non classe) che arranca a fine mese su bollette e debiti, che si ciba a costo quasi zero della cultura pop-global televisiva, che si sente pericolosamente tallonata dall' immigrato low-cost e si fa razzista. Si fa alleata di quegli imprenditori che vogliono le frontiere chiuse ai beni cinesi e indiani. Una prova di questa trasformazione ci viene ancora una volta dagli Stati Uniti, che per la loro enorme geografia sono stati a buon diritto un laboratorio del globale-locale fin dai primi del Novecento; qui la classe operaia non è mai riuscita a costruire una solidarietà universale-nazionale proprio perché l' immigrazione permanente ha reso impossibile conquistare e difendere regole e diritti sociali a protezione dei lavoratori. Il mercato del lavoro come uno stato di natura dove il vicino è un potenziale nemico, non un alleato di classe. Dunque, una storia globale, non italiana. Una storia globale che mostra però i propri effetti laddove le persone vivono: nelle città e nei paesi, non nel generico globo. La politica dei "muri" che la caduta del muro di Berlino ha generato esemplifica molto bene questa storia. Muri sono in costruzioni in molti luoghi del mondo: per dividere stati e popoli, ma anche quartieri di una stessa città come a Padova, dove gli italiani hanno in questo modo cercato di "proteggere e separare" se stessi dai vicini residenti di origine extra-Europea. Se il muro di Berlino doveva bloccare il diritto di uscita ai sudditi della Germania comunista, questi nuovi muri protezionistici dovrebbero ostruire l' entrata ai migranti o rendere la loro vicinanza invisibile o meno visibile. I muri anti-immigrazione, come quello spettacolare che la California ha costruito sui confini con il Messico, sono un modo molto concreto per dire che coloro che li innalzano pensano che potranno preservare i loro piccoli e grandi privilegi se e fino a quando solo loro ne godranno. Mettono in evidenza una delle più stridenti contraddizioni che affliggono le nostre affluenti società democratiche: quella tra una cultura raffinata che condivide valori universalistici e cosmopolitici e che resta comunque una minoranza (spesso snob), e una diffusa cultura popolare che mentre si appaga del consumismo globale è atterrita dalla globalizzazione, teme fortemente l' incertezza economica e sviluppa un attaccamento parossistico ad un benessere che appare sempre più risicato, fragile e temporaneo. Come si legge nel troppo poco letto Manifesto di Marx, alla crescita inarrestabile di un' uniformità globale si affianca la crescita di un' evidente resistenza del locale: nascono nuovi nazionalismi, il razzismo, la nostalgia per comunità pre-moderne come il borgo e le chiese. E a questi parossismi una parte dell' impresa capitalistica (quella piccola e media) ha un naturale interesse ad allearsi perché il mercato globale è una bestia selvaggia contro la quale trova altro rimedio se non il vecchio stato poliziotto. La classe operaia è un anacronismo, dunque, ma non perché non c' è più diseguaglianza di potere e c' è comunanza di interessi, ma perché questa diseguaglianza è stata tradotta in termini morali e apocalittici: una questione di sfortuna, di migrazioni bibliche, di scenari finanziari in permanente rischio di crollo. In questo panorama, il linguaggio della politica e del riformismo appare inefficace e fuori posto mentre quello populista avvince e unisce. Eppure, gli esseri umani non dispongono che di ragione pubblica e linguaggio politico per governare le loro società in modi civili e senza rinunciare a limitare le ragioni di sofferenza e dare a tutti la possibilità di vivere con umana decenza e dignità. - NADIA URBINATI